venerdì 25 ottobre 2013

Macomer, Sardinia Ultramarathon (60km)

Lasciando da parte, per una volta, il mio consueto stile sintetico, oggi voglio raccontarvi di questa 60km quasi “passo passo”, voglio cercare di trasmettervi emozioni e pensieri di quest'avventura e farvi arrivare al traguardo quasi stremati come me. Se vi ritirerete, pazienza, ma se arriverete in fondo, anche voi potrete dire con soddisfazione “ce l'ho fatta!”
Ed eccomi qua, dove vi avevo lasciati, nella branda davanti al grande camino ormai quasi spento nell'enorme salone dell'ex colonia dove la società organizzatrice ci ha ospitati per la notte.
Verso le 6 qualcuno inizia ad uscire dalle camerate, si sentono passi di ciabatte. Sento qualcuno soffiare sulle braci per far riprendere il camino e poter mettere ad asciugare vestiti, asciugamani e ossa bagnate dall'umidità della notte. E' ora di smettere di far finta di dormire così anche gli altri possono smettere di far finta di fare piano per non disturbarmi.
Bottiglie di brandy e caraffe di vino rimaste sulle tavolate ricordano la festa della sera prima. Adesso però il clima è diverso, rilassato ma serio e ognuno segue i suoi riti mattutini. Io seguo il mio: caffè con miele, un goccio di latte e savoiardoni; lascio agire per 15 minuti circa e poi vado in bagno a fare il mio dovere di essere umano. Un piccolo strappo alla regola è stato reso necessario dalla presenza di ottime torte al cioccolato casarecce incautamente lasciate lì la sera prima da qualche volontario.
Poco prima delle 8, cominciano ad arrivare volontari e concorrenti, intanto, seduto accanto al camino, comincio il "riscaldamento". La partenza è prevista per le 9 proprio là fuori, non c'è nessuna fretta; ci vorrebbero giornale e sigaro ma non ci sono e allora si passa il tempo facendo quattro chiacchiere intorno al camino: si parla di scarpe, di gare mitiche, di dolori e d'imprese passate e future.
Dopo il rito della colazione c'è quello della vestizione, che finirà allo stesso modo: in bagno. Lubrifico il corpo con la vaselina e le scarpe con il talco, indosso il completino da triathlon con fazzoletti e due barrette in tasca. Calzo scarpe Mizuno A2, sicuramente non indicate per questo tipo di gara ma hanno vinto le finali nella selezione di giovedì alla comunità montana e superato bene la prova della corsa di ieri. Vedo che Calcaterra e Salaris hanno un cappellino e decido di tentare di imitarli con la mia visierina blu.
Seconda seduta in bagno.
Sono quasi le nove, si esce per completare il riscaldamento con qualche passetto simbolico di corsa. Lo sforzo del giorno prima si sente, i muscoli sono già un po' stanchi, tallone sinistro e ginocchio destro lievemente indolenziti. Il mio obiettivo dichiarato è fare un giro da 30km e poi, dopo un check up (che non è una salsa) decidere sul da farsi e optare per la doccia calda o per la gloria.
Con un po' di ritardo, dopo l'emozionante appello nominale, finalmente si parte. Siamo un'ottantina, molti più delle passate edizioni. Quanta strada davanti! 60 chilometri! I primi 500m su asfalto in salita due anni prima mi erano costati una contrattura per cui oggi parto con estrema prudenza. Durante il primo chilometro, in modo fluido comincia a delinearsi una "situazione" di gara: Calcaterra, Pajusco e uno sconosciuto fanno il ritmo davanti. Salaris dopo breve indugio, scegliendo traiettorie tutte sue sulla larga e sconnessa fascia tagliafuoco, va avanti anche lui. Poi, intorno al secondo chilometro, Sergio Piga e Stefano Ciccarese, reduci dalla 100km delle Alpi (Torino - Saint Vincent) di 7 giorni prima, insieme all'incredibile Leonarda Cantara, già vincitrice della gara di ieri, avanzano anche loro. Il ritmo è tranquillo ma le gambe mi trattengono, impedendomi di seguirli e piano piano li perdo di vista, seguito da vicino dalla grande Monica Casiraghi. Fra il terzo e il sesto chilometro si percorre un “bastone” verso l'area archeologica di Tamuli. Bello il bastone, che permette di salutare e incitare gli atleti che si incrociano e di controllarne la posizione. Bellissima l'area archeologica con le tombe dei giganti e il passaggio fra i provocanti betili, gradito il primo ristoro. Si riprende la tagliafuoco con il suo fondo irregolare, le traiettorie da inventare i saliscendi spesso dolci ma a volte aspri. Al secondo ristoro, poco dopo il decimo chilometro, comincia la vera salita verso il Monte e mi concedo una breve sosta per mangiare un pezzetto di torta e bere una coca. Purtroppo sono costretto ad assistere al ritiro di Monica Casiraghi, dolorante alla schiena forse per problemi ai reni. E' ben assistita, le dico un inutile “coraggio” e riparto. In salita continuo a corricchiare; i muscoli sono sempre indolenziti ma sembra che reggano bene quel ritmo. In cima al monte c'è un piccolo anello. Spero di vedere qualcuno avanti a me, ma sono già passati oltre. Salgo al passo la scaletta che porta al culmine e mi fermo al bel ristoro nel piazzale della chiesetta. Doppia fetta di torta, una da fermo, l'altra provo a mandarla giù mentre riprendo a correre. Non lontano dietro a me vedo avvicinarsi qualcuno. Adesso comincia la parte più facile del circuito, in discesa, prima su morbido fondo naturale, poi su una sterrata carrozzabile. Mi ricordo che, l'anno prima, inseguendo Davide Ribichesu, scendevo ad un ritmo vicino ai 4 minuti al km. Oggi sono molto più lento. Finita la discesa, si ritorna sulla tagliafuoco e si ricomincia a saliscendere: in questo tratto mi raggiungono e superano in 4 approfittando del mio passo poco sciolto e in parte anche delle mie lunghe soste ai ristori. Fra loro riconosco il nuorese Marotto, ieri secondo sul podio della mia categoria. Non riesco a reagire, l'arrivo è ancora un concetto astratto e continuo al mio ritmo. Dopo il tratto forse più tecnico ma molto panoramico di tagliafuoco, cominciano gli ultimi due km di salita per finire il primo giro. E' ora di fare il check up. Le gambe sono stanche ma non dolgono molto più che alla partenza. Anche tallone e ginocchio sono lievemente indolenziti e la scarpa destra mi  preme fastidiosamente sul malleolo. Cosa vuoi di più dalla vita? Ecco, proprio in questo tratto, raggiungo e supero 3 dei quattro che mi avevano superato prima (mancava il nuorese) e lo sconosciuto che era partito troppo veloce. Non ho dubbi. Al ristoro guardo già verso l'alto, verso il secondo giro, verso la gloria e dopo essermi rifocillato ben bene e fatto il pieno di metano - gasato dagli incitamenti di Norma & C. - riparto per gli ultimi 30 chilometri in ottava posizione a 2h31 dalla partenza. Adesso è tutto psicologicamente più facile e dopo ogni ostacolo superato, c'è il sollievo di non doverlo più ripetere. Si può cominciare a fare il conto alla rovescia. Ogni tanto, un bel rutto mi informa che la digestione sta procedendo regolarmente. Ecco di nuovo il bastone. Vedo Stefano Ciccarese fermo con problemi di pancia. Dopo i 100km della domenica prima, i 21km di ieri e i 35 di oggi, il fisico gli ha chiesto di fermarsi. Incredibile che sia arrivato fin lì! Incrocio poi Sergio Piga con circa 3km di vantaggio su di me, con l'aria molto concentrata e impegnata. Poi Leonarda Cantara, anche lei ha almeno 2km di vantaggio, ha ancora un bel passo ma sembra sofferente. Infine incontro Ettore Marotto, anche lui con un bel margine e l'aria tranquilla … sarà difficile riprendere qualcuno di loro, per non parlare del trio di testa Calcaterra, Salaris e Pajusco, che non ho incrociato perché erano ancora più avanti. Al rientro incrocio quelli che avevo superato poco prima e altri, compresa Paola Addari, seconda fra le donne, sempre sorridente nonostante la fatica. Anche dietro non mi pare che ci sia nessuno in grado di raggiungermi. Preso nota della situazione, riprendo la mia corsa solitaria con me stesso, le mie gambe, la mia testa come solo punto di riferimento. Aspetto che arrivi il gran mal di gambe che avevo preventivato per gli ultimi 20 chilometri ma per il momento non si fa sentire. Supero la salita della chiesetta e ancora niente crisi. Il ritmo è solo un po' più lento rispetto al primo giro, i fastidi un po' più forti.  Manca metà della metà. Mi ricordo, nei giorni di crisi, l'incubo del cavolfiore frattale, e di queste metà della metà della metà che continuano a dimezzarsi senza che si riesca mai a raggiungere l'arrivo. Oggi no, i chilometri sono sempre lunghi uguale, dopo un ristoro ce n'è un altro, insomma sono ancora in un normale mondo lineare. Al ritorno sulla tagliafuoco, vedo Leonarda davanti a me. E' molto stanca ma continua a correre, la raggiungo, le dico di stare tranquilla che ha un grande margine sulla seconda e mancano poco più di dieci chilometri e continuo col mio passo. Di nuovo solo. La solitudine è interrotta solo ai ristori, ogni 5 chilometri, dove volontari volenterosi fanno del loro meglio per aiutarci. Al secondo giro, in alcuni ristori, si percepisce un'allegria alcolica in rapida ascesa. Al penultimo ristoro, a 9 chilometri dall'arrivo, uno dei volontari mi appare come un'allucinazione, mascherato da mamuthones. Ricordo che l'anno prima lui stesso si era travestito da sub con tanto di pinne e boccaglio. Nella stanchezza, il nostro cervello regredisce e queste visioni hanno un grande effetto ... mamma, l'uomo nero!
Le mie gambe in azione. Se lo meritano un primo piano.
Quasi alla fine dell'ultimo tratto di tagliafuoco, a circa 5 chilometri dall'arrivo, c'è l'ultimo ristoro. Chiedo se quelli davanti sono lontani, sperando che mi dicano di sì per stare più tranquillo ma mi dicono che è passato uno da poco. Mi preparo ad un duro inseguimento, ma quasi subito raggiungo Sergio Piga che sta camminando. Anche a lui il fisico ha presentato il conto: 100 km domenica scorsa, 55 km oggi, e adesso cammini. I conti tornano: avendo saltato i 21km di ieri, oggi è riuscito a correre per 20km in più di Stefano. Ci scambiamo informazioni su chi è avanti e chi dietro poi riprende a corricchiare ma va molto più piano di me e lo perdo subito di vista. Ma a me il fisico quand'è che presenta il conto? Ero pronto a pagare ma i temuti dolori muscolari che mi avevano attanagliato le gambe alla maratona di Firenze, alla Sardinia ultramarathon di 3 anni prima, al passatore e alla fine dell'ironman, nonostante l'allenamento estremamente precario, non sono arrivati. Gli ultimi chilometri li ho corsi quasi in trance, pregustando il sapore dell'arrivo. L'ultimo tratto è in discesa e ho ancora le energie per chiudere con un bel passo in spinta e godermi gli applausi. 60 chilometri (più i 21 di sabato) preparati in 30 giorni, e quinto posto assoluto: per me è stata un'impresa e, se non me lo dice nessuno, me lo dico da solo "Lorenzo, sei grande!"
A presto con "Aspettando Benedetto"