lunedì 17 giugno 2019

Attraversando la barbagia

Quando Gianni mi ha invitato al Barbagia Crossing, avevo già intenzione di partecipare. Volevo provare la formula particolare di questa manifestazione: 103 km di percorso, una traccia e 4 punti base presidiati con possibilità di mangiare e dormire. Nient'altro. Nessuna segnatura, frecce, tempi massimi, o altro. Si viaggia dentro l'idea di due visionari, Gianni e Alessandro con una formula che riduce al minimo i vincoli. Il resto è libertà, di tempo e di spazio. Non ho nessun ruolo, sono scopa di me stesso e mi posso godere, in piena libertà, il viaggio attraverso un territorio che conosco poco e che promette molto. La traccia gps sarà integrata da tracce mentali devianti che mi porteranno più volte ad immergermi in acque freschissime o ad arrampicarmi su rocce spettacolari.
Dopo aver seguito per qualche minuto i primi ed essermi poi attardato con gli ultimi, correndo in discesa raggiungo Checco e Nicola diventando la 12esima pecora del loro gregge.
Poi, all'improvviso, resto solo col sapore di libertà che si prova lasciando la via maestra per inseguire tracce mentali; cambio anche sport, nuotando per 300 metri lungo un bellissimo canyon che risale sinuosamente il flumendosa fra rocce chiare fino ad arrivare ad una rapida per poi rientrare sempre a nuoto fino ad avere mal di braccia. Mezz'ora di libertà, di “devo vedere cosa c'è dietro quell'ansa”, di sorpresa continua ed entusiasmante, di perfetta solitudine, di parentesi freschissima in una giornata molto calda. Oltre alla meraviglia, il lungo bagno abbassa la temperatura corporea a valori ottimali, consentendomi di affrontare la salita successiva con maggior vigore.
Dopo pranzo, birra e caffè al check point di Gadoni, la digestione pesa e non mi va di correre; mi unisco a Paolo che viaggia col suo passo regolare, lo zaino enorme e un nugolo di mosche intorno alla testa. Ogni tanto una delle sue mosche viene da me ma gliela rendo subito: “scusa Paolo, questa mosca è tua” e se la riprende. Dopo aver risalito insieme un bel ruscello canterino, entriamo nel parco di texile. Le tracce mentali mi portano a lasciare Paolo per arrampicarmi sul magnifico tacco per poi inseguirlo prima che mi si scarichi completamente il gps e con lui rientriamo a Belvì verso le 18 con i primi 40 km fatti e una camera prenotata per la notte.
Mettersi a sedere al tavolo di un bar di Belvì è pericoloso. L'ospitalità barbaricina si mischia alla generosità degli amici e non si resta a bocca asciutta ma, al contrario, con tante bottiglie asciutte e il ventre colmo. Il mio apparato digerente va in affanno e quella notte soffrirò mal di pancia e la seguente mi sveglierò per vomitare. La prossima volta dovrò allenare meglio lo stomaco con sedute di peristalsi in palestra.
Per fortuna l'assenza di vincoli temporali mi consente di dormire più a lungo. Considero la sveglia un nemico della libertà e il letto mi accoglie ben oltre le 5 del mattino, ora in cui sono già tutti in piedi.
Riparto per ultimo per poi alternare magnifica solitudine con splendida compagnia; corro, aspetto e corro ancora. Conquisto la cresta del monte e poi me la godo, viaggiando con lo sguardo fra panorami immensi, mucche e cavalli semibradi con vitelli e puledri. Incontro alberi monumentali, a cui assegnerei nome e cognome tanto sono particolari e unici. Per esempio, quell'albero isolato che suona come un orologio svizzero non è “una sughera” ma “la maestosa sughera del cuculo”; è unica e se la vuoi conoscere, la trovi lì e non altrove.
Il percorso è lineare e per non perdersi basta controllare la traccia ai bivi e ricontrollarla 50 metri dopo per assicurarsi di averla interpretata bene. Si può procedere rilassati, senza bisogno di guardare in continuazione l'orologio o di unirsi a branchi al seguito di maschi alfa. Solo nei paesi i bivi sono molti e le difficoltà aumentano. Quando entro a Meana sono solo e mi viene qualche dubbio di aver mancato il check point ma poi lo trovo, quasi all'uscita del paese, accogliente come tutti gli altri. Nei check points si trova cibo in abbondanza e belle facce note, Alessandro, Gianni, Elio, Anita, Sebastiano, …, a cui si uniscono poi Ivan e Claudio, che hanno finito la loro gara e sono lì ad aiutare. Anch'io mi unisco a quel bello spirito collettivo andando al bar a comprare birre per gli amici appena arrivati, per poi bere quelle offerte dagli altri.
Al contrario di quello che succede ai podisti normali, ogni tanto sono costretto a correre perché non ce la faccio più a camminare. Dopo l'ennesima bella sosta alla sorgente freschissima di su zurru de uatzo, le gambe sono rigide e i piedi indolenziti ma dopo poche centinaia di metri di corsa, i dolori passano completamente, come se non ci fossero stati i 90 km delle ultime 30 ore. Non voglio fermarmi più, imposto una corsa leggerissima e mi tiene compagnia Silvia. Ancora un bel bosco fresco, un passaggio attraverso un gregge con maremmani che ci abbaiano minacciosi ma si tengono lontani dal mio ringhio, una salita con pendenze letali, un noce incredibilmente bello, anzi “il noce”, proprio lui, quello con i gomiti dei rami poggiati mollemente a terra; insomma gli ultimi 10 km di “piscia piscia” come li aveva definiti Gianni, ricchissimi anche loro di contenuti e si arriva al termine di questo meraviglioso viaggio.

Avanti così. Nuove idee visionarie per armonizzare sport e territorio nel modo più naturale e semplice possibile, grazie anche alla tecnologia che consente di smaterializzare la plastica della segnaletica riducendola a pochi kbyte di memoria in una microsd. Avanti così, pronti per partire dai check points con solo 1000 millilitri d'acqua, 1000 milliampere-ora di carica e la testa piena di libertà.

martedì 11 giugno 2019

Cosa non si farebbe per un pranzo gratis!

Su invito di un amico, ho scritto un raccontino per un contest su facebook. In palio un pettorale gratis e un pranzo per 2 persone. “È un ambiente di sportivi, quindi ci si mette in gioco e vinca il migliore” pensavo ma non avendo ancora mai partecipato ad un concorso su FB, non immaginavo che mi aspettasse una discesa agli inferi!
Sul mio diario ho scritto:
Su invito di un amico, ho scritto un raccontino per un contest. Lo trovate, insieme a quelli concorrenti, al link qui sotto. Per votare basta mettere un "like" all'immagine contenente il racconto. Siccome, almeno in teoria, dovrebbe vincere il racconto migliore e non quello il cui autore ha più amici su FB, vi invito a leggere anche gli altri e a votare il migliore”. Con un po' di ipocrisia, confidavo che trovassero migliore il mio o che lo scegliessero a prescindere.
Quando ho visto che uno dei concorrenti aveva molti più “like”, sono andato a vedere cosa avesse scritto su FB:
Votatemi mettendo un like sotto il mio racconto”.
Secco. E i contenuti? Non dovrebbe vincere il migliore? Ci ho riflettuto un po' e il giorno dopo l'ho superato dal basso con un post ironico:
Adesso basta con i buonismi, se no rischio di fare servizio scopa anche al contest trailletterario.
C'è in palio un pranzo non posso farmi superare così, senza combattere. Ci sono i conchiglioni ripieni, cacchio. E' partita la salivazione e devo andare velocemente fino in fondo altrimenti rischio di inondare la tastiera.
Fate vedere che amici siete, aiutatemi a conquistare l'agognata seada: andate al link qui sotto, cliccate sul mio racconto e votatelo. Non state a leggerlo, non serve a niente o, se proprio volete, leggetelo ma PRIMA di leggerlo mettete il like che magari poi vi fa schifo. Spammate, condividete e, se vinciamo, uno di voi, sarà estratto a sorte per accompagnarmi al pranzo. Maialetto arrosto, mica scherzi! Si mangia bene, si mangia tanto, si mangia tutti! E' una promessa elettorale, badate bene. Votate votate votate!

Anche se era evidentemente scherzoso, mi sentivo di avere venduto l'anima per il pranzo gratis. Ma la mia anima non ha un grande valore di mercato. Giusto una ventina di “like” o poco più.
Mezz'ora dopo, sul diario FB dello stesso concorrente compare il seguente messaggio:
Il mio post sarcastico era stato plagiato e trasformato in uno pseudo-simpatico con tutte le faccine! Sono rimasto sbalordito. Uno che vuole vincere un concorso “letterario” e che, per di più, si definisce sportivo, si riduce a copiare i messaggi di un concorrente! Peggio di me!
Ho smesso di lottare. Ero già troppo in basso e non potevo scendere oltre, neanche per un pranzo gratis. Ho votato il suo racconto e tutti gli altri tranne il mio e sono rimasto a bocca aperta a guardare la stupefacente guerra che infiammava le pagine di FB. Cosa non si farebbe per un pranzo gratis!
I racconti? Nonostante non avessero la minima rilevanza per l'esito del contest, li ho letti tutti. Io avrei votato il mio, non perché fosse scritto meglio degli altri ma perché l'ho scritto a mio gusto, sintetico e con un minimo di struttura narrativa. Ce n'era un altro scritto decisamente meglio, che forse avrebbe meritato la vittoria ma un po' piatto per i miei gusti. Forse, al terzo posto, avrei messo quello dell'amico plagiatore. Raccontino un po' banale ma arricchito da qualche bella immagine poetica che riesce a far perdonare persino banalità tipo: “vado veloce a tratti sotto i cinque minuti a Km”. O forse no. Per esempio: “Ci si arrampica in fila indiana tutti colorati su uno sfondo di verde brillante e tutte le sfumature di colori di una primavera esplosa” è una bella immagine poetica, peccato però che quella mattina il cielo fosse coperto da una spessa coltre di nubi e pioggia e foschia rendessero tutto grigio e spento. “La primavera non c'entra un cazzo”, avevo scritto io, più prosaicamente. Dove avesse visto tutto quel fulgore primaverile è un mistero. Si era fumato qualcosa? Ecco, vedete? Mi è scappata l'invidia perché ha vinto e, maledizione, i conchiglioni ripieni li mangerà lui.
Bon appetit!
Verde brillante? Foto di Nicola Dessì

domenica 9 giugno 2019

Riu Alinu – La prudenza può essere troppa

Foto di Andrea Mentasti
Un mesetto fa, Priamo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto celebrare l'anniversario dell'uscita in cui si era rotto il malleolo ritornando sul posto dell'incidente, alle cascate di riu alinu. Mi è sembrata una bella idea, sia perché è un periodo in cui c'è molta acqua e le cascate si presentano belle prosperose, sia per ricordare l'incidente affrontando lo stesso rischio con maggiore consapevolezza. Con maggiore prudenza, quindi, ma non troppa: la troppa prudenza ci avrebbe lasciati a casa. Dopo un sabato di esplorazione, il percorso è deciso. Partono gli inviti fb, compro birra e anguria e, all'insegna della prudenza, preparo 30 metri di corda, 5 chili di prudenza che porterò sulle mie spalle e che non useremo mai.
La mattina, appena sveglio, vedo un lampo. Piove ma non mi preoccupo troppo. Smetterà. Forse era un presagio; la notizia brutta, infatti, mi arriva poco dopo. Il malleolo di Priamo, che avremmo dovuto festeggiare, rimarrà a casa a causa di una congestione dell'organismo ospite. Oltre all'osso festeggiato e il simpaticissimo gigante che lo ospita, ci mancherà anche il comodo fuoristrada di Priamo.
Al ritrovo siamo 16 e 3 ajomen stanno arrivando da Pula. Siamo 19 con solo 3 auto che possano risalire i 7 km di strada sterrata. Grazie all'inventiva e adattabilità di Nicola, scopriamo che si può viaggiare comodamente anche in 7 su un doblò.
Foto di Andrea
Si parte. Dopo 5 km di strada, prevalentemente in salita, siamo abbastanza caldi e pronti per una bella rinfrescata. Il “bordo vasca” di riu alinu è peggio del poetto a ferragosto. Non si sa dove stendere il telo. Siamo solo noi ma riusciamo a riempirlo completamente. Si torna ragazzi con tuffi e urla di gioia ed emozione che scaturiscono a contatto con l'acqua gelida. L'unico che si comporta da adulto è il mio ragazzo che, in posizione defilata con la sua felpina, si distingue dalla massa seminuda.
foto di Andrea
Scendiamo poi alla cascata inferiore, lungo la scarpata in cui 12 mesi fa era avvenuto l'incidente. Un pietrone, smosso da sopra, rotola, prende velocità e lo vedo volare ad altezza d'uomo. Lancio un urlo e abbiamo il tempo di controllare che non ci venga addosso; forse avremo fatto in tempo anche a schivarlo. Buon anniversario malleolo!
La cascata inferiore alimenta un bel laghetto immerso nel verde. Più giù, emerge la pura roccia, dove il torrente ha scavato una serie di canali e piscine naturali. È magnifico ma guardare non mi basta più. Vorrei vivere, sentire, immergermi completamente in quella bellezza e percepirla anche con la pelle, con i recettori epidermici del corpo intero. Sarebbe bello tuffarsi in tutte ma quelle più giù non offrono un'evidente via di risalita e a malincuore rinviamo l'immersione ad una prossima escursione.
Foto di Andrea

Si ridiscende allora su tracce di sentiero che seguono il torrente, fino all'ultima pozza dove, come da programma, si fermano tutti mentre, in tre scendiamo all'auto a prendere birra e anguria per tutti. Intanto, anche chi, come Nello, aveva, per prudenza, rinunciato a scendere alle cascate, ha modo di fare una tranquillissima doccia, in tutta sicurezza, sotto la cascatella.
Foto di Bruno Di Paola
Dopo un picnic di lusso, si rientra alle auto e si riparte verso casa.
Mentre supero un fuoristrada che procede lentamente sulla sterrata, sento il suo motore che accelera per non farsi sorpassare. Il conducente mi guarda con un gran sorriso: “Dai, procediamo così, affiancati fino a giù!” Mi dice. Non colgo la sfida, siamo in 8 sul doblò e non siamo abbastanza ubriachi, non come loro, almeno. Rallento e lo lascio passare; in fondo stiamo celebrando la prudenza, stiamo rientrando a casa e ora non c'è motivo alcuno per prendere dei rischi. Buon malleolo, Priamo!

giovedì 30 maggio 2019

Elighes uttiosos spring trail

Cosa significa “Elighes Uttiosos Spring Trail”? “Elighes uttiosos” sono i “lecci gocciolanti”; “spring” in inglese sta per primavera ma anche per sorgente, molla o salto. La primavera, sicuramente, non c'entra un cazzo; secchiate d'acqua ci accompagnano nel viaggio d'avvicinamento al montiferru e una pioggerella continua ci accoglie a Elighes. Si preannuncia una gara interessante.
L'acqua esalta gli odori. Prima si sente la menta, poi il profumo del timo, quasi stordente. Si sale seguendo un percorso su fondo naturale con le fettucce che guidano da una pietra all'altra per disegnare un serpentone colorato di atleti. Sono la scopa e seguo la coda del serpente. Via via quelli avanti sfumano nella foschia e i primi spariscono completamente in una coltre di nubi. Primavera?
Arrivati sull'altipiano ci aspetta una sorpresa. Ci ritroviamo nel famoso “regno dei cieli”, in mezzo alle nuvole e gli ultimi sono i primi! Ma dopo un attimo di disorientamento causato dalla segnaletica spostata e rimossa, i primi ritornano primi e gli ultimi beh, di nuovo ultimi. Non era ancora il momento. Comunque, qui nei bassifondi, questi drammi assumono un'aria di commedia; i mescolamenti biblici non ci dispiacciono.
Foto Nicola Dessì
“Spring” forse sta per “salto”. “Spring trail” potrebbe essere inteso come percorso tecnico, con salti. La primavera non c'entra un cazzo, i salti sì. Salendo a “su mulloni”, si procede infatti saltellando fra le rocce. L'acqua piovana le rende scivolose tanto che un atleta ha completato il salto atterrando col sedere sulla dura pietra e non è in grado di proseguire. Lo stanno assistendo in 4! Nicola e Gianni aspettano i soccorsi, rinunciando definitivamente alla loro gara ma, consapevoli di aver fatto qualcosa di davvero utile, sono contenti lo stesso. Melania e Tiziano proseguono, nonostante abbiano regalato almeno 20 minuti del tempo della loro gara per aiutare l'atleta infortunato. Ora, dopo la lunga sosta, sono ultimi e li accompagno con molto piacere.
Ed ecco i lecci gocciolanti. Gocciolano per la pioggia ma non solo quella di oggi, anche quella raccolta e filtrata lungo tutto l'inverno, proprio quella che ci ha bagnato al “winter trail” e che permea tutto il monte. “Spring” forse sta per “sorgente”. “Il sentiero della sorgente dei lecci gocciolanti”. Sì, forse ci siamo. La primavera non c'entra un cazzo (l'ho già detto?) la sorgente sì. È bella, copiosa, la roccia trasuda acqua che si mescola con quella piovana
Foto Tiziano Cogotti
Lasciata la sorgente, si scende nel bosco su terreno ripido e scivoloso. È una bella pista da sci. Si vedono impronte di sciatori improvvisati e si immaginano sederi per terra. Il bosco ogni tanto si apre e lascia immaginare panorami immensi ma lo sguardo si perde aggirandosi fra infinite gocce in sospensione. Dopo Tiziano e Melania, il ruolo di ultimi passa a Michela e Marisa e con loro arrivo fino al traguardo
Pioveva, non pioveva … chi se lo ricorda? Questi particolari passano in secondo piano. Forse era anche primavera. La primavera sicuramente è lì, nei sorrisi radiosi degli atleti, belli, colorati, indulgenti, pazienti, generosi, rispettosi. Si sente quella sensazione di tepore che risveglia gli ormoni, di benessere che fa sentire belli e sorridere, di libertà che fa sentire leggeri e giovani, liberi dal peso non solo dell'ultimo ma di tutti gli inverni passati. Come ha scritto Tamara, se anche il sole non si vede, lo abbiamo dentro e tanto basta a far primavera.
Ecco, trovato! “Elighes uttiosos spring trail” significa “percorso di primavera fra i lecci gocciolanti”. Ci voleva tanto?

sabato 25 maggio 2019

Sardinia Trail - L'apoteosi

Dopo il primo bellissimo sentiero a picco sul mare e una breve pausa caffè sorseggiato con i volontari di un presidio, il percorso prosegue su una sterrata che gira verso l'interno in leggera salita. Vedo un sentierino turistico con indicazione “piscinas”. Vale una deviazione? Vediamo. Dico a Giampaolo di proseguire lungo la strada da solo, che io voglio curiosare. In 200 metri raggiungo un'area picnic accanto ad un torrente. Le “piscinas” sono appena più in alto. Ecco la prima; una cascatella bassa ma ricca alimenta una bellissima piscina naturale. L'acqua mi chiama e mi ci devo buttare dentro. È troppo bello, non riesco a resistere. Vedo che più su ce ne sono altre ma sono al lavoro e non posso perdere altro tempo. È finita la licenza. Sono di servizio scopa e non posso abbandonare i miei atleti. Mi rimetto scarpe e zainetto, prendo in mano la maglietta e riparto di corsa. La salita tira e raggiungo velocemente Giampaolo che sta camminando. Più su comincia un tratto di 4 km di strada forestale quasi pianeggiante, una balconata che si affaccia a 400m di quota, sulla costa orientale. Sarebbe tutta da correre ma lui non ci riesce. È la terza tappa e sente le gambe dure. Solo ogni tanto accenna una corsetta ma poi si ferma a camminare. Sono impaziente, ho paura che di questo passo finiremo molto tardi. Temo per il tempo massimo e per tutti gli atleti e gli organizzatori che ci dovranno aspettare. A me poi dispiacerebbe arrivare quando quasi tutti fossero già andati via, senza riuscire a salutare gli amici. Cerco di non fargli percepire la mia impazienza e di distrarmi guardando il panorama. Quattro anni fa avevo corso questo tratto in compagnia di Marco Olmo, oggi sono con Giampaolo Darsiè alias “nonno Plutonio”, atleta trevigiano di 73 anni. Finalmente inizia la salita, dove, inserendo la spinta dei glutei, avevo staccato di qualche metro il grande Marco, fino al ristoro in cui ricordo che mentre mi facevo riempire il camelbak, mi aveva raggiunto e, riempiendo la borraccia al volo, senza fermarsi, mi aveva lasciato lì a guardarlo andare via. Anche Giampaolo parte prima di me. Ha già in mente il tatuaggio che si farà per celebrare la sua impresa; ha ancora un posto libero sul polpaccio da marchiare con i quattro mori.
In discesa si riprende e sul terreno tecnico va bene e, da mezz'ora che avevamo al ristoro, ci avviciniamo a soli 5 minuti dalla coppia di giovani tedeschi che ci precede. Le gambe ora girano e riesce finalmente a correre. Mi fermo al presidio del soccorso alpino perché non risulta passato un atleta. Dopo aver chiarito la situazione, parto all'inseguimento e mentre lo sto raggiungendo, lo vedo cadere. Si rialza con un gomito sanguinante e escoriazioni ad un ginocchio. “Aspettiamo che passi il mezzo del soccorso alpino …” “no, non perdiamo tempo”. Si versa l'acqua della borraccia sulla ferita e riparte. Non c'è tempo, stiamo inseguendo i tedeschi. Poco dopo, inizia l'ultima salita. Non è lunga ma sono comunque più di 100 metri di dislivello. Fa caldo. Si ferma un attimo. Si siede. Poi butta la testa all'indietro dove non c'è appoggio. Lo reggo. Capisco che ha un calo di pressione. Lo sa anche lui. Gli offro un gel che avevo raccolto in terra, caduto ad un atleta, ma lo rifiuta. La salita non è finita. Si rialza. “Vai piano, abbiamo tutto il tempo per arrivare entro le 6 ore del tempo massimo ed è meglio arrivarci vivi”. Riparte ma dopo qualche centinaio di metri si risiede e si butta indietro di nuovo. Gli reggo la testa e gliela appoggio dolcemente su sassi e cespugli. Controllo che sia cosciente. “Chiamo aiuto?” “No”. Gli alzo le gambe per agevolare l'afflusso del sangue al cervello. Giampaolo ha letto i libri di Marco e ne trae ispirazione. Non sono eroi, l'eroismo è un'altra cosa; l'eroe si sacrifica per uno scopo nobile. Qui manca lo scopo. Resta la capacità di sacrificio che, in mancanza di fanciulle da salvare dai draghi, si sfoga in questi atti di “autoeroismo”. Riparte e io lo seguo da molto vicino, pronto a sorreggerlo. Dopo aver ripetuto, altre due volte, una scena analoga, finalmente, la salita finisce. In lontananza si scorge l'arrivo. “Devi arrivare in spiaggia in buone condizioni che se ti vedessero crollare verrebbero a riprenderti con l'ambulanza”. Non c'è bisogno. Nonno Plutonio si è ripreso. Appena arrivato in spiaggia si toglie le scarpe. Non si cura dei sassolini che scalfiscono la pelle della pianta del piede. Dopo qualche minuto di camminata in spiaggia, decido anch'io di togliermi le scarpe e, visto che ci sono, di fare un breve tuffo nel frizzante mare ogliastrino. Qui, 4 anni fa, vedevo Marco Olmo circa 200 metri avanti a me e avrei voluto raggiungerlo per arrivare insieme e fargli un inchino all'arrivo ma Marco è tenace, solitario e non ama queste smancerie; mi ero avvicinato ma senza riuscire a raggiungerlo. Giampaolo invece non scappa. Da lontano non si vede nessuno. Solo l'arco. Saranno già partiti tutti? Solo quando arriviamo a cento metri dall'arco, sento la voce di Andrea che annuncia il nostro arrivo e la terrazza si popola improvvisamente; tutti gli atleti sono lì, in piedi ad applaudire. Che emozione! Sembra l'apoteosi. Mi sento quasi in paradiso. Il resto lo fa la birra.

lunedì 13 maggio 2019

In crabarissa veritas

In vino veritas” scriveva Plinio il vecchio, riconoscendo la capacità del vino di sciogliere i nodi che, col passare degli anni, tendono ad aggrovigliare i percorsi mentali degli uomini. Come i fili degli auricolari, infatti, anche i pensieri passano le notti ad annodarsi nei cassetti della mente e li ritrovi al mattino con i fili logici tutti intricati. Per ripristinare la linearità della logica e sciogliere quei nodi, il vino è un buon solvente.

Ma, prima della sana bevuta, il nostro percorso alla ricerca della genuinità aveva già dato frutti succosi. Dall'essenza della vite all'essenza della vita. Allontanandosi dai vigneti del mandrolisai, in direzione di Nughedu Santa Vittoria, il territorio diventa meravigliosamente selvaggio, popolato da foreste, graniti, daini e aquile reali. Inoltrandosi in questo territorio, un monolite granitico si staglia maestoso, ergendosi per 50 metri. Ecco sa crabarissa, spettacolo magnifico e dolente.

Lacrime di pioggia e sospiri di vento hanno scavato per millenni per scolpire questo capolavoro cubista, una sorta di “guernica” naturale, espressione vivida e magnifica del dolore. Col granito non si scherza. Gli inganni non si dimenticano. Le smentite scivolano via. Espressione di verità maestosa e indelebile, così vivida che intorno ad essa è nata la leggenda della ragazza di Cabras impietrita dal dolore causato dall'inganno del suo amato.
Al di là dei significati mistici, la “veritas” si trova qui nella semplicità del rapporto uomo-natura; Il tempo si neutralizza, i gps si fermano, il trail si interrompe, non è più neanche escursione ma immersione; il tempo si è fermato qui, bloccato in un presente che persiste da millenni, intangibile; qui si rifugia, in fuga dal cinetismo moderno. L'immersione nella natura è un ritorno all'infanzia dell'uomo, alla sua essenza; si ritorna a condizioni in cui la mente serviva per superare gli ostacoli fisici e i disagi erano ripagati dalla natura stessa. In ciò, è tutto semplice, lineare, naturale. Non ci sono gli arzigogoli che riempiono le teste e possono causare smarrimenti. I soldi non servono, qui vige condivisione e scambio. Il cellulare non prende ma ciò che è lontano non ci riguarda: siamo qui, ora, ed è più che sufficiente. Questo è l'uomo e questa è la vita.
Grazie crabarissa, maestosa custode della “veritas”.
Inoltrandomi fra le dita dei piedi della crabarissa. Foto Marcella Meloni.

Paradiso terrestre. Foto Marcella Meloni

Morbido granito. Foto Marcella Meloni

lunedì 15 aprile 2019

Questioni di colon

Il 15 aprile alle 9, un mio collega ha organizzato un convegno su tematiche affini a quelle su cui lavoro io. Quando ho letto la “news”, ho pensato che forse avrei fatto bene ad andarci; poi ho controllato l'agenda e mi sono reso conto che proprio il 15 aprile e proprio alle 9 avevo prenotato una colonscopia. Mi è toccato scegliere. È meglio assistere al convegno o farsi infilare una sonda nel culo? Cos'è più appassionante? This is the question.
A posteriori, non mi sono pentito della scelta. È stato molto interessante. Sullo schermo scorreva una presentazione estremamente chiara, che mi ha dissipato un dubbio sul quale mi stavo arrovellando da tempo. Sono riuscito a restare ben sveglio e seguire tutto, dall'introduzione, seguendo il filo, fino alla conclusione …
Non sto parlando del filo del discorso ma di quello della sonda e la sua introduzione, a dire il vero, è stata un po' fastidiosa perché le parti sono delicate e avevo rinunciato all'anestesia e il dubbio che mi arrovellava non riguardava le energie rinnovabili ma la natura di un demonietto che mi possedeva da tempo e che ho già descritto qui un paio di mesi fa:
“In questo periodo sono posseduto da un demonietto che si è introdotto nel mio corpo, due dita sottopelle, più o meno in corrispondenza dell'ombelico. Non è ancora riuscito a farmi parlare in sanscrito con gli occhi rovesciati. Mi fa però pronunciare messaggi in bassa frequenza dal sedere. Lo sento che respira forte e il suo alito sulfureo mi gonfia e poi sfiata dall'ano con voce profonda; non ho mai detto niente di così profondo come in queste notti. L'odore è inconfondibile. Il tanfo di zolfo non lascia dubbi. È un parente di Satana. La corsa è una forma di esorcismo, di purificazione fisica e mentale. Prima di rivolgersi al medico o al prete, vale la pena provare a fare una bella corsa.”
Dopo, però, aver provato con la corsa e non avendo fiducia nei preti, sono dovuto ricorrere al medico col sondino. Da uno strettissimo passaggio, si entra in una grotta affascinante; si percorre un lunghissimo cunicolo attraversando inondazioni fangose, sempre più giù, nelle profondità del mio io. All'improvviso, dietro una curva appare lui, è una roba informe e molliccia, una specie di “blob” dall'aspetto innocente che se ne sta lì acquattato aggrappato alle mie mucose; è bastato un cappietto ed un paio di ave maria per estirparlo dalla mia anima. Vederlo in diretta è stato veramente appassionante!
Altro che convegno. Mi dispiace per il collega ma una bella colonscopia è assolutamente meglio.