domenica 30 dicembre 2018

Una corsa solitaria

Ieri sono sbarcato ad Olbia alle 7:15 e alle 10:15 ero vestito da trail sulla mia auto parcheggiata fuori casa, pronto a partire per Fanebas e inseguire l'escursione organizzata da Tore per salire sul monte Lattias. Giro la chiave e il motorino d'avviamento fa due singhiozzi ma non parte. Riprovo, 3-4 volte ma i singhiozzi si ripetono ad intervalli sempre più lunghi. Era ferma da una settimana, può succedere. Per partire avrei potuto fare un ponte elettrico con la batteria dell'auto di Maria ma, a parte il fatto che avrei perso almeno un altro quarto d'ora ed avevo già due ore e mezza di ritardo dal gruppo, ho preferito non andare in giro con la batteria morente.
Dopo qualche imprecazione, cambio programma. Sono già vestito da trail e decido di andarmene a fa'n cioffus in solitaria; da casa sono 37 km, spero di farcela. Metto nello zainetto un litro d'acqua, mezzo torrone al cioccolato e parto. Di là, sono in 54 che salgono verso il Lattias; io sono splendidamente solo. Di là si sparano migliaia di foto; io tiro fuori il telefono dallo zainetto, lo accendo, apro la app della fotocamera, prendo la mira e il telefono si spegne: 0 foto. Di là ci sono i bauli di decine di auto pieni di cibo e bevande; io tiro fuori un pezzo di barretta dalla spallina dello zaino e, mentre lo sto inghiottendo, sento gusto di sapone. Mi viene il dubbio di averlo lavato in lavatrice insieme allo zaino e cerco di sputare tutto lo sputabile. Un po' l'ho inghiottito e mi aspetto di vedere schiuma uscire dal naso ma non succede. A posteriori, mi sarebbe bastato svalicare la montagna per arrivare a fanebas e unirmi al banchetto degli amici, ma non ci ho pensato.
37 km sono molti, forse troppi per il mio stato fisico; un lungo, però, anche se non previsto, ci sta alla perfezione. Mi aiuterà a fare assistenza nelle prossime gare; non tanto per i 50km del montiferru che, come scopa, farò a ritmo molto tranquillo, quanto per i 48 del trail dei cervi che, come apripista, dovrò provare a correre tenendo un buon ritmo. Sto poi facendo un percorso molto simile, anche come lunghezza, a quello che potrebbe essere il “lungo” del trail di Capoterra del 2019 e provare sensazioni come quella di passare sulle pietre bagnate nella gola dopo 20 km di corsa e di riprendere a correre dopo esserne uscito o la stanchezza nel finale, può aiutarmi a fare scelte non “sulla carta” ma sul campo, con la sensibilità stravolta dalla fatica di ore di corsa.
La dimensione solitaria mi piace da matti. L'abbraccio della natura, il silenzio, la libertà di correre, di fermarmi, di deviare quando ne ho voglia. Dimensione “non social”, dove sono le sole sensazioni a riempire il tempo e a dare significato a quello che si fa; le foto sono scattate dagli occhi e registrate nel cervello, i “like” vengono dai piedi immersi nell'acqua freschissima, dalla pelle carezzata dal sole e dai polmoni pieni di aria ricca d'ossigeno e di essenze. L'autostima non viene dai giudizi degli altri ma dalla consapevolezza di sé e si rafforza nel rapporto esclusivo con la natura: solo lei ed io, con le mie sole forze, in conflitto con distanze che vorrebbero togliermi le energie, con rovi e pietre scivolose e in amore con la sua straordinaria bellezza. Quando si sta bene da soli con sé stessi, poi si sta bene con tutti; la compagnia degli altri non è una necessità ma un piacere e se ne riesce a cogliere il meglio.
Se quel motorino d'avviamento fosse partito, sarebbe stata ugualmente una bellissima giornata, ma estremamente diversa.

sabato 29 dicembre 2018

I sette mostri – 1. Crisi muscolare

Sul pullman che da Valdagno portava a Piovene per la partenza della “Trans d'Havet” mi sono seduto accanto al grande Marco Pajusco che mi ha detto: "se parti con l'idea di ritirarti, ti ritirerai. La crisi arriverà; dovrai solo trovare la forza di superarla."
Quando si oltrepassano i propri limiti, si entra in territorio ostile; le crisi sono dei mostri che popolano quella “terra di mezzo” e capita di incontrarli per strada. Bisogna imparare a conoscerli, se non per farci amicizia, almeno per conviverci e non farsi divorare.
Prima di proporvi un “programma d'allenamento” per ultra-trail, vediamo chi sono questi mostri o, almeno, quelli che ho incontrato io.

I sette mostri – 1. Crisi muscolare
Ad ogni passo, quando il piede tocca terra, l'impatto col terreno crea un'onda d'urto meccanica che si trasmette a muscoli e articolazioni. L'energia trasmessa da quest'onda è tanto più grande quanto più è forte l'impatto (discesa, corsa veloce, atleta pesante) e più è “secco” l'urto (calzature poco ammortizzate, appoggio col piede poco elastico). Le grandi masse muscolari dei quadricipiti si deformano in modo orrendo e le fibre muscolari si rompono. Passo dopo passo, le rotture aumentano e dopo molti chilometri i muscoli si riducono in polpette.
Guardate come si è deformato il mio quadricipite sinistro all'impatto col suolo, scendendo a 20km/h con scarpe A1! – dettaglio da una foto di Arnaldo Aru

Prevenzione: scarpe ammortizzate e passo leggero. Anche i pantaloncini “compression” potrebbero aiutare a contenere un minimo le deformazioni. Cura: il tempo, in questo caso, non funziona: ci vogliono circa 3 giorni perché i tessuti si riaggiustino e la gara, a quel punto, sarà finita. Dicono che un apporto proteico o di amminoacidi durante la gara possa aiutare ad aggiustare le fibre rotte e infatti aiuta: vi ci vorrano solo 2 giorni e mezzo per recuperare invece di tre. Se avete la possibilità di cambiare le scarpe con un paio più ammortizzato, fatelo: sarà come avvolgere nella gommapiuma il martello che vi colpisce le cosce; è sempre un dolore ma vi piacerà molto. Altra opzione è provare a cambiare stile di corsa. Provate a spingere con i glutei (in salita) o con i polpacci, cambiate l'inclinazione del busto, camminate con le mani … imparare diversi stili di corsa può essere utile sia a migliorare la tecnica che a salvarsi in queste situazioni o, almeno, a prolungare l'agonia.
Una cosa sicuramente da non fare è correre la 100 km del passatore con scarpe A1 (quelle della foto di sopra) ma io lo feci 3 volte su 3. Ecco un estratto dalla mia esperienza del 2015.

Passo della Colla, al 48esimo km. Mi fermo per cambiare maglia e recuperare torcia frontale e antivento per la notte. Quando riparto, i quadricipiti fanno male. Se voglio arrivare a Faenza devo trovare modo di scendere senza pestare troppo i muscoli delle cosce. Provo vari passi, radenti, corti, poggiando con l'avanpiede … ma il dolore aumenta inesorabile e i chilometri si allungano. Mi ricordo, due anni fa, sensazioni molto simili e il ritiro al 65esimo a Marradi. Questa volta, quando arrivo a Marradi, voglio provare a farmi fare un massaggio e ripartire. Sono scettico ma ci provo. Almeno a San Cassiano, al 76esimo, voglio arrivare. Dopo il massaggio non riesco a correre. Fa troppo male. Cammino per due lunghissimi chilometri, Bruno e Teo mi superano. La schiena di Teo mi serve da stimolo. Provo a correre usando solo i polpacci e ci riesco! Ma sto praticamente correndo sul posto. Teo si allontana velocemente. Ormai è buio e, per essere visto dalle macchine che passano di continuo, indosso la torcia frontale. Continuo a correre ma sono lentissimo e mi superano in molti. Provo allora a cambiare l'inclinazione della spinta … e, con mio stupore, riprendo ad avanzare relativamente veloce.
Sono resuscitato? Così pare! Il dolore è sotto controllo e riprendo a superare podisti; percorro dieci chilometri in meno di un'ora e, all'80esimo sono sotto le 8 ore. Se riuscissi a continuare così, in 10 ore arriverei. Non sarà facile, perché i dolori gradualmente riprendono ad aumentare.
...
Ogni passo è un pugno sulla coscia. Quando mi fermo al ristoro dell'81 km, mi rendo conto di essere anche in crisi di zuccheri. Non posso riprendere a correre subito. Devo prima camminare qualche minuto per digerire. Non sapevo che non avrei più fatto neanche un passo di corsa. Spengo la torcia e la metto in tasca. A Brisighella, all'88esimo, riprovo il massaggio, sperando di resuscitare un'altra volta.
Lucciole, lanterne, bosoni di higgs, (li ho visti!) la luna da dietro disegna il profilo dei pini.
Si sente, quasi assordante, il gracidio delle rane. Cerco di trovare il fascino in tutto ciò e ci sarebbe anche, non fosse interrotto in continuazione dal passaggio delle macchine – rumore, fari abbaglianti, paura di non essere visto – e dalle imprecazioni dei miei muscoli. Le lucciole si accendono ad intermittenza, i bosoni mi si appiccicano addosso. Le speranze di resuscitare una seconda volta si spengono progressivamente. I primi chilometri di camminata passano più veloci di quelli di corsa perché la sofferenza è poca. Poi, però, aumenta
....
Noia, sofferenza. Un altro chilometro del cazzo. Sono troppo lento per trovare compagnia. Anche quelli che camminano vanno molto più veloci di me.
...
La strada continua a colpirmi le cosce con cattiveria.
Nessun eroismo. Solo la determinazione di un mulo. La sofferenza di un esercito in ritirata o di un esodo forzato. Non c'è gloria, cerco solo salvezza e riposo. Avessi due euro mi fermerei a prendere una birra, ma sono povero. Redenzione, penitenza ma per cosa? Cosa ho fatto di male? Non riesco a ricordare il peccato.
Per me, finire il passatore vuol dire finirlo correndo. Non strisciando. Perché non mi ritiro allora?
...
Per inerzia. Perché uno zombie non si ritira. Perché, come un esercito in ritirata, mi sto già ritirando. O forse perché ho perso l'autobus.
Intorno al 94esimo vedo, poco avanti, il paese di Errano con le luci dell'ultimo ristoro. Accanto a me passa il pullman che porta i ritirati a Faenza. Mette la freccia e si ferma al ristoro per chiedere se ci sia qualcuno da caricare. Vorrei poter correre per prenderlo ma non riesco. Lo vedo ripartire “Ho perso il pullman?” Chiedo. “Nessuno si ritira ad Errano”, rispondono i ragazzi del ristoro. “Avrei voluto essere il primo”. Mancano ancora più di 5 km del cazzo. Sono 3 ore che cammino, ne manca ancora più di una, interminabile. Ho perso il pullman dei ritiri e ora mi tocca arrivare.
Gli ultimi 5 km sono segnati uno per uno. Al 96esimo passo dopo 11h16 di corsa. Calcolo che se riesco a scendere sotto gli 11' al km potrei finirla entro le 12 ore. Non posso allungare il passo, mi verrebbero crampi, allora ne aumento la frequenza. Tanti passetti dolorosi mi fanno avanzare lentamente attraverso i viali della periferia di Faenza.
Finalmente entro in piazza. Uno del pubblico mi affianca e mi esorta, mi dice “vai, vai!” “sto già andando”, rispondo. Non vuole capire che sto già facendo il mio sprint. Ecchecazzo, non si vede? Sto sfiorando i 6 km all'ora. Spingendomi, mi fa quasi venire un crampo, poi capisce e mi lascia tranquillo. Rispondo alle esortazioni della folla con un bel sorriso e un gesto di ringraziamento, porto il dito alla tempia con due tocchetti e poi lo allargo con un giro ad indicare tutti. Siamo tutti pazzi. Tutti pazzi.

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giovedì 27 dicembre 2018

Consigli della settimana

Questo articolo verrà aggiornato periodicamente con i "consigli della settimana" scorsa.
  • Recupero. Meglio non fare allenamenti pesanti come “medio”, “lungo” e “variazioni” in giorni consecutivi (soprattutto fra le variazioni e il medio conviene recuperare bene), per il resto gestiteli come preferite. Se volete allenarvi più di 3 volte a settimana, aggiungete corse tranquille e non troppo lunghe o, ancora meglio, trekking o uscite in bici.
  • Compagnia. Fare gli allenamenti, soprattutto quelli lunghi, in piacevole compagnia può essere un bell'aiuto. Il “medio” e le “variazioni”, però, le dovreste fare al vostro ritmo per cui, se non volete farli da soli, dovreste trovare qualcuno al vostro stesso livello o che si adegui al vostro ritmo.
  • Ascoltate il corpo. Se vi sentite particolarmente stanchi o indolenziti evitate di fare allenamenti pesanti. Meglio non completare i compiti settimanali che rischiare l'infortunio.
  • Progressività. Aumentate progressivamente, di settimana in settimana, lunghezza e intensità degli allenamenti. Conviene partire da valori di distanza, velocità e numero ripetizioni che trovate poco disagevoli per poi aumentarli nelle settimane successive.
  • Volume. Cercate di bilanciare gli allenamenti settimanali in modo da arrivare, con la dovuta progressività, a coprire complessivamente, ogni settimana, tutto il dislivello della gara e il doppio della distanza di gara.
  • Non correre troppi km su asfalto. Lo sterrato è meno traumatico per le articolazioni e l'impatto contro un albero è meno traumatico di quello contro un'auto.
  • Occhio al peso. La leggerezza è importante quanto l'allenamento. Se pesate 80kg e correte la mezza in 1h40, pesando 2 kg in meno impieghereste 2 minuti e mezzo in meno, così, senza neanche una ripetuta in più. Non fate diete, però, che sono una cosa brutta e volgare: siamo amatori e, per un risultato sportivo, non dovremmo negarci i piaceri della vita, neanche a tavola. Basta usare un minimo di autocontrollo per rinunciare al secondo bis o ad un bicchiere di troppo; insomma, vi basterà evitare esagerazioni e l'attività fisica vi porterà naturalmente al vostro peso-forma. E se proprio non riuscite a mangiare di meno, cagate di più!
  • Il consiglio più importante? Divertitevi! Siamo amatori, non professionisti e la corsa dev'essere un piacere!

Programma allenamento trail medio (fino a 30km e 1500D+)

I trailer amatoriali si dividono in due categorie: quelli che partecipano alle gare con l'unico obiettivo di arrivare in qualsiasi modo al traguardo e quelli che partecipano per arrivare al traguardo “il meglio possibile”. Per i primi ogni tabella tradizionale perde di significato; si tratta di abbattere i propri limiti a colpi di testa. Anche io l'ho fatto, affrontando competizioni di lunghezza disumana, quindi, prima o poi, scriverò un articolo anche per loro. Questo programma, invece, si rivolge a chi non si accontenta di arrivare ma vuole farlo bene, il più veloce possibile o almeno in buone condizioni. 
Fissata la gara obiettivo e una velocità di percorrenza obiettivo, ci sono due modi diretti di arrivare a coprire la distanza di gara a quella velocità: i) andare alla velocità prevista per distanze sempre più lunghe provando a tenerla per tutta la distanza di gara o ii) coprire la distanza di gara a velocità sempre più alte provando a raggiungere la velocità obiettivo. Questi percorsi adattativi “diretti” hanno il difetto di essere monotoni. Puntano in una sola direzione e gli stimoli, sempre uguali, dopo un po' diventano meno efficaci. Il nostro organismo si adatta velocemente a quell'andatura o a quella distanza e dopo i primi miglioramenti, non va oltre.
Oltre a queste vie dirette, ne esistono infinite altre possibili. Pensate, per esempio, all'idea di “circondare” distanza e velocità obiettivo della gara, percorrendo, in allenamento, sia distanze più lunghe di quella di gara (a velocità inferiore) che velocità superiori a quella di gara (per distanze più brevi). La varietà e l'intensità degli stimoli allenanti che si riescono a dare in questo modo sono estremamente superiori e l'allenamento risulta molto più efficace. Su questa base, vi propongo un programma a tre vie: quella diretta (medio a ritmo gara), quella della distanza lunga (lungo lento) e quella della velocità (variazioni veloci). Per semplicità, l'ho strutturato in 3 allenamenti da svolgere ogni settimana ma anche se il ciclo fosse ripetuto ogni 6 giorni o 8 giorni non cambierebbe un granché. La descrizione degli allenamenti è estremamente sintetica e volutamente scarna, lascio a voi la libertà di definire i dettagli. Alla fine, troverete una serie di consigli che via via aggiornerò.

Allenamenti settimanali:
Lungo lento. Distanza da aumentare progressivamente fino a superare la distanza di gara anche di un 20%. Percorso preferibilmente trail. Ritmo a piacere ma non affannato; alla fine dell'allenamento consiglio di provare ad aumentare il ritmo per vedere cos'è rimasto di voi.

Medio a ritmo gara. Durata dell'allenamento da aumentare progressivamente fino a raggiungere o anche superare leggermente la metà del tempo di gara previsto. Nel definire il “ritmo gara”, siate, se non velleitari come me, almeno un po' ambiziosi, altrimenti non migliorerete molto; dev'essere comunque un ritmo impegnativo, nessuna chiacchiera, al massimo un parlottio affannato. Percorso a piacere: pianeggiante, collinare o di montagna. Anche in questo caso potete provare a fare una piccola progressione nel finale.

Variazioni veloci. Si svolge alternando tratti di corsa a ritmo più veloce del ritmo gara a tratti di recupero. Le possibili combinazioni sono infinite. Per esempio: da 4 a 6 ripetizioni veloci da un km con recupero di 3-5 minuti di corsa leggera oppure 10-20 ripetizioni veloci da 1 minuto con recupero di un minuto di corsa leggera oppure circuito collinare con salite veloci e recupero in discesa o anche, semplicemente, una mezz'ora corsa a tutta; il consiglio è di variare le variazioni da una settimana all'altra per rinnovare gli stimoli. In tutti i casi, ritmo, lunghezza, numero delle ripetizioni e il recupero dovrebbero essere bilanciate in modo da arrivare in affanno alla fine di ogni ripetizione ma riuscire a recuperare per fare le successive allo stesso ritmo.

Consigli vari:
  • Recupero. Meglio non fare i 3 allenamenti indicati sopra in giorni consecutivi (soprattutto fra le variazioni e il medio conviene recuperare bene), per il resto gestiteli come preferite. Se volete allenarvi più di 3 volte a settimana, aggiungete corse tranquille e non troppo lunghe o, ancora meglio, uscite in bici.
  • Compagnia. Fare gli allenamenti in compagnia può essere un aiuto. Il medio e le variazioni, però, le dovreste fare al vostro ritmo per cui dovreste trovare qualcuno al vostro stesso livello o che si adegui al vostro ritmo.
  • Ascoltate il corpo. Se vi sentite particolarmente stanchi o indolenziti evitate di fare allenamenti pesanti. Meglio non completare i compiti settimanali che rischiare l'infortunio.
  • Volume. Cercate di bilanciare gli allenamenti settimanali in modo da coprire complessivamente, ogni settimana, tutto il dislivello della gara e il doppio della distanza di gara.
  • Progressività. Aumentate progressivamente, di settimana in settimana, lunghezza e intensità degli allenamenti. Conviene partire da valori di distanza, velocità e numero ripetizioni che trovate poco disagevoli per poi aumentarli nelle settimane successive.
  • Il consiglio più importante? Divertitevi! Siamo amatori, non professionisti e la corsa dev'essere un piacere!
Mi riprometto di aggiornare settimanalmente questa pagina aggiungendo altri utilissimi consigli.
Restate sintonizzati!
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venerdì 21 dicembre 2018

Orgogliosamente essere umano

Io sono del Partito Umanista; però, cavolo, non esiste e quando arrivano le elezioni non so mai chi votare.
Penso che dovremmo uscire dall'Europa, certo, ma per entrare nel mondo. È lì che l'economia globale spadroneggia e che bisogna entrare per riprendere il controllo del futuro del pianeta. Il sistema economico che in mano all'uomo era e sarebbe un potente strumento di sviluppo, sfuggito al controllo politico è diventato un mostro capace di generare, in nome della sua stessa crescita, guerre, catastrofi sociali e ambientali.
Siamo arrivati al paradosso che l'uomo esiste per far star bene l'economia e non viceversa. Siamo come criceti messi nelle gabbiette a far girare la ruota dell'economia e, invece di ribellarci, litighiamo fra di noi per un tozzo di pane.
Per liberarci da questa schiavitù, dobbiamo essere consapevoli e orgogliosi delle straordinarie qualità dell'essere umano e, tutti insieme, ribellarci al dominio di un mostro creato da noi. Finché resteremo divisi e meschini, schiavi dell'egoismo, del nazionalismo, del razzismo, non avremo speranze. È il mostro che ci vuole così: litigiosi produttori, insoddisfatti consumatori.
Dobbiamo invece essere orgogliosi del genio di Einstein come lo siamo di quello di Leonardo. È genio “umano” non “italico” o “germanico”. Orgogliosi della velocità di Bolt come lo siamo di quella della Pellegrini. Orgogliosi di far parte di una specie meravigliosa; siamo belli, forti, intelligenti, capaci di invenzioni spettacolari e di adattarci alle condizioni più estreme; di correre, nuotare, volare fino ad altri pianeti.
Ci manca solo la libertà di uscire dal vortice, riprenderci il nostro tempo e usarlo per “vivere bene” qualunque sia il significato che, dopo una riflessione, vogliate dare a queste due parole.
Siamo belli, forti, intelligenti ...

domenica 16 dicembre 2018

Giancarlo corre con noi

Foto di Tore Orrù
Oggi mi sono concesso un giorno d'idoneità e, nonostante il pettorale verde, ho ignorato i limiti di velocità e il limite dei 4.4 km dei non-competitivi, andando dritto oltre il secondo giro.
Tutte e 3 le volte che ho concluso la gara del colle (2013, 2014 e 2016), sono arrivato al traguardo in un tempo compreso fra i 36'18 e 36'38. Quell'intervallo di venti secondi è il mio tempo riservato; quest'anno me lo hanno tenuto libero e in quello spazio bianco fra la dodicesima e la tredicesima linea della classifica se lavorate con l'immaginazione, potete vedere i miei 3 fantasmi. Io però non ero lì; oggi ci ho messo 4 minuti in più. Sono partito piano e nel finale ho rallentato leggermente perché mi sentivo stanco ma mi sono impegnato, quasi allo stremo. Mancava solo l'allenamento e quei 3-4 chili in più, donano all'aspetto ma vanno pur portati in giro. Però mi sono divertito, spingendo sulla dura salita fino a sentire bruciare le cosce, lanciandomi senza paracadute nella veloce discesa e inseguendo gli altri atleti come un cane dietro la preda. Sensazioni forti, selvagge, brutalmente belle, che, d'ora in poi, ogni tanto mi vorrò concedere. Perché ci sono novità, sapete? Pare che l'anno stia per cambiare.

sabato 15 dicembre 2018

Esplorando

Tutte le foto sono di Tore Orrù. Grazie!
Mentre la sonda ”InSight” atterra su Marte, anch'io, dopo un lungo viaggio a cavalcioni di un satellite atterro sul mio pianeta selvaggio.
Esplorare un territorio per acquisirne la conoscenza è nella natura umana. È una forma di possesso; la conoscenza di un territorio ce lo fa sentire nostro nel senso naturale e romantico del termine: ci si sente a casa e lo si ama.
La sonda insight lascia tracce di urina di canide terrestre sul territorio marziano per tracciare i confini del territorio esplorato perché il filo spinato, secondo gli esperti NASA, pesava troppo per il propulsore NSP. Noi non tracciamo confini, al più lasciamo un po' di sciacquatura di piedi nell'acqua e tracce di pelle nei rovi. Sentire proprio un territorio vale molto di più che possederlo come proprietà privata perché il piacere esplode nel momento in cui lo si condivide con altri, quando le emozioni entrano in risonanza.
La ricchezza di un territorio sta nella sua bellezza e complessità. Come per una persona, per una storia o per la musica. Quando il bello si unisce al complesso, il piacere cresce man mano che la conoscenza avanza, raggiunge il culmine quando l'aspettativa incontra la sorpresa fino a poi scemare quando la conoscenza supera la sorpresa. Quando si arriva alla conoscenza completa, allora la curiosità ci spinge a cercarne un altro. La sonda insight stufa del territorio marziano, monocolore, pianta un capriccio perché vorrebbe andare su venere. Io invece non vedo l'ora di tornare proprio lì, ad infilarmi in quell'altra gola che ho visto solo dall'alto.
Lì, la roccia si fa arte, monumento, scolpita dall'acqua e affrescata dalla vita col giallo e rosso dei licheni e il verde delle piante nella tavolozza. Provando a seguire il corso dell'acqua, si incontrano giungle di oleandri e esplosioni di rovi che arrivano a riempire l'intero spazio della gola. Neanche il giardino di casa mia è così selvaggio! Salendo su, la giungla lascia spazio ad un bellissimo boschetto primordiale di lecci, ginepri, olivastri plurisecolari. Il passaggio però è reso difficile da labirinti di roccia. Non c'è sentiero, si seguono tracce gps di dinosauri che a volte si perdono in immensi cespugli di rovi, altre volte salgono su fino a sbattere contro maestose pareti di roccia. Esplorando, si segue la curiosità fino al limite ma a volte tocca tornare indietro. Anche questa è conoscenza.
La vera ricchezza è nella conoscenza e per diventare milionario, mi sto impossessando di uno dei territori più belli, complessi e selvaggi di tutta la Sardegna, quel tratto di Sulcis dove il rio is cioffus ha affondato le sue acque affilate nelle rocce malleabili per scolpire un labirinto di gole. Dove i carbonai non sono riusciti ad entrare per trasformare la foresta in combustibile. Dove il tempo si è fermato al giurassico. Altro che Marte! Questo pianeta è molto più bello! Non vedo l'ora di tornarci con voi per farvi vedere la mia nuova casa.

P.S. Grazie a Tore, Tonino, Priamo e tutti gli altri che mi hanno accompagnato nelle varie esplorazioni, passando fra acqua, rocce e rovi senza protestare.

giovedì 13 dicembre 2018

La vita tranquilla del non-idoneo

Ormai è da un anno e mezzo che mi hanno ritirato l'idoneità agonistica per atletica leggera, ciclismo, triathlon e cose belle. Mi è rimasta la scelta fra bridge, bocce, tiro con l'arco o pesca sportiva. In questo lasso di tempo, in attesa di scegliere fra bocce e birilli, ho continuato a fare qualche corsetta anche se con ambizioni modeste. Nel 2017, rappresentavo la Sardegna al trofeo delle regioni di ultratrail. Il trofeo delle regioni non è certo il campionato del mondo, ma tant'è; nel 2018 faccio le pulizie sui sentieri. Dalle stelle alle stalle. Passare la scopa sui sentieri è un lavoro umile ma ne vado orgoglioso. Mi affeziono ai rottami e do loro un valore. Per me ogni pezzettino merita attenzione e cura. Lo raccolgo in un fazzoletto e, a casa, lo metto in un cassettino.
Corsetta dopo corsetta, mi sono fatto una bella stagione di trail, ho raccolto tanti bei pezzettini d'umanità che con l'idoneità avrei calpestato con noncuranza.

Ecco il mio “Curriculum scopae”:

Professionalmente, dopo alcuni impieghi come pacemaker di maratona, su tempi fra le 3 e le 4 ore, esordisce con l'incarico di “doppia scopa” all'UTSS del 2017. Per la professionalità con cui combina razionalmente altimetrie, cancelli orari e animi umani, gli viene conferito il titolo di “scopone scientifico” e viene ricercato dagli organizzatori di mezza Sardegna e mezza. Il suo motto è “l'atleta umido non va mai conferito con l'atleta secco”.

Ecco la lista degli impieghi portati a termini nel solo 2018:
Montiferru Winter Trail: 50km; 8h45
Trail del Marganai: 52km; 10h (con Gianni Abis)
Elighe Uttiosus Spring Trail: 21km; 4h (con Gianni Abis)
Sea trail Porto Corallo: 35km; 6h
Sardinia trail – prima tappa: 26km; 3h45
Sardinia trail – terza tappa: 27km; 5h10
Tuna coast trail Carloforte: 41km; 8h40
UTSS – seconda metà: 45km; 11h
Trail delle miniere: 36km; 6h30

Alla fine dei conti, nel 2018 ho fatto circa 330km di servizio scopa in gare di trail in oltre sessanta ore di gara. Niente male, direi, per un diversamente idoneo.

Cosa mi è rimasto? Beh, ho partecipato a gare bellissime in territori meravigliosi, ho conosciuto la tenacia degli ultimi, la sofferenza degli altri, ho imparato qualcosa sull'organizzazione delle gare e mi resta poi questa raccolta del buon augurio per il 2019:

lunedì 10 dicembre 2018

Trail delle miniere

Confesso che non mi aspettavo moltissimo da questo trail. Guardando le fotografie, immaginavo che si sarebbe corso su larghe piste minerarie fra colline cespugliose costellate da rovine, non di monumenti antichi ma di villaggi e stabilimenti industriali. La realtà non era molto diversa da come la immaginavo ma mi ha sorpreso piacevolmente; è un territorio che ha un suo fascino particolare, con la sua aria post-apocalittica, con una storia unica e un cuore pulsante in evidente sintonia con quello di chi ha ideato il tracciato; è un'atmosfera che non si può fotografare, bisogna respirarla; io l'ho respirata lungo i 36 km del percorso ed essere lì a correrci dentro è stato emozionante.

Io, come ormai di consueto, curo la retroguardia, difendendo il drappello di disperati in fuga da domeniche sul divano. È dura; per sfuggire alle comodità bisogna soffrire, lo sappiamo, ma in ballo c'è la libertà. Con me, il medico di gara, sempre presente e sempre in giro a divertirsi ad esplorare il territorio con la sua moto. Anch'io mi prendo qualche libertà: nei brevi tratti in cui il percorso si fa impegnativo, mi lancio in brevi fughe in avanti, per svegliare l'adrenalina, fino a restare senza fiato in salita o a sfiorare il punto di caduta in discesa; anch'io ho i miei divani da sfuggire.
Quando il divano si avvicina, gli atleti evocano un percorso liscio e privo di asperità. Per fortuna i tracciatori ci hanno offerto un percorso vario ed impegnativo. Salite si alternano a discese. Strade minerarie a fasce taglia-fuoco e rari single track. Più si fatica, più i panorami si allargano e il vento soffia potente ma più che la natura, colpisce il fascino decadente di un territorio sfruttato e abbandonato, dove il tempo è passato veloce e si sta fermando in un'era post-industriale. Villaggi popolati da fantasmi, maestose rovine industriali, gallerie dove correvano veloci treni e ora passiamo noi, a piedi, con passo incerto, scappando dai divani. Qui non ci troveranno mai! Priamo, Tore, Alessandra, Wilma e Gianfranco, avanzano decisi. Andrea, invece, stufo di soffrire, si era arreso all'idea di proseguire sul sedile imbottito di un'autovettura. Lo abbiamo trascinato via, appena in tempo, dalla sedia che lo stava per inghiottire.
La nostra fuga entra in perfetta sintonia con il territorio. Qui l'era del divano è passata, si respira aria del “dopo”, di quello che ci aspetterà dopo il fallimento dello sviluppo forzato che sta devastando il pianeta. Si caccia, si corre, si guardano con occhio meravigliato i giganteschi stabilimenti crollanti mentre Barbara D'Urso continua a sorridere dentro televisori spenti.
Al prossimo anno!

sabato 8 dicembre 2018

Elementi di "cucina stocastica"

Chi ne sa di cucina, conosce sicuramente il teorema di commestibilità, ovvero la legge universale che dice che l'unione di due insiemi commestibili è, a sua volta, commestibile. Come corollario, ne segue che se si mettono insieme N ingredienti commestibili si ottiene sempre qualcosa di commestibile. Questo dovrebbe bastare a tacitare quelli che protestano quando, per esempio, la pasta aglio olio e peperoncino è fatta con la cipolla al posto dell'aglio. “Non si può mangiare!” “Si può, tranquillo, si può.” Lo dice la scienza.
Il teorema di commestibilità è alla base della “cucina stocastica” (link). La buona cucina, a dire il vero, è un concetto disgiunto e parallelo e capita quando l'unione degli ingredienti è migliore degli ingredienti mangiati separatamente, il che, comunque, a volte e più spesso di quanto si creda, succede anche con combinazioni casuali.
Questa settimana, che Maria è a Bruxelles, dopo la cerimonia di incoronazione come “capotavola”, ho dato sfogo allo chef stocastico che è in me.
I “rigatoni al frigorifero” sono il piatto ideale per svuotare il cassetto della verdura del frigo, che non è bello vedere nel cuore del cuore della casa tutta quella roba vegetale. Va bene il polmone verde ma il frigo è sacro. Come si preparano? Rovesciare il cassetto sul tavolo della cucina, tritare tutto avendo cura di togliere le confezioni di plastica, cuocere nel pentolame più facilmente raggiungibile, unire i rigatoni (cotti) e mantecare con panna, che, a parte che se si usa un termine professionale come “mantecare” in una ricetta, questa sembra buona, la panna ha la capacità di rabbonire gli ingredienti; li intontisce al punto che non litigano quando li si mette insieme.
La cucina stocastica funziona anche togliendo ingredienti a caso, come nel caso delle
“polpette di carne senza carne” per il figlio vegetariano. “Per cena io avrei la bistecca. Per te ci sarebbe del pane secco, va bene?” “Ma ....” “OK, tranquillo, ti ci faccio le polpette”.
Sorvolando sulla “fregola ai cipollotti e mustia”, ecco un piatto che invece mi è venuto particolarmente bene: le “frittelle di patate a caso”. Dopo aver sbucciato le patate e averle guardate negli occhi per un paio di minuti, non avendo voglia di tagliarle a pezzetti, si grattugiano in una scodella, si aggiunge un aroma a caso tritato finemente (a me è capitato rosmarino), un Q.B. (ovvero una quantità rigorosamente casuale) di farina per ottenere una poltiglia appiccicosa, mescolare e sbattere in padella in olio di oliva ben caldo. Schiacciare, girare, salare, pepare e mangiare. Ottimo!
Infine, nella cucina moderna, non si deve mai trascurare l'impiattamento. L'impiattamento stocastico dà la misura della percentuale di cibo che non sbrodola fuori dal piatto mentre lo si serve. Ad occhio e croce direi che mi sono meritato un ottimo 99%!

lunedì 3 dicembre 2018

Cagliari respira

La vita sul pianeta avanza in equilibrio fra respirazione e sintesi clorofilliana.

Tutte le foto sono di Tore!
Si respira forte anche di sabato. È il giorno della montagna. Priamo vorrebbe fare 30 km per provare la forza delle sue caviglie in vista del trail di Iglesias. Tore ha in mente una grande escursione sul Lattias con pranzo finale e vuole fare le prove. Metto insieme le due esigenze e dopo un'ora di prologo con Priamo, saliamo con Tore e Giuseppe in cima al meraviglioso Lattias. Cagliari respira, noi di più. Il respiro del bosco, l'ampio respiro delle visuali, erezioni granitiche e querciose, fino a restare senza fiato, per la bellezza, per l'asma di Tore, per la salita.






















Ma dopo il sabato viene la domenica.

Per respirare, bisogna alternare in modo preciso inspirazioni ed espirazioni che se si inspira dimenticandosi di espirare, si rischia di esplodere.

Vado a Cagliari più per socialità che per voglia di correre ma, visto che sono lì, mi iscrivo alla non competitiva di 6 km. L'anno scorso, mancando malauguratamente la prima deviazione, ne avevo fatti 10, oggi non so davvero come andrà a finire.
Le gambe sono stanche. Ieri, seppure con calma, ho fatto più di 1000 metri di dislivello su sentieri non semplici. La schiena è indolenzita, l'asfalto è duro e piatto, le scarpe sono rotte e le calze sono riciclate e puzzano. Ieri avevo messo insieme le uniche due calze senza buchi rimaste, una di lana, l'altra di cotone e oggi, se voglio correre, non mi resta che pescare nel cesto dei panni sporchi.
È in questo stato fisico, chimico e mentale che mi presento al ritrovo ma ho letto che c'è musica dal vivo: andiamo ad ascoltarla.
Si parte dietro. Dietro le mamme con bimbi in carrozzina, dietro quelli che fanno 100 metri correndo e poi si fermano stravolti. Mi sento anch'io uno di loro e invece di slalomare agguerrito, mi adeguo al passo dominante. Poi la strada si allarga e il passo si allunga in modo del tutto naturale e il mio moto relativo mi fa avanzare lungo il serpentone incontrando gente sempre diversa. Vado 1-2 km all'ora più veloce del serpente e il respiro è agevole, quindi, quando supero qualcuno che conosco, c'è tutto il tempo di salutarsi e scambiare due parole; 10 – 15 secondi, non di più; le eventuali chiacchiere si perdono nella distanza.
Il secondo bivio mi sorprende troppo presto e lo manco. Mi dicono di stare a destra ma le gambe vanno a sinistra. Volevo poi sentire la musica dal vivo e ne ho trovata poca. Mi aspetto che il meglio debba ancora arrivare e non mi sbaglio. Il poetto è un continuo di band e quando il rock è potente non posso fare a meno di muovere il passo al ritmo della batteria. E poi si vola. È questo l'effetto che mi fa la musica dal vivo mentre corro.
Mal di schiena e rigidità pian piano si sciolgono e a parità di sforzo vado più veloce e continuo ad avanzare lungo il serpentone, superare e salutare. Ora il gesto di correre mi fa davvero piacere. Non sono allenato ad andare veloce e non spingo più di tanto; non devo poi scordarmi di essere cardiopatico! Però questo è correre: i piedi che si fanno molla e spingono quasi senza sforzo, i polmoni che alternano inspirazioni ed espirazioni, il cuore che, ogni tanto, batte un colpo … sto andando a 4.15, non di più, ma è una bellissima sensazione. Si entra al molentargius; il gruppo dell'ora e quaranta occupa tutta la strada e mi rallenta un po', poi trovo spazio e torno a respirare intensamente. Il clima è gradevole, il vento soffia sempre a favore, sembra tutto perfetto ma quando, dal quindicesimo chilometro, dopo mille metri, si è passati al diciassettesimo, si è creato un certo sconcerto. I podisti sono precisi, stanno attenti ai 2, 3 secondi al chilometro che corrispondono a circa 10 metri. Vedere sparire un intero chilometro è stato scioccante. Che fine ha fatto il sedicesimo? Mi aspettavo di ritrovarlo più avanti; magari aveva deciso di crescere e superare il 18 … forse si nascondeva nel ventesimo chilometro che infatti risultava lungo 1600 metri … non è più ricomparso e l'arrivo ha sorpreso un po' tutti, ancora in cerca del sedicesimo chilometro; credo che i sommozzatori lo stiano ancora cercando nei canali del molentargius ma, probabilmente è fuggito altrove, forse ai caraibi. Comunque, dovendo fare 6 chilometri, il sedicesimo era fuori dal mio territorio e non mi posso certo lamentare. Gli auguro il meglio, davvero, lo andrò a trovare.
Considerato che sono partito dietro a tutti gli 800 e oltre e che all'arrivo ne avevo davanti 250, ho superato quasi 600 atleti considerando solo quelli della mezza maratona. Un bel modo di socializzare, di respirare, di vivere.

sabato 17 novembre 2018

Seconda edizione del terzo trail di Capoterra – Scorrerà birra a is cioffus.

Dopo una gara, sull'onda dell'entusiasmo, si comincia a pensare alla successiva. Come sa bene chi ha appena terminato una gara impegnativa, dopo qualche momento di saggezza in cui lo sfinimento fa pensare “mai più”, resta una sensazione di euforia che spinge l'immaginazione già alla prossima fatica. Lo stesso fenomeno succede anche quando si organizza. La fine di un impegno completo, totalizzante, lascia, insieme ad una rilassante forma di appagamento, anche un senso di vuoto. Si fatica a smettere di colpo e allora, sfruttando l'onda dell'euforia è un buon momento per mettere le basi per una prossima edizione, ancora più bella.
Si parte da un'idea. Al di là della bontà dell'organizzazione e della tipologia del percorso, il valore intrinseco di un trail è dato dal territorio. Un bel territorio è condizione necessaria per fare un bel trail e questo già l'avevamo ma se si trovasse un posto inconfondibile, caratterizzante, davvero unico in cui passare, il trail diventerebbe impagabile.
Nel basso sulcis, c'è la meravigliosa gola di is cioffus, un monumento che oltre ad essere affascinante e selvaggio, è anche inconfondibile. Dopo un lungo corridoio sempre più stretto ed inquietante, ci si trova davanti ad un maestoso portone di roccia che introduce ad un luogo incantato, sospeso fra paradiso ed inferno, dove il tempo si è fermato. L'impatto visivo è tale che forse è il posto che più di ogni altro in zona si può definire “unico”; è quindi da qui che, in un modo o nell'altro, dovremo passare. Non è di facilissimo accesso, per cui bisogna studiare bene per trovare un percorso adatto.

Trovata l'idea, si comincia a guardarla dall'alto. Comincia una delle fasi che mi piacciono di più: lo studio delle mappe, l'esplorazione virtuale del territorio che culmina con l'invenzione di percorsi teorici.
20 anni fa studiavo le cartine IGM, vagando con la mente fra curve di livello e seguendo sottili linee tratteggiate, colorando con la fantasia quel mondo simbolico in bianco e nero. Ora, invece, mi metto a cavalcioni di un satellite e, da lì su, osservo il territorio, le rocce, le strade; cerco tracce di sentiero, immagino passaggi. È una fase bellissima, piena di fantasia. La vista dall'alto è affascinante; zoom in e out per picchiate verso il suolo e veloci risalite …via via il desktop si riempie di finestre aperte su viste aeree piene di verde da cui entrano folate fresche di aspettative. Non vedo l'ora di atterrare lì, fra quelle file di roccia, per vedere se è magnifico come sembra.

Poi, ogni sabato, arriva il momento tanto atteso di scendere sulla terra, di toccare con mano, di bagnarsi i piedi nella realtà ... ma questa è tutta un'altra storia.

mercoledì 14 novembre 2018

Corri Molentargius

Foto di Gavino Sole
“Sarà una bellissima giornata di sole, di sport, di festa …”. Si cercano motivazioni. Provo a coinvolgere i bambini della squadra o, meglio, i loro genitori ma sono tutti impegnati. Poi provo a coinvolgere i vecchietti della squadra ma, a parte Fabio e Vitalia che avevano già deciso di partecipare, manco loro mi danno retta. Poi provo a coinvolgere me stesso. Almeno io dovrei ascoltarmi. Dopo una lunga trattativa, mi prometto di partecipare alla non competitiva di 7 km.
Domenica mattina però mi sento molto stanco. Non partecipo mai ad una competizione, anche se non-competitiva, senza adeguata preparazione. Questa l'avevo preparata molto meticolosamente martedì, con il classico allenamento “vediamo se riesco ancora a correre veloce” alternando un chilometro lento ad uno un po' tirato per 5 volte. Essendo più di un mese che non correvo a 4-4'15 al chilometro, mi si sono induriti i polpacci e oggi li sento ancora di legno. Le 5 ore di trail esplorativo di ieri, poi, mi hanno affaticato ulteriormente e per uscire dalla “zona notte” sono costretto ad aggrapparmi alla ringhiera delle scale. Ho anche mal di gola e mi cola il naso. Forse farei meglio a restare in zona notte ad aspettare il prossimo tramonto ma lì fuori, in zona giorno, ci sarà “una bellissima giornata di sole, di sport, di festa …”. Basta scuse, Molentargius, arrivo!
Salgo in auto e stacco il cervello; per una volta, mi fa piacere sentire la voce della signorina tom tom che interrompe la musica e mi guida con la sua voce dolce ma decisa. Poi, dopo il secondo giro intorno all'amsicora decido di riattaccare il cervello per interpretare in modo critico quel suo “svolta leggermente a destra per continuare su asse mediano” perché, altrimenti, continuerei a girare lì intorno fino ad esaurimento del carburante. In un modo o nell'altro, eccomi qui.
Doveva essere festa e festa è. Mi immaginavo di stare lì in un angolo di un divano a guardare gli altri ballare ma no, mi butto anch'io nella mischia e la stanchezza sparisce. Le chiacchiere si interrompono e parte la gara. Come da istruzioni aspetto dietro l'arco giallo che partano tutti i competitivi e poi via anch'io. Qui dietro c'è poco spazio per correre ma mi diverto a slalomare fra i più lenti, mi sembra di essere forte. Ho l'impressione che se avessi spazio sufficiente potrei correre come un fulmine ma quando, dopo il primo chilometro, lo spazio si libera ho già esaurito il meglio delle energie. Non importa. Continuo a superare fino al bivio che separa gli atleti agonisti dai non competitivi e, improvvisamente davanti non vedo più nessuno. Al ristoro mi fermo a bere con calma; mancano stimoli: vorrei qualcuno da inseguire, da superare ma sono solo. Riparto pensando a raggiungere dignitosamente il traguardo. Dovrei essere fra i primi della non competitiva, forse sul podio e sarebbe già una soddisfazione. Finalmente vedo uno davanti a me che cammina; è un ragazzo in crisi. Lo incito, ormai l'arrivo è vicino. Ecco il traguardo! Il pubblico mi applaude e lo ringrazio. Tre atleti sono già arrivati e sono tutti ragazzini!
I primi 5 della non competitiva, dalle foto di Arnaldo Aru
Mi sono ritrovato in mezzo alla gara dei cadetti ma ho mancato il podio ugualmente; ormai non vinco neanche coi quindicenni … Mi fa sorridere ma anche questo è sport. Luca mi offre un sorso di birra e anche questa è festa; si continua con le chiacchiere interrotte dalla partenza mentre lo speaker urla sottovoce per non spaventare i fenicotteri. Infine, anche il sole, indossando un abito estivo, dà il suo contributo ad una “bellissima giornata di sole, di sport, di festa …” che chi è rimasto in zona notte non può neanche immaginare.

giovedì 8 novembre 2018

è forse questa la “felicità”?

La mattina, dopo colazione,
per iniziare bene la giornata,
seguo una certa ispirazione
e mi faccio una bella cagata.
Non è che “mi scappa”, e dove va?
È che è una cosa bella, che mi va.

Chiudo a chiave che se mi vedon
con sta faccia non ho scampo
Bello e comodo mi siedo,
scaldino acceso, c'è pure campo
che se mai ciattare volessi
le idee migliori nascon sui cessi.

C'è campo ma non c'è tempo.
Già si muove un bel getto
sodo e morbido al contempo
che mi accarezza ileo e retto.
Scorre, scivola, va via,
con la dolcezza di un addio

Il primo non è pasta al sugo rosso
ma un preludio. Fuori il secondo!
Suona il gong e arriva il terzo, quello grosso
che si tuffa con un suono cupo e fondo;
è il gran finale, questo è certo,
di un bellissimo concerto.

Stacco un mezzo foglio
di carta, do una bella passata,
poi la osservo con orgoglio
ancora bianca e profumata,
col candore e la purezza
d'una cagata di gran bellezza.

Guardo in giù, son molto contento.
Non è solo senso di libertà
ma anche di vita e godimento;
è forse questa la “felicità”?
Boh. Resta aperta la questione
che è già partito lo sciacquone.

domenica 4 novembre 2018

40 centesimi al km - Bilancio gara del “trail di Capoterra”.

1 euro al chilometro o anche più. Ormai questo è il prezzo delle manifestazioni podistiche e spesso non include neanche il pranzo. 1 euro al chilometro; si fa così e il “mercato” lo accetta: i trail vendono bene. L'entusiasmo di alcuni podisti, però, comincia a scontrarsi con il peso del portafogli e la partecipazione allo sport più democratico del mondo rischia di diventare elitaria, riservata a chi ha disponibilità economica, lasciando fuori chi non se lo può permettere, con il divano pronto ad accoglierli con il suo abbraccio mortale.
Per noi, il trail non è merce da vendere un tanto al chilo. Il territorio non l'abbiamo fatto noi. L'abbiamo trovato così e ci piace condividerne la conoscenza con TUTTI. Allora, “si fa così” ma noi abbiamo fatto diversamente: 15 e 30 chilometri, tutti a 12 euro, pranzo e birra inclusi! La lunga costava la metà delle patate: 40 centesimi al chilo.

La scelta “politica” di organizzare una bella gara di trail con pochi soldi era una scommessa. Abbiamo scommesso sulla passione e sul volontariato come motori sociali alternativi al denaro.
L'Atletica Capoterra, il gruppo scout AGES, il GRUSAP, l'Assoraider, i colleghi del CRS4, la Società Cooperativa di Poggio dei Pini, la Protezione Civile, l'associazione Misericordia, gli sponsor, i “ragazzi di piazza Repubblica”, … hanno tutti, volontariamente, contribuito alla riuscita della manifestazione.
Se invece di un'agenzia pubblicitaria ti trovi Tore, che chiama uno ad uno i suoi amici per cercare di convincerli a venire;
se invece di un'azienda di catering ti trovi Priamo che regge sulle sue spalle da gigante buona parte del peso dell'organizzazione pratica, dalla logistica al lavoro manuale;
se invece di guide alpine, ti trovi i montanari di Capoterra a pulire e mettere in sicurezza il percorso come nella tradizione locale;
se invece di uno studio di design, ti trovi Gavino o Marco, disposti a passare ore della notte a fare disegnini al computer;
se invece di un medico di gara ti trovi Stefano che, oltre a curare corpi, dà un grande contributo d'idee;
se invece d'ingaggiare grandi atleti di richiamo, richiami atleti considerandoli, ognuno a suo modo, tutti “grandi” ...
se fai tutte queste cose, riesci a contenere i costi della manifestazione al minimo e ad andare in pari anche con costi d'iscrizione molto ridotti. A dimostrazione di ciò, ecco il bilancio:

Entrate:

Sponsor: 780
Tanti piccoli sponsor hanno dato un contributo finanziario alla manifestazione e tanti amici e collaboratori hanno contribuito a convincerli.

Iscrizione Atleti: 1344
112 atleti partenti per 12 euro di tassa d'iscrizione. Pagamento sul posto, senza contributi aggiuntivi da versare a gestori informatici.

Pranzo accompagnatori: 497
71 non-atleti hanno partecipato alla passeggiata e al pranzo pagando un contributo di 7 euro.

Contributi pubblici: Promesse …

Totale entrate 2621+Promesse …

Uscite

Tasse gara: 536
3 euro per ogni atleta + 200 euro di tassa gara. Tutto alla federazione che non fa sconti.

Iscrizione gara collaboratori: 120
Iscrizione offerta a 10 atleti che hanno collaborato all'organizzazione.

Pranzo: 656
200 pasti con malloreddus alla campidanese e salsiccia, acqua e bicchiere di vino. Quando la salsiccia è buona davvero e cucinata con perizia, si può offrire un pranzo di buona qualità e abbondanza (bis libero) spendendo poco. Sempre grazie al lavoro dei volontari del GRUSAP in cucina e ai “ragazzi di piazza Repubblica” per la preparazione della sala.

Birra: 284
100 litri per 112 atleti. Birra buona e a volontà per riempire le tazze ricevute come pacco gara all'arrivo. L'ultimo fusto ha dissetato anche volontari e accompagnatori ed è finito giusto giusto alla fine della manifestazione.

Pacchi gara e medaglie: 700
Nessuna maglietta tecnica ma una bella tazza magica, che si riempie di birra e non si svuota mai, preparata dai ragazzi del Raid Karalis su disegno di Gavino. Volontari e altri volontari per un bell'oggetto originale.

Premi: 217
Bottiglia di vino e barattolino di crema di pecorino. Un premio non ricco ma gradevole, rimpinguato da regali vari offerti dagli sponsor.

Varie: 106
Ristori, nastri ...
c
Totale uscite 2619

Bilancio netto: 2621-2619= 2

Ci sono avanzati 2 euro. Aspettiamo ora i soldi promessi dal Comune per distribuirli alle associazioni di volontari che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione per arrivare ad un bilancio finanziario perfettamente a zero.
Ma non è solo una questione economica. Le cose fatte con passione possono essere imperfette ma hanno una vitalità e un'anima che manca a molti lavori professionali. E le imperfezioni sono state davvero tante ma anche la vitalità credo che fosse percepibile in tutto, nei sentieri, puliti ma vivi, nel profumo del bosco, nel colore dei corbezzoli, nel sapore dei malloreddus, nelle tazze e nel loro contenuto, nel clima di festa.
L'altro bilancio, quello più importante, il bilancio sociale e sportivo che si calcola sottraendo la fatica e il lavoro fatto alla soddisfazione nostra e degli atleti, alla salute pubblica e alla promozione del territorio, è stato ampiamente positivo!

martedì 30 ottobre 2018

Terzo trail di Capoterra – Cronache dal coma.

A un certo punto, i neuroni finiscono; resta allora la speranza di essere arrivato ad un punto in cui tutto possa andare avanti anche senza di te. I miei sono finiti alle 22 della vigilia del giorno di gara.
La sveglia suona alle 6, proprio nel momento in cui sono seduto sul water. Non mi preoccupo che possa svegliare qualcuno perché è già da un'ora che sto facendo rumore, stampando fogli per la spunta e due zoom della mappa del percorso …mi sono svegliato con questi pensieri; penso al briefing per i volontari sul percorso e prendo qualche appunto per quello che dovrò dire agli atleti prima della partenza su un foglio che scomparirà nei grovigli del caos; ormai è da ieri sera che navigo a vista. Avrei potuto svegliarmi con pensieri diversi o non svegliarmi affatto. Il foglio delle “cose da fare domani” è fermo a quel fatidico momento in cui l'ultimo neurone mi ha lasciato e oggi è già domani.
Ricordo il momento in cui se n'è andato. Dopo che Corrado, ieri pomeriggio, aveva casualmente scoperto che qualcuno aveva spostato i segni dal percorso per indicare molto bene una strada sbagliata, il piccolo neurone ha trovato la soluzione per sistemarli e ha lasciato il campo disfatto. Ora tutto sembra un miracolo. La pretesa di avere tutto sotto controllo è un'illusione. Senza quella scoperta casuale, avrebbero tutti sbagliato strada e sarebbe finita come la prima edizione, nel caos assoluto. La mano che ha spostato il nastro potrebbe essere la stessa di 3 anni fa o forse è una coincidenza. Cosa importa? La fortuna è con noi, non resta che lei e la si segue ad occhi chiusi e con l'encefalogramma piatto.
Il tempo passa inesorabile e mi immergo, ebete, nel mare di atleti, amici, sorrisi e piacevoli chiacchiere. I piccoli problemi organizzativi mi passano attraverso e li cedo, irrisolti, al primo collaboratore che mi passa accanto.
Ecco anche i 3 “ragazzi di piazza Repubblica” che invece di trascorrere la giornata seduti sulle panchine della piazza a chiacchierare, si sono offerti di aiutare e li guardo lavorare senza sosta con l'occhio paterno quasi commosso.
Il briefing dei volontari sul percorso segue tracce di pensiero fossile, quello per gli atleti anche.
Sono partiti! Lo sparo dello starter non mi sveglia ma non importa.
A un certo punto i neuroni finiscono ma il motore ormai è avviato e lo guardo girare con aria ebete.
I controlli sul percorso funzionano bene. Sono tutti bravi e ben istruiti. Anche qui, nella zona di partenza e arrivo, sono tutti bravi. Manca la bombola, ci pensa Gavino. Mancano i buoni pasto, c'è Carlo. Loro hanno ancora qualche neurone in vita e sanno cosa fare. Un'atleta compare dal nulla. Un errore di percorso l'ha rimandata all'arrivo anzitempo. È solo una, per fortuna. Ricordo ancora la prima edizione quando 5 minuti dopo la partenza hanno cominciato a spuntare atleti da tutte le parti, ognuno col suo percorso personale. Oggi no, la fortuna ci sta guidando bene.
Mi chiama Checco. Qualcuno ha spostato dei nastri, invitando ad entrare nel vecchio percorso, distrutto dalle ultime piogge. Non credo ai complotti. Immagino che un atleta che aveva fatto la prova percorso sul vecchio tracciato abbia voluto, in buona fede, indicare bene quello che lui era convinto che fosse il percorso giusto. Ecco, nel foglio del briefing perso nei grovigli del caos c'era scritto di avvertire gli atleti che il percorso era stato modificato dopo l'ultima alluvione. Maledetti neuroni, perché siete scappati? Checco rimuove i nastri e col suo aiuto e qualche disagio si sistema anche questa.
L'unico momento di vero panico è arrivato quando, finito il primo fusto di birra, non si riusciva a svitarlo per attaccare il secondo. Ma è sempre Priamo che risolve. Intanto gli atleti continuano ad arrivare e la festa sale di tono; i fusti non oppongono più resistenza e si lasciano sfilare uno dopo l'altro. Sono tutti felici e io mi lascio cullare dai loro sorrisi.
Lascio in giro buste piene di soldi e Stefano, attento, me le recupera. Lascio in giro anche il bellissimo libro che mi aveva appena regalato Matteo e anche quello, dopo una breve latitanza, tornerà alla base. In auto, trovo i buoni regalo che avrei dovuto mettere nelle buste dei premi e a casa trovo lo striscione che avrei dovuto appendere sopra la linea dell'arrivo. Ma chi se ne importa? A un certo punto i neuroni finiscono ma il mondo va avanti benissimo da solo.

giovedì 18 ottobre 2018

Chiocciolina?

Perché la chiamate “chiocciolina”? Parliamone.
Quando, oltre vent'anni fa, un vecchio compagno di liceo mi aveva dettato il suo indirizzo di posta elettronica, avevo scritto, sull'agenda, “chiocciolina” tutto per esteso. Ricordo che mentre lo stavo scrivendo lui mi guardava in modo strano ma senza dire niente. Più tardi ho capito il motivo di quello sguardo e mi sono un po' vergognato anche se non ce n'era motivo. Per me quel simbolo era ed è “at” o, in italiano “su”, breve ed esatto.
Perché, mentre il mondo cerca di risparmiare tempo e neuroni riducendo al minimo parole e concetti, si dovrebbe usare quel termine smisurato? E perché proprio chiocciolina? Chi ha visto una chiocciolina in quello scarabocchio, secondo il test di Rorschach, potrebbe essere uno psicopatico. Facciamo, allora, che ognuno dà la sua interpretazione a quel simbolo e la usa come dicitura. Io, per esempio, in quel simbolo ci vedo uno stronzetto arrotolato o un uovo fritto. E voi, cosa ci vedete? Mandatemi un'e-mail con le vostre risposte all'indirizzo “pisanilorenzo65 stronzetto gmail brufolo com”

domenica 14 ottobre 2018

UTSS 2018 - Seconda parte: Le sofferenze degli altri

Alle 17:40 è chiaro che gli ultimi arrivati si sono ritirati lì, a cala luna, in gommone c'è posto e non ci sono dispersi. Sono la “scopa”; da ora all'arrivo sta a me assicurarmi che tutti i resti umani siano “ritirati” e non vengano “dispersi” nell'ambiente. Ma questa terminologia non mi piace. Mi sento piuttosto la mamma oca che scorta i suoi paperotti fino al traguardo o, se ciò fosse impossibile, li lascia in buone mani in un posto sicuro. L'ultimo è partito almeno 40 minuti prima e ho tempo per un bell'inseguimento in solitaria. Obiettivo? Arrivare. Possibilmente entro il tempo massimo, per quanto il mio ruolo di chiudi-pista me lo consenta. Mi piacerebbe raggiungere Agnese che mi aveva chiesto di accompagnarla ma è impossibile: è partita da oltre due ore e io ho il divieto di sorpasso. Fra me e lei ci sono una decina di atleti di cui 3 o 4 che all'ultimo ristoro sono rimasti fermi con lo sguardo nel vuoto per decine di minuti … ecco, non potendoli superare, mi piacerebbe capire cosa ci sia da vedere lì dentro, in quel vuoto oltre ogni muro, in quella notte infinita che ci aspetta.
Lungo la codula, il rio scorre ricco d'acqua costringendo in diversi punti a mettere i piedi in ammollo. Acqua, sabbia, pietre, scarpe lisce e fondo bagnato. Ci sono tutti gli ingredienti per massacrare i piedi. Guardando fisso il terreno, devo usare la coda degli occhi per ammirare le pareti della codula che si allontana sinuosamente dal mare. Cerco di tenere un ritmo allegro. Per poter scortare l'ultimo lo devo almeno raggiungere. Poco prima del ristoro ecco Fabrice. Cammina, soffre e medita. Mi chiede informazioni sui cancelli orari, sul percorso che manca. Cerco di incoraggiarlo ma senza mentire e la realtà è piena di pietre.
Al ristoro Fabrice decide di ritirarsi, si siede e comincia a tremare. Quando si rompe l'equilibrio fra l'interno e l'esterno, fra il nostro mondo interiore e il mondo esterno, la tensione accumulata si sfoga in brividi che scuotono la pelle accapponata. Impediscono di compiere qualsiasi azione che richieda movimento fine ma se ci si abbandona ad essi, diventano piacevoli; è la nostra stessa pelle che ci abbraccia per sfogare la tensione e riportare l'equilibrio. Bevo una birra e aspetto che rispondano con la radio per verificare che non si sia perso nessuno. Ho il via libera e lascio Fabrice ancora scosso da brividi avvolto dal telo termico davanti al fuoco. Non aveva mai fatto tanta strada, oggi ha superato i suoi limiti e al di là ha trovato brividi d'emozione e sofferenza. Sono un professionista e non mi devo affezionare. Avanti un altro! Sono di nuovo da solo, con una mezz'ora da recuperare, di nuovo a buon ritmo. Comincia a scurirsi poi continua a scurirsi e poi finisce di scurirsi. Arrivo al ristoro insieme alla notte. Ci trovo Michele da Bergamo, un altro di quelli con lo sguardo rivolto dentro, forse in fuga da tutte queste pietre. Mi offrono maialetto arrosto e accetto con entusiasmo tutti quegli amminoacidi essenziali arricchiti da altri meno essenziali dal punto di vista nutrizionale ma ancora più essenziali per il sapore. Michele non ha nessuna fretta di uscire dal suo viaggio interiore per ricominciare a soffrire nel viaggio esteriore e aspetta che io finisca di banchettare. Accendo la lampada frontale e partiamo. Quando raggiungiamo una strada in comoda discesa vedo che non riesce a correre per un dolore alla caviglia. Sarà una lunga notte. Taciturno, a torso nudo nonostante l'umidità notturna e qualche folata di vento freddo, cammina deciso verso il traguardo.
Ogni tanto spengo la lampada e il cielo si accende …. un cielo così non l'avevo mai visto. Tante stelle nuove bianche splendenti, ma anche macchiette di luce arancione, forse galassie lontane. Si sale e davanti a me, poco sopra gli alberi, c'è un grosso astro rossiccio. Lo conosco bene. La strada punta, diretta, su marte. È lì che stiamo andando. C'è un cammino pietroso che porta direttamente dal supramonte a marte. Pare che anche lì ci siano tante pietre; saremo i primi uomini, su marte, anche se arriveremo con le vesciche ai piedi. Coppie di punti luminosi appaiono impressionanti all'improvviso. Marziani? No, sono gli occhi spalancati di mucche dello Cheshire. Le querce e le rocce, illuminate dalla lampada, diventano giganti.
Due anni prima avevo percorso quelle stesse strade ma era giorno e la percezione ora è diversa. Qualche tratto lo riconosco anche se appare sempre più tardi di quando me lo aspettavo. Attendo con preoccupazione le difficoltà del finale ma intanto si va avanti a passo veloce. Veramente non così veloce ma veloce abbastanza per raggiungere Laurent, che cammina ancora più lentamente. “Ca va?” Gli chiedo “Pas trop, j'ai ampoules aux pieds.” Ecco che ho imparato una nuova parola in francese: “ampoules=vesciche”. Ogni passo è un lamento. I lamenti in francese somigliano molto ai nostri e capisco che sarà dura.
Michele ci lascia ma non va lontano. Vedo la sua lampada che si ferma o torna indietro, disorientato, ci aspetta per essere sicuro della strada e poi riparte. Ricominciano i guadi, i piedi a mollo, poi il passaggio fra i massi nel greto di un torrente. Laurent scivola su una pietra e rischia di cadere completamente in acqua e farsi ancora più male. Michele si ferma a vomitare. Che notte.
Finalmente strada. In salita Laurent soffre meno e va spedito. Resto con Michele sempre più in crisi. I chilometri non passano mai. Prima dell'ultimo ristoro incontriamo un fuoristrada del presidio. Dopo un breve scambio d'informazioni, ripartiamo. Dopo 20 metri, Michele decide di tornare da loro per non ripartire. Mancano solo 9 chilometri ma mancano anche ben 9000 passi, 9000 coltellate, tre ore di sofferenza. È troppo. Lo lascio in buone mani. Un “coraggio” e riparto. Un professionista non si affeziona, mai. Riparto di corsa per l'ultima volta. Ho bisogno di sfogarmi e corro per tutta la salita, fino al ristoro dove raggiungo Laurent. Almeno uno lo voglio portare all'arrivo! Laurent, ti tocca, dovrai soffrire come un cane per darmi questa soddisfazione. È sabato sera, l'una e mezza passata; in discoteca si balla. Anche noi continuiamo con il nostro “lento” ballando da pietra a pietra. È un ballo goffo, incerto, estenuante. Arriva la discesa. Gliela avevo descritta come “un peu technique” per non spaventarlo. Il lungo ghiaione ripidissimo lo mette in crisi. Fra la paura di cadere e il dolore ad ogni passo sembra una missione impossibile. Dopo i primi passi gli suggerisco di darmi i bastoncini e di scendere con il sedere. È rinato! Finalmente riesce ad avanzare senza soffrire ad ogni passo, tanto che, se fosse stato possibile, avrebbe continuato con il sedere fino a Baunei.
Di notte il tempo passa veloce e la nostra quasi immobilità non pesa eccessivamente. Siamo in una dimensione nuova, dilatata. Il tempo limite evapora ma noi andiamo avanti. “Je veux cette medaille pour ma fille”. Mi viene un brivido … Non gli chiedo per discrezione il motivo della dedica alla figlia. Immagino situazioni difficili o forse drammatiche e la sofferenza come via per la redenzione.
Sull'ultimo tratto di strada facile, prima dell'asfalto, raccolgo una pietra di calcare, la sfrego bene con la mano per togliere la terra e la metto in tasca.
Alle 4 chiama Matteo. Sul percorso restiamo solo noi. “Vi vengo a prendere?” “No, Matteo, se puoi aspettaci, fra 20 minuti saremo lì”. Il tempo è strano. La metà è diventata metà della metà. I tempi raddoppiano, anzi, alle 4h40 siamo ancora in strada. Neanche l'asfalto è una soluzione. Sul liscio, le vesciche fanno come un cuscinetto, tipo materassino, che Laurent sente come una serie di pieghe dolorose su tutta la pianta. Saremmo tutti curiosi di vedere cosa c'è sotto a quei piedi. Magari il materassino ha anche la paperetta. Ma nessuno ha il coraggio di guardare. Tantomeno lui.
Non mi pesa per niente di essere ancora per strada alle 4 e mezza del mattino ma mi sento in colpa per aver fatto aspettare Matteo così a lungo e sono impaziente ma man mano che il traguardo si avvicina, l'impazienza si trasforma in soddisfazione e orgoglio per Laurent e per la sua medaglia così sofferta. Ecco l'arrivo, più che l'entusiasmo del successo si festeggia il sollievo della fine della sofferenza, come quando si esce da un brutto mal di pancia e la vita sorride a bocca larga. Ma, dopo la fine della sofferenza, resterà qualcosa di molto più grande, ne sono sicuro. “Laurent, j'ai un souvenir pour toi”. Tiro fuori dalla tasca il sasso di calcare bianco e glielo porgo con un sorriso. “Merci, Lorenzo.” Sorride anche lui. Grazie a te.
Storie di eroi. L'eroismo di Laurent e quello di Matteo, Stefano, Alessandra che ci hanno aspettati svegli per accoglierci; e voi? Perché non eravate lì? Cosa c'era di meglio da fare a Baunei, alle 4:45 di domenica mattina, che festeggiare l'arrivo di un eroe?

giovedì 11 ottobre 2018

Giove Pluvio

La natura ha voluto celebrare il decimo anniversario dell'alluvione del 22 ottobre 2008 con i fuochi d'artificio. Per chi avesse dimenticato, è tornata a ricordarci la potenzialità distruttiva dell'acqua.

È opinione corrente che i fulmini non siano frecce infuocate scagliate sulla nostra testa da Giove Pluvio come reazione alle nostre cattive azioni. Gli scienziati non hanno trovato infatti alcuna correlazione statistica fra, per esempio, gli atti di adulterio e le precipitazioni temporalesche.
Dovremmo però essere coscienti che altre nostre azioni hanno invece conseguenze dirette sul clima. Se sono ancora gli dei che ci fulminano, i peccati per i quali ci scagliano saette sulla testa sono quindi completamente nuovi. Dio non ci punisce più se fornichiamo ma se sprechiamo, disboschiamo o consumiamo all'eccesso, sì. L'insegnamento chiave dei nuovi 10 comandamenti è “vivere in equilibrio con la natura”, che non vuol dire tornare all'età della pietra. Il progresso è parte integrante della natura umana; dev'essere però indirizzato tenendo conto dell'uomo, della natura e del loro equilibrio e non lasciato in balia delle follie dei mercati.
Il demone del mercato ci spinge ottusamente sempre nella stessa direzione anche quando si sia ben superato il punto d'equilibrio in cui si trova la situazione ottimale. Mangiare per superare la fame senza fermarsi alla sazietà ma continuare fino ad avere mal di pancia per l'eccesso di cibo, superare le necessità e accumulare oggetti senza senso togliendo tempo alla vita. Siamo ingordi e cupidi; sembra così stupido patire per l'eccesso eppure lo facciamo regolarmente. Ecco, non dovremo farlo più, non solo perché ci fa stare male ma anche perché è “peccato”, ci fa cadere i fulmini sulla testa e contribuisce a rovinare questo splendido pianeta.

martedì 9 ottobre 2018

UTSS 2018 – Prima parte. L'attesa

Nel 2016 ho corso la 90km tutta intera e nel 2017 ho fatto servizio scopa della prima metà. Siamo nel 2018 e mi manca solo di fare la scopa della seconda metà, accompagnando gli ultimi atleti da cala luna fino all'arrivo di Baunei. Mi inoltrerò in territori a me sconosciuti, oltre il confine delle 15 ore non sono mai arrivato; gli ultimi finiranno in piena notte, dopo 20 ore o più di pietre e sudore, raggiungendo livelli di “scomfort” al di fuori della mia immaginazione. Li accompagnerò in questo viaggio negli abissi della passione senza, personalmente, soffrire troppo.
Ma prima si gode. Parto per la crociera in gommone con lo zainetto regolamentare da trailer ma anche la borsetta con telo, costume e occhialini per nuotare. Poco oltre la guglia di perda longa, ci avviciniamo alla costa per ammirare una cascata rigogliosa che scarica in mare un torrente d'acqua piovana insieme a piccole particelle di pelle di piede dei podisti che l'hanno dovuto guadare. Fa parte del programma di lavaggio: ammollo e sfregamento su pietra calcarea e poi nuovo ciclo di ammollo e sfregamento fino ad eliminare ogni traccia di sporco, di pelle e di essere umano. È la vendetta del calcare: per una volta è l'incrostazione che elimina l'uomo e non viceversa.

 
Sbarcato a cala luna, mentre gli altri vanno ad organizzare il ristoro, io resto nella spiaggia più bella del mondo, completamente deserta. Laguna verde, sabbia bianca, mare celeste, contornati da monumenti di roccia con comode grotte vista mare. Dopo una nuotata meravigliosa e una passeggiata in spiaggia, mi immergo nell'acqua freschissima della laguna e raggiungo il punto ristoro in tempo per vedere il passaggio di tutti gli atleti.
Poco prima delle 11 arriva già il primo, il polacchino Gorczyca, poi tutti gli altri, fra cui anche molti amici: Stefano continua, Enrico si ferma.
Devo pisciare ma voglio evitare con cura la toilette e, con le mie infradito deragliate e senza suola, salgo a cercare un bagno panoramico, percorrendo, a ritroso, il sentiero da cui scendono gli atleti. Dopo 10 passi mi trovo di fronte a Gianni, il comandante. Ha i crampi anche alle orecchie mi dice. Probabilmente li ha anche al cervello e decide di ritirarsi, come anche Daniel, per la prima volta nella lunga vita da trailer.
Dov'ero rimasto? Ah, già, il bagno. Riparto. Ogni passo è un piccolo problema da risolvere. Dove appoggio la suola? Qual è il sasso meno scivoloso e meno appuntito? Il bagno è in fondo a destra, lo vedo, ma il corridoio per raggiungerlo è irto di trappole. Bastano questi 200 metri che l'idea dei 90 chilometri assume una concretezza assoluta, col peso specifico del calcare moltiplicato per 90 e diviso per 0.2.
Mi volto verso Cala Luna che risplende meravigliosamente morbida, per non parlare della morbidezza ineguagliabile di quel mare celeste e trasparente. Piedi all'inferno e testa in paradiso; l'essenza dell'UTSS è in questo contrasto fra il duro e il celestiale. Guardo gli omini sulla spiaggia e rilasso la vescica. Ah, che pisciata meravigliosa!
Altri passaggi, altri amici: Giuseppe scarico si ferma, Agnese super carica non la ferma niente e nessuno, un Paolo riparte spedito, un altro Paolo si ferma.
Gli atleti da podio si servono con calma e ripartono. Altri si siedono, prendono una birra, mangiano qualcosa, due chiacchiere e ripartono. Qualcuno si siede, mangia, beve e non parte. Resta lì, seduto, con gli occhi aperti, rivolti verso l'interno per dieci minuti o anche più. “Tutto bene?” “Sì”. “Ca va?” “Oui”. Basta questo. Non voglio disturbare quel loro viaggio verso l'anima.
Alle 16 quelli che arriveranno entro il tempo massimo sono già partiti tutti. Restano quelli che si ritireranno o che arriveranno fuori tempo massimo. Stiamo entrando nel mio territorio. È l'umanità che dovrò assistere, scortare, sostenere e spingere per non lasciare resti umani su quei sentieri magnifici e terribili. Non potrò spazzare tutto e lascerò scie di sofferenza e sudore, resti di pensieri che quelle pietre appuntite grattano via dai piedi e dall'anima.