lunedì 11 giugno 2018

Riu Alinu, astrazione e realtà

L'astrazione
Riu alinu”, che bel nome: “riu alinu”; pensatelo sulla bocca di una ragazza con le labbra che restano semiaperte e la lingua che va a sfiorare il palato. “ri-u a-li-nu”, che grazia, che leggerezza … ora provate ad immaginare la stessa bocca che pronuncia “is cioffus”. Non c'è paragone. Con un nome così sexy, mi viene voglia di andarci. Cerco su google “riu alinu”, vedo la foto e resto folgorato: voglio entrare in quella foto!

Faccio un piano di massima; ricordo un bel sentiero nel bosco che avevo percorso anni prima in mtb e la bella strada che, a mezza costa, porta nella zona della cascata. Trovare l'accesso non sarà difficile, non siamo principianti, poi le cascate, di solito, non si allontanano dai torrenti.
E in quella foto sono entrato, con un bel gruppo di amici ed è stato meraviglioso come immaginavo. Sentire la forza dell'acqua, freschissima e potente, che spinge verso la seconda cascata; essere là dentro, dentro quel nome, dentro quella foto a realizzare quell'astrazione, dentro quell'acqua, sotto quella parete di roccia maestosa, è come un sogno che si avvera. Poi, riparto per primo e mentre aspetto che gli altri risalgono dalla cascata, mi butto giù in un sentiero ripidissimo per vedere se vada alla cascata inferiore, sotto un altro salto di roccia. Il tempo di affacciarmi, fare due foto e risalgo di corsa per invitare tutti con entusiasmo a vedere la seconda meraviglia.



L'astrazione quasi sempre si proietta nella realtà con una corrispondenza univoca ma basta un dettaglio, infimo, come un sasso al posto sbagliato o un momento di distrazione che in un attimo ci si ritrovi completamente altrove, in una realtà inattesa, dura ma non per questo meno reale, anzi, più concreta, fatta di terra, sudore e sofferenza.

La realtà
Poi, un sasso fuori posto, o un passo sbagliato e la seconda cascata l'ha fatta Priamo.
Quando a Priamo si gira il piede fratturando il malleolo, siamo in fondo ad una scarpata circa 50 metri di dislivello sotto il sentiero, a 300 metri dalla strada forestale, chiusa al traffico da una sbarra, a 10 chilometri dalle auto e a 15 km dal punto più vicino in cui prende il telefono. Ero accanto a lui. Ho visto il piede che si girava sotto il suo peso e ho sentito l'urlo “Ah! Ragazzi! Ho rotto il piede!”
Priamo è un gigante, in tutti i sensi. Un gigante di 100 chili; per lui uscire fuori da lì, da quel posto magnifico e maledetto, trascinandosi su col solo piede sinistro aiutandosi con mani e sedere su per la scarpata franosa, aggrappandosi a rami secchi e a pietre instabili, arrivare alla strada è stata un'impresa da gigante. Dolore, giramenti di testa, sete, stanchezza lo buttano, letteralmente, a terra. Quando torno giù al torrente a prendere acqua per riempirgli le borracce, non guardo neanche la cascata, ora si pensa ad altro, a uscire di là, da quella realtà pesante, disallineata e tornare di qua, dove gli eventi seguono le linee previste.

La realtà è deragliata e in un attimo tutto è cambiato. La natura presenta l'altra faccia, quella dura; anche il tempo va per conto suo e ci si ritrova in un'altra epoca, in cui si sale senza ascensore, si cerca aiuto senza telefono, ci si affida alle proprie forze e a quelle del gruppo, che gli uomini, in quell'epoca, erano meravigliosi e in caso di bisogno si aiutavano senza indugio; ci si affida anche alla fortuna, che, quando sei là fuori, niente è più sicuro; al primo errore può seguirne facilmente un secondo. A mio padre, Cesare, fu fatale il secondo errore, quel salto disperato per cercare di rimediare al primo e scappare alla furia delle acque.

Ma quando le conseguenze sono rimediabili, resta il ricordo di una giornata magnifica quanto dura, un album di fotografie e uno di radiografie. È l'altro lato della vita, quello che la completa; che dà un senso e un valore allo stare di qua seguendo le nostre linee prefissate, che dà un significato speciale al gruppo di amici ... e, beh, anche la birra ha tutto un altro sapore.