mercoledì 18 ottobre 2017

Corro ergo S.U.M. (Sardinia Ultra Marathon)

Scusa René … Grazie Carlo per l'ispirazione.

Foto di Luca Nicelli
Corro ergo S.U.M. L'indubitabile certezza che l'uomo ha di sé stesso in quanto essere fisico si esprime al meglio qui alla Sardinia Ultra Marathon (S.U.M.). Corro dunque sono, vivo, esisto. Qui si trova un bignami della vita, condensata in 2 giorni. La fisicità dell'essere espressa nella corsa, fino a sfinimento. La socialità, nella sua espressione migliore, come piacere di condividere, di aiutarsi o, semplicemente, di stare insieme ... 24 ore su 24, anche alle 4 del mattino. Il rapporto con la natura, sia quella magnifica ricca di profumi e di alberi millenari che quella ostile come quando la natura si fa polvere nera che si aggrappa alle scarpe e si solleva cercando di coprire e compenetrare tutto in ricordo di quando era eruzione vulcanica mortifera.

Parto dal fondo, supero, incoraggio, mi prendo una storta. Riparto dal fondo, risupero, mi fermo a fare una visita turistica all'area archeologica. Riparto dal fondo, supero, incoraggio e ora sto andando al mio ritmo. Alla salita del km 12 mi rendo conto che sto forzando più di quanto dovrei. Il rapporto con il mio cuore è ora di rispetto reciproco, in attesa di accertamenti che mi dicano che posso ricominciare a maltrattarlo, decido di salire al passo. Ad ogni ristoro mi fermo a scambiare due parole con i ragazzi che ho visto lì tutti gli anni; forse è un congedo. Molti mi sorprendono e, in pochi secondi, colgo qualche particolare della loro essenza, della loro grandezza. Lo stesso succede con i compagni di viaggio. Ci sono colleghi di lavoro o vicini di casa che ho incrociato migliaia di volte nel corso degli anni, vedendone solo la buccia, qui, invece, in un momento reso magico dalla fatica e dalla festa, le persone si aprono, io ci entro dentro e mi godo lo spettacolo.
L'esistenza è anche sfida e sofferenza. La gastrite mi ha lasciato vuoto e la storta mi fa zoppicare. Ho perso l'abitudine a questo. Che ci faccio qui? Non sono in gara, sto soffrendo per niente. All'ultimo ristoro mi siedo su una sedia da spettatore, a bere una birra dopo l'altra e intanto mi godo i passaggi degli atleti, tutti rallegrati dalla festosa accoglienza … Sara, Sabrina “gorgonzola”, silenzio parla Agnese .... Sono quasi deciso a restare a guardare lo spettacolo fino alla fine in compagnia del mitico muggine ma quando vedo Alessandra ripartire senza esitazione, decido di partire con lei per farmi trasmettere un po' di quella grinta. Succhio la sua e poi quella di Agnese, faccio finta di accompagnarle e motivarle ma sono io quello che ha più bisogno di motivazioni o, forse, ne gioviamo entrambi. Si entra in risonanza e le poche energie si esprimono con una grande spinta comune. Alla fine dei 30 km del primo giro io sono arrivato e le guardo partire senza esitazione verso il secondo giro, quello che rivoltandoti dentro-fuori, ti fa uscire ogni dubbio esistenziale.



Fra un panino, una birra e una chiacchiera mi preparo a vedere gli arrivi. Faccio il tifo per il mio fantasma di 6 anni prima che, per una volta, non lotta contro di me ma per restare nella top 10. I primi due campioni lo fanno scivolare al decimo posto, poi arriva Filippo che completa il podio ma era già in classifica. Aspetto Davide, che sta facendo una gran gara ma, allo sprint la spunta il mio fantasma. I secondi decidono che sono ancora nella top10 all time, al decimo posto. Ma questi sono numeri. L'essenza della vita è altrove, è nella birra, nel maiale arrosto, nelle facce stravolte ma felici di chi arriva. Teo, Marco, Silvio, Leonarda, Massimo, Mimmo, Donatella, Salvatore, Gigi, Manuela, Lorenzo, Bruno, Checco, Alessandra, Agnese …
Il mio percorso esistenziale riprende in infradito da doccia. Percorro a ritroso il tracciato di gara per andare incontro a Benedetto e poi percorrere con lui l'ultimo chilometro con i sassolini a spingere sule piante dei piedi per togliere ogni dubbio.
E infine arriva Maria Cristina con il suo sovraccarico di sensazioni ed emozioni che esplode in un pianto liberatorio, lasciandola con l'indubitabile certezza di sé stessa.
Corro ergo S.U.M.

lunedì 16 ottobre 2017

Sardinia Ultramezzamarathon

Sono passate ore e sono stremato; la testa è ovattata, non sento più le gambe … ogni tanto sono costretto a fare una pausa. La resistenza è ormai al limite. Credevo di essere vicino alla fine ma ricomincia un altro giro. Sono ormai alla frutta. Non ha nessun senso continuare. Non ce la faccio proprio più! La decisione è sofferta ma inevitabile: mi ritiro. Mi devo proprio alzare da questa tavola..

Quando il medico sportivo mi disse che non mi avrebbe rinnovato il certificato, gli chiesi se, per favore, mi potesse permettere di partecipare ad un'ultima gara d'addio.
Avrei voluto godere di quel “gusto particolare dell'ultima volta” che si prova solo quando gli addii sono consapevoli. Avrei voluto organizzare una festa per godermi consapevolmente l'ultima gara con gli amici. Pensavo che il posto migliore per chiudere fosse proprio qui a Macomer,
Mi guardò pensando “questo è pazzo”. E così eccomi qui lo stesso ma in versione ridotta, in veste semi clandestina con un permesso di soggiorno di Tonino ma senza idoneità né per la corsa né per l'abbuffata agonistica.
Sono venuto con l'idea di fare un giro su due alla 20km e un giro su due alla 60 km. Ero convinto però che, per la legge di conservazione del momento angolare, avrei compensato i due giri in meno sul percorso con due giri in più a tavola. Invece, nonostante la partenza sprint, la gastrite latente mi ha bloccato completamente dopo il primo giro; ho capito allora che anche il momento angolare ha data di scadenza e non si conserva in eterno; col passare degli anni tutto gira più piano e quest'anno dimezzeranno anche i giri al buffet. Ed è un vero peccato vedere tutto quel ben di dio entrare in bocche altrui … ecco il motivo della mia espressione affranta durante la cena. Anche lo stomaco ha le gambe stanche e indolenzite e quello che doveva essere il mio pezzo forte si è risolto in un misero bluff. 

Ma nonostante tutto è stata davvero una bellissima festa piena di gente straordinaria.
Come dice l'ingegnere “grazie a tutti, nessuno escluso”
Nessuno, neanche “quello delle 4”
Mi sveglio sentendo rumori e vedo la luce accesa. Guardo l'orologio. “4h19? Sono pazzi questi!” Penso ad alta voce. Anche la mosca si sveglia e comincia svogliatamente a fare il suo lavoro di mosca, svolazzandomi intorno senza convinzione, anche lei infastidita dalla sveglia anzitempo. Intanto la macchinetta del caffè lavora, mascelle masticano, la macchinetta del caffè fa il bis … . Alle 4h40 la luce si spegne. La mosca torna a dormire beata. Io faccio i miei conti. La gara parte alle 8h30 a 20 metri da qui. Ha fatto colazione. Gli restano 4 ore per cagare.
17 minuti più tardi, ecco quello delle 5 che fa suonare la sveglia alle 4h57. 3 minuti d'anticipo perché non si sa mai, 3 ore per cagare potrebbero non bastare.

Quello delle 4 alla fine farà un'ottima gara, arrivando quinto assoluto e resterà convinto che fare un pasto 4 ore prima della partenza sia essenziale per ottenere il rendimento ottimale in gara. Io resto convinto che dormire sia almeno altrettanto importante.
Ma grazie anche a te.
Mi ripeto ma, come dice l'ingegnere “grazie a tutti, nessuno escluso”.
Perfino quello del microfono con il suo crescendo di fuochi artificiali di cazzate ha contribuito ad animare la serata.
Alla fine non ho sentito quel retrogusto amarognolo dell'ultima volta per cui non riesco a dire addio. Arrivederci all'anno prossimo.

giovedì 12 ottobre 2017

Memorie di un atleta cazzaro – La Sardinia Ultramarathon

Dopo 8 edizioni, sono ancora nella top 10 all time della Sardinia Ultramarathon (60km).

Calcaterra, … , Pisani, … , Olmo.
Essere in questo elenco, insieme a tanti campioni e a due veri miti, per me è un sogno, tipo quello che avevo da bambino, di abitare in un'enorme torta alla panna. Quest'anno, alla partenza, ci saranno Pablo Barnes, Georg Piazza, Giuliano Cavallo e Davide Cheraz, atleti di livello nazionale che, con una schicchera, mi butteranno fuori da quella lista. Prima di venire sfrattato, lasciatemi però leccare le pareti e scavare col dito in questo elenco di panna montata.

Non è stato facile entrare in quella lista. 2 anni prima, alla mia prima partecipazione, avevo seguito “quasi” alla lettera la tabella di Pizzolato per la Pistoia-Abetone; non avevo fatto la 20 km del sabato e nessuna “gara a caso della settimana prima” ma, nonostante ciò, a metà gara ero già a pezzi e non mi ero ritirato solo perché ero secondo. L'avevo finita in 5h13 e con i quadricipiti maciullati. Da allora ho mollato il Pizzolato per seguire il Brizzolato che mi ha portato a questo risultato con un programma sperimentale personalizzato. Per ottenere quel risultato, mi sono infatti inventato esercizi specifici come il “minimo sindacale”, il “gli straordinari”, il “3 in 1” e la “gara a caso della settimana prima”, tutti allenamenti per i genitali, eseguiti rigorosamente nell'ordine dei numeri del lotto estratti sulla ruota di Napoli.

Sono arrivato alla gara con “due palle così” e mettendo in fila cinque “minimo sindacale”, con gli “straordinari” ero riuscito a staccare Davide Ribichesu e ad arrivare terzo, ad un soffio da Trentadue e 20 minuti da Re Giorgio.
Morale?
Liberatevi delle tabelle e imparate ad ascoltare il cazzaro brizzolato che è dentro di voi o, se non lo avete, ascoltate me!

E ora, vediamo chi osa buttarmi fuori da questa lista; mi difenderò con il cucchiaino fra i denti!



Legenda:
Il “minimo sindacale” sono 12km da fare entro un'ora. Sostituisce il “riposo” delle tabelle tradizionali. Tipicamente, interviene il giorno dopo o il giorno prima di allenamenti duri o gare impegnative. Si parte con le gambe doloranti ma si deve andare avanti, senza nessun dubbio o esitazione, per non essere licenziato. È un allenamento per la testa e per i genitali.
Il “gli straordinari” è basato sullo stesso principio ma si attacca subito dopo una gara o un allenamento veloce. Tipicamente erano 7 km corsi a ritmo “ultra” fra 4'30-5'00 dopo una 21 corsa a 3'50. Una volta ho fatto il “3 in uno” con: riscaldamento; 12km a ritmo mezza (3'45); 10km a ritmo maratona (4'00) e 8 km a ritmo ultra (4'45). Programmato ed eseguito.
Ciliegina sulla torta del programma, è la “gara a caso della settimana prima” che, in questa occasione, era un triathlon medio corso a tutta 7 giorni prima e concluso al tredicesimo posto. Ha lo scopo di divertirsi e di offrire una scusa in caso di fallimento.

mercoledì 11 ottobre 2017

UTSS – Scopa forever

Servizio scopa
S. Maria Navarrese, sono le 5h55' del 7 ottobre. Maria Vittoria è appena arrivata; vedo nella sua auto volare oggetti vari, confusione animata dal panico; alla fine ne esce con scarpe mai usate, la frontale con le batterie completamente scariche e senza il pettorale, portato via da una folata di vento. Alle 6 in punto gli altri partono. Io l'aspetto e partiamo con quasi 5 minuti di ritardo nella semioscurità dei miei avanzi di batteria. Per fortuna c'è ancora la luna. In breve schiarisce e le meraviglie si disvelano: la guglia di perda longa si staglia sempre di più sullo sfondo del mare. Il bianco e nero si colora di verde e di azzurro. Raggiungiamo Francesca, riservata e decisa e poi l'arzilla Adele che con la sua allegria copre i meravigliosi silenzi del supramonte. La terribile salita è addolcita dal ritmo tranquillo, dalle chiacchiere e dallo spettacolo della natura. Si passa a metà di una parete verticale di centinaia di metri che apre la porta del mondo di pietra. Nella prima discesa raggiungiamo anche Marina.
Donne straordinarie. Una con una bambina piccola, l'altra ultrasessantenne, la terza in sandali infradito ad affrontare la più dura delle sfide tutte con leggerezza e animate da vera passione per la natura; Maria Vittoria vorrebbe abbracciare gli alberi, Adele appesantisce lo zainetto di pietre e insegue gli asinelli per carezzarli, Marina carezza le pietre con i piedi e mi parla di ragni lupo.
Sono l'uomo delle pulizie e rappresento la fine ma loro non hanno paura di me. L'importante è essere qui, ora, non come va a finire. Maurizio, invece, ogni volta che si accorge che mi sto avvicinando cambia ritmo per non farsi raggiungere. La quarta volta, glielo faccio notare. Ride e si arrende. In discesa tenta di nuovo la fuga ma alla salita fra Sisine e Luna deve cedere al destino e alla stanchezza. Lo vedo spegnersi pian piano. Si aggrappa agli alberi, poi si ferma guardando con aria sconsolata il sentiero che non smette mai di salire. A me era già chiaro da un pezzo, ora lo capisce anche lui. Inesorabile, lo sto accompagnando con risoluta gentilezza verso la fine.

Terra!
Dalla tolda, l'avvistamento. Quasi come la ciurma sfinita di Cristoforo Colombo che, dopo giorni di attesa, vede l'America o come astronauti che, dopo avere trascorso mesi sulle pietre rossicce di Marte, tornano a vedere il pianeta verdeazzurro, così anche noi dopo diversi chilometri di rocce aguzze e abbaglianti ci emozioniamo alla vista del tenue color marrone della terra morbida e fertile. È solo un'isoletta lunga 5 metri in mezzo ad un oceano di pietre ma l'urlo mi scappa: terra! .

Aminoacidi
Gli aminoacidi essenziali sono molto più digeribili della salsiccia e un mix di fruttosio e glucosio con la giusta dose di sali minerali è molto più sano della birra. Il dottor Giordano mi aveva convinto. È bastata però la vista di un salamino a fette e di una bottiglia di birra per azzerare i miei propositi salutistici. Li tengo per la prossima volta; del resto, l'ha detto anche lui, è sconsigliato cambiare all'improvviso. Il gusto della birra, per me, è uno dei 50 motivi per correre e neanche l'ultimo. Mi preparo un mezzo panino pieno di aminoacidi ingarbugliati sotto forma di salamino e pecorino. Quelli ramificati, altri essenziali e altri utilissimi per il gusto. Sicuramente sbaglio, ma mi piace così.

Il calvario dei ritirati.
Con la mano sinistra in avanti, passo il transponder alla mano destra di Francesco protesa all'indietro. La mia frazione da scopa finisce qui, a cala Luna al km 46. Ultima birra, almeno credevo e posso accasciarmi. Soffia un forte grecale. Il mare oggi mi respinge e tuona impetuoso. L'accesso al mare di cala luna è impraticabile e il servizio raccolta eco-differenziata avverrà via terra. I ritirati vanno conferiti più su, 500 metri più in alto. Cedo a Maurizio il posto in jeep e accompagno Marina e Adele lungo l'ultima interminabile via crucis. Il sole pian piano si spegne, e noi con lui. Le parole scarseggiano ma restano i sorrisi, ora addolciti dalla fatica.
54km: da prima dell'alba a dopo il tramonto. La giornata è completa e anche noi.

Il ritorno
Sono sul pullman. Dopo essere tornato a Capoterra a prendere copia delle chiavi che avevo smarrito alla partenza della gara, devo ritornare a S. Maria Navarrese a recuperare l'auto. Il richiamo del supramonte è forte ma non pensavo mi facesse tornare così presto, con tale urgenza. Ho dovuto prendere un giorno di ferie, così mi resta il pomeriggio da riempire, nel modo migliore.
A Tortolì mi viene il dubbio che le chiavi che ho pescato dal cassetto e messo in tasca stamattina, sovrappensiero e obnubilato dal sonno, non siano quelle dell'auto che sto andando a recuperare. Non controllo subito, non ho fretta; mi prendo il tempo per riflettere sugli imprevisti, sugli eventi che fanno girare la vita in modo non deterministico. Spesso li definiamo “contrarietà” e li respingiamo ma è grazie a loro che la routine diventa “vita”. Senza problemi di salute non avrei fatto la scopa, se non avessi perso le chiavi dell'auto non sarei tornato qui. Finisco di prendere il caffè, pago, poi, prima di risalire in pullman, tasto la tasca, infilo la mano dentro e … ecco la W di evviva. Questa volta sono stato proprio bravo.
Eccomi di nuovo a S. Maria Navarrese. Fra venerdì e domenica non ero riuscito ad entrare in mare. Ecco perché le chiavi mi hanno fatto fare questo viaggio ulteriore. La mia auto è parcheggiata a lato della spiaggia. Il mare che voglio è però a quasi due ore di cammino su un sentiero in cui rimane qualche segnavia arancione. Oggi sono ancora più lento; calzo sandali come Marina e ho la lentezza degli ultimi; vedo particolari, accarezzo gli alberi e posso deviare per mettere i piedi, la bocca e tutto il viso in acque sorgive. Poi, lascio i segnavia che salgono e continuo ancora per un po', il sentiero non scende, continua “seaside”, fra i 50 e i 100m più in alto, sempre parallelo al mare. Per il quinto postulato ci congiungeremo nell'infinito euclideo, fra un'eternità. Ma mi manca l'eternità, non ho tutto questo tempo e mi butto giù per una scarpata per raggiungere l'infinito e immergermi in quel sottofondo blu.
foto di Fabio Moro

domenica 8 ottobre 2017

UTSS – Intro. La cura del calcare.

Sono cardiopatico, piscio sangue, ho un mal di schiena che mi ha impedito di correre negli ultimi 10 giorni, soffro di gastrite e ieri notte mi è venuto un crampo che mi ha lasciato il polpaccio dolorante. I pochi fans che mi sono rimasti sono tutti antinfiammatori e per nulla steroidei.
Il mio cellulare, affascinato dal calcare, ha deciso di abbandonare il mondo delle telecomunicazioni per fare la pietra ed è saltato giù dalla spallina del mio zaino. E ora sono senza cellulare.
Anche le chiavi dell'auto mi hanno abbandonato, prendendo la fuga nella confusione prima dello start. Ebbene sì, la chiave volkswagen in cerca di padrone che faceva finta di essersi smarrita di cui parlava lo speaker era la mia. Nessuno l'ha voluta e domani la incatenerò di nuovo al portachiavi ma intanto sono anche senz'auto.
Per il resto sto perfettamente e tutto va bene.
Ci penserà il calcare a rimettere tutto a posto. Almeno questo è il mio piano. Sarà una passeggiata della salute fisica e mentale.
Il dottor Giordano, con la sua professionalità, mi ha convinto di ciò. Il calcare cura quasi tutto. Il carbonato di calcio serve alla contrazione dei muscoli e al nutrimento delle ossa. Poi, questo lo aggiungo io, riempie gli occhi, con i suoi ghirigori appuntiti, guglie, muri verticali; e riempie la mente con i suoi vuoti – buchi misteriosi e immensi, voragini, abissi.
Per completa guarigione, mi serviranno dosi massicce: 54 km e 13 ore d'immersione completa.
Foto di Antonio Monni

venerdì 6 ottobre 2017

Fantasmi del passato

Ogni volta che compiamo un'azione ben definita, come correre una maratona, completare un sudoku o anche solo preparare una torta di mele, “blip”, quasi senza che ce ne accorgiamo, una parte di noi si stacca e ci lasciamo dietro qualcosa di incorporeo, una scia, un odore … ; come una flatulenza, generiamo un fantasma.
Siamo noi, non siamo noi, poco importa; il tempo ci distacca e, immediatamente perdiamo ogni contatto, complicità o simpatia con loro. Ci somigliano molto a dire il vero ma fra noi resta solo rivalità e confronto.
Qualcuno di loro si dissolve nell'oblio ma tutti gli altri si ripresenteranno ogni volta che ripeteremo quell'azione; li ritroveremo lì, alla partenza della gara, ridacchiando col dito puntato, commentando fra loro con aria di sfida: “ma cosa crede di fare quel vecchio?”.

La cosa strana è che è grazie a quegli ectoplasmi schifosi che ci miglioriamo. Sono il nostro stimolo, la sfida continua che ci porta a crescere. È con loro che dobbiamo sempre confrontarci; gli altri, quelli con un numero diverso attaccato alla maglietta, sono solo dei concorrenti anch'essi con i loro ectoplasmi schifosi da distruggere; dobbiamo essere solidali e stimolarci reciprocamente. Gli unici veri avversari sono quegli spiriti pallidi che ci stanno davanti lasciando una scia nauseabonda e non c'è soddisfazione maggiore che batterli, lasciandoli ammutoliti dall'umiliazione.

Col passare degli anni, i nostri fantasmi continuano ad aumentare di numero e a batterci sempre più spesso; allora è finito il tempo della crescita. Per non restare soffocati dall'aria stantia che si portano dietro, conviene arrendersi e cercare sfide nuove in cui possiamo ancora migliorarci. Finalmente si respira. La finestra si apre, l'aria fresca entra e se li porta via; se ne vanno per sempre, lasciando solo una medaglia, una foto sorridente e un bel ricordo.

martedì 3 ottobre 2017

Professionalità


“Vorrei solo che fosse chiaro che questo caos che vedete è il mio metodo di lavoro e non mancanza di metodo”.
ASD. Io sono Associato, Sportivo e Dilettantistico nel profondo. La passione e il divertimento sono il mio motore. Quando però si tratta di gestire un corso per bambini, bisogna essere (e possibilmente anche apparire) professionali. Si lavora a gratis ma non alla cazzo. Flessibilità e disponibilità sui dettagli, passione come motore ma regole precise sulle cose importanti, sicurezza in primis.
Professionalità vuol dire avere fatto il corso per l'utilizzo del defibrillatore ma anche ricordarsi la sigla del corso: BLS-D, ho dovuto controllare, che se sbagli la sigla puoi salvare lo stesso la vita ma fai un'impressione peggiore che se non hai fatto il corso.
Vuol dire specificare che la bottiglia d'acqua dev'essere liscia e da mezzo litro che se è ruvida o da un litro fa troppo male sulla testa. Specificare che le calze per la palestra devono essere antiscivolo omettendo di precisare “e senza buchi”.
Vuol dire fare giardinaggio per sistemare la buca del salto in lungo estirpando col rastrello carote e rape che ci stanno crescendo e, subito dopo, pulire i cessi prima che ci entrino i ragazzi e ripulirli dopo che sono usciti visto che lo scarico non funziona. Vuol dire andare dall'assessore a parlare di sciacquoni invece che del futuro dello sport nel paese.
Vuol dire sapere quali sono i propri limiti tecnici e farli conoscere ai genitori; se sei istruttore fai l'istruttore il meglio possibile e non l'imitazione dell'allenatore che, può essere bella da vedere ma, alla lunga, viene fuori il bluff e i danni ai ragazzi.
Vuol dire accettare la concorrenza come stimolo per migliorare e diventare ancora più professionali. Non rinunciare, in nessun caso, alle regole del rispetto e della lealtà anche nei confronti di chi non le rispetta. L'educazione allo sport, infatti, è anche educazione al confronto con gli altri, al rispetto delle regole e dei concorrenti (mai “avversari”), al riconoscimento della dignità della sconfitta quando conseguita nonostante l'impegno, al rispetto e alla valorizzazione delle diversità … tutte facoltà troppo spesso dimenticate in un mondo che esalta il “successo” come unico risultato possibile. Chi non applica queste regole nel confronto quotidiano con gli altri, anche se concorrenti, non potrà mai insegnare ai ragazzi i veri valori dello sport. Anche questa è professionalità, imprescindibile, al pari di quella tecnica.
Professionalità quindi, vuol dire investire un sacco di tempo, di lavoro, fatica e anche ingoiare qualche rospo pur di tenere alta la testa. 
E poi arrivano loro, Cristian, Eleonora, Alessia, Alessandro, Danila e Lorena e capisci che
finché ci saranno loro, ne varrà la pena e pensi solo a divertirti e a farli divertire.

sabato 30 settembre 2017

Il mistero delle unghie dei piedi

Un filo di speranza
"Bello questo regalo, grazie, mi servirà come un'unghia di piede". Più che una parte del corpo è un eufemismo. A cosa serve quel mezzo guscio di cozza? Cosa sarà mai? Un atavismo? Un parassita? Uno strumento di tortura? Un optional dimenticato da Dio? Una mutanda del dito verme? Nessuno lo aveva ancora capito. L'ipotesi mutanda era la più accreditata, visto che il dito verme fa come me e, quando la mutanda diventa nera, se la cambia. L'ipotesi è caduta però quando, calata l'unghia, non è stata rilevata traccia di genitali neanche al microscopio elettronico.
Io ne ho lasciate decine sotto il cuscino sperando che la “fatina delle unghie” mi facesse diventare ricco. Ma niente, neanche un euro. Una volta, esasperato, le lasciai scritto un bigliettino: “fatina delle unghie, ti lascio la mia unghia sotto il cuscino ma questa volta non voglio soldini. Tu che sei tanto bella e magica, esaudisci solo un mio piccolo desiderio: ti prego, non farmi più ricrescere quest'unghia del cazzo.”
Tutto inutile, tirchia da morire e "bella e magica" come un pelo del naso.

Ora però, grazie alla mia esperienza decennale, finalmente, sono riuscito a risolvere il mistero della loro funzione fisiologica. E, per la serie “misteri miseri”, prima ancora della “vita segreta degli auricolari”, vi svelo ora “il mistero dell'unghia del piede”.
Probabilmente furono ideate dal DNA di Steve Jobs durante una pausa caffè corretto con doppia vodka. Non è altro che una app organica per la misura dell'intensità dell'attività podistica.
Aggiorna i piedi alla versione “uomo moderno” – che se giri ancora in sandali, non funziona – installa l'unghia e guardandoti i piedi, in un attimo, puoi capire se stai correndo troppo o troppo poco. Per applicarlo non ci vuole la laurea in scienze motorie, basta saper contare fino a 10. Contate il numero di unghie nere (o assenti) – se avete le mani occupate, potete contare direttamente con le dita dei piedi – e leggete il risultato del test qui sotto.

0) Mela col verme. I tuoi piedi sono un coacervo di dito-vermi rosa pallido. È probabile che invece il sedere sia livido per l'eccessivo appoggio. È disgustoso e anche pericoloso. Muoviti se non vuoi finire come una mela marcia e svegliarti un mattino con uno dei dito-verme che ti spunta dalla pancia.
1) Un filo di speranza. È come una gobba dell'ecg dopo qualche secondo di segnale piatto. Un piccolo segnale di speranza che va coltivato; non riporre ancora il defibrillatore nell'apposita confezione 1, 2, 3 … Scarica!
2,3) Minimo sindacale. Potete uscire dal reparto rianimazione. Il vostro pallore podalico è impressionante ma ci siete quasi; qualche chilometrino in più e ...
4-6) In medio stat virtus. Siamo al numero di unghie nere ideale. Il massimo sarebbe averle, alternatamente, una bianca e una nera, come una tastiera di pianoforte.
7-9) Né carne né pesce. Le unghie ancora bianchicce sono brutte lì in mezzo, stonano. A questo punto o rallentate o aumentate ancora il chilometraggio per arrivare a ...
10) Zombie. Perfino i dark-post punk-death metal vi invidieranno il look. Potete esibire i piedi con orgoglio ai ritrovi dell'orda del quartiere prima di andare in giro a cercare gustosi esseri umani con le unghie bianchicce da sbranare.
10-20) State cominciando a strisciare anche con le mani. È il caso che vi fermiate e, quando e se mai ci riuscirete, rialzatevi.

domenica 24 settembre 2017

Allenamento da scopa

Foto di Tore Orrù
È tempo di guardare il mondo dal didietro.

La prima buona notizia è che le unghie dei piedi stanno perdendo quel malsano color verme pallido, memoria di ozi forzati. Piccole macchie scure, segnali di vita, si espandono sulle unghie delle dita centrali del piede sinistro. Non posso affrontare un viaggio così, senza di loro; anche le vesciche, mie care compagne di viaggio, stanno tornando al fianco dei miei alluci. Non partirò per l'UTSS da solo.
Ho due settimane per rifinire l'allenamento e oggi sono riuscito a coinvolgere diversi atleti della mia squadra e due ospiti d'eccezione: Tore e Mimi. Grazie a tutti! Tutti indispensabili perché il ruolo di “scopa” richiede una preparazione sia atletica che sociale: andamento lento e divieto di sorpasso. Oggi, sui sentieri del WWF, sono stato bravo, buono in coda, col numerino 999 che ho pescato dal cilindro della vita. Solo in un paio di occasioni alla vista di una scorciatoia, non sono riuscito a resistere e mi ci sono infilato superando di slancio gli ultimi due o tre con istinto sacchettaro. Dovrò ancora lavorare su questo.
Devo dire che, dovendo guardare gli altri da dietro, preferisco che siano femmine. In questo mi ha allietato la grazia di Erminia, che però andava un po' troppo veloce, lasciandomi più spesso la vista da dietro dell'abbondante Tore frenato, in salita, da una grave asma bronchiale. Siamo tutti un po' preoccupati ma è difficile non assecondare il suo entusiasmo. “Se perdo i sensi, nello zainetto ho il “ventolin” e ... . So cosa vuol dire. Io, come “salvavita”, nello zainetto tengo sempre un cavatappi.
Grazie a tutti. Guardare il mondo dal posteriore è, per me, un'esperienza nuova. La sto scoprendo ora e non è affatto male.

mercoledì 20 settembre 2017

I pericoli dell'atleta.

Il bambino urla: “Passa la palla!” Ecco, la vedo, sta arrivando! ora mi scanso … ecco, è passata! Pericolo scampato. Mai toccare un pallone. Buona parte degli infortuni dei runner accadono a chi non riesce ad evitare il contatto con quel pericolosissimo oggetto durante partitelle con gli amici o con i figli. Vietato toccarlo e, se proprio dovete, usate i guanti appositi; mai con i piedi. Quando rotola sulla pista di atletica, provo a restituirlo al bimbo con un'esortazione in latino: “vade retro!” ma non mi ascolta e continua a rotolare indifferente. Meglio fingere di non vederlo; il bambino se ne farà una ragione e gli farà bene fare una corsetta per recuperarlo.
Più pericolosi della palla sono solo i lavori di casa. Ma questa è un'altra storia.

domenica 17 settembre 2017

50 ragioni per fare sport – 13. Per il gusto della birra.

Ci sono delle “ragioni per fare sport” che si scoprono facendolo e altre che si scoprono quando si smette. Il gusto della birra l'ho sentito crescere con l'allungarsi delle corse e scemare ora che ho smesso.
Nel corso di una gara o di un allenamento di lunga durata, durante le prime ore si può bere di tutto: sali, coca, perfino acqua. Dopo un paio d'ore, i sali diventano nauseabondi. Fra la terza e la quinta ora, anche la coca risulta troppo dolce e facendo esplodere le borracce, si appiccica ai peli in modo disgustosamente promiscuo. L'acqua va giù, si spruzza sulle ascelle e va giù, ma à poco nutriente. Non rimane che la birra che, invece, diventa sempre più buona. E non dev'essere quella cruda di san daniele o del monastero dei padri della fonte del miracolo meraviglioso … anche l'ichnusa da macchiareddu martire diventa squisita; anche se non è fresca, perfino quella al limone! Il leggero tono alcolico risulta sia nutriente che leggermente anestetico: benedetto intontimento. L'immaginazione proietta, sull'osso frontale interno, tuffi in piscine piene di birra freschissima e di ragazze in bikini che ridono perché le bollicine fanno loro il solletico all'ombelico … . Non basta fare footing; è un livello di coscienza che si raggiunge solo intorno al 50esimo km e alla quinta birra. 
Ora, sono tornato come prima di correre; la birra dev'essere fresca, di qualità, e cerco di evitare di fare bagni dentro di essa.
Per ritrovare il vero gusto della birra, non basta il footing; bisogna fare SPORT!

Letture consigliate e approfondimenti sull'argomento:

venerdì 15 settembre 2017

Curri Murera – Il podio della vergogna.

Mi sono iscritto alla non-competitiva della "Curri Murera", per correre in compagnia su un percorso piacevolissimo, avere stimoli per fare 11 km (il mio nuovo record stagionale) e, soprattutto, vedere amici e rientrare, sia pure dalla porta di servizio, nel piacevolissimo ambiente del podismo amatoriale.
L'allerta meteo, per fortuna, si risolve in una scoreggia. Il rischio è, però, che con troppe allerte scoreggia, poi, quando arriverà la “fase condensata”, la si lasci passare: “prego, prima i gas”. Metafora bestiale. Pur sapendo di non essere il più lento, sono partito dal fondo del gruppo; senza peto non competo e solo quando ho avuto strada libera ho iniziato ad aprire il gas e superare. Raggiungo Bruno, a cui avevo promesso di accompagnarlo in gara, e andiamo via regolari sull'argine e poi in pineta, superando atleti partiti troppo veloci. Gli ultimi 2 km gli chiedo di aumentare il ritmo per finire il suo allenamento mentre io continuo, adagiato al mio comodo 4'40, soddisfacente per la situazione e per la non-competizione. Mi trovo in mezzo alla lotta per il podio dei 65enni ed è bello vederli che ce la mettono tutta e li incito tutti e tre. In vista del traguardo, non faccio lo sprint; sollecito un applauso del pubblico che generosamente me lo concede e mi diverto a riceverlo. Mi chiedono il nome e mi dicono che sono arrivato secondo della non-competitiva. Mi fa piacere, ma non ho nessuna intenzione di salire su quel podio, non voglio togliere il piacere a chi se lo meriterebbe di più. Sarebbe incoerente, competere ad una non-competitiva. Andrebbe premiato l'ultimo che ha dimostrato di essere il più non-competitivo. A meno che la non-competitiva sia la competizione riservata ai non-idonei. Diversamente competitiva. Mi vergognerei a salire, togliendo la medaglietta a bambini, casalinghe e pensionati. Intanto, con Bruno e Diego, facciamo un bagno al mare che, con allerta scoreggia, sembra ancora più bello. La bandiera rossa sventola anche se non è ancora scoppiata la rivoluzione. No grazie, dirò, premiate il quarto al posto mio. Non ci salirò, lassù. Mi vergognerei troppo. Poi sono ancora tesserato come agonista. Non mi chiameranno nemmeno e, se anche lo facessero, capirebbero subito il mio rifiuto e …
Ha vinto il ragazzino! Foto di Arnaldo Aru.

giovedì 14 settembre 2017

UTSS – Una magnifica scopa.

Un “basta” di rifiuto o forse era solo un “rifiato” ma mi sono, comunque, ritirato (dalle competizioni), conferito nel cassonetto del rifiuto (o del rifiato) umano e riciclato.
E ora, per chiudere il ciclo del riciclo, sarò io a raccogliere con la scopa i rifiuti e i rifiati e a ritirare i ritirati. Servizio scopa all'Ultratrack Supramonte Sea Side.
Non devo lasciare il sentiero sporco di resti umani. Non devo lasciare il sentiero sporco di resti umani.

Esperienza maratona in 4 ore. Ballerino delle pulizie. Pulizia sentieri. Offresi accompagnamento, andamento lento, E se mi dirai di no (“non vengo” o “basta”), spazzerò via il tuo rifiuto con un passo di scopa “a la seconde”.

Se hai paura di restare indietro, non ti preoccupare, penserò io a te e ti trascinerò, con i miei morbidi peli, in un posto caldo e sicuro.
Se ti sentirai uno straccio, mi farò spazzolone che ti passerà. E vedrai come ti passerà!
Se mangerai la polvere, sarai il mio panno ad azione elettrostatica e mi starai dando una mano per le pulizie, grazie!
Se morirai di fame, sarò il tuo settebello e mangeremo il tre e il quattro; tavolo pulito e due punti di scopa.

Non vedo l'ora di rivivere e condividere quest'esperienza. Ci terremo compagnia dal buio della notte all'alba, sotto il sole a picco e fino a sera; sorrisi si mescoleranno a smorfie di fatica, spiagge incantevoli a rocce selvagge, la birra al sudore e ad un'altra birra e ad un'altra ancora finché il sudore farà la schiuma in un tripudio di sensazioni indimenticabili!
Scopriremo insieme l'immensa forza e bellezza della natura e una parte di questa magnificenza ci entrerà dentro e, dal cassonetto, trasparirà, per sempre, il bagliore delle nostre pupille.

sabato 9 settembre 2017

50 ragioni per fare sport – 12. Perché siamo fatti per questo

Siamo fatti per correre. Piedi, caviglie, polpacci, ginocchia, cosce e anche anche le anche sono funzionali al movimento.
L'unica parte del corpo funzionale a stare in poltrona è il sedere, che, con i suoi cuscinetti incorporati, sembra fatto a posta per quello scopo. È solo il culo che ci fa stare seduti. Non fatevi comandare da lui! Ma pensare che il culo serva solo a sedersi è come pensare che l'unica funzione dei genitali sia quella di essere grattati. Infatti, perfino quei morbidi cuscinetti nascondono un motore potentissimo: i glutei. Due anni fa, alla terza tappa del Sardinia Trail, avevo tutti i muscoli delle gambe a pezzi. Scoprii però che i glutei erano belli freschi e che, con un andatura ancheggiante, riuscivo a salire veloce, senza soffrire e a superare chi mi aveva bastonato fino a lì. Ricordi Teo? Fu sorprendente e meraviglioso. Salendo come una mannequin, riuscii perfino a raggiungere e superare il mitico Marco Olmo. Tutto questo grazie a quei cuscinetti! Poi lui non si fermò al ristoro, cominciò la discesa e non riuscii più a raggiungerlo ... ma questa è un'altra storia.

Ritrovare queste funzionalità, esprimere la potenzialità nascoste nel nostro corpo, vuol dire realizzare, soddisfare, riempire; in una parola, Vivere. È come liberarsi di un handicap autoimposto. Nella vita normale, siamo delle Ferrari costrette a girare nel traffico cittadino, col motore ingolfato e i serbatoi stragonfi. Corriamo per liberare la Ferrari che è in noi, sentirla ruggire ed evitare che, all'ennesimo semaforo, si fermi senza più riuscire a ripartire.

giovedì 7 settembre 2017

Appunti su un sacchetto del vomito

La noia non ispira niente. Anzi, svuota il cranio, togliendo ogni possibile ispirazione, altrimenti i sacchetti del vomito degli aerei sarebbero pieni di poesie e invece si riempiono di tutt'altro. CI sarebbe tutto il tempo per scrivere, all'andata, esprimendo le aspettative e, al rientro, bilanci del viaggio e di vita. Invece restano solo piccoli pezzetti, color pastello, espressioni di disagio interiore e turbolenze. Piccoli pezzetti, ricordi di una cena pesante, arroz de marisco, giri solitari e giri in compagnia in cui ho rimpianto la libertà e l'andamento stocastico dei giri solitari. Viaggio inutile che si può sintetizzare così: “ho spostato il culo di 6000 km per espletare una cagata burocratica”. Ecco un bel pezzetto di vomito beige. Cercavo dove metterlo ma ryanair non offre sacchetti del vomito. Per vomitare in tutto comfort avrei dovuto spuntare la casellina nell'apposito modulo on-line e, poco sotto, inserire i numeri della carta di credito. Tanto non ho niente da scrivere. Non ho fame. Odio i bagagli spaziosi. Amo sedermi, casualmente, in ultima fila e voglio entrare per ultimo. Non voglio vincere e se devo grattare, so dove farlo gratuitamente e con soddisfazione. Per vomitare qualcosa però devo aspettare il volo Alitalia Fiumicino – Cagliari.
Ciampino – Fiumicino. Qualunque sia il tempo a disposizione per il cambio di aereo, riesco ad arrivare in ritardo. Sempre. È la mia specialità. All'andata ho dovuto spronare il tassista, al ritorno l'autista del bus e l'ho fatto così bene che erano più agitati di me. Quelli di noi, cresciuti nell'incoscienza, che sono sopravvissuti, sono pieni di risorse e quasi sempre riescono a cavarsela.
Ora ho succo d'arancia, taralli e sacchetti del vomito gratis. Devo inventarmi qualcosa da metterci dentro.
Arrivato a Lisbona, dovendo trovare un distributore per fare il pieno prima di restituire l'auto al noleggiatore, mi sono affidato ad Eloise. “Alla rotonda prendi la quarta uscita per fare inversione a Q” “A U, si dice a U!” “Fidati, è a Q! Guarda la mappa ... sembro stupida ma credi che non conosco l'alfabeto? Al limite a O … ” Ecco un pezzetto di vomito rosa.

sabato 2 settembre 2017

Gruppo tabellisti anonimi – prima fase: presa di coscienza

Sei dipendente dalle tabelle di allenamento? Basta con l'autocommiserazione. Seguici e ti guideremo attraverso un percorso di recupero completo che si articola in 4 fasi.
Prima fase – presa di coscienza; sei anche tu un tabellista? Scoprilo col nostro test!
  1. Alle elementari, ti piacevano le tabelline?
  2. Sei mai uscito la notte o ad altri orari inconvenienti per seguire una tabella?
  3. Cominci a pensare alla prossima tabella quando ne stai ancora seguendo una, per paura di rimanere senza?
  4. Scegli attività ed intrattenimenti che non intralcino la tua tabella?
  5. Seguire le tabelle ti ha mai creato problemi in casa o nelle relazioni?
  6. Preferisci la compagnia di persone che seguono tabelle?
  7. Ti trovi mai a seguire una tabella senza avere deciso consciamente di farlo?
  8. Ti sei mai sentito fisicamente ed emotivamente a disagio quando cercavi di smettere?
  9. Hai mai sbrodolato di sudore i tuoi vestiti, tappeti, mobili o l’auto?
  10. Fai le ripetute veloci al Poetto in presenza di bambini o di chi passeggia senza pensare ai rischi per la loro salute?
Se hai risposto “sì” ad una o due di queste domande, c'è una possibilità che tu stia diventando dipendente dalle tabelle.
Se hai risposto “sì” ad almeno la metà di queste domande, quasi sicuramente sei già un tabellista.

Scarica qui la nostra tabella per il programma completo di recupero dal tabellismo.

giovedì 31 agosto 2017

Monte Bianco e gatti a reazione

2 di notte. Mi alzo perché sono stufo di rigirarmi nel letto e mentre il comandante Gianni si sta rigirando intorno al Monte Bianco da circa 17 ore ed è ora intorno al 90esimo km della TDS, io mi accomodo comodo comodo sul divano e affronto le parole crociate usando solo le definizioni verticali, aggiungendo così dislivello per rendere interessanti anche gli schemi più banali. È un'attività che concilia il sonno quasi come gli US open che scorrono in TV: tam-Uh-tam-Uh-tam-Uh … . Mentre compio la mia impresa di parole crociate in salita, anche Gianni sta per iniziare l'ultima lunghissima salita verso il Col Tricot. Ad un certo punto il gatto smette di strusciarsi contro le mie gambe e si porta al centro del tappeto della sala. Con la testa girata in giù, a intervalli di 2-3 secondi, si contrae in sforzi intensi, probabilmente per rigettare una palla di pelo. Mi alzo per convincerlo a fare quest'operazione di fuori ma arrivo tardi. L'ultimo sforzo, invece di fargli sputare la palla, gli ha fatto perdere il controllo dello sfintere ed è partito a reazione, rimbalzando di qua e di là, come un palloncino bucato, lasciando una scia di merda di gatto. In una decina di secondi, dalla sala (tappeto e pavimento) è rimbalzato in cucina (tappetino e pavimento) in sala da pranzo (pavimento) e nello studio (copriletto e pavimento). Quando gli ho aperto la porta sul retro, è schizzato via lasciando un odore mostruoso in uno scenario infernale. Come faceva tutta quella merda a stare in quel piccolo gatto? Come fa un animale così grazioso e pulito di fuori ad essere ripieno di quella roba mostruosa? Sono le 3, il comandante continua a salire passo passo, io passo passo lo straccio, lo strizzo con disgusto e lo ripasso. Il tanfo si affievolisce molto lentamente ma non scompare. Ripasso lo straccio. Ancora adesso mi sento addosso quella puzza micidiale. Intanto Gianni è arrivato, ha portato la sua vecchia schiena dolorante per 120 km di sentieri di montagna; è un eroe. La vita non è tutta fragole con la panna. Anche io, come lui, ho la barba sfatta, le occhiaie e lo sguardo di chi ha passato la notte fronteggiando situazioni impervie e sofferenze; anche io sono un eroe.

Ognuno ha il Monte Bianco che si merita.

lunedì 28 agosto 2017

MinkiaMan

Ci sono dei ragazzi, qui in Sardegna, che hanno avuto la bella idea e il coraggio di organizzare un “minkiathlon”, un triathlon scazzato, assolutamente non competitivo.
Perché, allora, non portare quell'idea oltre e organizzare un circuito MinkiaMan?
Secondo me, avrebbe successo; sarebbe una bonaria presa in giro del famosissimo marchio e di noi stessi partecipanti, che sarebbe compresa al volo da milioni di persone.
Avrei un'idea anche per il logo, con una M grande con la terza gamba (quella centrale) più lunga delle altre, per mettere ben in evidenza l'importanza dell'apparato genitale e, sopra al centro, una M testa piccola piccola. Per le donne basterebbe girare la M testa in W testa.

Hai speso 500 euro per 10 ore di sofferenza?
Ti sei allenato per mesi come uno schiavo per poter spendere 500 euro e soffrire per altre 10 ore?
Hai pagato per portare in giro il nostro marchio su maglie, borse o perfino sulla pelle e farci pubblicità?
Dall'alto dei miei 3 IronMan portati a termine, posso affermare con orgoglio: “Sì! L'ho fatto!”
Perché l'hai fatto?
Perché volevo assolutamente sentirmi urlare: “Sei … Un … MINKIONE!” “You … Are … a MINKIAMAN!”

mercoledì 23 agosto 2017

L'infortunio dell'impiegato panciuto

Mi sono infortunato.
Vi chiederete: come posso essermi infortunato se non sto correndo?
In realtà non sto correndo-correndo ma un po' correndo lo sto. Nell'ultimo mese, ho corsetto un'oretta a Vienna, un'oretta a Torino e un'oretta a Fermo. Sono orette da 50 minuti (lectio brevis) e corsette da 11-12 km/h. Non è roba da atleta che si allena ma da impiegato che porta la pancia in giro a spasso, sperando di perderla (ma la pancia lascia le bricioline e riesce sempre a ritrovare la via di casa).
È così che, spasseggiandomi il ventre, intorno al terzo km della quarta uscita del mese, la mitica “10 km del ragioniere panciuto”, il polpaccio sinistro ha detto stop. Un gesto di protesta insensato. Ha cianciato di peso eccessivo, precarietà muscolare, muscolo contratto, muscolo strappato e contratto strappato a tempo determinato. Il sindacato tace. La realtà è che si sta abituando male, è come un furbetto del cartellino; pensa di avere acquisito il diritto al telelavoro ovvero di correre restando a casa davanti alla tv.
Ricordo 2 infortuni muscolari simili a questo e molto simili fra loro: uno al primo km della prima tappa dei 100 km del Sardinia trail 2015 e l'altro al primo km dei 60 km della sardinia ultramarathon 2011. A sentire i denti affondare nel muscolo mi ero fermato per un minuto e poi, in entrambe le gare avevo deciso di proseguire e, dopo una grande sofferenza iniziale, le avevo poi finite discretamente. Ricordo che in entrambi i casi, c'erano in gara i mitici Marco Olmo e Teo Mura ed ero arrivato dietro il primo ma non di tanto e davanti al secondo.
Bei tempi, altri tempi.
Ieri, alla 10 km del ragioniere panciuto, Olmo non c'era, Teo neppure; mancava la giusta causa e al sentire mordere il polpaccio, mi sono fermato, mi sono girato senza indugio e sono tornato indietro camminando. E il ventre è rientrato, come al solito, a casa con me. C'era posto in poltrona per tutti e due e vivemmo felici e contenti (o quasi).

giovedì 17 agosto 2017

prossima fermata Massaua

Mentre lei continua a parlare, fitta fitta, io costruisco piccole palline d'aria, girando il pollice contro il medio e, poi, un po' più grandi, col pollice contro l'indice. Le mie palline cominciano a svolazzare nel vagone della metro e una finisce proprio nella sua bocca, aperta a pronunciare l'ennesima parola. Dopo qualche secondo, le fuoriesce dal naso e mi viene quasi da ridere ma “prossima fermata Massaua” sono arrivato.

... o forse no ...

Dedicata ai giovani d'oggi (e di ieri)

Cos'è questo rumore che vien dalla cucina?
La pila di piatti sporchi frana, ormai ogni mattina.
Per fortuna domani è sabato e risolvo la situazione
o forse no …
ma una cosa la faccio, giuro, domani scarico lo sciacquone.

Cos'è quest'odore che vien dalla credenza?
Sono ormai tutte passate le date di scadenza.
Per fortuna domani è sabato e risolvo la situazione
o forse no …
ma una cosa la faccio, giuro, domani scarico lo sciacquone.

Cos'è questo colore? È un alone che si espande …
ma il cassetto ormai è vuoto e non ho altre mutande.
Per fortuna domani è sabato e risolvo la situazione
o forse no …
ma una cosa la faccio, giuro, domani scarico lo sciacquone.

Domani è ancora sabato ma di un'altra settimana,
come potete immaginare, qui la situazione frana!
Per fortuna arriva mamma, vado a prenderla alla stazione
o forse no …
e non dovrò più scaricare questo stupido sciacquone.

martedì 15 agosto 2017

Mestiere di padre

Ferragosto. Torino deserta. La metro è vuota. Il supermercato sempre aperto è chiuso. Un'auto giace scoppiata dal caldo. Immerso nella spazzatura, cerco di crearmi uno spazio. Prima però devo separare il rifiuto secco da quello molle. Mani nella merda. Pezzetti si attaccano sotto i piedi. La scopa gira. Il ventilatore gira. La musica pure. Nel mio metro pulito mi concedo una birra. Poi un'altra. Poi un'altra.

domenica 13 agosto 2017

Via dalla retta via

Dopo tre giorni passati a camminare fra le dolomiti di Sesto, ora sono a Vienna.

Ieri ho visitato la “Kunsthaus”, edificio progettato da Friedensreich Hundertwasser – fantasioso e anticonformista architetto austriaco – e contenente un museo dedicato alla sua opera e al suo pensiero. L'architettura dell'edificio è molto particolare e dominata dalle linee curve. H. sosteneva infatti che:
"la linea retta fa ammalare l'uomo perché non esiste in natura e lo espone, di conseguenza, a uno stimolo estraneo all'organismo. Questa linea è una minaccia creata dall'uomo stesso. Vi sono milioni di linee, ma una sola è portatrice di morte: quella tracciata con la riga".
A pensarci bene, anche il moto rettilineo uniforme, quello inerziale, non esiste se non in assenza assoluta di forze. Non in questo mondo, quindi; la retta via porta diretta nell'aldilà.
Un piano, che è il prodotto vettoriale fra due linee rette, allora, è quantomeno mortale al quadrato. Peggio di un tumore moltiplicato per un'amanita falloide. E infatti i pavimenti delle stanze della Kunsthause non sono piani ma ondulati:
Il pavimento piatto è un vero pericolo per l’uomo perché ci fa perdere il contatto con la terra e con la natura”.
A causa del pavimento piano, un’invenzione degli architetti, l’uomo ha dimenticato il rapporto naturale con la terra. Un pavimento animato, ineguale significa al contrario riappropriarsi della dignità umana”.
Questa che per H. è un'idea architettonica, per me è un'indicazione di percorso. La retta via è la più breve da A a B. È quella che seguivo in gara per vincere il sacchetto di salumi. Ora giro intorno all'albero, salgo sul sasso o cerco il prato. L'ottimo, per me, non consiste più nel risparmiare il tempo ma nell'usarlo nel miglior modo. E allora, via dalla retta via!
Le mie camicie hanno le pieghe, i miei piedi preferiscono i cammini rugosi e si stancano prima a percorrere con passi ripetitivi le strade rette e pianeggianti di Vienna che i tortuosi sentieri dolomitici.
Bisogna poi considerare l'aspetto etico. Tutti i punti nel piano sono uguali, indistinguibili; Il piano è uguaglianza ma come tutti gli eccessi di uguaglianza è illiberale. “Esiste una ed una sola retta …” La retta è unica, obbligata; le curve, invece, sono infinite. La superficie curva, quindi, è libertà ...

... forse volevo solo dire che preferisco la montagna.