martedì 6 dicembre 2016

Cagliari respira

Festa, sole, musica, sorrisi. Tre anni fa era un coro di claxon, quest'anno ho sentito solo una signora lamentarsi: “ma dimmi tu se devono bloccare una città per questi ...” L'aggettivo qualificativo, per fortuna, si è involato, sfumando nella distanza.
L'anno scorso, come 3 anni fa, avevo diritto a partire nella griglia dei VIP, gli anni pari invece mi mettono nella gabbia dei polli. Siamo tantissimi, tremila dicono, e decido di ingrigliarmi subito, quasi senza riscaldamento, per poter partire in buona posizione. Dalla gabbia provo a chiedere noccioline ai visitatori ma non capiscono la mia mimica scimmiesca.
Si parte. Soffro un po' la mancanza di riscaldamento ma la posizione è perfetta e riesco a correre subito al mio ritmo senza ostacoli. Poco avanti a me c'è Alice Capone, fortissima triatleta che ha concluso la mezza di Uta in 1h24. Va al ritmo giusto e decido che sarà il mio riferimento; un gran bel riferimento, il che non guasta.
Il piano di restare regolarmente sotto i 4' al km naufraga anche questa volta già al decimo chilometro. Provo a reagire: “adesso aziono la spinta di piede e riparto”; al settimo km mi era riuscito ma ora sono rigido e resto lì. Alice si allontana in avanti anche se non uscirà mai dalla portata dei miei radar.
Al poetto c'è musica dal vivo per noi! Il primo gruppo suona un classico garage rock che mi fa venire un brivido e staccare dal suolo per qualche metro ma dura poco, atterro e il brivido si trasforma in sudore freddo. Il lungo poetto continua, bello ma un po'etto lungo. Il tempo si ferma. È più noioso della formula uno. Situazione di stallo; non succede niente, nessun sorpasso; si guadagnano o perdono frazioni di secondo al chilometro.
Comincia il gioco al massacro. Foto di Roberto Puddinu
Per fortuna arriva il giro di boa, si entra nel parco delle saline e posso cominciare il conto alla rovescia; ai meno 5 si può aumentare il livello di sofferenza perché si sa che finirà. Si trae forza vedendo altri che soffrono di più. Comincia il gioco al massacro, la mia specialità. Bluffo nascondendo la mia fatica e supero gli atleti in crisi senza nessuna pietà. Ad un chilometro dalla fine una breve discesa fa da trampolino di lancio per la progressione finale. Metto nel mirino gli atleti avanti a me e l'ingresso allo stadio mi coglie quasi di sorpresa. Gli ultimi 300 metri sono sulla pista di atletica del campo CONI, il traguardo è in fondo al rettilineo opposto davanti alla tribuna piena di pubblico e la pista celeste ci guida verso di esso evocando la grande atletica vista in tv. Ho già usato tutta la resistenza negli ultimi 5 km e, dopo l'ulteriore accelerazione dell'ultimo chilometro, penso di avere già dato tutto ma lo stimolo è irresistibile e dopo un'ultima esitazione decido di tirare fuori l'anaerobico dall'impermeabile per esibirmi in uno sprint “regale” percorrendo gli ultimi 200 metri in 38 secondi, un tempo inferiore al record mondiale dei 400. Van Niekerk non mi avrebbe doppiato! Riesco anche a superare 3 o 4 atleti, fra cui Alice e, lo scoprirò solo dopo, il quarto della mia categoria! Finisco in un'ora e 24, poco più di un minuto in meno rispetto ad Uta. L'operazione di recupero velocità è riuscita solo parzialmente e ho corso bene solo a sprazzi ma il finale mi ha riempito di soddisfazione.
Lo sprint - foto di Bianca Figus
Sacchettaro perfetto, anche questa volta riesco a cogliere l'ultimo posto buono per il sacchetto, grazie allo sprint e al fatto che il primo atleta della mia categoria, il fortissimo Gabriele Carta, è rientrato fra i primi dieci assoluti lasciando così un posticino per me sul terzo gradino del podio. Podio virtuale, a dire il vero, visto che le premiazioni sono ridotte alla consegna dei sacchetti in un sottoscala; qualcuno si è lamentato ma per noi sacchettari DOC la gloria è secondaria e conta solo il contenuto del sacchetto, guarda caso un impermeabile. L'ideale per noi esibizionisti. Adesso però mi servirebbe un po' di biancheria: mutande, canottiere e calzini senza buchi. Odio fare shopping ma la situazione sta diventando seria e quindi spero di vincerla alla prossima gara. Speriamo, se no mi tocca scrivere una letterina a riguardo a Babbo Natale.
Anche se è un tema che mi sta a cuore, non posso finirla parlando di mutande bucate.
Tutti coloro che ancora si lamentano della chiusura del traffico dovrebbero vedere gli splendidi sorrisi delle atlete, da quello radioso di Claudia, la vincitrice, a quelli stanchi ma pieni di soddisfazione e felicità delle ultime arrivate. Cagliari respira e riempie il cuore.
sprint royal - foto di Arnaldo Aru

domenica 4 dicembre 2016

Calzini sporchi sulla tomba

“Calzini sporchi sulla tomba” è un finale convenzionale, tipo “e vissero tutti felici e contenti” o “amen”. Credo che si addica bene a questo referendum.
Dopo 21 km di riflessione mi sono convinto che non esiste risposta giusta. Anche l'astensione è sbagliata. Apro la cassetta della posta per vedere se per caso mi abbiano mandato la tessera elettorale nuova che la vecchia è piena. Non c'è ma in compenso trovo l'ultimo numero di “internazionale” con la copertina dedicata al referendum. Dopo essere passato in comune a ritirare il certificato, mi fermo in macchina in via Diaz a studiare. Leggo le opinioni della stampa internazionale sulla questione e scopro che anche secondo loro siamo in un'“impasse”. Non esiste risposta giusta. Bisogna cercare la meno sbagliata e su questo anche la stampa estera si divide. Dopo mezz'ora riparto per recarmi alla sezione elettorale in stato confusionale avanzato.
Ecco, si sta per realizzare l'incubo! Sono sicuro che sbaglierò risposta e appena infilato la scheda nell'urna mi diranno “risposta sbagliata! La risposta esatta era “...”. Non ha superato l'esame da elettore e le dovremo trattenere il certificato”.
Invece me la riconsegnano. Forse allora ho risposto bene. Ma non faccio in tempo a rilassarmi. Esco e trovo la macchina bloccata da un'altra che blocca l'uscita del parcheggio. Dopo 10 minuti arriva la proprietaria e mi dice che ha parcheggiato lì perché dove avevo lasciato io l'auto non era un “parcheggio”. La domanda clou che si aggira fra i miei gangli ora diventa un'altra: “cos'era quello spiazzo asfaltato senza cartelli di divieto dove ho lasciato la mia auto?” Grandi domande con piccole risposte.
Stasera vedremo chi vincerà e nei giorni futuri ne vedremo le conseguenze. Vedremo se arriverà il tecnico, il comico o l'idraulico, come sarà questo meno peggio, diluvio universale e calzini sporchi sulla tomba.

sabato 3 dicembre 2016

Sì o no? Maratonina di Cagliari – preview

Meglio bilocale con camera letto, sala senato e gabinetto ministeriale o monolocale con angolo cottura?
Sono contrario al “voto di protesta”. Sono dell'idea che le proteste debbano essere manifestate pubblicamente, sui media o anche in strada con un bello striscione esplicativo e non votando alla “cazzo”. Mi devo perciò concentrare sulla domanda del quesito. Avrei gradito un bilocale su doppio livello con camera superiore di controllo ma è già stato affittato . Bilocale o monolocale? Non so rispondere, non sono ancora pronto, devo studiare ancora se non voglio saltare anche questo appello. Avrò 21 km per pensarci ma forse ci vorrebbe una maratona o meglio ancora un “passatore”. Alla fine del passatore tutto sarebbe diventato chiaro: una visione mistica mi avrebbe chiarito le conseguenze delle modifiche all'articolo 37 anche se forse sarei arrivato dopo la chiusura delle urne.
I quesiti per la gara, invece, sono più semplici:

Volete voi che Lorenzo Pisani arrivi al traguardo in meno di 1h24? Sì o No?
Volete voi che Lorenzo Pisani asfalti Teodoro Antonello Mura? Sì o No?

Votate per me e io volerò al traguardo sulle ali della volontà popolare … non fate scherzi però!



lunedì 28 novembre 2016

Gli spiriti del trail

Molti pretendono di conoscere il vero spirito del trail e giudicano con disprezzo chi lo tradirebbe.
Secondo me il trail ha tanti spiriti e ognuno di essi ha poche mogli e tante amanti che si sentiranno tradite dagli amanti di altri spiriti in un menage incontrollabile: peggio di una soap a puntate. Meglio allora rinunciare ai rapporti tradizionali ed accettare l'amore libero.
Il trail è un po' come la musica: ci sono i sentieri “pop”, piacevolissimi ma che dopo la terza volta, stufano, mentre i sentieri “avant-garde” si lasciano scoprire volta per volta dando il meglio di sé solo dopo ripetuti passaggi. C'è lo spirito melodico classico della corsa nella natura bella, più bella possibile. C'è quello hard della lotta con la natura più dura e selvaggia possibile. C'è poi quello rock&roll del divertirsi a correre veloce saltando sassi e radici e buttandosi giù per sentieri più tecnici possibile
Ho elencato solo i tre spiriti con i quali ho una relazione fissa ma sono sicuro che ne esistono tanti altri e che ognuno colga particolari sfumature che rendono la corsa in montagna un piacere “personale”. Per questo, parlare di “tradire” lo spirito del trail non ha molto senso; gli spiriti sono tanti e qualcuno lo si tradisce per forza: troppo corto, troppo lungo, troppo tecnico, troppo liscio, troppo segnato, poco segnato …
Poi ci sono le mode, la visibilità mediatica, i punti per l'UTMB … tutti aspetti deprecabili per i puristi elitari del trail ma che comunque, come l'industria discografica fa per la musica, aiutano la diffusione di una disciplina sana e contribuiscono a togliere atleti dalla strada e dal disagio sociale del bitume.
Gli spiriti del trail ci guardano sudare e sbuffare, aprire le braccia dalla meraviglia o tremare di freddo ripercorrere per la ventesima volta lo stesso sentiero o andare in cerca di posti sempre diversi, escursionisti che guardano il paesaggio o competitivi che preferiscono la vista dei numeri sul gps … lasciamo che ognuno si goda il suo spirito personale senza giudicarlo e gustiamoci il nostro.

lunedì 21 novembre 2016

Maratonina di Uta

Uta, sembra una cosa seria. È quasi uno stato unito: basta aggiungere una lettera mutah e diventa Utah. Penso a capoterrah, maracalagonish, ma non funziona. Invece Utha sì. Capitale Salt lake city, per gli indigeni Sa bidd'e lacu saladu. Perché parlavo di Huta? Ah, già, ieri si correva la mezza. La mezza non è tutto, è mezza, quindi vale quello che vale: metà appunto. Sto forse tergiversando? Ebbene sì e ho buoni motivi per farlo: Bruno è arrivato 3 minuti prima di me, i miei fantasmi mi hanno deriso vedendomi arrancare e le quotazioni del mio seme sono precipitate. Ecco ho confessato tutto e ora che ho ritrovato la pace interiore ne posso parlare con serenità.
Foto di Francesca Erbì
Si parte, si corre, le gambe sono dure, l'asfalto è duro, le scarpe sono dure, le molle dei piedi sono arrugginite. In queste due settimane ho fatto un po' di abitudine alla velocità ma ho trascurato la durezza, correndo quasi sempre su sterrato. Quant'era morbido il molentargius! Qui invece l'asfalto mi martella i polpacci e cerco, più volte ma invano, un assetto di corsa che mi consenta di ridurre l'impatto dei colpi sulla carne. Un ironman dovrebbe essere più duro dell'asfalto e lasciare le impronte dei piedi metallici scavate nel bitume ma non succede; forse non sono più ironman. Dicono che il percorso fosse veloce ma non è vero. Altro che veloce: era assolutamente immobile e ho dovuto fare io tutto il movimento. Fin dal km 3 capisco che non riuscirò a tenere il ritmo previsto di 4' al km e che Bruno e tutti i miei soliti rivali (a parte uno alto e pelato) mi batteranno. Da lì all'arrivo saranno 18 km di resistenza e di domande sul perché di tanta lentezza e sul perché si debba soffrire tanto per tornare due volte al punto di partenza. Per fortuna 21 km passano relativamente veloci e in 1h25 e spicci arrivo, appena prima di trovare le risposte definitive ai miei dubbi esistenziali.

Foto di Gavino Sole
Le piacevoli chiacchiere del dopo gara mi distolgono da ulteriori riflessioni. Sono anche quinto di categoria e ultimo dei premiati e salire sul podio consola parzialmente il mio ego e mi consente una piccola rivincita sui miei fantasmi che anche se molto più veloci, spesso restavano giù a guardare.
Tonino mi riaccompagna alla mia auto che avevo lasciato a Capoterra. Salgo, infilo le chiavi e parte la musica. La macchina invece no. Spengo, riaccendo e invece del rumore del motorino di avviamento si sente la musica dei fiery furnaces. Dopo altri due tentativi capisco che la mia auto è ormai ridotta ad un impianto stereo. Chiamo a credito Maria ma non risponde. Potrei insistere o provare a chiamare il numero di casa ma decido di non farlo. Esco dalla cabina stereo e mi avvio a piedi verso casa, per il primo minuto camminando, poi accennando una corsetta. Ogni tre passi i calzoni calano e devo ritirarli su con la mano prima che finiscano in terra. Allora svuoto le tasche, tenendo in mano il portafogli e liberi dal peso del denaro ora i calzoni stanno su da soli. La maglietta e le mutande di cotone si inzuppano subito di sudore, non vedo l'ora di pisciare, sono stanco ma la corsa è rilassata; devo solo andare dal punto A al punto B senza che nessuno mi controlli il tempo e con una forte motivazione: tornare a casa, aprire il frigo e prendere una birra! Questi 4 km imprevisti mi fanno ritrovare il significato originale della corsa e ripensare con serenità al futuro.
Fra due settimane c'è Cagliari. Sembra una cosa seria. È quasi una città americana: Calgary, …

venerdì 18 novembre 2016

Maratonina di Uta – preview

La meteorolo-zia per quest'autunno prevede dritti e rovesci anche di moderata intensità.
Intanto sento tuonare la domanda: la trasformazione in zombie è reversibile?
Secondo Albanesi no. Ecco cosa scrive:
Conosco personalmente due atleti che sono centochilometristi, il primo si trascina fra ultramaratone con qualche proiezione su gare più brevi (evidentemente dei test di velocità…), correndo i 10000 in circa 45′ quando prima li correva in 34-35′; l’altro, runner da molti anni, da quando ha deciso di passare alla 100 km è durato due anni: ora lo si trova mentre cammina nelle non competitive, ormai incapace di correre”
Che tristezza. Forse anche io sono diventato così, zombie senza ombrello sotto la pioggia autunnale con un buco nella testa l'acqua mi entra nel cervello. Flavio e Bruno ora mi massacrano, Teo mi asfalta, la vecchia zia mi infilza sferruzzando e poi mi investe sulle strisce con la macchina da cucire ma forse non è per sempre.
Come lo scorso novembre, anche quest'anno mi sono posto l'obiettivo di ritrovare la velocità, frangendo gli spazi con tempi sempre meno infiniti, spaziando di meno, spazientando senza temporeggiare e raccogliendo con la scopa tutti i frammenti di spazio per non sporcare.
Così mi sono dato una mossa, mi sono scrollato di dosso la polvere del tempo e dei trail, ho dissotterrato i piedi dalle hoka, dove giacevano tumefatti, ho suonato come trombe gli alveoli polmonari e mi sono buttato con velleità convinto che in due settimane si possa ritrovare la velocità smarrita.

Domenica a Uta correrò la classica mezza maratona. Ci saranno Bruno e Teo a misurare il gonfiore delle mie velleità e il cronometro che impietosamente girerà sotto lo sguardo beffardo dei miei fantasmi. Gli agenti finanziari aspetteranno con scetticismo le nuove quotazioni del mio seme ma io emergerò trionfante. L'autunno lascerà posto ad una nuova primavera … aspetta, non c'era qualcosa in mezzo? No, sono finiti i carciofini, non ci sono più le pizze con le mezze stagioni.

domenica 13 novembre 2016

Corri, Molentargius, corri ...

Ogni cambiamento è riposante in senso lato, in quanto allontana dall'attività consueta anche se solo per intraprenderne un'altra. Dopo mesi passati a resistere per scavalcare catene montuose, da due settimane ho ripreso a cercare la velocità dimenticata e anche questo è riposo.
Tenendomi alla ringhiera con la mano sinistra e appoggiandomi al muro con la destra, riesco a scendere le scale e ad uscire di casa per recarmi al parco del Molentargius a Cagliari. Quale occasione migliore di una gara piatta di 12 km per cercare la velocità smarrita? Non sarà facile; le gambe sono irrigidite dai DOMS. Per andare veloce, dovrei curare queste gambe indolenzite o stordire la testa per scordare questi dolori; cercasi citrullina, cretinina o amminoacidi a corna di cervo in fioritura. Oppure sole e aria di festa.
Foto di Francesca Erbì

Foto di Gavino Sole
Dopo un breve riscaldamento, sono sulla linea di partenza. Gioco d'azzardo: non so come andrò ma punto su di me. Tutto sul “501”, rouge, dispari! Les jeux sont fait. Il primo chilometro scorre in 3'50, un bel ritmo anche se moltissimi sono avanti a me. Il podio della categoria è almeno 100 metri avanti. Non mi azzardo a cercare di raggiungerli, sto già correndo troppo veloce. Aspetto invece come un avvoltoio che almeno uno dei tre ceda per soffiargli onore e premi. Cedono in due; prima Paolo, poi Luigi mentre Angelo aumenta il ritmo e sparisce in avanti. Io mi barcameno intorno al limite delle mie attuali possibilità. Più che cercare la velocità, cerco di resistere alla lentezza, che mi vorrebbe fare arretrare il busto, come a cercare la poltrona, e accorciare i passi come se dovessi anche oggi scavalcare montagne. Riesco a mantenere un ritmo appena superiore al limite della lentezza, 15km/h, e pure ad accelerare in vista del traguardo.
Ventitreeseimo su oltre 500 atleti al traguardo e quello di cui vado ancora più fiero, primo assoluto al buffet, con un tempismo da buffettaro doc. Purtroppo non posso indugiare fra tutte queste torte salate e dolci; devo salire sul podio e poi tornare a casa e così salta il secondo giro del buffet. Pazienza; mi dispiace partire e lasciare la festa, il sole, il cibo, la fatica, gli amici e il divertimento ma ritroverò tutto e tutti a Uta la settimana prossima
Tutto questo riposo mi sta distruggendo le gambe ma è divertente; non bisognerebbe mai smettere di cambiare.