domenica 25 febbraio 2018

Una scopa e il suo scopo al Montiferru winter trail.

Se non si corre nessun rischio non si vive perché anche solo respirare potrebbe fare entrare nei polmoni un microbo o una particella letale. Se si rischia troppo non si vive perché si muore. La giusta misura sta quindi da qualche parte in un punto d'equilibrio lì nel mezzo. Osare qualcosa per vivere intensamente, possibilmente senza morire. La grande maggioranza delle persone resta chiusa in un salotto vicino al limite del non vivere per non rischiare di essere uccisa da una goccia d'acqua sulla testa. Qualcuno, molti pochi, stanno oltre il punto d'equilibrio vivendo al massimo e sperando di sopravvivere a rischi estremi. Il pensiero, affettuoso, va a Roberto Zanda. Io personalmente mi aggiro lì nel mezzo cercando l'equilibrio perfetto anche se so bene che non esiste perché dipende dalla fortuna, da possibili, più o meno probabili, incidenti. Penso anche a mio padre che in uno di quegli incidenti ha perso la vita. Pioveva quel giorno in val Ferret, piove oggi. Farà freddo e viene freddo anche solo a guardare i titoli dei giornali che evocano il soffio gelido di Burian. Ma si parte, chi consapevole, chi no, per la nostra avventura; sarà un estremicchio molto controllato e con probabilità di rientro con i quattro arti del 99,99%.
Già salendo alla parte alta di Santu Lussurgiu, capisco che sarà Agnese la mia compagna di viaggio e ne sono contento perché mi piace molto la sua grinta e il suo entusiasmo contagioso. Devo accompagnarla al traguardo entro il tempo limite che coincide col calar delle tenebre. Quindi oggi lei è il mio SCOPO e io sono la sua SCOPA, in un interessantissimo rapporto di coppia con inversione di genere. Lui al femminile, lei al maschile, un buono sceneggiatore potrebbe scriverci una piccante commedia all'italiana ma nella realtà si è svolto tutto in modo estremamente professionale.
Agnese dà il ritmo, io la seguo. Mi basta poco per imparare il suo ritmo e allora mi metto davanti anche perché ho occhio e intuito per vedere i nastri, in parte calpestati e nascosti dalla neve. Anche lì mi ci vuole poco per capire la strategia di nastratura; basta entrare nella testa dei nastratori che hanno provato ad entrare nella testa degli atleti: pochi nastri dove si deve andare dritti e moltissimi dove ci sono svolte o immissioni. Purtroppo i nastratori non immaginano che agli atleti impegnati nella corsa resta un solo neurone per prendere le decisioni. Lo so bene perché succedeva anche a me. E allora quelli particolarmente attenti se non hanno un nastro a vista si preoccupano e magari si fermano e tornano indietro a cercarli mentre altri particolarmente disattenti non vedono neanche le svolte segnatissime rischiando di disperdersi. L'unica soluzione sarebbe accompagnarli per mano uno per uno ma io, scusate, ne seguo uno alla volta, sono un professionista e oggi sono già occupato.
Seguendo la “yellow brick road” dei fiocchi gialli e neri ci si immerge in un mondo magico, pieno di sorprese, di variazioni continue. La zona alta, dei roccioni vulcanici e dei panorami sconfinati è perennemente avvolta dalle nuvole e lo sguardo va a sbattere contro una barriera fittissima di goccioline d'acqua in sospensione. Ma poi si scende nel bosco, dove si trovano alberi abitati, cascate rigogliose, sentierini pavimentati in morbida terra, balconi con vista mare. È una goduria continua.
L'acqua, in tutti i suoi stati – solido, liquido e vapore – proveniente da tutte le parti, da sopra a sotto, è la protagonista. Quando decido di mettere il cappuccio, è già mezzo pieno d'acqua e un gelido rivolo mi percorre la schiena. Scorre anche sul terreno creando pozze e torrenti estemporanei che occupano tutto il sentiero. Guadi e pozzanghere prima si evitano con cura, poi si fa finta di non vederli e alla fine si cercano, per sciacquare i piedi dal fango e far rilassare i piedi. Ogni 60 minuti, infatti, è opportuno decongestionare piedi e caviglie con un'applicazione di freddo e qui è tutto offerto.
La candida neve, simbolo di purezza, nel volgere di poche ore si è trasformata in guazzetto grigio e poi in melma marrone, simbolo di impurità. È sicuramente una metafora di qualcosa che però ora mi sfugge; per me è tutta natura e ci sguazzo con piacere. Agnese invece la odia ma, sia pure imprecando, va avanti risoluta.
La scopa e il suo scopo dopo poco più di 9 ore, rientrano in paese per l'arrivo. La mente però non si ferma; continua a correre verso Domusnovas per il trail del Marganai, dove splende sempre il sole.
Un brivido corre sulla schiena di tutti quando ci si accorge che un atleta manca all'appello. Si sono perse le sue tracce da diverse ore ed è già buio. Il pensiero torna a quello 0.01% di probabilità di incidente. Per fortuna poco prima delle 8 arriva anche lui. L'equilibrio oggi è stato pienamente raggiunto e me ne posso andare a dormire estremamente soddisfatto. Un altro giorno pieno di vita è passato e me ne restano altri 17150!