Visualizzazione post con etichetta ultratrail. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ultratrail. Mostra tutti i post

sabato 17 marzo 2018

Trail del Marganai

Partenza
Entrare nella grotta è sempre una meraviglia. Ammirare il fascino di quel mondo sotterraneo costruito in puro stile gotico in millenni di continuo lavoro certosino di gocce d'acqua calcarea, immaginare, dietro ai cancelli chiusi, corridoi infiniti di palazzi principeschi con sale immense, corsi d'acqua, mondi misteriosi. Uscire dalla grotta è altrettanto affascinante, con il manifestarsi dei colori, il verde che è vita e degli spazi aperti che sono libertà e del blu che ... oggi niente blu, pazienza.
Cerco di capire chi saranno i miei compagni di viaggio. Scambio due parole con una coppia di inglesi venuti appositamente da una cittadina fra Londra e Cambridge. Lì piove quasi sempre e la pioggia non li spaventa; sarebbero una buona compagnia ma aumentano il ritmo e non li vedrò più. Una scopa non si deve affezionare, mai. Ne va della sua professionalità. Anche Agnese oggi è in missione speciale e non mi aspetta! La saluto all'ingresso del sentiero.

Arenas – Graziella
Quando vedo Graziella che alterna camminata a corsa anche sul falsopiano iniziale, capisco che sarà lei la nostra compagna. Lei, come poi Patrick più tardi, si pone problemi nei nostri confronti. “Vi rallento, mi dovete aspettare”. È così ma questo è il ruolo delle scope. Senza qualcuno che ci rallenta il nostro scopo di scope verrebbe a mancare. Siete voi ultimi la nostra ragione d'essere; grazie per rallentarci.
La salita è lunga, tecnica, all'inizio anche ripida. Sulle pareti del lunghissimo tunnel nella foresta avvolgente ogni tanto si aprono delle finestre dalle quali si scorgono paesaggi sempre più ampli. Il gigante sa ricompensarci e l'altezza dà significato alla faticosa conquista offrendo panorami immensi, senso di dominio. Graziella è soddisfatta ma già provata dalla prima lunga salita e non è pronta alla sicura sofferenza che l'aspetta più avanti; decide di fermarsi ad Arenas. Rispetto per tutti quelli che ci provano, indipendentemente dall'esito.
Puddusinu – Gianni
Siamo gli ultimi, al ristoro dobbiamo finire tutto! Spazzolare tutto ciò che resta fa parte del lavoro di scopa. Niente male la confettura di mandarini; sono le 9 e mezza, è ancora presto per una birra, la chiederemo al prossimo ristoro. Siamo bravi io e Gianni: lasciamo il ristoro di arenas quasi pulito 25 minuti dopo il penultimo atleta. C'è da correre per raggiungerlo e la cosa non ci dispiace. Gianni è un ottimo compagno di viaggio, forte, spiritoso. Infatti sarà una frazione frizzante, veloce. Quasi tutta discesa e nel tempo di un respiro arriviamo a Puddusinu.
Antas – Alessandra
Al ristoro di Puddusinu troviamo Alessandra, ferma per una lieve crisi respiratoria, d'asma.
L'ostacolo di Alessandra è più alto. Il suo obiettivo è arrivare senza prendere ventolin, superando le crisi di asma col puro controllo del respiro. È difficile e in certi momenti frustrante non potere respirare a volontà ma poi, avere la meglio sulla malattia è una vera vittoria e una grande soddisfazione.
Si parla anche di Roberto Zanda e della sua vicenda ormai avviata verso un epilogo drammatico. Ecco, è qui, arrancando in salita, sotto la pioggia che si può parlare a ragion veduta di lui e della sua vicenda. Che ne sapete voi che commentate e criticate dal divano di casa? Noi vediamo in lui una passione assoluta, estrema, inarrestabile. Un paradigma che ci fa vedere fino a dove può arrivare l'uomo con la sola forza della passione. Un uomo che sicuramente, col suo esempio ha portato molti a superare i propri limiti mentali. Forza Roberto, sei un grande!
Il bellissimo sentiero di antica origine romana ci porta in vista del meraviglioso tempio di Antas. Alessandra, prima di scendere al ristoro, fa una breve pausa per non farsi vedere ansimante dai medici del presidio. Poi anche lei parte e la rivedrò al traguardo.
Malacalzetta – Patrick
C'è anche chi, in tutto ciò (lotta contro se stessi, contro la natura, …) trova lo stimolo più grande in una medaglia. È un po' che Patrick sta con noi. Ogni tanto prova a correre ma poi deve rinunciare: un infortunio al polpaccio gli impedisce di correre già da quando mancavano una trentina di km al traguardo. L'ostacolo è diventato troppo alto per lui. “Mi ritiro, non ha senso andare avanti così, ...”. Patrick dice tutto col sorriso sulla bocca; riesce dire sorridendo anche che è morto e amareggiato per la prospettiva del primo ritiro. È la sua naturale simpatia che lo fa sorridere dove altri piangerebbero. In realtà è serio. Il villaggio abbandonato di Malacalzetta, con i suoi fantasmi che fanno festa in continuazione fra i ruderi delle abitazioni minerarie è il giusto sfondo. Dopo un'oretta di simpatiche lamentele, Paolo gli urla: “non dovrei dirtelo ma per i finisher quest'anno c'è la medaglia”. Si ferma un attimo, cambia espressione e riparte, sempre camminando ma a velocità doppia rispetto a prima! Patrick, l'autoeroe, si merita una medaglia e non possiamo che incoraggiarlo in questo suo nuovo obiettivo.
Marganai – Paolo
Paolo, il motivatore di Patrick, è anche l'ideatore del percorso e conosce a memoria tutte le difficoltà che lo aspettano. Le parole di Fabio Vedana “hanno deciso di crearsi un ostacolo e di superarlo” per lui calzano a pennello. È lui che ha disegnato il percorso, si è regalato tutti quei denti dell'altimetria che affondano nei suoi quadricipiti poco allenati e anche quei 5 chilometri finali in più per rendere il suo ostacolo un po' più alto. Lo affronta con sofferenza ma anche con la serenità di chi manda consapevolmente l'ambizione oltre le capacità fisiche. E viene ripagato, anche lui, dal solito gigante buono. Più è maestosa, selvaggia e apparentemente ostile, più la natura ci affascina. Le pareti verticali, le rocce dure e spigolose, le intemperie … . Anche la salita verso Marganai offre scorci di bellezza selvaggia che addolciscono e giustificano la fatica.
Il bellissimo silenzio della natura è rotto da un continuo chiacchiericcio, fra lui e Patrick c'è sempre chi parla. È però sempre piacevole sentirlo parlare, con intelligenza, esperienza e passione. Sono sicuro che con lui alla guida questa manifestazione diventerà sempre più bella.
Punta San Michele – io
Dopo l'ultimo ristoro del Marganai, si sale ancora un po' fino a punta san Michele, con i suoi famosi panorami nascosti nelle nuvole, tutti da reinventare con l'immaginazione.
Siamo qui, fuori dal salotto di casa, per superare i nostri limiti mentali e raggiungere o almeno avvicinare quelli fisiologici, senza superarli però, perché superare i limiti fisiologici vuol dire, inevitabilmente, scoppiare o rompersi. Io ci sono andato a sbattere più volte e a quanto mi hanno detto i medici, ora devo rallentare. Eccomi qui, infatti, a fare la scopa rispettando i limiti di velocità e i divieti di sorpasso del mio nuovo regolamento stradale.
Almeno nel finale voglio però correre con me stesso e ritrovare un po' di silenzio, di immersione completa nella natura e di allegria nelle gambe. Nell'ultima discesa, mi regalo una licenza e lascio Paolo e Patrick con Gianni. Mi diverto a scendere in relativa velocità, controllando, in equilibrio dinamico, le mini-scivolate sul fondo fangoso; ogni tanto mi fermo ad aspettare, poi riparto con la buona compagnia di me stesso.
Ed ecco l'arrivo. La festa, nonostante sia cominciata molte ore prima, continua; molti sono già partiti ma l'accoglienza è fantastica e il piacere di essere arrivati si concretizza in una doccia calda, due o tre birre fresche, un buon pasto e un caldo abbraccio sociale.
Bello essere arrivati. Ma non ci fermiamo qui. Presto andremo al sea trail di Porto Corallo, dove splende sempre il sole.
Un altro giorno pieno di vita è passato e me ne restano, fino a prova contraria, altri 17135!

domenica 25 febbraio 2018

Una scopa e il suo scopo al Montiferru winter trail.

Se non si corre nessun rischio non si vive perché anche solo respirare potrebbe fare entrare nei polmoni un microbo o una particella letale. Se si rischia troppo non si vive perché si muore. La giusta misura sta quindi da qualche parte in un punto d'equilibrio lì nel mezzo. Osare qualcosa per vivere intensamente, possibilmente senza morire. La grande maggioranza delle persone resta chiusa in un salotto vicino al limite del non vivere per non rischiare di essere uccisa da una goccia d'acqua sulla testa. Qualcuno, molti pochi, stanno oltre il punto d'equilibrio vivendo al massimo e sperando di sopravvivere a rischi estremi. Il pensiero, affettuoso, va a Roberto Zanda. Io personalmente mi aggiro lì nel mezzo cercando l'equilibrio perfetto anche se so bene che non esiste perché dipende dalla fortuna, da possibili, più o meno probabili, incidenti. Penso anche a mio padre che in uno di quegli incidenti ha perso la vita. Pioveva quel giorno in val Ferret, piove oggi. Farà freddo e viene freddo anche solo a guardare i titoli dei giornali che evocano il soffio gelido di Burian. Ma si parte, chi consapevole, chi no, per la nostra avventura; sarà un estremicchio molto controllato e con probabilità di rientro con i quattro arti del 99,99%.
Già salendo alla parte alta di Santu Lussurgiu, capisco che sarà Agnese la mia compagna di viaggio e ne sono contento perché mi piace molto la sua grinta e il suo entusiasmo contagioso. Devo accompagnarla al traguardo entro il tempo limite che coincide col calar delle tenebre. Quindi oggi lei è il mio SCOPO e io sono la sua SCOPA, in un interessantissimo rapporto di coppia con inversione di genere. Lui al femminile, lei al maschile, un buono sceneggiatore potrebbe scriverci una piccante commedia all'italiana ma nella realtà si è svolto tutto in modo estremamente professionale.
Agnese dà il ritmo, io la seguo. Mi basta poco per imparare il suo ritmo e allora mi metto davanti anche perché ho occhio e intuito per vedere i nastri, in parte calpestati e nascosti dalla neve. Anche lì mi ci vuole poco per capire la strategia di nastratura; basta entrare nella testa dei nastratori che hanno provato ad entrare nella testa degli atleti: pochi nastri dove si deve andare dritti e moltissimi dove ci sono svolte o immissioni. Purtroppo i nastratori non immaginano che agli atleti impegnati nella corsa resta un solo neurone per prendere le decisioni. Lo so bene perché succedeva anche a me. E allora quelli particolarmente attenti se non hanno un nastro a vista si preoccupano e magari si fermano e tornano indietro a cercarli mentre altri particolarmente disattenti non vedono neanche le svolte segnatissime rischiando di disperdersi. L'unica soluzione sarebbe accompagnarli per mano uno per uno ma io, scusate, ne seguo uno alla volta, sono un professionista e oggi sono già occupato.
Seguendo la “yellow brick road” dei fiocchi gialli e neri ci si immerge in un mondo magico, pieno di sorprese, di variazioni continue. La zona alta, dei roccioni vulcanici e dei panorami sconfinati è perennemente avvolta dalle nuvole e lo sguardo va a sbattere contro una barriera fittissima di goccioline d'acqua in sospensione. Ma poi si scende nel bosco, dove si trovano alberi abitati, cascate rigogliose, sentierini pavimentati in morbida terra, balconi con vista mare. È una goduria continua.
L'acqua, in tutti i suoi stati – solido, liquido e vapore – proveniente da tutte le parti, da sopra a sotto, è la protagonista. Quando decido di mettere il cappuccio, è già mezzo pieno d'acqua e un gelido rivolo mi percorre la schiena. Scorre anche sul terreno creando pozze e torrenti estemporanei che occupano tutto il sentiero. Guadi e pozzanghere prima si evitano con cura, poi si fa finta di non vederli e alla fine si cercano, per sciacquare i piedi dal fango e far rilassare i piedi. Ogni 60 minuti, infatti, è opportuno decongestionare piedi e caviglie con un'applicazione di freddo e qui è tutto offerto.
La candida neve, simbolo di purezza, nel volgere di poche ore si è trasformata in guazzetto grigio e poi in melma marrone, simbolo di impurità. È sicuramente una metafora di qualcosa che però ora mi sfugge; per me è tutta natura e ci sguazzo con piacere. Agnese invece la odia ma, sia pure imprecando, va avanti risoluta.
La scopa e il suo scopo dopo poco più di 9 ore, rientrano in paese per l'arrivo. La mente però non si ferma; continua a correre verso Domusnovas per il trail del Marganai, dove splende sempre il sole.
Un brivido corre sulla schiena di tutti quando ci si accorge che un atleta manca all'appello. Si sono perse le sue tracce da diverse ore ed è già buio. Il pensiero torna a quello 0.01% di probabilità di incidente. Per fortuna poco prima delle 8 arriva anche lui. L'equilibrio oggi è stato pienamente raggiunto e me ne posso andare a dormire estremamente soddisfatto. Un altro giorno pieno di vita è passato e me ne restano altri 17150!

martedì 11 aprile 2017

BVG trail - 75 km sul Garda


Devo ricordare di procurarmi delle costole in “memory foam”. Se le avessi, forse, riuscirei ad adattarmi alla durezza del pavimento del circolo velico di Bogliaco e ad addormentarmi. Forse no, perché all'una di notte apre il cantiere per la costruzione di un lettino da campeggio e, fino all'una e mezza, gli operai lavorano senza esclusione di colpi a quell'opera monumentale. Mi giro in continuazione nel mio sacco a pelo per distribuire uniformemente le ammaccature. Alle 3 un altro vomita con entusiasmo. Per il resto, riempio la notte con la soddisfazione per la splendida giornata trascorsa lungo i sentieri della Bassa Via del Garda.
La notte prima, per fortuna, avevo dormito in un morbido letto nell'albergo da Tiziana. La signora Tiziana mi aveva anche preparato una bella colazione con torta, affettati e uova sode. Preparo lo zaino con il materiale obbligatorio: telo termico, giacca, fischietto, fascia elastica e doppia lampada frontale perché se dovesse fare notte prima di arrivare e se la prima lampada non funzionasse ci sarebbe la seconda. Ma allora, se facesse freddo e il telo termico fosse bucato o se, caduti in un fosso, il fischietto facesse pernacchie, forse sarebbe meglio avere una seconda copia di tutto … ma se anche la copia non funzionasse? Per la sicurezza sarebbe meglio che ce ne stessimo tutti a casa circondati da lampade frontali con pile di riserva ma oggi si esce e per la mia sicurezza, mi porto anche, nella spallina dello zaino, un bell'uovo sodo di Tiziana, che non si sa mai.

Alle 5:15 parte il pullman per il campo sportivo di Salò dove c'è il ritrovo. Poi, con un paio di chilometri a piedi, ci si reca alla partenza nella bella piazza del comune, sul lungolago.
Parto con calma. So che non devo strafare e non forzo ma dopo il primo saliscendi, le gambe mi fanno già percepire la loro presenza e invocano prudenza! Le scarpe, appena risuolate, mi sembrano un po' dure nell'impatto col suolo e mi preoccupo un po' per schiena e ginocchia. Dopo un paio d'ore di corsa ho già sudato troppo e, per ridurre il rischio di crampi, decido di togliermi la maglia termica e di correre a torso nudo. Sono le 9 del mattino e all'ombra fa ancora fresco. Un passante mi guarda e sorride da sotto la sua pesante giacca ma sono convinto di aver fatto bene.
Stefano in discesa è più veloce di me, in salita sono più veloce io. Nei ristori lui, nelle pisciate io. Ci ritroviamo spesso, facciamo un po' di strada insieme poi ci riperdiamo.
I tratti in asfalto mi danno la possibilità di alzare lo sguardo sul paesaggio senza dovermi fermare. La presenza continua del lago, come un sottofondo musicale, allieta e conforta la vista, ora dietro una leggerissima foschia, ora fra gli ulivi, dietro ai fiori o di sfondo ai paesi. Ci scendiamo al lago, per percorrere il lungolago di Bogliaco. Siamo ad un terzo del percorso e siamo all'inizio; ora comincia la parte più dura e affascinante. Morbide colline e gole selvagge. Sole e ombra. Asfalto e sentieri ripidissimi. Chiese e rocce. Un mix schizofrenico ma divertente.
Uovo, se ti mangio, mi strozzi? Non ti mangio, ti porto entro il calar della sera a Limone, così con uovo e Limone facciamo maionese e ci guardiamo il tramonto sul lago con una birra in mano. Si affaccia dalla spallina dello zaino ad ammirare gli scorci più spettacolari; attraversiamo un canyon profondissimo su un ponticello pedonale. Ci fermiamo qualche secondo in ammirazione ma siamo in gara e dobbiamo ripartire.
I chilometri passano veloci; Stefano è dietro e da un po' non lo vedo. Incontro davvero pochi atleti ma sono io che li raggiungo e questo mi stimola. Supero anche due giovani atleti del team rivale Campania. Stai a vedere che questa volta li battiamo. Un capriolo-camoscio, creazione mitologica della mia ignoranza, sfiora il percorso di gara. Non ho il GPS; quanto manca? I volontari danno riferimenti spesso contraddittori e qualche volta si va avanti ma la distanza mancante aumenta. Mi affido allora all'altimetria sbilenca riportata sul pettorale. Dovrei farcela ad arrivare entro 11 ore, tempo che avevo stimato come obiettivo dignitoso.
La crisi non arriva e neanche i crampi che mi avevano tormentato nelle ultime gare, solo stanchezza e mal di gambe. Ogni pendenza ha i suoi dolori; in discesa, oltre il -20% sono i quadricipiti, che urlano sotto le bastonate del terreno. In salita, dopo pochi passi di corsa, le gambe si riempiono di un fluido gelatinoso che brucia e le rende molli costringendomi a tornare al passo. Nell'intervallo -5% - 0% mi diverto ancora ma capita di rado. Boschi di larici bruciati fanno un buon odore, la vita tornerà. Dopo una bellissima cresta e l'ennesimo ripido attraversamento di una forra, si raggiunge un boschetto quasi pianeggiante che si affaccia sul ripidissimo versante di una valle. Sono arrivato alla discesa finale. Ormai è fatta, sono proprio contento. È ripidissima ma non mi fa paura; le gambe reggono ancora. Nei punti più pericolosi, i volontari allargano le braccia come per fare una ringhiera umana. Poi si arriva sull'acciottolato spaccagambe del fondo valle. Gradualmente la pendenza scende sotto il 20% e la bella stradina pedonale che segue il torrente diventa divertente da correre, soprattutto con la gioia che monta per l'approssimarsi del traguardo. Si entra a Limone e poco dopo si arriva al lago. Dopo averlo visto da tutte le prospettive, mancava solo l'ultima, quella da dentro. Il percorso, seguendo la riva, ci costringe infatti con i piedi nell'acqua. Ultima salitella, giro di pista e arrivo, in 10h19, ventinovesimo e terzo fra gli ultracinquantenni. L'uovo è arrivato primo fra le uova. Siamo contentissimi.

Maurizio è arrivato da una mezzoretta e Stefano arriverà un quarto d'ora dopo di me. Non c'è ancora la classifica ufficiale ma dovremmo essere arrivati fra le prime tre regioni. Bravissime anche K, Paola e Maria Vittoria della rappresentativa femminile sarda.
Dopo l'arrivo, Stefano deve partire per tornare in Sardegna e prende l'auto che aveva lasciato la sera prima lì a Limone facendosi riportare da Tito a Bogliaco per il ritiro del pacco gara e da uno dell'organizzazione a Gargnano per la notte. Io lo accompagno con Maurizio fino a Salò per prendere l'auto che Maurizio aveva lasciato alla partenza e, dopo aver accompagnato Maurizio da un'amica, ritorno con l'auto a Bogliaco dove passerò la notte. L'auto di Maurizio mi servirà il giorno dopo per andare con Paola e Maria Vittoria a prendere Maurizio a Salò e poi all'aeroporto di Bergamo. Se non siete riusciti a seguire tutti questi spostamenti, non è importante; volevo solo dare un'idea della complicazione della logistica. Insomma, mi sono perso il tramonto sul lago perché fra le 19 e le 21 mi aggiravo in macchina per la statale gardesana occidentale. Peccato, io e il mio uovo avremmo meritato la vista del tramonto con i piedi a bagno nel Garda e una birra in mano.
In conclusione, gara con un percorso a tratti meraviglioso, ben segnato, presidiato e ristori ricchi financo di birra. Buona partecipazione della gente del posto e prestazione spettacolare delle mie gambe. Uniche pecche: un po' troppo asfalto e una logistica incasinata che rende più faticoso il prima e il dopo gara. L'uovo? L'ho portato con me in Sardegna.
“Cosa ci hai portato dalla Lombardia?” “ Ecco, qui, un bell'uovo sodo del Garda!”
E ora devo subito liberarmi da questo sorriso ebete da autoeroe: ho due settimane per mascherarmi da triatleta.

giovedì 6 aprile 2017

BVG trail - preview

Dopo la Ronda Ghibellina, eccomi alla vigilia della seconda tappa del trofeo delle regioni: il trail della Bassa Via del Garda (BVG) di 75km con 4000 metri di dislivello, sui bei sentieri che si affacciano sul lago.
Questa volta, nella rappresentativa maschile sarda saremo solo in tre. Ognuno si porta la sua borsa e si portafortuna carezzandosi da solo la testa. Dobbiamo arrivare tutti per fare classifica, quindi l'obiettivo principale sarà raggiungere il traguardo a Limone del Garda. Non c'è fretta. Il molise non si presenterà e non ci sarà neanche un podio di categoria da inseguire. Ne approfitterò per andare tranquillo e godermi il contesto, i paesaggi e la corsa sui sentieri. Devo ricordarmi di portare il materiale obbligatorio, di installare i limitatori di velleità, i dossi artificiali rallenta-ego nel cervello, chiudere bene il rubinetto dell'adrenalina che perde e partire piano piano.
Non ho capito se sono in forma o se sono a pezzi. Un giorno mi sento in forma, quello dopo a pezzi. Oggi è giorno di spezzatino. I parametri vitali sono comunque ancora sufficienti, il respiro è regolare e il cuore ogni tanto batte un colpo e tanto basta a rendermi ottimista. Lungo i 75 chilometri del percorso, il suolo brulicherà di 75 milioni di piccolissimi millimetri, o 200 milioni di minuscoli millipiedi, artropodi che non vedo l'ora di calpestare, uno per uno. Il sole splenderà alto nel cielo, poi cercherà di scendere ma io lo fermerò lassù che mi voglio godere il tramonto sul lago al traguardo con una birra in mano.

martedì 7 marzo 2017

Trail del Marganai – Vola solo chi osa farlo

C'è gente estremamente attiva che soffre di intestino pigro. Io sono esattamente al contrario. La mia pigrizia è compensata da un'attività intestinale invidiabile. Anche questa notte, mentre io dormivo, lui lavorava incessantemente. Fuori dall'equilibrio termodinamico, continue transizioni di fase lungo l'isoterma dei 37 gradi, provocavano sbalzi di pressione con conseguenti aumenti di volume e movimenti incessanti. Era come se avessi un motore a vapore nel ventre e fra sbuffi e spinte, anche se cercava di non far rumore, ha finito per svegliarmi.
La sveglia è puntata alle 5 e 10 ma, dopo avere indugiato una mezz'ora fra letto e WC, alle 4 e mezza sono già in piedi.
Quando mi sveglio davvero, mi trovo intorno al quarto chilometro. Mi rendo conto di essere già molto in ritardo rispetto alla tabellina del 5 che mi ero fatto per chiudere intorno alle 5 ore: sono partito proprio piano. La mia lampada frontale, obbligatoria per il passaggio attraverso la splendida grotta di San Giovanni, ha anche l'opzione lampeggiante: “questa la userò per segnalare il cambio di direzione quando vi sorpasserò” avevo spiegato agli amici ma dormivo e ora sono già fuori dalla grotta, l'ho riposta nello zainetto e non ho superato ancora nessuno. Allungo il passo e ne approfitto per scambiare due parole con gli amici che raggiungo: Ivan, Luca, Gianni, poi Teo, K e Giuseppe. Tutti outsider, i favoriti sono spariti davanti. L'asfalto intanto ha lasciato posto alla terra, poi la strada al sentiero e il falsopiano alla salita.
Poi la finestra del bosco si apre e mi affaccio a guardare. Bello svegliarsi qui. Vola chi osa farlo e il coraggio di alzarsi prima dell'alba, sfidando previsioni meteo nefaste e disagi intestinali, è già ampiamente ricompensato dalla bellezza del marganai, dei suoi boschi, panorami, miniere, grotte, monumenti archeologici e naturali.
Comincia la discesa che affronto con grande cautela. Al decimo chilometro, sento già dolorini alla schiena, al ginocchio destro e sotto il piede sinistro. Cerco di evitare di pestare le pietre per non peggiorare la situazione: è presto per soffrire davvero ma mi rendo conto che è impossibile fare un trail di 47 km evitando le pietre. Intanto l'unghia dell'alluce sta come d'autunno sugli alberi le foglie e cade senza un lamento.
Risalendo l'ennesimo dentino dell'altimetria, raggiungo Enrico, anche oggi in crisi. Visto che gli appelli personali non funzionano, vorrei organizzare una raccolta di firme per sostenere la petizione “fermate Enrico Di Cosimo” per convincerlo a non partire troppo forte.
Sono contento. Vola chi osa farlo e affrontare i dolori, le unghie cadenti e i sassi è ricompensato dalla sensazione di onnipotenza che provo volando leggero sulle salite mentre gli altri arrancano. Il podio è irraggiungibile ma sto bene, Teo ed Enrico sono dietro e mi diverto scendendo lungo il bellissimo sentiero che porta al tempio di Antas. Sono a metà strada e al ristoro mi informano che sono risalito fino alla sesta posizione.
Negli ultimi 10 km, il percorso di gara si unisce a quello della 27, partita due ore dopo e della 17 partita 3 ore dopo. Dopo molti chilometri solitari, lungo la salita verso la forestale del Marganai, vedo una bella fila di gente. Dopo quasi 40 km mi sentivo lento e pesante ma, con grande sorpresa, mi rendo conto che, nonostante i 30 km in più sulle gambe, riesco a correre dove gli altri camminano, superando tutti. L'entusiasmo aumenta quando incontro gli amici Tito, Carlo e Sebastiano, che, sapendo che sono al quarantesimo, mi incitano con calore. Ora mi sembra di volare. Starei proprio bene, non fosse per una sensazione di crampo incombente. Si sta ripetendo, pari pari, la situazione del finale di gara della Ronda! Inizio il conto alla rovescia: -10, le contrazioni sono ancora sotto controllo. Al ristoro -9 mangio una banana che sembra attenuare le vibrazioni dei polpacci e mi consente di arrivare senza troppi problemi all'imbocco del sentiero -6 che scende dagli 800 metri della punta San Michele verso i 200 del traguardo.
Vola solo chi osa farlo. Nell' “osare” è implicito il rischio di cadere, soprattutto se non si hanno le ali. Dopo lunghi convenevoli, ecco il crampo. Il polpaccio destro si ribella con violenza. Il dolore, all'inizio sembra insopportabile e mi devo sdraiare per terra per cercare di scioglierlo ma, dopo 10 secondi, 20 secondi, 1 minuto, 2 minuti, 4 minuti di tentativi inutili, sono ancora vivo. Si può sopportare, quindi. Anzi, mi ci sono quasi abituato. È parte di me; è come un cagnolino che ha la cuccia nel polpaccio e dopo 4 ore di sballottamenti comincia a mordere. Forse è passato, penso, ma vedo il polpaccio ancora deformato da un orribile bozzo. Mi aiuta un gentile signore e dopo 5 minuti di agonia finalmente il crampo si scioglie e riesco a rialzarmi. Mancano 4 km e prima con estrema cautela, poi solo con attenzione, riesco a scendere corricchiando fino al traguardo. Arrivo settimo, in 5 ore e 18 minuti. Ho osato, volato, sono caduto, mi sono rialzato e ora sono molto contento. Come me, quasi tutti hanno osato, volato, sono caduti e sono contenti anche se qualcuno è caduto davvero, altri sono arrivati doloranti e moltissimi si sono persi allungando di 1-2 chilometri il percorso di gara. Quando si osa, a volte si sbaglia ma fa parte del divertimento. C'è un magnifico clima di entusiasmo. Dopo un volo così è bello anche atterrare e condividere le emozioni provate, riempiendo e svuotando di birra per 7 volte il mug riservato ai finisher. C'è scritto 7 e io l'ho interpretato così.

mercoledì 1 marzo 2017

Trail del Marganai - preview

Teo mi scrive: “Abbiamo finito ora; 22 lenti, perché ti vogliamo asfaltare domenica prossima.”
“22 lenti, perché siete lenti. Domenica non ci sarà storia.”
Tutti contro tutti. Al Marganai sarà una bellissima sfida con quasi tutti i più forti ultra-trailer sardi a confrontarsi sulla distanza dei 47km. L'anno scorso avevo partecipato alla gara dei bimbi, la 27km, arrivando secondo. Quest'anno mi confronterò con i “grandi”. Ci sono premi solo per i primi 3. Io credo di meritarmi un posto nella top ten ma arrivare sul podio mi sembra praticamente impossibile. Dovrò inventarmi qualcosa in chiave tattica. La maglia termica da 50 euro che mi aveva aiutato a sbaragliare gli amici-avversari alla Ronda Ghibellina ha ormai fatto la sua parte. Dovrò comprare nuovi gadget sempre più costosi e strabilianti. Sto pensando a mutandoni termici a batteria, calze “compression” per controllare gli alieni o quasiasi altra cosa molto costosa … ormai è provato che la sola vista di scontrini a tre cifre dei negozi sportivi fa venire il mal di pancia ad Enrico.
Ma non basta eliminare un Enrico. Ce n'è anche un altro che sta andando più forte di me. Poi ci sono Stefano, Davide, Massimo … per non parlare di Filippo. E quelli da fuori?
Passando al tempio di Antas, chiederò aiuto al “sardus pater babai” che ho sempre adorato per accompagnare carni rosse e formaggi saporiti. Al ristoro, il forte “carignano” metterà in difficoltà stomaci meno pelosi del mio. Poi lo saluterò con reverenza: “babai, sardus pater”, ciaociao.
Indosserò calzette già bucate, per neutralizzare i malefici di Malacalzetta, dove le calze si bucano formando grumi maledetti.
Ma la tattica segreta, quella che so solo io e che non dirò a nessuno, è questa: tutti sanno che le salite, fatte al contrario, diventano discese. Io quindi le farò tutte correndo all'indietro; i D+ diventeranno di meno (D-) e supererò Filippo sfrecciando, nuca in avanti, giù per la salita al monte San Michele. Sarà una gran confusione tattica, peggio della partita di rugby Inghilterra – Italia e, come la nazionale di pallaovale, la userò per finire bastonato dignitosamente.

venerdì 3 febbraio 2017

Ronda Ghibellina

Alla partenza, i miei obiettivi erano chiari:
  1. arrivare fra i primi tre della squadra per dimostrare di non essere solo una mascotte
  2. arrivare fra i primi 5 vecchietti ultracinquantenni per salire sul podio e conquistare il sacchetto
  3. battere il molise nella classifica delle regioni
  4. raggiungere entro 5 ore e mezza il boccalone di birra riservato ai finisher
  5. ultimo ma più importante di tutti: divertirmi!
Il molise, forse per paura, non si è neanche presentato; quindi, l'obiettivo numero 3 è stato raggiunto senza colpo ferire.
La mattina è bella ma fredda. L'ideale per provare la maglia termica comprata il giorno prima. Con 50 euro di maglia termica, vuoi che non riesca a battere Teo e la sua maglia decathlon da 20?
Mentre Enrico si scalda correndo con i top runners, noi ci scaldiamo col calore umano della folla ammucchiata dietro la linea di partenza. Lui partirà veloce, come al solito e sono sicuro che non lo vedrò più fino al traguardo. Noi si sta come spumanti a capodanno: conto alla rovescia, qualcuno toglie il tappo e sgorghiamo.
Scena prima. Strade di Castiglion Fiorentino. Si corre in salita verso il centro del paese. Diego mi supera a gran velocità. Non vedrò più neanche lui, penso. Stefano mi ha superato poco prima e Teo è partito davanti. Sono ultimo della squadra maschile. L'incubo “mascotte” si sta realizzando. Tengo lo sguardo attaccato a Teo, non è lontano e ci giocheremo i posti di mascotte e portaborse. In un tratto di leggera discesa lo raggiungo e supero con uno sguardo di sfida. Ricambia lo sguardo ma non mi segue. Sposto lo sguardo su Stefano, l'unico dei nostri ancora in vista. Si passa nella bella piazza del paese ma ho occhi solo per lui e lo vedo allontanarsi.
Scena seconda. Km 4. Ora siamo nel bosco, su un sentiero in ripida salita. È difficile superare ma stare in coda non mi piace e colgo ogni occasione buona per passare qualcuno. Poco avanti a me ecco di nuovo Stefano; lui sta buono in fila, è prudente e conserva energie per dopo; io non penso al futuro, sono qui, ora, vivo, mi diverto e lo raggiungo. Un saluto, una mano sulla spalla e supero anche lui.
Scena terza. Ristoro del km 17. “Ciao Lorenzo” “Ciao Diego, non ti avevo riconosciuto! Cosa fai qui? Ti sei fermato a mangiare?” “Sì ma ora riparto”. Riparto anche io. Poco dopo, in salita, inserisco la spinta dei glutei, lo supero e lo perdo di vista.
Scena quarta. Sono quasi al trentesimo chilometro.“Oh Lorè” mi volto e dietro di me si materializza Enrico. “che ci fai là dietro??” “Mi sono dovuto fermare per problemi intestinali, è la terza volta”. “Allora sono primo dei sardi!” Io vado a passo costante. Enrico invece alterna momenti in cui va piano ad altri in cui corre veloce. Ho ancora buone gambe, sono un po' doloranti ma obbediscono e quando Enrico accelera, provo a seguirlo aumentando un po' il livello di sofferenza e ci riesco. Quando poi rallenta, lo supero. Continuiamo così, alternandoci per qualche chilometro. Mi diverto perché sto bene … forse qualcuno non capisce come si possa stare bene soffrendo, ma è così.
Scendendo sul fondo erboso di in un frutteto, lo vedo un po' rigido e lo supero. Lungo la successiva salita forzo leggermente il passo, mi volto e non lo vedo più. Mi sento un drago. L'orsetto di peluche questa volta ha staccato, con le sue zampette pelose, uno alla volta, tutti i componenti della squadra.
Scena quinta. Astronave “Nostromo” in rotta veloce verso il traguardo con a bordo i 5 obiettivi. Lasciata la strada si entra nel bosco. Il terreno è morbido e correrci sopra è una goduria. Non c'è sottobosco e si corre in piena libertà, su fondo naturale, slalomando fra alberi e rocce. Starei proprio bene, non fosse per una strana sensazione di alieni sottopelle che tentano di uscire. I polpacci si stanno per ribellare e cominciano a tremolare scossi da piccole contrazioni estemporanee. Mancano meno di 10 km e nel punto in cui il sentiero esce dal bosco per ritornare sulla strada, arriva il primo crampo duro. Mi devo fermare per scioglierlo. La battaglia con l'alieno dura una ventina di secondi e riesco a domarlo. Riparto con grande cautela. Dietro non arriva nessuno. Progressivamente riesco ad accelerare anche se sento una nidiata di xenomorfi che mi cresce nei polpacci. Si sale di nuovo e riesco anche a raggiungere un ragazzo più in crisi di me. Mi accorgo che la maglia da bici è bagnata di sudore e che la borraccia con i sali è ancora piena. Non è la prima volta che faccio questi errori. È un po' tardi per rimediare ma ci provo. Sfilo la maglia e, a piccoli sorsi, comincio a svuotare la borraccia. Piccole contrazioni si alternano su entrambi i polpacci. Devo correre come un tapascione per non usarli e non svegliare i bebè xenomorfi che stanno sonnecchiando là dentro. Cerco di atterrare col tallone ma non mi viene naturale e le forzature stimolano ulteriori contrazioni. In discesa, basta un piccolo inciampo del piede destro, per svegliare, nel polpaccio sinistro prima ancora di toccare il suolo, il secondo crampo duro. Mi devo fermare di nuovo per scioglierlo e ripartire con ancora maggior prudenza. Ecco l'ultimo ristoro. Chiedo sali. Mancano 5 km quasi tutti in discesa. Prima guardavo solo in avanti, ora mi guardo sempre indietro ma non si vede ancora nessuno. Altra contrazione del 4 grado richter. Mi fermo e questa volta si scioglie subito. Mi volto ancora. Immagino Enrico e Stefano che sopraggiungono a tutta. In una situazione molto simile, al trail dei cervi, Stefano mi aveva soffiato il secondo posto assoluto superandomi nell'ultima discesa come un falco. E Diego? E Teo? Se sarò costretto a rallentare ancora, perfino Teo potrebbe superarmi e dal trionfo passerei alla gogna di mascotte a vita. Come un bambino stanco dal viaggio chiedo in continuazione: “Babbo, quanto manca? Fra quanto arriviamo?” Ad ogni persona che incontro faccio la stessa domanda. 5000 2000 1000 … mi volto sempre più spesso. L'ultimo chilometro inizia con un passaggio in bilico su un argine. Il passaggio è stretto e irregolare e arriva un altro morso. Gli alieni si stanno espandendo: dal polpaccio sono arrivati alla coscia e me la stringono fra i denti. Non so come liberarmi, provo a continuare camminando ma mi devo fermare. Riesco ad indovinare la posizione giusta e mollano la presa. Si torna su strada e torno a correre. Mancano 100 metri, ormai è fatta! Ecco l'arrivo. Sono 41esimo su quasi 500 partenti, terzo su quasi 100 di categoria, primo della rappresentativa sarda, 5 ore e 9 minuti. Mi riempiono un bel boccale di birra e Matteo e il padre mi accolgono festosamente. Ci sarebbe da essere raggianti ma l'ultima penosa ora ha lasciato il segno. Mi è mancato, nel finale, l'obiettivo 5, il più importante e mi ci vuole un po' a realizzare quanto mi fossi divertito prima.
Enrico arriva 2 minuti dopo di me e Teo e Stefano arrivano insieme a 5 minuti. Diego arriverà un po' più tardi attardato da un'infiammazione. Poi K, Maria Vittoria e Martina. L'ego intanto comincia a gonfiarsi e si gonfierà così tanto che continuerà a sfiatare per buona parte della notte.
Anche oggi, dopo 5 giorni, ogni tanto, mentre sto qui a scrivere, uno sbuffetto d'ego mi fuoriesce dal colon.

mercoledì 1 febbraio 2017

Ronda Ghibellina - La vigilia

All'aeroporto di Pisa, sono con Teo, Enrico, e Martina della rappresentativa sarda, Tito che accompagna Martina e Rossano, anche lui in viaggio per la Ronda. “Rossano, vai pure con Tito e Martina, che ci sono Stefano e K che ci aspettano fuori”. Stefano è fuori dall'aeroporto, ma molto fuori. È ancora in liguria e questo innervosisce Teo. Come mascotte, tento di convincere Teo che tutto è a posto e al massimo in un'ora e mezza arriveranno a prenderci.
E infatti, dopo 90 minuti di piacevole soggiorno all'aeroporto Galileo Galilei, arrivano e finalmente si parte per Castiglion Fiorentino. Salgo in auto con Tito, Martina e Rossano che ci avevano aspettati.
La signorina, alle rotonde non dice mai di andare dritto; per paura che qualcuno possa prenderla alla lettera e seguire il diametro, dice: “prendere la seconda uscita per proseguire dritto”, così è più chiaro. Al casello dell'autostrada è sempre lei, la stessa voce, che ci dice dove infilare la scheda. Tito obbedisce. Tutti obbediamo. Senza accorgercene, siamo entrati nella dittatura della signorina tom tom.
Sbagliamo direzione, imboccando la A1 verso Bologna invece che verso Roma. La signorina si irrita perché non la stavamo ascoltando e si vendicherà. Spero solo di non sbagliare domani ad imboccare le scarpe A1 calzando la destra sul piede sinistro, né ad imboccare il percorso di gara.
Ho spento il telefono, e quando lo riaccendo, non ricordo il codice. Non l'ho dimenticato abbastanza da rinunciare e quindi tento tutte le permutazioni dei numeri 567, una volta più dei tentativi ammessi. “Rivolgersi al gestore”, mi scrive la signorina. Sarò off-line, senza telefono né internet fino a lunedì, ma almeno mi sono liberato dalla mia signorina personale; in auto però ce ne sono altre tre che si divertono a prenderci in giro: prima ci indirizzano su strade improbabili – mai più di un km e mezzo sulla stessa strada – poi, trattenendosi dal ridere, annunciano: “siete arrivati a destinazione”. Guardiamo esterrefatti. Il punto gps inviato da Matteo per la cena risulta al centro di un campo di foraggio. Non siamo mucche! Ho capito, è una caccia al tesoro. Qui infatti ci viene trasmesso un nuovo punto. Non male come inizio. La mascotte non sono io, dev'essere salita nell'altra macchina visto che gli altri sono ormai seduti a tavola.
Quando arriviamo al palazzetto sono quasi le 9 di sera. I gamberoni del pranzo sono ormai digeriti e me ne rimane solo il profumo sulle dita che ogni tanto passo sotto il naso per ricordo. Grattiamo il fondo delle pentole del pasta party e incontriamo Matteo con il padre e Diego, il fortissimo oriundo, ora residente in val d'Aosta, che l'anno scorso ha finito il mitico Tor des Geants. Mi presento: “Ciao, io sono Lorenzo, la mascotte della squadra”. Diego resta serio. Forse sembro davvero una mascotte. “Teo, prendi la borsa al signor atleta Diego” Ho scelto il ruolo di mascotte perché portare le borse potrebbe farmi male alla schiena. Ma forse portare fortuna è ancora più pesante: non ne sono proprio capace, non riesco a portare fortuna, oggi è stato un disastro. Devo trovare un altro ruolo. Non mi resta, domani, che trovare il modo di sembrare uno degli atleti.

mercoledì 25 gennaio 2017

Equilibrismi – Ronda Ghibellina preview

Esercizi d'equilibrio, danzando sul filo sottile fra il troppo e il troppo poco, fra il mal di schiena e il ben di schiena, fra il bene e il male, fra salite-forza-resistenza (SFR) e salite lato-oscuro-della-forza-resistenza (SLOFR).
Un mese fa ero bloccato dal mal di schiena e preparare un ultratrail in meno di 4 settimane, rispettando la gradualità e puntando verso l'alto è una cosa che … faccio sempre! Sardinia ultramarathon in 4 settimane, ironman in 4 settimane … Sono il re degli equilibristi, del “tutto in un mese” e non c'è motivo perché non funzioni anche questa volta. Vi prego però, non spostate quel telo!
Cantiamo, tutti insieme, l'inno velleitario:
“Comunque vada, che vinca o che perda …
ne uscirò a testa alta …
ma è andando a testa alta che si pesta la merda”

lunedì 10 ottobre 2016

UTSS. Il giro dei bar – seconda parte

Bar di Cala luna, ore 12:40. km 47 dell'UTSS
Dov'è la birra? Foto di Michele Loi
Il mare è al di là della laguna con la sua magnifica acqua fresca e trasparente ma i segni vanno in direzione opposta dei sogni. “Non si passa dal mare? Avrei voluto fare il bagno” “l'hai già fatto”. È vero. Sono già bagnato fradicio di sudore ma non intendevo questo. Di là il fresco del mare, di qua il caldo, umido e opprimente, riempie la magnifica e maledetta codula, illuminata da un sole inesorabile fra oleandri sabbia e sassi e chiusa da pareti altissime che immobilizzano l'aria. Non si muove una foglia, la colonna sonora di Morricone fa da sottofondo a questa scena al rallentatore che invischia anche me. Accenno qualche passo di corsa solo nei rarissimi punti in cui la sabbia è compatta o i sassi sono piatti.
Ci metto mezz'ora ad uscire dalle sabbie mobili e, arrivato all'imbocco del sentiero, mi fermo a togliere la sabbia dalle scarpe. Mi raggiunge Marta Poretti, fresca e sorridente. Sale leggera con i bastoncini. La seguo alla distanza giusta per poter scambiare qualche battuta e tenere lo spazio libero davanti per il vento in faccia ma non c'è un filo d'aria. La salita continua interminabile. Le martellate sui genitali ora sono forti e precise. Il meraviglioso e l'orrido si mescolano in un mix stupefacente. La schiuma esce dalla pelle. Il prossimo bar tarda ad arrivare, forse l'hanno spostato o forse chiuso! Le borracce sono quasi vuote e sono in astinenza: è un'ora e mezza che non bevo una birra! Per fortuna, un paio di chilometri più su del previsto, annunciato da un odore di salsiccia arrosto, purtroppo non per me, ecco il bar del 54esimo. È affollato: ora i corridori si soffermano più a lungo. Sono le due passate, abbiamo superato le 8 ore di gara, c'è stanchezza nell'aria, si appiccica alla pelle e appesantisce il culo.
Bevo una lattina di ichnusa ghiacciata, riempio una borraccia con acqua e sali che non riuscirò a bere per la nausea – col passare delle ore mi è sempre più difficile trovare qualcosa di accettabile per lo stomaco – e l'altra con acqua, cola e mezzo limone spremuto. Dal recipiente della birra rubo due cubetti di ghiaccio: uno lo metto sotto l'ascella, l'altro lo passo in faccia, sul collo, cercando di alleviare – almeno per qualche secondo, almeno in qualche minuscolo pezzetto di pelle – il disagio del caldo e riparto ancora in salita. Sono sfatto ma ancora vivo. Marta è partita e non la vedrò più, Raffaele va più o meno alla mia velocità ma ha l'aria fresca di chi non fatica. Raggiungo Dimitri che, vaneggiando, dice qualche frase memorabile. Facciamo un pezzo di strada insieme ma quando io riprendo a correre lui non ne ha la forza. Correndo raggiungo e supero anche un altro ragazzo in crisi. Le crisi degli altri mi fanno sentire più forte di quanto non sia in realtà e, sulle alette di questo piccolo entusiasmo, riesco a svolazzare come un pollo senza quasi fermarmi fino al prossimo bar.
Km 61. Dopo la solita birra, riparto correndo, fiducioso, ma il prossimo bar non arriva mai. Il percorso è sempre piacevole ma non più entusiasmante e non basta a distrarmi. Mi sembra di correre veloce ma gli spazi sono dilatati. Se prima i chilometri erano pieni di meraviglia, ora sembrano vuoti e diventano lunghissimi. Sento tuonare in lontananza, nuvole basse diventano nebbia, i paesaggi si fanno spettrali e di nuovo affascinanti e il ristoro magicamente appare.
Al bar del settantesimo, i ragazzi aprono, per me, un nuovo fusto. “Bravo! Da dove vieni?” “Capoterra” rispondo. “Sei primo dei sardi”
Ma sono sardo? Più sardo di Gervasoni e Di Cosimo ma meno dei “nativi”. Non è chiaro, però questo titolo sarebbe per me motivo d'orgoglio. Dietro chi potrebbe usurparmelo? Gianni con una delle sue mitiche “progressioni Mureddu”? Non credo, si ferma troppe volte a pisciare. Mi immagino invece “massiccione” Zanda, Ivan Sedda o Stefano Frau comparire da dietro all'improvviso. Loro hanno fatto gare durissime e ora saranno meno morti di me. Ogni tanto mi sembra di sentire voci da dietro o rumori di passi ma sono solo fantasmi. Puntare ad un posto fra i primi dieci maschi e al titolo di primo dei sardi mi serve per avere uno stimolo a spingere ancora, a tenere un passo veloce a combattere la tendenza ad afflosciarmi verso “velocità zero”. Ogni volta che un fantasma mi chiama, mi volto e rispondo con una breve accelerazione o qualche passo di corsa.
Volevo il vento in faccia e la visuale libera? Eccomi accontentato. Da quando ho visto il forte Raffaele ripartire dal ristoro e sparire nella nebbia, ho viaggiato in perfetta solitudine.
Alle 17:25 arrivo al bar del 74esimo km. Ogni ristoro è stata una festa: accoglienza calorosa, cibo e bevande e un arrivederci al traguardo e questo è il più rumoroso di tutti: urla e campanacci; meglio del bar sport la domenica pomeriggio. Bevo con gusto il brodino caldo, oltre alla birra, naturalmente. Poi devo ripartire per ritrovare altre ore di solitudine e sofferenza.
L'80esimo non arriva mai. I chilometri mi sfuggono, infiniti. Non ho ancora acceso il gps e l'unico riferimento che ho è l'altimetria sul pettorale. Continuo a guardarla ma non capisco bene dove mi trovo: è rimpicciolita un milione di volte e mi servirebbe un microscopio elettronico per vederci bene dentro. Mi nasconde saliscendi, greti di torrente, ovili, pioggia e i dentini che invece si vedono ad occhio nudo, sono mostruosi canini mastica-muscoli. Perfino la birra mi ha stufato ed è sempre più difficile trovare una buona ragione per proseguire. “Se arrivo ho 2 punti per l'UTMB … e cosa me ne faccio? Se ne raccolgo 5 vinco una pentola?” Quando finalmente arrivo al ristoro dell'ottantesimo, decido di accendere il gps, voglio vedere passare i 10 km mancanti metro per metro per avere un segno tangibile che la fine si avvicina. Il primo chilometro passa facile, su strada, anche se si sale ancora. Poi comincia la discesa. Nella penombra mi appare un pendio quasi verticale. Sul ghiaione vedo segni strani, più che passi sembrano impronte di sederi. Guardo giù per vedere se ci sono cadaveri. La terra è resa scivolosa dalla pioggia ma, per fortuna, fra tutte queste pietre di terra se ne vede poca. Mi preoccupo, seriamente, per quelli che arriveranno dopo, fra le tenebre della notte e della stanchezza.
Più in là si torna su strada e si sale di nuovo. Da un fuoristrada una voce mi incoraggia: “mancano solo 5 km”. Riaccendo la frontale. Ormai è buio e sotto si vedono le luci dei paesi. Cerco di indovinare quale sia Baunei, dov'è il traguardo ma la mente è offuscata e viaggio sperduto con lo sguardo. Rientro nel bosco in un interminabile saliscendi; ogni eternità un chilometro passa e il gps vibra emozionato. Ormai dovrei essere arrivato all'ultima discesa. Il sentiero scende fra ghiaioni, rocce a picco e alberi, che illuminati dalla frontale offrono uno spettacolo a metà fra magia e incubo.
Vedo una luce! Qualcuno vede la mia e suona i campanacci. Il sentiero sbuca sulla strada; “ultimo chilometro!” Mi dicono. Stento a crederci e infatti saranno quasi due, ma ormai è tutto facile; la strada scende comoda verso Baunei. Entro in paese e seguendo le strisce catarifrangenti, mi infilo in un cortile; mi aggiro per un paio di minuti in cerca della via d'uscita per poi capire che i catarifrangenti erano messi lì per non fare ammaccare l'auto al figlio del proprietario quando rientra ubriaco dal bar. Anch'io sto rientrando ubriaco di stanchezza da un lunghissimo giro dei bar e mi sono lasciato guidare da quelle lucine. Ricordo che in un cortile di Loculi era svanita la mia vittoria alla point to point mtb di Irgoli ma questa volta da dietro non spunta nessuno e la vittoria del titolo di “primo dei quasi sardi” è mia. Se ho fatto questo, posso fare tutto. Anche il tempo che non passa mai alla fine passa. I chilometri, i cento metri, li ho visti scorrere, goccia a goccia sul gps. Il traguardo per quanto lontano sia, prima o poi arriva. Si fa aspettare per farsi bello: tanto più è sudato quanto più è bello e questo, dopo 14 ore di attesa, è davvero magnifico. Lo prendo a braccetto, con l'indice batto due tocchetti sulla tempia, sorrido con gli occhi e inizio a cercare germogli di eucalipto.

sabato 8 ottobre 2016

UTSS. Il giro dei bar – prima parte

Piazzale della chiesa di Santa Maria Navarrese, di notte; colonna sonora degli AC/DC. Alle 6 in punto un'orda di una cinquantina di zombie con zainetto sulle spalle e lampada in fronte parte all'inseguimento di qualcuno o qualcosa. Sto ancora sognando? Non svegliatemi; questa gara la voglio fare in anestesia totale, per soffrire di meno. Il gruppo si allunga subito sulla leggera salita che porta alla parte alta di Santa Maria Navarrese. Una decina di atleti si avvantaggia e quando arrivo al sentiero non li vedo già più; solo di tanto in tanto ne vedrò ancora la traccia spettrale che si allontana sotto forma di striscia di luce nel buio della notte; in quel punto luminoso c'è la gara con Pajusco e Bassi che tirano e gli amici Enrico e Stefano che proveranno a resistere; io oggi sono già lontano e dovrò cercare altre motivazioni per faticare e soffrire verso il traguardo. Oggi mi farò il giro dei bar
Pedra longa e la striscia di luce. Foto di Fabio Moro    
Il sentiero che da Santa Maria porta a pedra longa è pulitissimo. Me lo avevano anticipato su FB: “la prima parte è pulitissima, così l'impatto col calcare sarà meno brusco” “un po' come darsi martellate sui coglioni cominciando piano piano” avevo risposto. Ma è davvero bello, martellarsi dolcemente correndo su quei saliscendi con la guglia di pedra longa che prende forme sempre meglio definite con le prime luci dell'alba. Sto correndo dietro a Giuseppe Taras e K.. “Non mi piace stare in fila. Preferisco avere spazio davanti. Voglio la libertà del vento in faccia, dello spazio libero, del passo libero, della visuale libera per vedere i panorami ed evitare gli ostacoli sul sentiero” con questi pensieri in testa inciampo e cado lungo in terra sporcandomi di terra e di uno schizzetto di sangue.
Poco dopo pedra longa inizia la salita vera. Spengo la frontale sperando, invano, di non doverla riaccendere quando scenderà la sera: mi aspetta invece una lunghissima giornata! K e Giuseppe, avanti a me hanno raggiunto altri due atleti e uno ci ha raggiunti da dietro. Mi trovo a disagio dietro al gruppetto. Potrei superarli ma il cuore traballa e mi consiglia di non farlo. Allora con la scusa di mettere la lampada nello zainetto, mi lascio sfilare riguadagnando spazio libero davanti e vento in faccia. Intanto si continua a salire e la visuale aumenta al quadrato col prodotto della luce per l'altezza. Di fronte a noi si staglia, sempre più maestosa, una parete verticale di 4 -500 metri. Quasi per caso, mi rendo conto che sto correndo su una cengia e anche sotto di me ci sono centinaia di metri di vuoto: che meraviglia!
Sulla cengia Giradili - foto di Fabio Moro  
All'undicesimo chilometro, primo ristoro, prima festa; c'è anche la birra fresca! Mi trattengo; sono le 7:30 del mattino, è ancora presto, al bar dell'ovile è ora di colazione.
Ormai siamo sull'altopiano del supramonte. Il tracciato prosegue su una carrozzabile prima in dolce salita e poi in discesa. Una freccia ci fa tornare su sentiero che ora scende veloce fino ad innestarsi su un altro sentiero. Questo lo riconosco: è quello che risale da cala goloritzé. Mi volto per cercare lo spettacolo della guglia e mi sembra di intravederla fra gli alberi ma il tracciato risale fra rocce e lecci maestosi e primitivi ricoveri per animali. Mi rendo conto di avere una piccola vescica sotto la pianta del piede destro. Cazzo è troppo presto per iniziare a soffrire! Mancano ancora più di 70 chilometri. Maledico le calze nuove e stringo la scarpa per ridurre il movimento del piede e il dolore.
Al ventunesimo chilometro ecco il secondo bar. Ora sono quasi le 9 e una birretta ci sta.
Seguendo un'indicazione turistica, con una brevissima deviazione dal percorso di gara mi affaccio su una voragine dantesca: su sterru. Impressionante. Sembra il culo del mondo!
Saltellando su pietroni per recuperare la strada, ecco la seconda caduta della mia via crucis. Mi rialzo con finta disinvoltura e inseguo il gruppetto che mi aveva superato approfittando della mia deviazione.
Altra freccia. Lasciamo la comoda carrabile che porterebbe direttamente a cala Sisine per un sentiero pietroso molto tecnico. Iniziano le vere martellate. Presto capisco il motivo della deviazione. Sento le urla di entusiasmo di Giuseppe poco avanti a me. Stiamo arrivando sul bordo del supramonte, su un terrazzo che si affaccia a picco verso il mare. Cerco il posto migliore per fare una pisciata panoramica, 200 metri di getto: la pisciata del niagara! Queste sono soddisfazioni! Mezz'ora dopo Gianni appoggerà il suo zainetto proprio lì e, sono sicuro, farà una pisciata (o almeno mezza) anche lui.
Lo zainetto di Gianni
Scendendo per una pietraia, si ritorna sulla carrozzabile lasciata in precedenza che segue la larga e lunghissima codula di sisine, correndo sinuosamente fra pareti verticali piene di buchi e di alberi in posizioni impossibili, fino a raggiungere il mare. Si corre bene, anche se la vescica del piede destro ha ora una sorellina sotto il sinistro e la spallina sinistra dello zaino ad ogni passo picchia dolorosamente contro un'abrazione alla base del collo. Poco prima delle 11 arrivo al bar di Cala Sisine, al km 37. “Come va?” “È tutto molto bello ma sono stanco” “Non puoi essere stanco, il duro deve ancora cominciare”. Bevo una birra al limone, mangio una peretta freschissima e dolce di un albero della cala, un'altra la prendo in mano per il viaggio e riparto. Al di là della bellissima spiaggia riprende il sentiero che risale un fitto bosco. Raggiungo Giuseppe che è praticamente fermo, bloccato da una crisi di fame. Cerco di incoraggiarlo raccontandogli di riprese miracolose come quella di Enrico alla Trans d'Havet ma la salita è ancora lunga, ogni tanto sembra finire ma poi riprende; sembra interminabile a me che sto relativamente bene e capisco che lui non riuscirà ad arrivare. Finalmente si scende lungo un bellissimo sentiero a tratti liscio e veloce. Dopo un tornante, cala luna si svela magnifica come una striscia bianca fra la laguna verde e il mare celeste. È mezzogiorno passato, il caldo comincia a diventare opprimente e sogno di buttarmi in mare. Dopo un ultimo tratto di discesa più pietrosa, alle 12:40 arrivo al bar della cala.
Ho corso 48 km con almeno 2km di dislivello dopo essermi svegliato alle 4 e mezza. Le motivazioni che mi hanno portato fin qui, correndo per quasi 7 ore e che mi porteranno a fare altrettanto per arrivare al traguardo devono essere davvero forti e profonde … “potrei avere una birra?”

lunedì 3 ottobre 2016

UTSS - la metamorfosi

“Da domani farò vita da koala. Non fanno un cazzo e vivono cent'anni” promette Dimitri sull'interminabile salita che dal mare porta ai mille metri dell'altopiano. Siamo intorno al 55esimo km. Sono d'accordo con lui. I koala non fanno altro che masticare e sonnecchiare, se non nel periodo della riproduzione, e io per la gara di Macomer devo solo allenare le mandibole e sonnecchiare, se non nel periodo della riproduzione.
Sembrerebbe che perfino “massiccione” Zanda, su quella salita, abbia rivendicato il diritto ad un posto sul divano di fronte alla tv ma, in quanto mito, non credo che possa andare in pensione.
Faccio la schiuma. Il caldo mi sta facendo sudare fuori tutta la birra bevuta a cala luna. Non vedo l'ora di raggiungere il prossimo ristoro, sedermi e berne un'altra bella fresca per poi fare nuova schiuma. La prima vescica plantare destra è arrivata 40 km fa e ormai fa parte dell'arredamento di questo corpo disagiato insieme alla sorellina del piede sinistro, alla piaga sul collo scavata dalla spallina dello zaino, ai numerosissimi dolori muscolari e ad una sensazione di nausea. La metamorfosi è sofferenza, si sa. Ma come sono arrivato fin lì?

Si naviga a vista. Fino a 3 giorni prima della gara non sapevo con chi andare, dove dormire, dove mangiare e cosa indossare per la gara; ero in mutande e neanche pulitissime e senza credito nel cellulare. Appena prima di partire ho fatto una sosta al negozio di abbigliamento sportivo per comprare un paio pantaloncini senza buchi, un paio di solette da 1 mm che assorbono benissimo tutta l'energia e le pietre da 25 millimetri sembrano di soli 24 e un paio di super calze che, quando le indossi, le dita dei piedi non si infilano in nessun buco. Solo le scarpe sono un po' a brandelli, per il resto sembro decentissimo. Essere disorganizzati può essere un vantaggio quando si è fra amici organizzati e generosi. Con un messaggio FB ho trovato un passaggio per andare con l'autista migliore, Paolo, che se il bar è dalla parte sbagliata della superstrada, per lui non è un problema. Non trovare posto alla cena ufficiale, poi, mi ha obbligato a cercare un “ripiego” ed accettare l'invito dell'allegra compagnia di Capoterra. Quando si tratta di mangiare sono una vera garanzia: muggine arrosto pescato la mattina stessa, malloreddus fatti in casa, panada di capra e piselli, tiramisù al cocco, biscotti e torta paradiso, vino di proprietà in abbondanza e, per finire, il mitico limoncello di Cinzia, l'ideale prima della gara, ma anche dopo. Infine ho trovato un letto, per di più matrimoniale, con il grande Enrico di Cosimo! Devo ricordarmi di chiedere il divorzio: si agita troppo nel letto.

5 e 50; mancano 10 minuti alla partenza. Enrico si guarda intorno. “Non vedo Marco Pajusco … tu l'hai visto?” Controlla gli avversari, punta al podio e fa bene. Anch'io controllo i miei avversari: la schiena, il ginocchio, il piede, lo stomaco … gli avversari più temibili sono tutti dentro di me. Poi i chilometri, il caldo e il calcare; quella roccia chiara che si lascia malleare dall'acqua assumendo forme strabilianti, a volte morbide, altre pungenti, dirupi, grotte, guglie ... è dura per gli uomini. Sarò io ad essere malleato. Prima di partire devo salutare il mio corpo, che così come lo conosco non lo ritroverò più. La testa è già andata, scavata dal calcare; forse mi cresceranno le ali o forse diventerò un koala.

venerdì 9 settembre 2016

Ultra Track Supramonte Seaside - "90" La paura

Matteo mi ha promesso che toglierà tutte le pietre ma non mi fido. Mi porterò una borraccia di “viacal” e tutti i libri di “zerocalcare” che ho in casa ma non credo che basti. Ormai però mi sono iscritto all'UTSS e calcare il calcare del supramonte per 90 chilometri mi fa paura. Esorcizzo con la cabala.
90 è la paura di affrontare una prova così dura ma “la paura” è anche metafora dell'emozione che ci travolgerà al traguardo. Ogni chilometro ha il suo significato e la sua metafora. Qualcuna l'ho capita e la riporto qui sotto, altre mi sfuggono o non son sicuro. Per esempio: “30”, “le palle d'o tenente” si riferisce all'irritazione ai genitali che insorge al trentesimo chilometro? Aiutatemi che se riesco a dare l'interpretazione corretta, saprò esattamente, chilometro dopo chilometro, cosa aspettarmi in gara. A proposito, devo dire a Matteo, che offrire fagioli al ristoro del decimo chilometro non mi sembra proprio una buona idea ...

km
Italiano
Napoletano
Significato della metafora
1
L'Italia
Uno stivale con suola vibram
2
'A piccerella
Quella piccola pietra in calcare che sta per sbattere contro lo stinco dello stivale Italia: il supramonte.
3
La gatta
'A jatta
Tanto va sul calcare che ci lascia lo zampino
4
Il maiale
'O puorco
... ci lascia lo zampone
5
La mano
'A mano

6
Quella che guarda verso terra
Chella ca guarda 'nterra
Chella ca non vole 'nciampare
7
Il vaso di creta
'O vasetto
'A vaselina
8
'A Maronna
L'ho vista! Non è presto?
9
La figliolanza
'A figliata

10
'E fasule
Ristoro proteico
11
'E suricille

12
'O surdato
Ho sudato
...
...


90
La paura
'A paura
Emozione pura!

mercoledì 27 luglio 2016

Trans d'Havet - A tutta birra!

Leggi la prima parte Il sentiero sale quasi subito ripido e fatico a tenere il passo di quelli accanto a me. Recupero un ramo da usare come bastone ma più che "nordic walker" mi sento vecchietto. Oltre ai normali dolori, percepisco infatti una sensazione di affanno tipo "vecchietto che sale le scale". Quando finisce la salita ripida il sentiero scende veloce per un breve tratto, mi sento rigido tipo "vecchietto che scende le scale", poi finalmente spiana, ringiovanisco, getto via il bastone e ricomincio a correre. Che piacere correre sui dolci saliscendi verso passo Campogrosso, con quel gesto fluido ed elastico che conosco così bene e che oggi ho potuto fare così poco. Recupero qualche posizione e raggiungo di nuovo Enrico. Questa volta è in piena crisi di fame. Correndo con troppo slancio ha esaurito le riserve di carboidrati. Lo accompagno al passo per un tratto di strada poi corro avanti per aspettarlo al ristoro. Bevo la solita birra e chiedo informazioni sul percorso. Sapevo, anche dai racconti di Antonello, che qui inizia la parte più selvaggia e dura e che per un bel pezzo sarebbe stato anche difficile ritirarsi. "Il sentiero passa da lì" mi dicono Indicando un canalone quasi verticale sulla bella parete dolomitica del monte Carega. Mi siedo ad aspettare Enrico e quando arriva gli spiego la situazione e chiedo che intenzioni abbia. Non ha nessuna esitazione e toglie anche a me ogni traccia di dubbio. E' ancora in piena crisi ma vuole andare avanti.  Nessuno dei nostri amici sardi è mai andato oltre, noi lo faremo.
Non ho fretta e faccio volentieri un pezzo di salita con lui. Anch'io sono molto stanco e credo che faccia bene anche a me andare piano. Ci mescoliamo agli escursionisti che salgono per lo stesso sentiero andando ad un passo appena più veloce del loro. Ogni tanto ci supera qualche concorrente ma non importa, voglio solo arrivare. Offro ad Enrico un pezzetto del torrone vinto a Tonara, che ho confezionato appositamente per questa gara, con la carta d'alluminio ormai inglobata come le mandorle nel fluido mieloso. Forse grazie al miele o all'alluminio, piano piano si riprende. Il sentiero entra nel canalone e diventa ripidissimo. Nonostante siano appena passate le 9, a 1800 metri di quota fa un caldo quasi afoso. A metà salita mi rendo conto che non sto più aspettando Enrico: questo è il mio passo. Dopo diversi sorpassi subiti, ora siamo noi che  guadagnamo qualche posizione e gli escursionisti ora sembrano fermi. Enrico resta leggermente indietro ma alla forcella mi raggiunge. La salita non è finita, dopo un bel traverso pianeggiante, si scorge, 200 metri più su, il passo dov'è situato il punto più alto di tutto il percorso. Il cielo sta brontolando già da un po'. "Fra poco piove" dico. "E' presto, deve piovere nel pomeriggio" "non senti i tuoni?" Poco dopo iniziano a cadere grosse gocce che non fanno presagire niente di buono. Enrico ora è avanti, fatico a seguirlo. Mi raggiunge Sabrina, con cui avevo fatto un po' di strada di notte. E' preoccupata. Inizia a diluviare. Ci fermiamo ad infilare la giacca e cerchiamo di affrettare il passo per arrivare presto al ristoro in cima. Appena arrivati al passo ci accorgiamo che il ristoro non è altro che un telo spazzato da un vento terribile, sotto al quale, insieme ad un'altra decina di persone ammassate per cercare riparo dalla pioggia, c'è anche Enrico che mi ha aspettato per decidere cosa fare. Il rifugio Fraccaroli è più su, il percorso invece scende verso il rifugio Scalorbi non troppo distante. "Scendiamo" dico, "qui si muore di freddo". Intanto comincia a grandinare, il sentiero è un torrente ma appena iniziata la discesa, il vento si placa e capisco che stiamo facendo la cosa giusta. I muscoli però sono induriti dal freddo e le articolazioni, dalle ginocchia ai talloni fanno male e mi impediscono di correre. Dico a Enrico di non aspettarmi e continuo al passo.  Continua a tuonare sempre più forte. Incrocio una famigliola con bambina e cane che stavano salendo al rifugio Fraccaroli ma si erano fermati bloccati dalla paura e dall'indecisione. "Vi conviene scendere" dico loro. Mi supera Sabrina "abbiamo fatto bene a scendere" dice. Poi altri; vanno tutti a velocità doppia rispetto a me ma non riesco proprio ad accelerare. L'acqua ormai è penetrata sotto la giacca e i piedi ci sono immersi. Il temporale, per fortuna, sta calando d'intensità ma mi rendo conto di avere freddo. Guardo le mani, gonfie e rosse, e le scuoto per riattivare la circolazione. Vedo il rifugio poco lontano ma sono così lento che impiego un'eternità per raggiungerlo.

Al ristoro del rifugio Scalorbi
Fisicamente distrutto ma sorridente
Il ristoro è un tendone montato a ridosso del  rifugio. Mi faccio servire brodo caldo e lo bevo dalla scodella. Mi aiuta ma non basta e comincio a tremare. Enrico intanto si è cambiato. Vado anche io a cambiarmi in una stanzetta del rifugio a nostra disposizione. La maglietta a maniche lunghe è in un sacchetto di plastica ancora asciutta. I famosi pantaloni lunghi sono invece fradici e inutili. Prima di rimettere la giacca cerco di asciugarne l'interno per evitare di infradiciare subito la maglia asciutta. Intanto continuo ad essere scosso da brividi. Bevo due bicchieri di the caldo e aspetto lì al chiuso seduto su una panca, ma il freddo mi esce da dentro e l'ambiente non è abbastanza caldo da smaltirlo. Fuori ha quasi smesso di piovere e provo ad uscire sognando il caldo afoso di poco prima ma l'aria è ancora quella fresca del dopo-temporale. Intanto stanno arrivando i primi concorrenti della 40 km. Qualcuno di loro è in canottiera, fradicio ma, scaldandosi dall'interno con i residui dell'azione di corsa, non soffre il freddo. Io dentro sono vuoto, ho solo freddo. Se ci fosse stato un pullman o una tenda calda per ritirarsi, mi sarei ritirato ma non c'era. Non so quanto tempo ho passato lì, forse un quarto d'ora, probabilmente di più. Non vedo più Enrico, sicuramente  è partito quando ero dentro a cambiarmi e a meditare. Per la terza volta ho pensato “lo rivedrò al traguardo” e anche questa volta mi sbagliavo. Provo a ripartire anche io; camminando in salita forse riesco a scaldarmi.  Alzo il bavero della giacca sopra la bocca in modo che il fiato tiepido resti intrappolato intorno al corpo e riprendo a camminare. Mancano 26 km al traguardo e sono le 11. Se anche camminassi per tutto il tempo  arriverei entro le 18, in tempo per l'aereo. Su queste pendenze dolci non soffro tanto e penso quanto sia meglio camminare ora su questi sentieri piuttosto che di notte lungo la statale Marradi-Faenza con le macchine che mi sfrecciano accanto ... link.
Insomma, non me la godo ma ho vissuto di peggio e piano piano comincio anche a scaldarmi. Mi superano ancora diversi concorrenti, quasi tutti della 40 km. Dopo la salita e una ripida discesa, le pendenze si ammorbidiscono, la temperatura interna sale e le gambe, incredibilmente fanno sempre meno male. Ora che sto tornando vivo, mi rendo conto di avere un sasso nella scarpa e la vescica gonfia ma non mi fermo subito, voglio aspettare di avere meno freddo. Quando finalmente tolgo il sasso dalla scarpa mi sento rinascere e ricomincio a correre. Prima della pisciata faccio ancora almeno un chilometro per trovare il punto più panoramico! Svuoto la vescica e rinasco ancora di più. Appena ripartito mi superano altri 2 della corta, ma ora sono un altro e li seguo a distanza senza difficoltà. I due raggiungono altri che mi avevano superato prima e quando la strada inizia a risalire camminano tutti. Io continuo a correre e li supero di slancio. Sto proprio bene e solo quando le pendenze diventano ripide cammino, non perché non riuscirei a correre ma per tenere un po' di energie per il futuro. Non so quanto durerà questa resurrezione miracolosa e mancano ancora 15-20 chilometri al traguardo.
Al ristoro di Malga Campo Davanti trovo un'ottima anguria e la solita birra. Sono euforico e riparto quasi subito correndo sui saliscendi del sentiero di cresta. So che fra non molto arriverò alla fine di questo bel crinale e il percorso scenderà ripido verso il traguardo. Non so come reagiranno le gambe in discesa ma intanto mi diverto continuando a correre e superare. La maggior parte di quelli della lunga sono quasi fermi. Mi ricordano le mie condizioni di un'ora prima e il confronto mi esalta ancora di più. Dopo il controllo chip della Sella del Campetto il sentiero diventa più tecnico ma mi diverto ancora fra sassi e roccette e … ecco Enrico! Gli chiedo come stia. E' di nuovo un po' in crisi, ma ormai è fatta. Questa volta non lo aspetto, me la voglio godere tutta fino in fondo, tutta per me. Nel tratto di discesa più ripido mi superano 3 o 4 della corta ma scendo comunque bene. Sotto al piede destro ho la pelle bagnata che ha fatto un grumo tipo "lenzuolo di letto sfatto". Duole ma non me ne curo più di tanto. Ho anche caldo e tiro su le maniche senza fermarmi.
Un altro ristoro: quanto manca? 8 chilometri e mezzo. Ma come, stavo facendo lo sprint finale! Mi coglie di sorpresa ma non mi preoccupa, continuo a stare bene, una birra (qualcuno le sta contando?) e via di nuovo a tutta. I quadricipiti e le ginocchia li sento indolenziti ma mi lasciano  correre anche se mi sento sempre più rigido. Continuo a forzare. Non sono certo fra i primi ma comunque è una gara e voglio dare tutto, non avrebbe senso arrivare riposato. Lungo una breve risalita supero Sabrina, è in crisi e mi chiede se ci siano altre donne vicine. La tranquillizzo: la terza l'avevo superata qualche chilometro più su ed era in difficoltà nella discesa ripida.
Ecco una fontana meravigliosa abbondante e freschissima. Cacciare la testa sotto il flusso dell'acqua è un altro dei tanti "migliori piaceri della vita" che ho assaporato oggi. Si entra in paese. tanti volontari controllano le strade e mi incoraggiano "forza che mancano solo 600 metri". Gli ultimi sono ragazzini, che bellezza! Lungo il rettilineo finale mi sembra giusto fare un allungo veloce ma composto e incitare il pubblico che risponde calorosamente.  Ne avrei ancora, ho dolori dappertutto ma potrei tranquillamente andare avanti. 14h14' di gara, 48esimo su 300 partenti, quasi tutti giovani e magri, e ottavo di categoria (niente prosecco per questa volta). Dopo poco più di un quarto d'ora e altre 3 birre, arriva Enrico, stanco ma felice anche lui di avere finito.Gara bellissima, organizzata perfettamente e con un percorso davvero spettacolare ... e poi mi sento un po' spettacolare anch'io. Non m'aspettavo davvero un arrivo così dopo 83 km e 5500 metri di dislivello, all'esordio nell'ultratrail e allenato in tre settimane da un allenatore (che sarei io) di scarsissima reputazione e ...  vabbè, ora basta con gli auto-complimenti, ora aspetto i vostri.
 Adesso devo tornare sulla terra. Devo reimpostare i siti meteo che sono ancora tutti puntati su Valdagno. Chiudere la finestra con l'altimetri della TdH sul desktop. Smettere di bere un bicchiere di birra all'ora. Godermi il riposo e la normalità di questa vita che ora si è arricchita di prospettive più ampie. Viva il trail, viva la Trans d'Havet!