giovedì 18 ottobre 2018

Chiocciolina?

Perché la chiamate “chiocciolina”? Parliamone.
Quando, oltre vent'anni fa, un vecchio compagno di liceo mi aveva dettato il suo indirizzo di posta elettronica, avevo scritto, sull'agenda, “chiocciolina” tutto per esteso. Ricordo che mentre lo stavo scrivendo lui mi guardava in modo strano ma senza dire niente. Più tardi ho capito il motivo di quello sguardo e mi sono un po' vergognato anche se non ce n'era motivo. Per me quel simbolo era ed è “at” o, in italiano “su”, breve ed esatto.
Perché, mentre il mondo cerca di risparmiare tempo e neuroni riducendo al minimo parole e concetti, si dovrebbe usare quel termine smisurato? E perché proprio chiocciolina? Chi ha visto una chiocciolina in quello scarabocchio, secondo il test di Rorschach, potrebbe essere uno psicopatico. Facciamo, allora, che ognuno dà la sua interpretazione a quel simbolo e la usa come dicitura. Io, per esempio, in quel simbolo ci vedo uno stronzetto arrotolato o un uovo fritto. E voi, cosa ci vedete? Mandatemi un'e-mail con le vostre risposte all'indirizzo “pisanilorenzo65 stronzetto gmail brufolo com”

domenica 14 ottobre 2018

UTSS 2018 - Seconda parte: Le sofferenze degli altri

Alle 17:40 è chiaro che gli ultimi arrivati si sono ritirati lì, a cala luna, in gommone c'è posto e non ci sono dispersi. Sono la “scopa”; da ora all'arrivo sta a me assicurarmi che tutti i resti umani siano “ritirati” e non vengano “dispersi” nell'ambiente. Ma questa terminologia non mi piace. Mi sento piuttosto la mamma oca che scorta i suoi paperotti fino al traguardo o, se ciò fosse impossibile, li lascia in buone mani in un posto sicuro. L'ultimo è partito almeno 40 minuti prima e ho tempo per un bell'inseguimento in solitaria. Obiettivo? Arrivare. Possibilmente entro il tempo massimo, per quanto il mio ruolo di chiudi-pista me lo consenta. Mi piacerebbe raggiungere Agnese che mi aveva chiesto di accompagnarla ma è impossibile: è partita da oltre due ore e io ho il divieto di sorpasso. Fra me e lei ci sono una decina di atleti di cui 3 o 4 che all'ultimo ristoro sono rimasti fermi con lo sguardo nel vuoto per decine di minuti … ecco, non potendoli superare, mi piacerebbe capire cosa ci sia da vedere lì dentro, in quel vuoto oltre ogni muro, in quella notte infinita che ci aspetta.
Lungo la codula, il rio scorre ricco d'acqua costringendo in diversi punti a mettere i piedi in ammollo. Acqua, sabbia, pietre, scarpe lisce e fondo bagnato. Ci sono tutti gli ingredienti per massacrare i piedi. Guardando fisso il terreno, devo usare la coda degli occhi per ammirare le pareti della codula che si allontana sinuosamente dal mare. Cerco di tenere un ritmo allegro. Per poter scortare l'ultimo lo devo almeno raggiungere. Poco prima del ristoro ecco Fabrice. Cammina, soffre e medita. Mi chiede informazioni sui cancelli orari, sul percorso che manca. Cerco di incoraggiarlo ma senza mentire e la realtà è piena di pietre.
Al ristoro Fabrice decide di ritirarsi, si siede e comincia a tremare. Quando si rompe l'equilibrio fra l'interno e l'esterno, fra il nostro mondo interiore e il mondo esterno, la tensione accumulata si sfoga in brividi che scuotono la pelle accapponata. Impediscono di compiere qualsiasi azione che richieda movimento fine ma se ci si abbandona ad essi, diventano piacevoli; è la nostra stessa pelle che ci abbraccia per sfogare la tensione e riportare l'equilibrio. Bevo una birra e aspetto che rispondano con la radio per verificare che non si sia perso nessuno. Ho il via libera e lascio Fabrice ancora scosso da brividi avvolto dal telo termico davanti al fuoco. Non aveva mai fatto tanta strada, oggi ha superato i suoi limiti e al di là ha trovato brividi d'emozione e sofferenza. Sono un professionista e non mi devo affezionare. Avanti un altro! Sono di nuovo da solo, con una mezz'ora da recuperare, di nuovo a buon ritmo. Comincia a scurirsi poi continua a scurirsi e poi finisce di scurirsi. Arrivo al ristoro insieme alla notte. Ci trovo Michele da Bergamo, un altro di quelli con lo sguardo rivolto dentro, forse in fuga da tutte queste pietre. Mi offrono maialetto arrosto e accetto con entusiasmo tutti quegli amminoacidi essenziali arricchiti da altri meno essenziali dal punto di vista nutrizionale ma ancora più essenziali per il sapore. Michele non ha nessuna fretta di uscire dal suo viaggio interiore per ricominciare a soffrire nel viaggio esteriore e aspetta che io finisca di banchettare. Accendo la lampada frontale e partiamo. Quando raggiungiamo una strada in comoda discesa vedo che non riesce a correre per un dolore alla caviglia. Sarà una lunga notte. Taciturno, a torso nudo nonostante l'umidità notturna e qualche folata di vento freddo, cammina deciso verso il traguardo.
Ogni tanto spengo la lampada e il cielo si accende …. un cielo così non l'avevo mai visto. Tante stelle nuove bianche splendenti, ma anche macchiette di luce arancione, forse galassie lontane. Si sale e davanti a me, poco sopra gli alberi, c'è un grosso astro rossiccio. Lo conosco bene. La strada punta, diretta, su marte. È lì che stiamo andando. C'è un cammino pietroso che porta direttamente dal supramonte a marte. Pare che anche lì ci siano tante pietre; saremo i primi uomini, su marte, anche se arriveremo con le vesciche ai piedi. Coppie di punti luminosi appaiono impressionanti all'improvviso. Marziani? No, sono gli occhi spalancati di mucche dello Cheshire. Le querce e le rocce, illuminate dalla lampada, diventano giganti.
Due anni prima avevo percorso quelle stesse strade ma era giorno e la percezione ora è diversa. Qualche tratto lo riconosco anche se appare sempre più tardi di quando me lo aspettavo. Attendo con preoccupazione le difficoltà del finale ma intanto si va avanti a passo veloce. Veramente non così veloce ma veloce abbastanza per raggiungere Laurent, che cammina ancora più lentamente. “Ca va?” Gli chiedo “Pas trop, j'ai ampoules aux pieds.” Ecco che ho imparato una nuova parola in francese: “ampoules=vesciche”. Ogni passo è un lamento. I lamenti in francese somigliano molto ai nostri e capisco che sarà dura.
Michele ci lascia ma non va lontano. Vedo la sua lampada che si ferma o torna indietro, disorientato, ci aspetta per essere sicuro della strada e poi riparte. Ricominciano i guadi, i piedi a mollo, poi il passaggio fra i massi nel greto di un torrente. Laurent scivola su una pietra e rischia di cadere completamente in acqua e farsi ancora più male. Michele si ferma a vomitare. Che notte.
Finalmente strada. In salita Laurent soffre meno e va spedito. Resto con Michele sempre più in crisi. I chilometri non passano mai. Prima dell'ultimo ristoro incontriamo un fuoristrada del presidio. Dopo un breve scambio d'informazioni, ripartiamo. Dopo 20 metri, Michele decide di tornare da loro per non ripartire. Mancano solo 9 chilometri ma mancano anche ben 9000 passi, 9000 coltellate, tre ore di sofferenza. È troppo. Lo lascio in buone mani. Un “coraggio” e riparto. Un professionista non si affeziona, mai. Riparto di corsa per l'ultima volta. Ho bisogno di sfogarmi e corro per tutta la salita, fino al ristoro dove raggiungo Laurent. Almeno uno lo voglio portare all'arrivo! Laurent, ti tocca, dovrai soffrire come un cane per darmi questa soddisfazione. È sabato sera, l'una e mezza passata; in discoteca si balla. Anche noi continuiamo con il nostro “lento” ballando da pietra a pietra. È un ballo goffo, incerto, estenuante. Arriva la discesa. Gliela avevo descritta come “un peu technique” per non spaventarlo. Il lungo ghiaione ripidissimo lo mette in crisi. Fra la paura di cadere e il dolore ad ogni passo sembra una missione impossibile. Dopo i primi passi gli suggerisco di darmi i bastoncini e di scendere con il sedere. È rinato! Finalmente riesce ad avanzare senza soffrire ad ogni passo, tanto che, se fosse stato possibile, avrebbe continuato con il sedere fino a Baunei.
Di notte il tempo passa veloce e la nostra quasi immobilità non pesa eccessivamente. Siamo in una dimensione nuova, dilatata. Il tempo limite evapora ma noi andiamo avanti. “Je veux cette medaille pour ma fille”. Mi viene un brivido … Non gli chiedo per discrezione il motivo della dedica alla figlia. Immagino situazioni difficili o forse drammatiche e la sofferenza come via per la redenzione.
Sull'ultimo tratto di strada facile, prima dell'asfalto, raccolgo una pietra di calcare, la sfrego bene con la mano per togliere la terra e la metto in tasca.
Alle 4 chiama Matteo. Sul percorso restiamo solo noi. “Vi vengo a prendere?” “No, Matteo, se puoi aspettaci, fra 20 minuti saremo lì”. Il tempo è strano. La metà è diventata metà della metà. I tempi raddoppiano, anzi, alle 4h40 siamo ancora in strada. Neanche l'asfalto è una soluzione. Sul liscio, le vesciche fanno come un cuscinetto, tipo materassino, che Laurent sente come una serie di pieghe dolorose su tutta la pianta. Saremmo tutti curiosi di vedere cosa c'è sotto a quei piedi. Magari il materassino ha anche la paperetta. Ma nessuno ha il coraggio di guardare. Tantomeno lui.
Non mi pesa per niente di essere ancora per strada alle 4 e mezza del mattino ma mi sento in colpa per aver fatto aspettare Matteo così a lungo e sono impaziente ma man mano che il traguardo si avvicina, l'impazienza si trasforma in soddisfazione e orgoglio per Laurent e per la sua medaglia così sofferta. Ecco l'arrivo, più che l'entusiasmo del successo si festeggia il sollievo della fine della sofferenza, come quando si esce da un brutto mal di pancia e la vita sorride a bocca larga. Ma, dopo la fine della sofferenza, resterà qualcosa di molto più grande, ne sono sicuro. “Laurent, j'ai un souvenir pour toi”. Tiro fuori dalla tasca il sasso di calcare bianco e glielo porgo con un sorriso. “Merci, Lorenzo.” Sorride anche lui. Grazie a te.
Storie di eroi. L'eroismo di Laurent e quello di Matteo, Stefano, Alessandra che ci hanno aspettati svegli per accoglierci; e voi? Perché non eravate lì? Cosa c'era di meglio da fare a Baunei, alle 4:45 di domenica mattina, che festeggiare l'arrivo di un eroe?

giovedì 11 ottobre 2018

Giove Pluvio

La natura ha voluto celebrare il decimo anniversario dell'alluvione del 22 ottobre 2008 con i fuochi d'artificio. Per chi avesse dimenticato, è tornata a ricordarci la potenzialità distruttiva dell'acqua.

È opinione corrente che i fulmini non siano frecce infuocate scagliate sulla nostra testa da Giove Pluvio come reazione alle nostre cattive azioni. Gli scienziati non hanno trovato infatti alcuna correlazione statistica fra, per esempio, gli atti di adulterio e le precipitazioni temporalesche.
Dovremmo però essere coscienti che altre nostre azioni hanno invece conseguenze dirette sul clima. Se sono ancora gli dei che ci fulminano, i peccati per i quali ci scagliano saette sulla testa sono quindi completamente nuovi. Dio non ci punisce più se fornichiamo ma se sprechiamo, disboschiamo o consumiamo all'eccesso, sì. L'insegnamento chiave dei nuovi 10 comandamenti è “vivere in equilibrio con la natura”, che non vuol dire tornare all'età della pietra. Il progresso è parte integrante della natura umana; dev'essere però indirizzato tenendo conto dell'uomo, della natura e del loro equilibrio e non lasciato in balia delle follie dei mercati.
Il demone del mercato ci spinge ottusamente sempre nella stessa direzione anche quando si sia ben superato il punto d'equilibrio in cui si trova la situazione ottimale. Mangiare per superare la fame senza fermarsi alla sazietà ma continuare fino ad avere mal di pancia per l'eccesso di cibo, superare le necessità e accumulare oggetti senza senso togliendo tempo alla vita. Siamo ingordi e cupidi; sembra così stupido patire per l'eccesso eppure lo facciamo regolarmente. Ecco, non dovremo farlo più, non solo perché ci fa stare male ma anche perché è “peccato”, ci fa cadere i fulmini sulla testa e contribuisce a rovinare questo splendido pianeta.

martedì 9 ottobre 2018

UTSS 2018 – Prima parte. L'attesa

Nel 2016 ho corso la 90km tutta intera e nel 2017 ho fatto servizio scopa della prima metà. Siamo nel 2018 e mi manca solo di fare la scopa della seconda metà, accompagnando gli ultimi atleti da cala luna fino all'arrivo di Baunei. Mi inoltrerò in territori a me sconosciuti, oltre il confine delle 15 ore non sono mai arrivato; gli ultimi finiranno in piena notte, dopo 20 ore o più di pietre e sudore, raggiungendo livelli di “scomfort” al di fuori della mia immaginazione. Li accompagnerò in questo viaggio negli abissi della passione senza, personalmente, soffrire troppo.
Ma prima si gode. Parto per la crociera in gommone con lo zainetto regolamentare da trailer ma anche la borsetta con telo, costume e occhialini per nuotare. Poco oltre la guglia di perda longa, ci avviciniamo alla costa per ammirare una cascata rigogliosa che scarica in mare un torrente d'acqua piovana insieme a piccole particelle di pelle di piede dei podisti che l'hanno dovuto guadare. Fa parte del programma di lavaggio: ammollo e sfregamento su pietra calcarea e poi nuovo ciclo di ammollo e sfregamento fino ad eliminare ogni traccia di sporco, di pelle e di essere umano. È la vendetta del calcare: per una volta è l'incrostazione che elimina l'uomo e non viceversa.

 
Sbarcato a cala luna, mentre gli altri vanno ad organizzare il ristoro, io resto nella spiaggia più bella del mondo, completamente deserta. Laguna verde, sabbia bianca, mare celeste, contornati da monumenti di roccia con comode grotte vista mare. Dopo una nuotata meravigliosa e una passeggiata in spiaggia, mi immergo nell'acqua freschissima della laguna e raggiungo il punto ristoro in tempo per vedere il passaggio di tutti gli atleti.
Poco prima delle 11 arriva già il primo, il polacchino Gorczyca, poi tutti gli altri, fra cui anche molti amici: Stefano continua, Enrico si ferma.
Devo pisciare ma voglio evitare con cura la toilette e, con le mie infradito deragliate e senza suola, salgo a cercare un bagno panoramico, percorrendo, a ritroso, il sentiero da cui scendono gli atleti. Dopo 10 passi mi trovo di fronte a Gianni, il comandante. Ha i crampi anche alle orecchie mi dice. Probabilmente li ha anche al cervello e decide di ritirarsi, come anche Daniel, per la prima volta nella lunga vita da trailer.
Dov'ero rimasto? Ah, già, il bagno. Riparto. Ogni passo è un piccolo problema da risolvere. Dove appoggio la suola? Qual è il sasso meno scivoloso e meno appuntito? Il bagno è in fondo a destra, lo vedo, ma il corridoio per raggiungerlo è irto di trappole. Bastano questi 200 metri che l'idea dei 90 chilometri assume una concretezza assoluta, col peso specifico del calcare moltiplicato per 90 e diviso per 0.2.
Mi volto verso Cala Luna che risplende meravigliosamente morbida, per non parlare della morbidezza ineguagliabile di quel mare celeste e trasparente. Piedi all'inferno e testa in paradiso; l'essenza dell'UTSS è in questo contrasto fra il duro e il celestiale. Guardo gli omini sulla spiaggia e rilasso la vescica. Ah, che pisciata meravigliosa!
Altri passaggi, altri amici: Giuseppe scarico si ferma, Agnese super carica non la ferma niente e nessuno, un Paolo riparte spedito, un altro Paolo si ferma.
Gli atleti da podio si servono con calma e ripartono. Altri si siedono, prendono una birra, mangiano qualcosa, due chiacchiere e ripartono. Qualcuno si siede, mangia, beve e non parte. Resta lì, seduto, con gli occhi aperti, rivolti verso l'interno per dieci minuti o anche più. “Tutto bene?” “Sì”. “Ca va?” “Oui”. Basta questo. Non voglio disturbare quel loro viaggio verso l'anima.
Alle 16 quelli che arriveranno entro il tempo massimo sono già partiti tutti. Restano quelli che si ritireranno o che arriveranno fuori tempo massimo. Stiamo entrando nel mio territorio. È l'umanità che dovrò assistere, scortare, sostenere e spingere per non lasciare resti umani su quei sentieri magnifici e terribili. Non potrò spazzare tutto e lascerò scie di sofferenza e sudore, resti di pensieri che quelle pietre appuntite grattano via dai piedi e dall'anima.

martedì 25 settembre 2018

Una cotta tremenda!

Che cotta, che cotta quella cotta! Se ci penso mi sento le ossa rotte.
Era un dì di domenica, sui calendari pirelli è il primo giorno d'autunno e alberi tutte curve si spogliano mettendosi in pose sexy … ma la realtà è diversa … nelle spiagge l'estate cuoce ancora i cervelli degli esseri umani appositamente allineati lungo l'azimut solare su appositi teli, come melanzane.
Foto di Tore Orrù scattata il giorno prima
Sabato ho organizzato la prova percorso del trail. Non avendo trovato nessun altro disponibile, ho gestito io il servizio “ristori e ritiri”. Mi sono divertito molto e sono riuscito anche a correre una quindicina di chilometri con qualche tratto tirato per far sfogare le gambe pronte a farne trenta. Mi è rimasta però un senso di incompletezza. Fra due settimane farò il servizio scopa a Baunei. Dovrò seguire i primi 45 chilometri della 90 e mi è venuta una mezza voglia di proseguire fino al traguardo. Con il solo DNA, per quanto spettacolare come il mio, non si può fare tutto; stupidità e testardaggine aiutano ma non bastano; ci vuole anche impegno e allenamento. Domenica mattina, dopo aver sbrigato un impegno domestico, decido allora di correre lungo i 30 chilometri del percorso di gara, da solo. Parto il prima possibile ma sono già le 10:10 e fa un gran caldo. Bene così, a Baunei correrò tutto il giorno e senza aria condizionata; meglio abituarsi anche a questo.
Parto di buona lena e sono subito fradicio di sudore. Mi tolgo la maglietta per trovare refrigerio ma l'aria è ferma. Già dopo 9 chilometri capisco che non è giornata per fare un allenamento veloce. Continuo un po' più lento. Arrivo al dodicesimo, a s'enna sa craba, in 1h20. Mi tolgo lo zainetto, lo nascondo, e mi porto solo una bottiglietta per l'anello di 9 km. Risalendo a s'enna devo rallentare e camminare, sento il cuore nelle orecchie. Poi recupero lo zainetto e scopro che la borraccia nuova che doveva coprire gli ultimi 9 km ha perso metà del contenuto. Mettendo insieme tutti i resti di liquido riesco a riempire una borraccia ma non posso dissetarmi come speravo. Dopo una lunga discesa, risbuco sulla strada in dolce salita. Inizio a correre ma mi devo fermare subito. Ho un buco nell'anima e mi sto sgonfiando. Sento il risucchio nelle orecchie. Il cuore pompa veloce ma inefficace. Sto soffrendo. Non è quella sofferenza “compagna di viaggio” che conosco bene e con cui ho un rapporto ormai amichevole. È una sofferenza diversa, antipatica, che se potessi avrei evitato cambiando scompartimento ma, visto che sono lì, ne voglio approfittare per imparare a conoscerla. Potrei tagliare ma quello che resta del cervello, mi dice “bene, ora vediamo se riesco a fare passare la crisi continuando a camminare”. Divido mentalmente l'altezza del liquido rimasto nella borraccia per i chilometri rimasti e quando il gps fa beep mi concedo un sorso. Non corro più neanche in discesa. Sono sempre più sgonfio e non voglio collassare. Cammino in discesa e striscio in salita
Sto facendo un “regressivo” non programmato. È una metodologia di allenamento che praticavo su me stesso, che consisteva in una prima parte veloce e stancante per portare il fisico in condizioni di stress seguita da una seconda parte “insegna a correre al tuo zombie”. Eccomi qua. Oggi la regressione mi ha portato ad uno stadio ulteriore, che non avevo mai sperimentato, in cui lo zombie è troppo stanco per correre e non ha più voglia di carne umana. La regressione è tale che non sogno neanche più la birra. La cosa più sexy che riesco a sognare è acqua fresca e forse anche una bella bara morbida e ombreggiata dove sdraiarsi per un lungo riposo.
Ormai sono quasi arrivato. Sfioro le case di poggio pensando che se crollassi qualcuno potrebbe salvarmi con un'acqua fresca frizzante ma mi guardano solo i cani. L'asfalto era lì, comodo e pianeggiante ma l'asfalto non è un'opzione. Me lo ripeto mentre mi trascino sui saliscendi del sentiero: “l'asfalto non è un'opzione”. Ormai il cervello è andato
Sui calendari pirelli è il primo giorno d'autunno e alberi tutte curve si spogliano mettendosi in pose sexy. Sono un duro ma facile alle cotte.
Che cotta quella cotta!

domenica 23 settembre 2018

Trail di Capoterra - Seconda prova percorso

Questa volta, mi spiace, ma ho perso il conto.

Ho perso il conto di quanti eravamo. C'erano quelli della squadra, venuti per dare una mano ma soprattutto per correre e divertirsi tanto che ho capito subito che il servizio “ristori e ritiri” oggi sarebbe toccato a me. C'erano quelli che avevano già provato percorso, testimoniando con la loro presenza meglio che a parole quanto fosse loro piaciuto. Amici e gente nuova. Chi è venuto a provare il percorso per prendere le misure per la gara, chi lo ha provato perché in gara non potrà esserci e chi, semplicemente, per passare una bella giornata nella natura in buona compagnia … potrei provare a contarli ma, quando credessi di avere finito, me ne sbucherebbe un altro dai meandri della mente evocandomi un sorriso – “vero, c'era anche lui!”
Ho perso il conto dei momenti di passione. Ricordo il ginocchio girato di Carlo, il terribile crampo di Corrado che faceva male solo a guardarlo; il magnifico aspetto dell'infiammazione tendinea di Sonia che, invece, non avrei invece mai smesso di guardare; la pelle di Tore usata per ripulire il sentiero dalle spine … ma restano altre innumerevoli tracce di sangue e gocce di sudore che hanno riempito la giornata di passione.
Ho perso il conto dei sorrisi; ricordo solo che hanno sovrastato i momenti di passione. Chi sorrideva per la compagnia chi per la bellezza del paesaggio, chi perché pensava che non ce l'avrebbe fatta e invece ha superato i suoi limiti… sorrisi magnifici, addolciti dalla fatica e dalle birre.
Ho perso il conto delle birre che ho bevuto. Ricordo bene la prima, quella che ho bevuto a s'enna sa craba mentre cercavo di rintracciare Nicola per sapere dove avesse nascosto la chiave dell'auto ristoro. Mi ricordo della seconda che ho bevuto guidando (è vietato bere prima di mettersi alla guida ma durante?) mentre scendevo con l'auto dei ritiri con il solo Carlo, l'unico ritirato a causa di un brutto infortunio al ginocchio. Ricordo poi la birra dopo l'ultima birra, ordinata solo perché, dopo avere finito di bere, ci siamo accorti d'esserci scordati di fare la foto con la birra in mano e quella ancora dopo, che non ricordo più perché. In mezzo, chiaramente, ho bevuto qualche birra; facendo servizio ristoro, ho corso poco e dovevo compensare con qualche birra in più ma non ricordo più quante.
Ho perso il conto, ho scritto. Potrei provare a ricostruire e trovare i numeri esatti ma ce ne sarebbe sempre uno in più e poi mi piace questa sensazione di abbondanza, di quantità innumerevole, di giornata piena di vita e ricca di particolari che mi ha lasciato questa bellissima giornata. Sono sicuro che l'avete provata anche voi.
Grazie a tutti, ci vediamo alla gara!

lunedì 17 settembre 2018

Curri murera – il podio dell'orgoglio

Foto di Arnaldo Aru.
Quest'anno, come l'anno scorso, sono voluto tornare alla piacevolissima manifestazione organizzata dai “Sarrabus runners” fra il mare e gli stagni di Muravera. La non-competitiva parte insieme alla competitiva sullo stesso percorso e quindi, per me è un'opportunità per riprovare le sensazioni di gara. Quest'anno il mio spirito è più combattivo dell'anno scorso. Allora ero un ex agonista, appena fermato dal medico sportivo. Ora sono un vero non-competitivo che si non-allena con un certo impegno. Dopo uno stop estivo, ho ripreso a correre da un mesetto e, a differenza dell'anno scorso, quando correvo solo dietro alle farfalle, quest'anno ho alternato corse sfarfallanti con altre un po' più intense. Non è stata una decisione razionale. È nata un po' così, come desiderio di movimenti rapidi, sangue che scorre veloce, aria in faccia e vento nella barba. Andare veloce è più divertente. Posso farlo senza rischiare? Lo scoprirò. Intanto vediamo l'effetto che fa.
Per l'occasione, ho rispolverato le nike che usavo nelle ultime gare. Sono rimasti 4 centimetri fra la spaccatura della tela a destra della scarpa e quella a sinistra. Quando la crepa di destra raggiungerà quella di sinistra, mi troverò con un paio di scarpe in meno e un paio di ciabatte nuove. È una sorta di conto alla rovescia verso la sedentarietà. Quando saranno ciabatte le userò per andare dal divano al bagno e dalla tavola al letto ma, intanto, sono ancora scarpe e ci corro.
Altro spirito, dicevo. L'anno scorso, alla partenza, mi ero messo in ultima fila; quest'anno mi piazzo in mezzo; non ho voglia di stare troppo tempo in fila dietro a podisti più lenti; solo un po'.
Lo spirito non-competitivo si manifesta con un agonismo sfrenato ma solo con gli altri podisti non-competitivi. Il primo mi supera come un razzo verso la fine del primo chilometro. Non riesco a vedere il pettorale ma l'abbigliamento è inconfondibilmente non-competitivo: maglietta del pacco gara di una misura troppo larga e calzoncini svolazzanti al ginocchio. Non potrei mai inseguirlo, va troppo veloce. I non-competitivi con la maglietta della competizione, di solito scoppiano intorno a metà gara; vedremo. Quando mi supera il secondo con la magliettina del pacco gara e i pantaloncini svolazzanti al ginocchio, va un po' più piano e riesco a guardargli il pettorale e verificare che ha lo sfondo verde della non-competitiva. Anche lui va molto più veloce di me ma, come previsto, progressivamente rallenta; resta nel mio campo visivo e lo punto come un falco. Nel passaggio sugli argini dello stagno, mi avvicino a lui fino a raggiungerlo; mi accodo e appena la strada si allarga, lo supero e, forzando un po', riesco a staccarlo. Non-competizione furiosa! Il mio principale concorrente, comunque, è un altro. Ha anche lui il pettorale verde anche se canottiera tecnica e pantaloncini “compression” ne tradiscono il passato da agonista: sono io, il mio cuore e le mie gambe. La sfida è restare sotto i 4'30 al minuto senza scoppiare e la vincerò bene. Ci sono anche tanti amici agonisti con cui condivido con piacere qualche pezzetto del percorso. Vedo Francesco che esce misteriosamente da un cespuglio; mi piacerebbe finire con lui ma non mi segue e io ho una non-competizione da vincere. Vedo, con molto piacere, anche la schiena di Antonio che ha ripreso da poco a correre con la protesi all'anca. Anche qualche anno fa gli vedevo la schiena ma eravamo fra i primi. Ancora più bella della schiena di Antonio è l'accoglienza di Agnese negli ultimi metri e poi di tutto il pubblico all'arrivo. L'ho finita in 47', 5' in più del tempo che avevo impiegato 2 anni fa. Eppure ne sono orgoglioso. Non mi devo confrontare con quel Lorenzo lì, due anni fa era tutto più facile. Sono, invece, 4 minuti in meno dello sfarfallante 51' dell'anno scorso. Allora, quando mi avevano chiamato sul podio per il secondo posto, dietro ad un ragazzino, volevo sprofondare, non sentivo di meritare alcun riconoscimento (link). Ora, invece, quando sento il mio nome mi fa proprio piacere. Se fossi stato agonista, sarei comunque salito sul podio come terzo di categoria. Questo podio, quindi, lo merito; l'ho conquistato dopo una dura non-competizione e ci salgo su gonfio d'orgoglio.

A proposito, ho vinto un buono di 30 euro da utilizzare per l'acquisto di calzature nuove. Non credo che da “The Runaway” vendano ciabatte. Mi toccherà continuare a correre …