lunedì 15 aprile 2019

Questioni di colon

Il 15 aprile alle 9, un mio collega ha organizzato un convegno su tematiche affini a quelle su cui lavoro io. Quando ho letto la “news”, ho pensato che forse avrei fatto bene ad andarci; poi ho controllato l'agenda e mi sono reso conto che proprio il 15 aprile e proprio alle 9 avevo prenotato una colonscopia. Mi è toccato scegliere. È meglio assistere al convegno o farsi infilare una sonda nel culo? Cos'è più appassionante? This is the question.
A posteriori, non mi sono pentito della scelta. È stato molto interessante. Sullo schermo scorreva una presentazione estremamente chiara, che mi ha dissipato un dubbio sul quale mi stavo arrovellando da tempo. Sono riuscito a restare ben sveglio e seguire tutto, dall'introduzione, seguendo il filo, fino alla conclusione …
Non sto parlando del filo del discorso ma di quello della sonda e la sua introduzione, a dire il vero, è stata un po' fastidiosa perché le parti sono delicate e avevo rinunciato all'anestesia e il dubbio che mi arrovellava non riguardava le energie rinnovabili ma la natura di un demonietto che mi possedeva da tempo e che ho già descritto qui un paio di mesi fa:
“In questo periodo sono posseduto da un demonietto che si è introdotto nel mio corpo, due dita sottopelle, più o meno in corrispondenza dell'ombelico. Non è ancora riuscito a farmi parlare in sanscrito con gli occhi rovesciati. Mi fa però pronunciare messaggi in bassa frequenza dal sedere. Lo sento che respira forte e il suo alito sulfureo mi gonfia e poi sfiata dall'ano con voce profonda; non ho mai detto niente di così profondo come in queste notti. L'odore è inconfondibile. Il tanfo di zolfo non lascia dubbi. È un parente di Satana. La corsa è una forma di esorcismo, di purificazione fisica e mentale. Prima di rivolgersi al medico o al prete, vale la pena provare a fare una bella corsa.”
Dopo, però, aver provato con la corsa e non avendo fiducia nei preti, sono dovuto ricorrere al medico col sondino. Da uno strettissimo passaggio, si entra in una grotta affascinante; si percorre un lunghissimo cunicolo attraversando inondazioni fangose, sempre più giù, nelle profondità del mio io. All'improvviso, dietro una curva appare lui, è una roba informe e molliccia, una specie di “blob” dall'aspetto innocente che se ne sta lì acquattato aggrappato alle mie mucose; è bastato un cappietto ed un paio di ave maria per estirparlo dalla mia anima. Vederlo in diretta è stato veramente appassionante!
Altro che convegno. Mi dispiace per il collega ma una bella colonscopia è assolutamente meglio.

sabato 23 marzo 2019

Primavera

Dopo 7 mesi d'astinenza, le braccia sinistre dei maschi italiani possono finalmente uscire, a penzoloni, dai finestrini delle auto e abbandonarsi mollemente al tepore dell'aria. È arrivata la primavera!
Anch'io sono un maschio italiano, ho un braccio sinistro e l'ho seguito fuori, ma molto fuori, penzolando fra i monti. I fiori della macchia, sfiorati nell'intimità di un sentiero strettissimo  lasciano nuvole bianche di polline. Sono tutto inseminato e ho l'humus sulla testa. Ho fatto l'amore con la foresta e accetterò le conseguenze del mio atto di libidine. Cresceranno arbusti e avranno il mio profilo ... intanto mi sono germogliate idee fiorite nel cervello.
Con l'aiuto di Tonino, ho trovato il passaggio che cercavo e il Trail 2020 sarà ancora più bello.

mercoledì 13 marzo 2019

Trail del Marganai. Un magnifico viaggio.

Il pullman partirà dal nuraghe s'omu e s'orcu fra 20 minuti. Si va alla fermata senza fretta, corricchiando più per scaldarsi che per urgenza. Ma non potevano mettere la fermata più vicina al parcheggio? Siamo già stanchi prima di partire. Questi nuragici non capivano un granché di urbanistica. Gente primitiva.
In queste poche centinaia di metri non si parla solo del viaggio che stiamo per fare. Il comandante è bravo a presentarmi la cosa e mi si apre la prospettiva di un nuovo lunghissimo viaggio. Ne ho già altri 3 o 4 prenotati ma questo sarebbe qualcosa di più.
Ma ecco il maestoso nuraghe circondato da una settantina di atleti colorati e festosi. Mi siedo sui sedili in fondo, dove, quand'ero ragazzo, ci si sedeva per fare casino; sembravano fatti apposta: 5 sedili in fila, lontani dall'autista e dalle madame rompipalle che si siedono sempre nelle prime file. Ora che sono grande, spero che non ci siano giovinastri casinisti, per questo viaggio preferisco che diventi il mio tranquillo salottino.
Si parte.
Chi si siede con me? Alberto, Marina, Claudia, mi avevano detto che avrebbero viaggiato con me ma sono più avanti. Corrono tutti come se avessero fretta, tranne tre che camminano. Saranno loro i miei compagni di viaggio. Ci presentiamo: Lino, Andrea, Lorenzo. Quasi subito ci si affaccia dal finestrino per ammirare la volta della grotta di San Giovanni; ci sono già passato molte volte ma è un luogo straordinario e non ci si fa mai l'abitudine.
Non mi piace molto parlare, preferisco ascoltare, soprattutto quando mi trovo con persone competenti, intelligenti, spiritose e con grande esperienza e Lino lo è. Dopo un paio d'ore di salita, si ferma, si toglie la gamba per asciugare il sudore che, colando, si era accumulato nella gomma fra il moncherino e la protesi … non vi avevo detto che ha la gamba destra amputata da sotto il ginocchio; è un particolare appariscente ma poco significativo. È una grande persona e basta.
Sui sedili in fondo con Lino e Andrea. Foto Giovanni Paulis
Avanziamo lentamente ma il tempo passa piacevolmente chiacchierando qui nel salottino mentre fuori dal finestrino scorrono alberi e panorami sempre più ampi, miniere abbandonate, maestose pareti rocciose … Le chiacchiere si interrompono solo lungo le salite più ripide, quando il rombo del motore affaticato sovrasta il suono della voce. Stiamo per arrivare al tempio di Antas, dove Lino e Andrea si fermeranno. Lino organizza un arrivo sprint al ristoro per fingere di aver corso tutto il tempo e dopo esserci fermati dietro l'angolo a prendere fiato, partiamo di corsa per gli ultimi 50 metri. Non solo salotto, quindi, ma anche un pizzico di goliardia da ultima fila.
Quando riparto, sono rimasto solo e devo correre per inseguire l'altro pullman. Mi fa piacere sgranchire le gambe dopo essere stato 7 ore e mezzo seduto a chiacchierare. Si corre bene, prima lungo un bel falsopiano panoramico e poi fra le suggestive rovine di Malacalzetta. In meno di un'ora raggiungo Marinella accompagnata da Marco, di servizio spazzola. Faccio in tempo a scambiare solo 2 parole con Marinella che arriviamo alla fermata ed è costretta a scendere anche lei. Anche Marina e Claudia si sono fermate qui e davanti a noi è rimasto molto spazio libero.
Ripartiamo con Marco all'inseguimento di una fantomatica atleta inglese.
La primavera ci circonda; l'aria è profumata, il cielo è terso; sono condizioni ideali per viaggiare, per vivere. Solitamente, quando si arriva in un posto particolarmente panoramico, la gente si ferma a fare una foto e io a fare una pisciata. Questa volta le ho fatte entrambe …ecco la vista da uno dei bagni più belli del mondo.
Dopo un'ultima dura salita, il sentiero scende veloce e molto divertente da correre. Finalmente raggiungiamo l'inglese accompagnata da Luigi di servizio spolverino. Appena vedo l'inglese in faccia capisco che è polacca; lei in discesa cammina. Ci risediamo nel pullman, all'ultima fila, scopa, spazzola e spolverino a scortare la giovane polacca. Riesco a farle dire, in un ottimo inglese: "Tutto bene, mi fanno solo male le dita del piede". Poi si rimette le cuffie e riprende il libro che stava leggendo. Ormai manca poco, giusto il tempo di chiudere la borsa e scendere dal pullman e … che accoglienza! Ci hanno fatto una bellissima festa e anche un magnifico regalo.
È stato proprio un bel viaggio, di quelli che “conta più il viaggio che la destinazione” anche perché dopo 11 ore, siamo tornati al punto di partenza. Il posto, quindi, è lo stesso ma siamo cambiati noi, ci siamo arricchiti di conoscenze, di luoghi straordinari e persone eccezionali; non solo gli altri: il bello di questi viaggi è che insegnano a vedere qualcosa di eccezionale anche in noi stessi.

sabato 9 marzo 2019

Trail del Marganai - preview


E dopo la bella sgambata "veloce" del trail dei cervi, domani tornerò al mio placido mestiere di scopa. Correndo veloce, con lo sguardo fisso in avanti, si calpestano molti particolari; si lotta contro il tempo mentre, avanzando lentamente, il tempo diventa un ottimo compagno di viaggio.
Avremo 10 ore e mezza per finire i 55 km entro il tempo limite: un “sacco di tempo” tutto da riempire. Potrebbe sembrare troppo grande ma ce la faremo; in certi posti, in certe occasioni, per quanto il tempo sia grande, si riesce sempre a riempirlo tutto. Sono tanti i particolari da raccogliere ed infilare in quel “sacco di tempo” che non si perde tempo a cercarli. Ci metterò, ben arrotolati, i 55 km di percorso che, moltiplicati per la distanza degli orizzonti, fanno tantissimi chilometri quadrati di spettacoli naturali; ci metterò la compagnia degli ultimi, le loro sensazioni e le mie ben mescolate, che così si esaltano meglio: un po' di sfida, una briciola di preoccupazione, un pizzico di curiosità, la giusta dose di sofferenza e tantissimo piacere. Ci metterò la primavera, i suoi odori, i suoi colori, lo sguardo sfarfallante di fiore in fiore, la pelle che si scopre e quel continuo tic-tic di fotoni sulla pelle che risveglia gli ormoni dal letargo invernale. Ci metterò la sensazione dell'ossigeno che entra nei polmoni e scorre nel sangue, colmandomi di energia vitale.

Non vedo l'ora di essere lì, domani; sono sicuro che mi porterò a casa quel sacco ben pieno di vita

domenica 24 febbraio 2019

Trail di Capoterra – evento popolare.

Si parla molto dei prezzi delle manifestazioni sportive, in particolare di quelle podistiche e ancora più in particolare, dei trail. Esiste un costo di riferimento “1 euro al km” che, secondo me, è arbitrario e non ha alcuna giustificazione economica in assoluto: esistono due tipi di gare e si dovrebbe distinguere fra di esse.

Esistono le gare “evento figo” che offrono una medaglietta del cazzo fighissima, ingaggiano come testimonial il super atleta internazionale che trasmette fighezza solo a passarci vicino - immaginati poi se ci fai un selfie! -, “regalano” la maglietta all'ultima moda, in tessuto fanta-spaziale con il logo disegnato da Picasso, animano la festa con le urla di un DJ di radio pop international, offrono un bel menù “a sottrazione”, in cui, cioè, sono stati tolti tutti gli ingredienti “non fighi”. Magari ci si sporca anche di fango ma solo dal momento in cui sporcarsi di fango fa figo. Gli atleti vengono anche da fuori, perché è un evento figo, ne parla il gazzettino dello sportivo figo; si respira un'atmosfera figa, chi se ne frega del costo. Se non te lo puoi permettere, non partecipare, per te ci sono le gare popolari. Tanto il tuo posto verrà preso da un manager milanese; il prezzo, devi sapere, lo fa il mercato.

Poi esistono le gare “popolari”, in cui conta solo la corsa, il territorio e la festa. Solo natura, birra, sudore e dita sporche di grasso di salsiccia. I super atleti qui hanno la pancia e se la curano con passione; niente maglietta, niente medaglietta del cazzo o, al massimo, medagliette penosissime fatte con i tappi delle birre bevute. Il logo è disegnato da un tecnico delle telecomunicazioni che, il giorno della manifestazione, diventa anche speaker. Non c'è fango figo ma melma. Ovviamente il costo è contenuto perché tutto il lavoro è svolto da volontari che lo fanno per pura passione e che non vogliono che nessuno debba rinunciare a partecipare perché non se lo può permettere.

Il problema è che quasi tutti puntano ad organizzare gare “evento figo”, inseguendo quello standard di “qualità” e di prezzo e chi non se lo può permettere è costretto a rinunciare o a selezionare pochi eventi all'anno a cui partecipare.
Io personalmente sono invece affezionato all'idea di “gara popolare”; vorrei organizzare una festa in cui un allegro crogiuolo di umanità reso bello dalla spontaneità e dalla passione se la goda, sfogando la propria natura umana fino a completa sazietà ed esaurimento delle forze.
Dopo i 12 euro dell'anno scorso, quest'anno per avere un minimo di margine forse aumenteremo un po', facendo comunque pagare l'iscrizione sia della 20km che della 35km, non più di 15 euro, offrendo, perfino, ad ogni finisher, una medaglietta del cazzo fatta col tappo di una non filtrata bevuta personalmente da uno di noi. Aiuteremo tutti i nostri super atleti a curare il ventre con pranzo e birra a volontà obbligatori e compresi nel prezzo.

Con questo, non intendo assolutamente criticare gli organizzatori di “eventi fighi” che, finché raggiungono i propri obiettivi e riescono a coinvolgere tanti atleti, fanno un lavoro di promozione del territorio e dello sport che ha un importantissimo valore sociale, se non per tutti, almeno per la maggior parte delle persone, dalla classe media in su.
Mi piacerebbe però dimostrare che non bisogna per forza imitare quel modello, che si possono organizzare belle competizioni anche spendendo e facendo pagare pochi soldi e che si possono far stare bene le persone senza dovere per forza far girare l'economia. Io preferisco agire così, anche perché a me, se dovessi usare il mio tempo libero e la mia passione per fare “girare l'economia”, automaticamente mi girerebbero anche le palle: credo di avere un ingranaggio fra quelle due ruote. E poi, chi dice che “il prezzo lo fa il mercato”? Il prezzo, finché sarò in condizioni di autosufficienza e di libertà, lo farò io. Caro mercato, già ne fai di danni, alla mia gara ci penso io.

martedì 19 febbraio 2019

Ultratrail is xrebus – Ballando coi cervi

Sorrido perché non so cosa mi aspetta. Foto di Roberto Puddino
Lo sapevo. Ho anche scritto, da poco, un articolo a proposito. Senza calzature adeguate, non riesco a correre più di 30-35 km in montagna senza soffrire di crampi. Infatti, da quando, quasi due mesi fa, ho cominciato a prepararmi per questa gara, avevo deciso che avrei usato le mie “brooks” un po' goffe ma protettive. Poi, il giorno prima della gara, ho cambiato idea. Volevo divertirmi a ballare! Sapevo che correre 48 km con delle scarpette da ballo, di quelle che si sente ogni sasso sotto la suola e che, alla minima pressione, si piegano, non aveva molto senso. Sapevo che mi sarei lussato l'alluce sinistro e che avrei rischiato crampi e mal di cosce ma sono fondamentalmente stupido e ho pensato che preferivo ballare piuttosto che scarpinare. Comunque, il mio compito di apripista sarebbe finito al 29esimo km e fino a lì, pensavo che sarei arrivato un po' al limite ma sano. Da quel punto in avanti, se avessi avuto problemi avrei potuto fermarmi. Sembra facile, no? Basta poggiare il culo per terra. Ne parliamo dopo. E allora eccomi con le scarpette “salewa”, calzature buone per ballare fra i sassi facendo attenzione ad ogni passo a seguire il ritmo del terreno. È puro divertimento per 10km, ci potrei arrivare bene anche a 20, poi … . Parto alle 7, un'ora prima della gara. Nella lunga salita, riesco a tenere il ritmo che mi ero prefissato. Il lavoro di apripista è semplice, la segnatura è ottima. Solo in un punto mi devo fermare per tirare su una freccia divelta. Si entra nel bellissimo bosco del parco dei sette fratelli e, per un po' mi diverto a ballare su quei bei sentieri in saliscendi. Al 17esimo km arrivo al ristoro e da lì, si fa dura. Comincia il ballo fra pietre e massi. È un ballo pesante, fisicamente sfiancante; le ginocchia sono sottoposte a continue sollecitazioni e anche la mente dev'essere sempre vigile perché ad ogni passo si rischia di cadere. Il posto è magnifico, si passa fra graniti e alberi monumentali, ma gli occhi sono fissi a terra a scegliere l'appoggio giusto, alzandosi ogni tanto giusto per vedere i nastri. Sapere di essere inseguito da 3 giovani e fortissimi trailer, 2 corsi e un bergamasco, non aiuta: me li immagino saltellare leggeri fra sasso e sasso come se non avessero due ginocchia e una schiena da salvare. Maledetti giovani! Cerco di avanzare ad un ritmo decente ma faccio fatica e sono costretto a prendere qualche rischio. Basta infatti una piccola scivolata su una pietra bagnata per piegare il piede sinistro e lussarmi l'alluce. È un dolore che scema lentamente ma non si fa dimenticare; il divertimento si arricchisce di quel segnale e il passo di danza si storce un po'. Poi, i continui colpi delle pietre sulle suole, fanno nascere due piccole vesciche gemelline, una per ogni pianta del piede. Continua il ballo, ma è un ballo goffo e lento. Scarpinare con le ballerine è come ballare con gli scarponi, pestando i piedi della partner; io, nel mio ballo solitario, me li pesto da solo.
Foto di Loredana Lai
Eccomi al 29esimo. Proprio nel momento in cui sbuco nell'asfalto per raggiungere la forestale, mentre scambio due parole con un volontario, mi volto e vedo il primo dei concorrenti che passa. Missione compiuta … per un pelo. Ora potrei fermarmi, il mio compito di apripista è finito ma decido di proseguire; sono fuori gara e vado avanti per “puro divertimento”.
Si scende. Ricordo due settimane fa come scendevo spedito su quello stesso sentiero, saltellando fra i sassi. Ora, in confronto, sono lentissimo. Qui, il percorso della 48, per qualche chilometro è in comune con quello della 27. Mi aspetto che mi sfreccino accanto atleti con la metà dei chilometri sulle gambe ma non mi supera nessuno. Anzi, lungo una breve risalita, raggiungo e supero diversi concorrenti della 27. Sono capitato circa a “centro gruppo” e salgo meglio di loro nonostante la stanchezza. Bene, questo se non è puro divertimento, è comunque una bella soddisfazione. Solo il secondo della 48 mi supera scendendo con passo leggerissimo. Si attraversa la statale e il sentiero comincia a salire deciso. Alternando corsa e cammino, continuo a superare agevolmente, fino a che il percorso della 27 gira a sinistra in discesa. Mi ritrovo solo e le pendenze aumentano: dal 18% si passa al 32%. Il sentiero non c'è più e si seguono tracce di capra. Mi raggiunge Nicola, il terzo della 48, uno dei più forti trailer italiani. Scambio due parole. Non va molto più veloce di me e lo seguo da vicino. Dopo 500 metri al 32%, la pendenza passa al 47%. In 200 metri se ne salgono quasi 100. Matteo sarebbe a vista, dalla sua postazione di direttore di gara si vede la maledetta cresta e le maledizioni potrebbero arrivargli dirette, in linea d'aria; ad averlo saputo, mi sarei girato verso di lui per prendere bene la mira ma le mie imprecazioni sono rimaste lì nell'aria. Bisogna aiutarsi con le mani e i piedi devono spingere forte per arrampicarsi da un masso all'altro. Siamo al 35esimo km e, come previsto, i polpacci si ribellano e arrivano i crampi. Il “puro divertimento” sta diventando qualcosa di sporco. Ora arranco. La mia velocità ascensionale scende da 900 a 600 metri all'ora. Nicola, salendo leggero, è sparito dalla visuale. Dopo oltre mezz'ora di sofferenza, finalmente finisce la salita e si percorre una bella cresta con panorami vastissimi, magnifici, eccetera eccetera, ma preferisco guardare i maledetti sassi per soffrire un po' di meno. Mancano “solo” una dozzina di km da fare in compagnia di crampi, vesciche, con piedi e ginocchia doloranti. Il ballo continua, ha perso ogni grazia ma continua lento, strascicato, appassionato.
Se avessi poggiato il culo a terra, non mi sarei ritirato, perché non ero in gara. Mi sarei dovuto solo fermare. Bastava sedersi, appoggiare le natiche sul morbido per liberare i piedi, le ginocchia, le cosce e i polpacci dal male. Fossi stato in gara, ritirarsi sarebbe stato un atto di coraggio e di saggezza; non ero in gara se non con me stesso e non potevo ritirarmi. Non ci si ritira da sé stessi. Mi sono dato due obiettivi: non farmi raggiungere da nessun altro e finire entro le 7 ore e mi sono bastati come stimolo per andare avanti. La sensibilità alla sofferenza di noi vecchi ultratrailer è una cosa particolare, la corteccia celebrale sembra quella di una quercia e il dolore arriva molto attutito. Non siamo eroi, siamo solo un po' rimbambiti con i nostri neuroni di cellulosa. Quando riesco, corricchio a ritmo lento. Ad ogni crampo, il ballo si fa sincopato, arricchito da un saltello di dolore. L'infermiera mi ha portato in questo dancing su una sedia a rotelle e più che la musica, seguo il ritmo dei dolori e il passo che non mi fa cadere; soffro ma ballare mi fa sentire vivo. Sento le voci, si vede il parcheggio. Ormai ci sono! Sono contento: non mi ha raggiunto nessuno e finisco in 6 ore e 50. Fossi stato in gara sarei arrivato nono. Vorrei fare uno sprintarello per il pubblico ma un ultimo crampo mi fa desistere. Arrivato, non mi siedo, non mi cambio, continuo a ballare, aggirandomi fra gli amici con una birra in mano. Comincia la festa. Poi mi abbandono al pranzo, ottimo e abbondante.
Puro divertimento? No, è stato qualcosa di più. È divertimento sporco, pesante, appassionato, che mi ha trasformato, lasciando indelebili tracce di granito nel cervello. Come sempre, le maledizioni si sono mutate in sincera gratitudine per Matteo, Tore, Cristina e tutti quelli che hanno lavorato per offrirci una giornata piena di vita e ricca di particolari, che ricorderò a lungo.
Alla salute! Foto di Luca Mannoni


martedì 12 febbraio 2019

Trail dei cervi, preview – La sfida

17 febbraio. Trail dei cervi – 48km con 2400m D+
Grazie a Matteo, domenica avrò un ruolo di assistenza particolare: per una volta non sarò dietro a chiudere il gruppo come scopa ma davanti ad aprire, per controllare che sia tutto in ordine e, eventualmente, integrare o ripristinare la segnaletica.
Partirò con un anticipo limitato, non più di un'ora, per cui la difficoltà principale del mio ruolo di apripista sarà di non farmi raggiungere dagli atleti in gara. Il mio compito finirà al 29esimo km, da dove partirà un altro apripista ma io continuerò fino all'ultimo dei 48 km per una mia sfida personale.
Dopo quasi 2 anni di corse molli e corte, per prepararmi a questa nuova sfida ho inventato un programma di allenamento che consiste in cicli bisettimanali con 9 giorni di carico e 5 di scarico. Scriverò e pubblicherò il razionale che ha portato a concepire tale schema, il vitigno della bottiglia che mi ha ispirato e le procedure di applicazione, solo se il modello teorico supererà la verifica sperimentale. Per il momento le sensazioni sono buone. Un'unghia è andata, un'altra sta andando e una terza mi si è infilata nel dito accanto. Come ai tempi migliori. Ma la parte più difficile del programma sono i 5 giorni di scarico. È in quei 5 giorni che il corpo si deforma per adattarsi alla sua nuova dimensione di supereroe. Le metamorfosi sono dolorose, faticose. Le difese immunitarie sono sotto i piedi a curare vesciche e basta un attimo per ammalarsi o infortunarsi. Ora sono all'ultimo scarico e non vedo l'ora che finisca e arrivi domenica! Non vedo l'ora di tornare a tirare le salite fino a sentire i quadricipiti che bruciano, di correre fra i magnifici roccioni granitici dei sette fratelli, di mollare i freni e danzare fra i sassi in discesa. Domenica ci saranno, ad inseguirmi, Nicola Bassi e Donatello Rota, due atleti fortissimi, giovani, sani fra i più forti in Italia. Io, 54enne cardiopatico lieve, scapperò, cercherò di resistere il più a lungo possibile; il destino sembra inevitabile ma li sfido. Sfido poi i miei amici sardi: Filippo, Stefano, Dario, Teo, … Per me, per la scienza e per la buona riuscita della gara, vi lancio la sfida: venite a prendermi! Sarò lì davanti a voi e lascerò tracce di testosterone sul sentiero per stuzzicare il vostro istinto predatorio Se domenica mi supererete, vi offrirò una birra, butterò nel cesso il mio programma e lo seguirò per allenare ultraratti di fogna. Altrimenti avrete assistito al ritorno del supereroe.