domenica 30 aprile 2017

Chia Laguna Half Marathon

L'ho preparata proprio bene, almeno per quanto bene si possa preparare una mezza maratona in 24ore. Ieri infatti ho fatto 5 giri del campo sportivo ad un ritmo fra 4' e 4'10 al km, ritmo gara auspicato che non raggiungevo da almeno un mese, con 1 minuto di recupero fra i giri. Scopo del minuto di recupero era cambiare le scarpe, perché oltre che un tentativo di preparare una mezza in 24 ore, erano le scarparie: primo turno a tre e ballottaggio finale. Hanno vinto le vecchie nike; non ho dato peso agli squarci nella tomaia anche se mi hanno costretto a scegliere calze in tinta; non ho dato peso neanche alla sensazione di sfregamento sull'esterno degli alluci: so che verranno vesciche ma, ormai, ho fatto l'abitudine e quasi quasi amicizia con le vesciche dei piedi; mi danno sempre un po' fastidio ma mi fanno anche compagnia mentre corro, ci parlo, le porto in giro a vedere posti … “domani vi porto al mare”.
Foto Fabrizia Carboni
  
E' la quinta volta che partecipo a questa gara. Nelle altre edizioni sono andato sempre piuttosto bene. Sono arrivato 3 volte fra i primi venti, 2 volte primo di categoria … L'obiettivo quest'anno però è diverso. Considerando l'esito dell'ultima visita medico-sportiva (link), ho 6 mesi per convertirmi dall'atletica alle bocce, specialità “petanque”. Devo abbandonare la velleità di andare più veloce o più lontano possibile. Devo imparare a controllarmi per arrivare il più vicino possibile al boccino e non importa se ci arrivo davanti, di lato o perfino dietro, con un “accosto” classico.
Come prima cosa però devo capire, fra tutte queste 900 bocce, qual'è il boccino. Ecco un boccino bello liscio pelato e rotondo di mia conoscienza, Teo. No, oggi è troppo lento. Il boccino dev'essere quell'altro che “rotola” lì davanti. Da dietro sembrano tutti boccini, Francesco, Giuseppe ma, appena li affianco, dichiarano che non sono loro, non oggi almeno; Samuel, un altro boccino preferito è perfino dietro. Flavio invece è troppo veloce … forse la petanque non fa per me.
Un atleta che non conosco mi fa i complimenti per il blog. Ogni tanto mi succede ed è sempre un piacere e una sorpresa. Non mi aiuta ad andare più veloce ma migliora l'umore. Anche la serie continua di incitamenti nel tratto di strada che ritorna verso Chia, incrociando gli atleti che ancora corrono verso il giro di boa, ridà forza alle mie gambe indurite dalla fatica. Dimentico la petanque e provo a dare tutto quello che resta in queste gambe. Finisco in 1h28'13, 45esimo su 900 e terzo di categoria su oltre 100. Il quarto si è accostato molto, restando però 4 secondi dietro. Ottimo tiro di accosto! Allora ero io il boccino! Lui si merita il premio alla petanque; io, per ora, mi accontento della corsa e del podio di categoria.

Non sto più curando la mia vecchia “guida buffet”. Una nota a riguardo però la vorrei scrivere. Dopo 5 mezze maratone e due mezzi ironman, devo dire che la specialità del mezzo buffet del Chia Laguna, nonché unico piatto offerto nei 7 mezzi buffet a cui ho partecipato, ovvero la pasta fredda con barattolo di giardiniera rovesciato sopra, sta raggiungendo livelli di eccellenza. Questa volta la pasta non era cruda e il tutto era arricchito, con munifica generosità, da scatolette di tonno rovesciate sopra!

giovedì 27 aprile 2017

6 mesi con la condizionale

Fra tutti gli impegni sportivi dell'anno ce n'è uno che temo più di tutti. I giorni prima cerco di non affaticarmi troppo per presentarmi al meglio all'appuntamento che può condizionare tutto il prosieguo della stagione. Di anno in anno, l'ansia aumenta perché sta diventando sempre più dura.
Di anno in anno, l'espressione del medico è sempre più perplessa. “Mi faccia vedere”. Sfoglia un manuale. “Secondo la tabella, lei potrebbe fare bocce, golf, pesca sportiva, tiro a segno … anche equitazione ma con cautela.”
Intanto l'idoneità me l'ha data - 6 mesi con la condizionale -  ma dovrò fare nuovi esami per capire se l'attività che svolgo possa causare una degenerazione ulteriore della valvola mitralica. Lui intanto sabato porterà il mio fascicolo ad un congresso per chiedere consiglio ai luminari nel campo della cardiologia sportiva.
Io un consiglio lo chiedo a voi. Qual'è lo sport più eccitante fra quelli in tabella?

lunedì 24 aprile 2017

Chia Laguna Half Triathlon - Nonostante ...


Mentre mi reco in auto a Chia per la gara, metto il riscaldamento a palla per fare il pieno di calore e la musica a volume alto per coprire pensieri rumorosi. Sono i soliti pensieri. Chi me lo fa fare di uscire dal calduccio di questa auto per buttarmi nel mare gelido con la tosse e il raffreddore? Che obiettivi posso mettermi nelle condizioni in cui sono? Che gusto c'è a fare una gara così solo per finirla, ammesso che ci riesca, quando ho già finito gare ben più difficili? Come farò a divertirmi senza essere competitivo? Cosa farebbe un verme al mio posto? Non trovo risposte ma non faccio inversione a U per tornare a casa e sdraiarmi sul letto. Le risposte verranno, spero, vivendo l'esperienza e, nonostante la malattia che mi ha impedito di allenarmi nelle ultime due settimane, lasciandomi, fino a ieri, in condizioni pietose dopo ogni minimo tentativo di allenamento e che ancora mi possiede, nonostante … , alzo ancora il volume della musica e tiro dritto verso la partenza.

Mi sento debole e indolenzito. L'obiettivo sarà cercare di sopravvivere guardandomi intorno per cercare di capire perché lo sto facendo. Nel nuoto questo mi induce a partire con un'andatura tranquilla, cercando la bracciata lenta ma efficace. Al secondo giro però sento il freddo che mi entra dentro. Per sopravvivere devo anche evitare di morire assiderato. Accelero o, almeno, sbatto i piedi più forte e scuoto le braccia con maggior vigore per non congelare. Mi basterebbe alzare un braccio per farmi ripescare e riportare a riva ma non manca molto ed esco in 41 minuti. Dietro sono in pochi ma, nonostante tutto, sono vivo e questo, oggi, è ciò che conta. Uscito dall'acqua fatico a corricchiare per raggiungere la zona cambio. Arrivato alla mia postazione tolgo la muta con difficoltà e comincio a tremare. Tutte le operazioni diventano complicate con il parkinson. Non avendo maglie di lana, mi infilo il gilet antivento e, dopo un tempo indefinito, inforco la bici e parto.

Grazie Andrea per le foto!

Dopo le prime due salite, la temperatura corporea è tornata a livelli da “uomo vivo”; lo svantaggio è che, uscendo dall'ibernazione, mi è tornata la sensibilità e con essa la consapevolezza del mio stato. Come prevedevo, la debolezza si fa già sentire. Sopravvivere vuol dire non spingere troppo sui pedali per non far diventare la fatica “esaurimento”; non combattere contro il gps e accettare con serenità il suo verdetto o almeno provarci. Solo nel tratto più tecnico e bello della fantastica provinciale costiera mi diverto; sulle salite il mal di gambe mi sembra abbia uno scopo: arrivare alla prossima discesa. Incrociando Jan Frodeno, in testa alla gara, gli urlo: “go go go go!” e vedo che mi fa un cenno di apprezzamento! Non è una macchina e, per fare quel gesto, si è scostato per un attimo e di qualche centimetro dalla posizione aerodinamica perfetta. Questa sì che è una soddisfazione! Grande Jan.

Riesco a finire anche la seconda frazione: 3h05 per gli 85 km di gara sono una prestazione assai mediocre e 20 minuti più dell'anno scorso ma, nonostante tutto, sono vivo e oggi è ciò che conta di più.

Inizio a correre a fatica e mi guardo intorno. Il percorso consiste in 4 giri da 5 km da fare “a bastone”, in cui, a parte Jan che è già arrivato, si incrociano più volte tutti i concorrenti. Ad ogni giro, si conquista un braccialetto elastico di colore diverso e vedo che i miei soliti avversari hanno tutti già completato almeno un giro e Teo e Francesco sono molto avanti, nonostante anche loro abbiano i loro bei “nonostante”. Presto ritrovo un passo efficace e il gusto del gesto e inizio a superare. La sensazione di stanchezza è attenuata dal confronto con chi mi sta vicino. Supero tutti … o quasi; “attenzione” mi dice uno in bici; mi metto dietro la linea gialla e guardo passare il treno in transito: è Sara Dossena e resto a bocca aperta per l'ammirazione.
Eccesso di velocità? Marescià, la prego, non mi faccia la multa!
Fra i tanti, supero una donna, la sesta in classifica. “Complimenti, bel passo”, mi dice. “Grazie, ma sto per morire” rispondo. Mi si accoda e mi segue. Al secondo giro devo abbandonare il bel gesto e arretrare un po' il busto per evitare che mi si blocchino completamente i polpacci. La spinta è comunque efficace, almeno confrontata con quelli che mi circondano. Sto correndo ad un ritmo intorno ai 4'30” al chilometro e tanto basta a farmi sentire forte. Curiosamente, ieri dopo un chilometro e mezzo a questo ritmo mi sentivo a pezzi; oggi il miracolo dell'ultima frazione si sta ripetendo. Giro dopo giro, Teo si avvicina ma troppo lentamente per sperare di raggiungerlo; sono sempre più stanco e, all'ultimo ristoro, indugio qualche secondo. La triatleta che mi segue mi incita a non rallentare “continua così, mi stai facendo da lepre!” Non me lo faccio ripetere, anzi; gli ultimi due chilometri aumento l'andatura e supero diversi concorrenti ma arrivo distrutto al traguardo, in 1h32. Nonostante tutto, sono ancora vivo. Ora però cerco un posto comodo per morire.

La fascia del chip ha lasciato una striscia sanguinolenta intorno alla caviglia ma, come anche la vescica nel piede, è per me un dettaglio di scarso rilievo, un lieve fastidio e nulla più. La frustrazione per non essere riuscito ad andare forte quanto avrei voluto, soprattutto in bici, è compensata dalla soddisfazione di aver portato a termine la gara decentemente nonostante … le sfide in gara sono quasi sempre precedute da sfide a chi ha il “nonostante” più grosso. Questa volta Teo le ha vinte entrambe ma nonostante ciò, sono soddisfatto. Il nonostante c'è sempre ma oggi di più; lo dichiaro sempre ma solo dentro di me posso sapere quanto sia autentico e quindi questa soddisfazione me la tengo per me. Mi offro una birra al bar e me la bevo da solo, con molta calma, seduto al sole sulla terrazza del Chia Laguna. Me la dovevo.

Poi mi alzo e torno a socializzare.

mercoledì 19 aprile 2017

Sano come un verme – Chia triathlon preview

Ho approfittato delle vacanze pasquali per guarire dalla mezza influenza che mi aveva colpito a tradimento, passando le giornate chiuso in casa, in buona parte sdraiato sul letto; per fortuna lo stomaco non ha subito l'attacco dei maledetti microbi e il resto del tempo l'ho passato a tavola. Fino a ieri ero ancora posseduto dal male. Oggi invece mi sento sano come un verme. I sintomi, a parte qualche residuo colpo di tosse fossile e un ripieno di muco, sono spariti ma mi sento molle, come un verme, appunto. Non pedalo seriamente da più di due settimane, non corro da oltre dieci giorni e non tocco il mare da ottobre. Le gambe mi servono per trascinarmi da tavola a letto o, ora che sono rientrato al lavoro, dall'auto alla scrivania ma preferiscono stare ferme allungate sotto un tavolo o dentro ad un letto e forse sono in procinto di staccarsi per completare la metamorfosi a questa mia nuova forma di vita invertebrata. Ma la testa è sempre quella e sta uscendo dalla bambagia da cui era sommersa e, domenica in gara, sarò un verme super combattivo. Striscerò con velleità moderate; sarò un verme della mela che si crede anguilla in prima frazione, poi biscia e perfino vipera 1
Attenti Teo, Francesco e compagnia! Se provate a calpestarmi tirerò fuori veleno da questi dentini da verme. Tu Invece, Jan Frodeno, calpesta pure; la mia faccia sotto i tuoi piedi e puoi muoverti quanto ti pare e piace e io zitto sotto! (cit. Troisi, Benigni) Per noi vermi è un onore essere calpestati da cotanta scarpa.

1 Un verme velleitario, tanto tempo fa si affacciò dal buco di una mela:
“Buongiorno Eva; è buona questa mela, ne vuoi un po?”
“e tu, piccola creatura, chi saresti?”
“Serpente, sono un serpente”.

venerdì 14 aprile 2017

Anche superman ha il raffreddore

Se volasse, gli starnuti lo farebbero sobbalzare e i colpi di tosse lo manderebbero fuori rotta. Quando superman ha il raffreddore, preferisce restare a terra e i cattivi possono fare le loro cattiverie indisturbati.

Eccomi qua, a terra, anzi, a letto. La sensazione di onnipotenza è svanita. Dovrei andare in bici per tornare triatleta ma sono costretto in casa da una mezza influenza. Credevo di essere immune a questi malanni dell'uomo comune ma, a volte, anche noi supereroi ci ammaliamo. Dev'essere stato quell'istante, dopo il bvg trail in cui mi sono rilassato che i miei superpoteri hanno vacillato e i maledetti virus ne hanno approfittato per farsi un trekking sulle mie alte vie respiratorie. E ora? La bici scalpita in garage: questi dovevano essere i giorni di carico; la muta è ancora imbustata dall'anno scorso; i sintomi peggiorano e mancano 9 giorni al triathlon di Chia. I miei avversari più temibili ora sono dentro di me e se usassi i superpoteri contro di loro rischierei di annientarmi.
Ma, niente paura, ho due armi segrete.
  • Ho comprato due ruote nuove modello Siffredi, super performanti, a profilattico alto … anche se qualcuno mi ha detto che bisogna pur sempre pedalare.
  • Ho saputo ora che Teo si è ripreso dall'infortunio e gareggerà. Qualcuno potrebbe non capire ma Teo è guarito a tempo di record dalle fratture alle costole solo grazie all'idea di asfaltare me a Chia e ora i ruoli si sono invertiti.
Il respiro è regolare e il cuore, di tanto in tanto, batte un colpo e tanto basta a rendermi ottimista.

martedì 11 aprile 2017

BVG trail - 75 km sul Garda

Se avessi le costole in “memory foam” forse riuscirei ad adattarmi alla durezza del pavimento del circolo velico di Bogliaco e ad addormentarmi. Invece passo la notte girandomi in continuazione nel mio sacco a pelo per distribuire uniformemente le ammaccature. All'una di notte entra uno che impiega quasi mezz'ora a prepararsi per la notte montando il lettino da campeggio senza esclusione di colpi. Alle 3 un altro vomita con entusiasmo. Per il resto, riempio la notte con la soddisfazione per la splendida giornata trascorsa lungo i sentieri della Bassa Via del Garda.
Per fortuna, la notte prima avevo dormito in un morbido letto nell'albergo da Tiziana. La signora Tiziana mi aveva anche preparato una bella colazione con torta, affettati e uova sode. Preparo lo zaino con il materiale obbligatorio: telo termico, giacca, fischietto, fascia elastica e doppia lampada frontale perché se dovesse fare notte prima di arrivare e se la prima lampada non funzionasse ci sarebbe la seconda. Ma allora, se facesse freddo e il telo termico fosse bucato o se, caduti in un fosso, il fischietto facesse pernacchie, forse sarebbe meglio avere una seconda copia di tutto … ma se anche la copia non funzionasse? Per la sicurezza sarebbe meglio che ce ne stessimo tutti a casa, come dice Stefano, circondati da lampade frontali con pile di riserva ma oggi si esce e per la mia sicurezza, mi porto anche, nella spallina dello zaino, un bell'uovo sodo di Tiziana, che non si sa mai.
Alle 5:15 parte il pullman per il campo sportivo di Salò dove c'è il ritrovo. Poi, con un paio di chilometri a piedi, ci si reca alla partenza nella bella piazza del comune, sul lungolago.
Parto con calma. So che non devo strafare. In salita, intorno a me sembrano quasi tutti più affannati di me. Anche in discesa qualcuno mi supera ma sembra che stia correndo al limite. Non è un po' presto? Io non forzo ma dopo il primo saliscendi, le gambe mi fanno già percepire la loro presenza e invocano prudenza! Le scarpe, appena risuolate, mi sembrano un po' dure nell'impatto col suolo e mi preoccupo un po' per schiena e ginocchia. Dopo un paio d'ore di corsa ho già sudato troppo e decido di togliermi la maglia termica e di correre a torso nudo. Sono le 9 del mattino e all'ombra fa ancora fresco. Un passante sorride da sotto una pesante giacca ma sono convinto di aver fatto bene.
Stefano in discesa è più veloce di me, in salita sono più veloce io. Nei ristori lui, nelle pisciate io. Ci ritroviamo spesso, facciamo un po' di strada insieme poi ci riperdiamo. L'importante è che io sia davanti alla fine.
L'asfalto, forse troppo per un trail, mi dà la possibilità di alzare lo sguardo sul paesaggio senza dovermi fermare. La presenza continua del lago, come un sottofondo musicale, allieta e conforta la vista, ora dietro una leggerissima foschia, ora fra gli ulivi, dietro ai fiori o di sfondo ai paesi. Ci scendiamo al lago, per percorrere il lungolago di Bogliaco. Siamo ad un terzo del percorso e siamo all'inizio; ora comincia la parte più dura e affascinante. Morbide colline e gole selvagge. Sole e ombra. Asfalto e sentieri ripidissimi. Chiese e rocce. Un mix schizofrenico ma divertente.
Uovo, se ti mangio, mi strozzi? Non ti mangio, ti porto entro il calar della sera a Limone, così facciamo maionese e ci guardiamo il tramonto sul lago con una birra in mano. Si affaccia dalla spallina dello zaino ad ammirare gli scorci più spettacolari; si attraversa un canyon profondissimo su un ponticello pedonale. Mi fermo qualche secondo in ammirazione ma sono in gara e devo ripartire.
I chilometri passano veloci; Stefano è dietro e da un po' non lo vedo. Incontro davvero pochi atleti ma sono io che li raggiungo e questo mi stimola. Supero anche due rivali del team Campania. Stai a vedere che questa volta li battiamo. Un capriolo-camoscio, creazione mitologica della mia ignoranza, sfiora il percorso di gara. Non ho il GPS; quanto manca? I volontari danno riferimenti spesso contraddittori e qualche volta si va avanti ma la distanza mancante aumenta. Mi affido allora all'altimetria stortignaccola riportata sul pettorale. Dovrei farcela ad arrivare entro 11 ore, tempo che avevo stimato come obiettivo dignitoso.
Non c'è crisi, neanche crampi, solo stanchezza e mal di gambe. Ogni pendenza ha i suoi dolori; in discesa, oltre il -20% sono i quadricipiti, che urlano sotto le bastonate del terreno. In salita, dopo pochi passi di corsa, le gambe si riempiono di un fluido gelatinoso che brucia e le rende molli costringendomi a tornare al passo. Nell'intervallo -5% - 0% mi diverto ancora ma capita di rado. Boschi di larici bruciati fanno un buon odore, la vita tornerà. Dopo una bellissima cresta e l'ennesimo ripido attraversamento di una forra, si raggiunge un boschetto quasi pianeggiante che si affaccia sul ripidissimo versante di una valle. Sono arrivato alla discesa finale. Ormai è fatta, sono proprio contento. È ripidissima ma non mi fa paura. Nei punti più pericolosi, i volontari allargano le braccia come per fare una ringhiera umana. Poi si arriva sull'acciottolato spaccagambe del fondo valle. Gradualmente la pendenza scende sotto il 20% e la bella stradina pedonale che segue il torrente diventa divertente da correre, soprattutto con la gioia che monta. Si entra a Limone e poco dopo si arriva al lago. Dopo averlo visto da tutte le prospettive, mancava solo l'ultima, quella da dentro. Il percorso, seguendo la riva, ci costringe infatti con i piedi nell'acqua. Ultima salitella, giro di pista e arrivo, in 10h19, ventinovesimo, terzo fra gli ultracinquantenni ma purtroppo senza la gloria del podio.
Maurizio è arrivato da una mezzoretta e Stefano arriverà un quarto d'ora dopo di me. Non c'è ancora la classifica ufficiale ma dovremmo essere arrivati fra le prime tre regioni. Bravissime anche K, Paola e Maria Vittoria della rappresentativa femminile sarda.
Dopo l'arrivo, Stefano deve partire per tornare in Sardegna e prende l'auto che aveva lasciato la sera prima lì a Limone facendosi riportare da Tito a Bogliaco per il ritiro del pacco gara e da uno dell'organizzazione a Gargnano per la notte. Io lo accompagno con Maurizio fino a Salò per prendere l'auto che Maurizio aveva lasciato alla partenza e, dopo aver accompagnato Maurizio da un'amica, ritorno con l'auto a Bogliaco dove passerò la notte. L'auto di Maurizio mi servirà il giorno dopo per andare con Paola e Maria Vittoria a prendere Maurizio a Salò e poi all'aeroporto di Bergamo. Se non siete riusciti a seguire tutti questi spostamenti, non è importante; volevo solo dare un'idea della complicazione della logistica. Insomma, mi sono perso il tramonto sul lago perché fra le 19 e le 21 mi aggiravo in macchina per la statale gardesana occidentale. Peccato, io e il mio uovo avremmo meritato la vista del tramonto con i piedi a bagno nel Garda.
In conclusione, gara con un percorso a tratti meraviglioso, ben segnato, presidiato e ristori ricchi financo di birra. Buona partecipazione della gente del posto e prestazione spettacolare delle mie gambe. Uniche pecche: un po' troppo asfalto e una logistica incasinata che rende più faticoso il prima e il dopo gara. L'uovo? L'ho portato con me in Sardegna.
“Ci hai portato qualcosa da mangiare?” “ Ecco, qui, un bell'uovo sodo del Garda!”

E ora devo subito liberarmi da questo sorriso ebete da autoeroe: ho due settimane per mascherarmi da triatleta.

giovedì 6 aprile 2017

BVG trail - preview

Dopo la Ronda Ghibellina, eccomi alla vigilia della seconda tappa del trofeo delle regioni: il trail della Bassa Via del Garda (BVG) di 75km con 4000 metri di dislivello, sui bei sentieri che si affacciano sul lago.
Questa volta, nella rappresentativa maschile sarda saremo solo in tre. Ognuno si porta la sua borsa e si portafortuna carezzandosi da solo la testa. Dobbiamo arrivare tutti per fare classifica, quindi l'obiettivo principale sarà raggiungere il traguardo a Limone del Garda. Non c'è fretta. Il molise non si presenterà e non ci sarà neanche un podio di categoria da inseguire. Ne approfitterò per andare tranquillo e godermi il contesto, i paesaggi e la corsa sui sentieri. Devo ricordarmi di portare il materiale obbligatorio, di installare i limitatori di velleità, i dossi artificiali rallenta-ego nel cervello, chiudere bene il rubinetto dell'adrenalina che perde e partire piano piano.
Non ho capito se sono in forma o se sono a pezzi. Un giorno mi sento in forma, quello dopo a pezzi. Oggi è giorno di spezzatino. I parametri vitali sono comunque ancora sufficienti, il respiro è regolare e il cuore ogni tanto batte un colpo e tanto basta a rendermi ottimista. Lungo i 75 chilometri del percorso, il suolo brulicherà di 75 milioni di piccolissimi millimetri, o 200 milioni di minuscoli millipiedi, artropodi che non vedo l'ora di calpestare, uno per uno. Il sole splenderà alto nel cielo, poi cercherà di scendere ma io lo fermerò lassù che mi voglio godere il tramonto sul lago al traguardo con una birra in mano.

domenica 2 aprile 2017

Gran Fondo del Sulcis a velleità limitata

Ci sono i limiti assoluti, invalicabili, dettati da condizioni fisiche e fisiologiche e poi ci sono i limiti della gabbietta che ognuno si costruisce intorno per vivere tranquillo. Non bisogna confonderli per evitare di cadere in equivoci e pericolose incomprensioni … come quella volta …. “ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti” mi disse l'ispettore Callaghan. “Chi si ferma per non superare i propri limiti, continuerà a gattonare per tutta la vita” risposi io baldanzosamente un attimo prima di esplodere. C'è chi crede che sia impossibile uscire dalla gabbietta e chi invece, come noi velleitari, cerca di sfondare i propri limiti fisiologici. Per combattere questa forma di stupidità che mi impedisce di autolimitarmi devo trovare stratagemmi compensativi; dovrei inventarmi dei limitatori di velleità, delle specie di dossi da mettere nel cervello per obbligare l'ego ad andare piu' piano.
Questa introduzione patafilosofica serviva per spiegare come mai sono così contento del risultato conseguito alla Gran Fondo del Sulcis. Ho impiegato 10 minuti in più del mio personal best e 5 minuti più dell'anno scorso ma sono arrivato stanco come stanco ero partito o poco più. Come ho fatto a limitare la velleità e salvare le gambe in vista dei 75km del trail BVG di sabato?
Era l'undicesima edizione della gara alla quale ho partecipato per l'undicesima volta. Non potevo mancare, mi sento cromosomicamente parte del dna della gara. Quindi la strategia di dimenticarsi l'iscrizione è saltata per evitare il rischio di pericolose mutazioni.
Una volta partito, con il numero appuntato sulla canottiera, come ho fatto a non farmi prendere dall'agonismo?
Overdose di camomilla o overdose di stanchezza?
Se uno parte già stanco non può stancarsi o, comunque, non si metterà a correre come un matto per inseguire un podio di categoria. La camomilla, invece, sopra certe dosi ha effetti collaterali che possono impestare la camera da letto o l'ufficio, come ho imparato dal mio collega della stanza 223. Ho messo allora in atto la strategia numero 2, mettendo oltre 2000 metri di dislivello nelle gambe fra giovedì e venerdì e oltre 90 chilometri di bici ieri. Altro che camomilla. Ero pronto. Prontissimo, oserei dire; facevo fatica ad alzarmi dalla sedia e il mio io velleitario mugolava mestamente sotto le bastonate.
Sono restato a guardare quando Mario si allontanava e poi ho rinunciato ad inseguire Flavio; li vedevo, sapevo bene che erano della mia categoria ma le gambe hanno deciso autonomamente di rinunciare a seguirli. A dire il vero, sapevo anche che sul podio c'era posto per tre.

giovedì 30 marzo 2017

La mano sinistra

Racconti che si sentono al bar sport, dopo la seconda birra.
“Dopo diversi anni di matrimonio e tre figli, l'esigenza fisiologica aveva superato la passione coniugale e ripresi confidenza con una vecchia fiamma. La consideravo come una sorta di integratore da assumere con regolarità nelle giuste dosi, in attesa di riprendere una relazione normale. Ci incontravamo nei giorni dispari dei mesi di 31 giorni e in quelli pari degli altri mesi. Incontri brevi, formali, si parlava del tempo; un rapporto nella norma, quasi professionale, come fra paziente e pillola, finché un giorno di qualche anno fa successe un fatto strano: durante la minzione – che è un'operazione che svolgo solitamente aiutandomi con la mano destra – dopo la terza scrollata, lei si è rattrappita in una smorfia di gelosia. Inizialmente non capivo ma, mentre cercavo di far scendere l'ultima goccia, mi è arrivato un ceffone. Ora sto molto attento: mai più di tre scrollatine se voglio evitare schiaffi. Ma non è solo gelosa della mano destra. Quando incrocio una bella donna, devo abbassare lo sguardo per evitare che, di nascosto, nella tasca, mi dia colpi con le nocche o dolorosi pizzichi. La cosa sta perdendo ogni senso logico; doveva essere una storia di passaggio e invece ora mi parla di bambini, di adozione … Mi sta soffocando, per fortuna solo in senso figurato, finora. Minaccia di lasciarmi ma mi segue sempre. Si potrebbe configurare il reato di stalking ma ho difficoltà a denunciarla … e poi mi mancherebbe; in fondo in fondo l'amo, almeno come si ama un bicchiere di buon vino all'ora di cena. Abbiamo fatto pace.”
Con un paio di sorsi, svuota la mezza ichnusa, poi si prende la mano sinistra e la guarda con dolcezza carezzandosi le nocche: “ciao cara, ti aspetto domani sera; vedi com'è pulito il cielo? Verrà fuori proprio una bella giornata”

sabato 25 marzo 2017

Fame!

Ieri mattina ho parcheggiato l'auto davanti al CRS4 e, alle 8 meno 10, ho cominciato a correre.
Obiettivo minimo 40 km e 2000D+, per familiarizzare con la sofferenza in vista dell'ultratrail del Garda dell'8 aprile. Il vento porta umidità dal mare che si condensa nell'aria formando una leggera foschia e addosso bagnandomi i vestiti. Dopo le prime salite sui sentieri nel bosco, supero la linea di cresta e scendo verso il mare, fino alla spiaggia. Il vento viene di là e l'aria pulita del mare mi riempie bocca e polmoni mentre il rumore delle onde che si infrangono sulla scogliera mi riempie le orecchie. Festeggio mangiando un biscotto e un cornetto all'albicocca, poi inizio a risalire verso la montagna.
Quando, dopo il trentesimo, mi sento risucchiare dentro me stesso anche se sono bene allenato, quando vedo il cruscotto appannato anche se sono completamente fuori dall'auto, è fame! Mi gioco il pocket coffee e mi resta una bustina da 30 g. di frutta secca “student mix”. Riesco ancora a godere del fascino della nebbia che nasconde tutto quello che c'è sotto e sul sentiero di cresta sembra di correre in cielo.
Quando torno all'auto per fare il pieno d'acqua, sono al km 36 con circa 1500D+. Devo ripartire. Non c'è più divertimento, solo senso del dovere. Piacere, sono Lorenzo; io e la fatica ormai ci diamo del tu, anche se non ci stiamo particolarmente simpatici. La spia della riserva dei carboidrati è ormai sul rosso e vengono mescolati con percentuali sempre crescenti di lipidi. Sto bruciando questa miscela sempre più grassa, fetida e viscosa che solo l'idea mi fa schifo. Le salite sono più ripide di come le conoscevo, io sono più pesante e spesso mi tocca camminare. Quando il sentiero spiana indugio sempre di più prima di ricominciare a correre. Sull'ultima salita mi salva un gel trovato in un taschino dello zaino. Ultima discesa: le gambe stanno ancora bene ma il senso di disagio è forte. 47 km e 2300 D+, sofferenza metabolizzata, missione compiuta.
All'una e trenta entro al lavoro e, dopo la doccia, pranzo alla macchinetta con un sandwich e una lattina di coca. Scrivo l'abstract per una conferenza ma mi sento ancora a disagio. Conto le monete avanzate e torno in cucina. Trovo una bustina di maionese avanzo di mensa e con 60 centesimi mi compro un pacchetto di crackers che spalmo con la salsa. Alle 19 invio l'abstract ai colleghi e torno a casa. In auto avrei potuto sbranare qualcuno. Appena arrivato a casa, stappo un'ichnusa cruda da 66 e l'accompagno con pane e formaggio. Poi cena. Poi, prima di andare a letto una fetta di torta. Alle 2 di notte mi ritrovo sveglio in cucina ad aprire armadi e frigo, e automaticamente, senza pensarci, mi preparo acqua e limone e un'altra fetta di torta. Alle 6 del mattino sono di nuovo lì, con il cucchiaino nel barattolo del miele.

“Mangia, Mario, mangia. Non lasciare avanzi nel piatto. Pensa che c'è gente lì fuori, oltre il trentesimo, che muore di fame.”

giovedì 23 marzo 2017

Quelli che ...

È interessante andare in macchina. Fino a qualche anno fa mi arrabbiavo spesso, ora molto meno. Oggi mi sono perfino divertito a classificare alcune tipologie comuni di automobilisti.
Ci sono quelli che … “la freccia? Ti sembro frocio per caso?”
Ci sono quelli che … “se sto a 10 cm di distanza dall'auto davanti, arrivo prima che se stessi a 2 metri” (esiste un teorema a proposito)
Ci sono quelli che … “vado ai 50 all'ora perché ho visto un cartello rotondo con scritto “50”” (come se fossero messi lì sul serio … ha ha ha!)
Ci sono quelli che se vedono un'auto della polizia vanno ai 20 all'ora anche se il limite è 90 “vedete come sono buono?” (A velocità più alte gli volerebbe via l'aureola.)
Ci sono quelli che … “un momento, lasciami solo trovare la levetta che comanda gli abbaglianti che te li tolgo dagli occhi … ma dove si è cacciata?”
Poi ci sono i criminali che rischiano di uccidere qualcuno solo per risparmiare 10 secondi del loro cazzo di tempo e con loro non posso non arrabbiarmi.

lunedì 20 marzo 2017

Pocket coffee, scarpe nuove e passione per il territorio - Sea trail Porto Corallo

Le ultime gare – la ronda ghibellina e il trail del marganai – mi hanno soddisfatto solo parzialmente: non per il risultato né per la qualità del percorso o dell'organizzazione ma perché mi hanno lasciato la sensazione che mi sarei potuto divertire di più. I crampi nel finale e le incertezze in discesa – un tempo uno dei miei terreni preferiti – che si sono ripetute identiche nelle due gare mi hanno convinto che devo provare a cambiare qualcosa in vista dei 75 km della gara del Garda.
Quando, alla cassa del supermercato, ho visto i pocket coffee, mi sono ricordato che una ventina di anni prima, durante una gita al monte Genis, gli amici mi chiedevano se avessi portato il pranzo e io risposi di sì; non avendo io lo zaino, mi guardavano stupiti. Nel momento in cui tutti gli altri stavano tirando fuori i panini dallo zaino, io infilai una mano in tasca e tirai fuori una confezione di pocket coffee. All'epoca era il mio unico alimento outdoor, necessario e sufficiente come una condizione matematica, e ho deciso di riprovarlo come integratore miracoloso.
Per recuperare sicurezza in discesa, ho deciso invece di cambiare scarpe e riprovare con la morbidezza delle Hoka in attesa della nuova linea tenderly.
Scarpe nuove ai piedi, pocket coffee in tasca e sono pronto per confrontarmi con i forti amici trailer lungo le sterrate e i sentieri del percorso che Matteo, Gianfranco e i loro amici stanno finendo di preparare in vista del sea trail di Porto Corallo di inizio maggio.
Noto subito che sono animati da vera passione per il loro territorio e dal desiderio di promuoverlo. Per una promozione perfetta, il territorio prima si gira poi si presenta a tavola. Infatti si parte già con la concreta prospettiva del pranzo.
La Sardegna offre una grande varietà di territori di grande interesse naturalistico. La straordinaria varietà di colori della macchia primaverile e delle panadas di verdure, il blu del mare, il giallo della focaccia di cipolle, per esempio, si compongono in un'armonia perfetta e sono espressione della zona di Porto Corallo.
Sul primo tratto di sentiero in ripida salita non riesco a seguire Stefano ed Enrico ma nel finale, dopo due pocket coffee, il miracolo si compie e mi sembra di essere io il più forte.
In discesa, con le scarpe nuove, mi sento di nuovo sciolto e, non avendo paura dei contraccolpi su schiena e ginocchia, mi diverto molto e per qualche decina di metri, provo perfino a seguire Francesco a capofitto nella ripidissima discesa.
Per la maggior parte, il percorso è veloce e si snoda su sterrate che percorrono in saliscendi le colline che costeggiano il mare. Si arriva in spiaggia, il mare turchese mi fa l'occhiolino. Quando le ondine lambiscono la sabbia fanno schiuma come birra. È irresistibile e mi ci butto dentro. Quando vi dicono che il blu è un colore freddo, credeteci; vi garantisco che è vero. È un freddo frizzante, che solletica piacevolmente la pelle accaldata come birra in una gola secca. Avrete capito cosa stavo desiderando e le birre non mancheranno!
Difficile non provare piacere per un territorio quando viene presentato con tanta passione e in Sardegna, nella sua parte migliore, questo desiderio di condivisione si sposa con la tradizionale ospitalità svelando tanti tesori. Oggi Porto Corallo, due settimane fa il Marganai, la settimana prossima Crabarissa, poi Villacidro, Isili, Ogliastra, Baunei, Macomer …

Rientro in auto, ascoltando Mark Laneghan cantare “I hit the city”. La sua voce mi sgranchisce le budella. Mark è uno che se anche ripetesse solo “minchia cazzo, minchia cazzo” resteresti a bocca aperta per come lo dice bene. Sono i titoli di coda che sugellano un'altra giornata di piena soddisfazione.

domenica 12 marzo 2017

Stocasticismo

Le gambe, crampi permettendo, dovrebbero in teoria portarmi senza troppi problemi a correre una cinquantina di chilometri in montagna. Ne voglio approfittare per vedere posti nuovi, o almeno ci voglio provare.
La vita è bella perché è stocastica; per gustarla appieno bisogna evitare di rifugiarsi nell'abitudine, nella strada conosciuta, nella sicurezza di un risultato o di un ritorno a casa.
A Santa Lucia incontro per caso Marta e Alessandra che si stanno anche loro preparando a partire. “Che giro devi fare?” Mi chiedono. “Non so, comincio a salire poi forse, prima o poi, giro a destra”. Poco dopo incontro un bel gruppo di podisti di Assemini che stanno rientrando. Gianluigi mi chiama: “Presidente, quanti chilometri devi fare? 100?” “Non lo so”
Le comodità tendono, con l'abitudine, a trasformarsi in necessità. Da piaceri diventano schiavitù. Ogni tanto bisogna liberarsene per riuscire a risentirne il vero sapore.
La poltrona, per il sedentario, non è un piacere ma una necessità e perfino la corsetta giornaliera se ripetuta sempre uguale può diventare più necessaria che bella e, in questo, poco diversa dal gesto di fumare una sigaretta.
Continuo a salire lungo la facile carrozzabile perché voglio andare più lontano possibile, a vedere posti nuovi, a perdermi in sentieri sconosciuti. Solo dopo 10 chilometri mi concedo una piccola deviazione per immergermi nel bosco e rompere la bellissima monotonia della provinciale.
La più bella delle melodie dopo averci commosso fino alle lacrime, dopo un certo numero di ascolti perde la capacità di emozionarci. Così anche nella vita, l'armonia perfetta sembra un orgasmo ma quando la si raggiunge si trasforma inevitabilmente in placida noia.
Rientro sulla strada risalendo fino al passo. Mi sento stanco ma non ho fatto ancora venti chilometri. In teoria posso andare ancora più lontano. Dopo 2-3 chilometri di discesa finalmente decido che è ora di girare a destra, a cercare i sentieri che una volta, dieci anni fa, avevo percorso in bici.
Quant'è bello sentire i raggi del sole sulla pelle in primavera quando l'aria è ancora fresca e nell'intimità del sentiero mi tolgo la maglietta; sulla pelle si alternano i baci del sole e le carezze del cisto.
Nonostante non conosca quasi per niente la zona, non riesco a perdermi. Il primo sentiero sfiora la carrozzabile in corrispondenza del passo e comincia subito il secondo. Azzecco d'istinto un paio di bivi e sbuco in prossimità di Porcili Isidori. L'imbocco del terzo non è molto evidente ma lo indovino facilmente ed è bellissimo quando si alza percorrendo a mezza costa la verdissima valle, fra rocce e torrenti spumeggianti. A Mitza Fanebas, dopo ore di solitudine, mi trovo per qualche minuto, immerso nella folla di villeggianti venuti a fare un pic-nic. Scappo verso il quarto sentiero; lo trovo sporco: il fondo è pieno di pietre e la vegetazione lo ha invaso, rendendo difficile la corsa. Finalmente, inseguendo la primavera, lascio la retta via per una deviazione luminosa che però in breve si perde fra la vegetazione.
Ne approfitto per stendermi sul prato fiorito e per fare il primo selfie della mia vita. Inseguivo la primavera e l'ho raggiunta. Ritorno sui miei passi ritrovando facilmente il sentiero. Guado il torrente attento a non bagnarmi i piedi ma appena arrivato sull'altra sponda sento che mi chiama; tolgo le scarpe e mi butto nell'acqua freschissima. Il tom-tom mi ha abbandonato già da un po' liberandomi dalla schiavitù del tempo.
Rientro sulla strada. Gli ultimi 10 chilometri scorrono veloci. Il torrente gelato ha la funzione terapeutica di anti-infiammatorio e le gambe sono di nuovo relativamente fresche. Approfitto del fondo regolare per volgere lo sguardo verso l'alto, verso i boschi e le montagne e dopo quasi 5 ore rientro all'auto.
Non esiste “lieto fine”. L'equilibrio perfetto, stabile, si raggiunge solo sul letto di morte. Intanto, se non vogliamo sdraiarci anzitempo sul sudario, dobbiamo muoverci, cercare posti nuovi, nuove persone o nuove sostanze che ci sorprendano e le troveremo solo uscendo dalla pancia della gaussiana, dalle ricette dei libri di cucina o dalle istruzioni della signorina tom-tom.

martedì 7 marzo 2017

Trail del Marganai – Vola solo chi osa farlo

C'è gente estremamente attiva che soffre di intestino pigro. Io sono esattamente al contrario. La mia pigrizia è compensata da un'attività intestinale invidiabile. Anche questa notte, mentre io dormivo, lui lavorava incessantemente. Fuori dall'equilibrio termodinamico, continue transizioni di fase lungo l'isoterma dei 37 gradi, provocavano sbalzi di pressione con conseguenti aumenti di volume e movimenti incessanti. Era come se avessi un motore a vapore nel ventre e fra sbuffi e spinte, anche se cercava di non far rumore, ha finito per svegliarmi.
La sveglia è puntata alle 5 e 10 ma, dopo avere indugiato una mezz'ora fra letto e WC, alle 4 e mezza sono già in piedi.
Quando mi sveglio davvero, mi trovo intorno al quarto chilometro. Mi rendo conto di essere già molto in ritardo rispetto alla tabellina del 5 che mi ero fatto per chiudere intorno alle 5 ore: sono partito proprio piano. La mia lampada frontale, obbligatoria per il passaggio attraverso la splendida grotta di San Giovanni, ha anche l'opzione lampeggiante: “questa la userò per segnalare il cambio di direzione quando vi sorpasserò” avevo spiegato agli amici ma dormivo e ora sono già fuori dalla grotta, l'ho riposta nello zainetto e non ho superato ancora nessuno. Allungo il passo e ne approfitto per scambiare due parole con gli amici che raggiungo: Ivan, Luca, Gianni, poi Teo, K e Giuseppe. Tutti outsider, i favoriti sono spariti davanti. L'asfalto intanto ha lasciato posto alla terra, poi la strada al sentiero e il falsopiano alla salita.
Poi la finestra del bosco si apre e mi affaccio a guardare. Bello svegliarsi qui. Vola chi osa farlo e il coraggio di alzarsi prima dell'alba, sfidando previsioni meteo nefaste e disagi intestinali, è già ampiamente ricompensato dalla bellezza del marganai, dei suoi boschi, panorami, miniere, grotte, monumenti archeologici e naturali.
Comincia la discesa che affronto con grande cautela. Al decimo chilometro, sento già dolorini alla schiena, al ginocchio destro e sotto il piede sinistro. Cerco di evitare di pestare le pietre per non peggiorare la situazione: è presto per soffrire davvero ma mi rendo conto che è impossibile fare un trail di 47 km evitando le pietre. Intanto l'unghia dell'alluce sta come d'autunno sugli alberi le foglie e cade senza un lamento.
Risalendo l'ennesimo dentino dell'altimetria, raggiungo Enrico, anche oggi in crisi. Visto che gli appelli personali non funzionano, vorrei organizzare una raccolta di firme per sostenere la petizione “fermate Enrico Di Cosimo” per convincerlo a non partire troppo forte.
Sono contento. Vola chi osa farlo e affrontare i dolori, le unghie cadenti e i sassi è ricompensato dalla sensazione di onnipotenza che provo volando leggero sulle salite mentre gli altri arrancano. Il podio è irraggiungibile ma sto bene, Teo ed Enrico sono dietro e mi diverto scendendo lungo il bellissimo sentiero che porta al tempio di Antas. Sono a metà strada e al ristoro mi informano che sono risalito fino alla sesta posizione.
Negli ultimi 10 km, il percorso di gara si unisce a quello della 27, partita due ore dopo e della 17 partita 3 ore dopo. Dopo molti chilometri solitari, lungo la salita verso la forestale del Marganai, vedo una bella fila di gente. Dopo quasi 40 km mi sentivo lento e pesante ma, con grande sorpresa, mi rendo conto che, nonostante i 30 km in più sulle gambe, riesco a correre dove gli altri camminano, superando tutti. L'entusiasmo aumenta quando incontro gli amici Tito, Carlo e Sebastiano, che, sapendo che sono al quarantesimo, mi incitano con calore. Ora mi sembra di volare. Starei proprio bene, non fosse per una sensazione di crampo incombente. Si sta ripetendo, pari pari, la situazione del finale di gara della Ronda! Inizio il conto alla rovescia: -10, le contrazioni sono ancora sotto controllo. Al ristoro -9 mangio una banana che sembra attenuare le vibrazioni dei polpacci e mi consente di arrivare senza troppi problemi all'imbocco del sentiero -6 che scende dagli 800 metri della punta San Michele verso i 200 del traguardo.
Vola solo chi osa farlo. Nell' “osare” è implicito il rischio di cadere, soprattutto se non si hanno le ali. Dopo lunghi convenevoli, ecco il crampo. Il polpaccio destro si ribella con violenza. Il dolore, all'inizio sembra insopportabile e mi devo sdraiare per terra per cercare di scioglierlo ma, dopo 10 secondi, 20 secondi, 1 minuto, 2 minuti, 4 minuti di tentativi inutili, sono ancora vivo. Si può sopportare, quindi. Anzi, mi ci sono quasi abituato. È parte di me; è come un cagnolino che ha la cuccia nel polpaccio e dopo 4 ore di sballottamenti comincia a mordere. Forse è passato, penso, ma vedo il polpaccio ancora deformato da un orribile bozzo. Mi aiuta un gentile signore e dopo 5 minuti di agonia finalmente il crampo si scioglie e riesco a rialzarmi. Mancano 4 km e prima con estrema cautela, poi solo con attenzione, riesco a scendere corricchiando fino al traguardo. Arrivo settimo, in 5 ore e 18 minuti. Ho osato, volato, sono caduto, mi sono rialzato e ora sono molto contento. Come me, quasi tutti hanno osato, volato, sono caduti e sono contenti anche se qualcuno è caduto davvero, altri sono arrivati doloranti e moltissimi si sono persi allungando di 1-2 chilometri il percorso di gara. Quando si osa, a volte si sbaglia ma fa parte del divertimento. C'è un magnifico clima di entusiasmo. Dopo un volo così è bello anche atterrare e condividere le emozioni provate, riempiendo e svuotando di birra per 7 volte il mug riservato ai finisher. C'è scritto 7 e io l'ho interpretato così.

mercoledì 1 marzo 2017

Trail del Marganai - preview

Teo mi scrive: “Abbiamo finito ora; 22 lenti, perché ti vogliamo asfaltare domenica prossima.”
“22 lenti, perché siete lenti. Domenica non ci sarà storia.”
Tutti contro tutti. Al Marganai sarà una bellissima sfida con quasi tutti i più forti ultra-trailer sardi a confrontarsi sulla distanza dei 47km. L'anno scorso avevo partecipato alla gara dei bimbi, la 27km, arrivando secondo. Quest'anno mi confronterò con i “grandi”. Ci sono premi solo per i primi 3. Io credo di meritarmi un posto nella top ten ma arrivare sul podio mi sembra praticamente impossibile. Dovrò inventarmi qualcosa in chiave tattica. La maglia termica da 50 euro che mi aveva aiutato a sbaragliare gli amici-avversari alla Ronda Ghibellina ha ormai fatto la sua parte. Dovrò comprare nuovi gadget sempre più costosi e strabilianti. Sto pensando a mutandoni termici a batteria, calze “compression” per controllare gli alieni o quasiasi altra cosa molto costosa … ormai è provato che la sola vista di scontrini a tre cifre dei negozi sportivi fa venire il mal di pancia ad Enrico.
Ma non basta eliminare un Enrico. Ce n'è anche un altro che sta andando più forte di me. Poi ci sono Stefano, Davide, Massimo … per non parlare di Filippo. E quelli da fuori?
Passando al tempio di Antas, chiederò aiuto al “sardus pater babai” che ho sempre adorato per accompagnare carni rosse e formaggi saporiti. Al ristoro, il forte “carignano” metterà in difficoltà stomaci meno pelosi del mio. Poi lo saluterò con reverenza: “babai, sardus pater”, ciaociao.
Indosserò calzette già bucate, per neutralizzare i malefici di Malacalzetta, dove le calze si bucano formando grumi maledetti.
Ma la tattica segreta, quella che so solo io e che non dirò a nessuno, è questa: tutti sanno che le salite, fatte al contrario, diventano discese. Io quindi le farò tutte correndo all'indietro; i D+ diventeranno di meno (D-) e supererò Filippo sfrecciando, nuca in avanti, giù per la salita al monte San Michele. Sarà una gran confusione tattica, peggio della partita di rugby Inghilterra – Italia e, come la nazionale di pallaovale, la userò per finire bastonato dignitosamente.

lunedì 27 febbraio 2017

Volare ...

Forse c'è qualcosa che non va. In tutta una settimana bianca sono caduto solo una decina di volte.
Quand'ero ragazzo, alla mia prima settimana bianca, le cadute erano state almeno un centinaio. Sto forse invecchiando?
Sono caduto 0 volte in sci da discesa. Li ho usati solo per un giorno ma, guidato da Gildo, ho percorso quasi tutte le piste del comprensorio “3 cime” senza cadere neanche una volta. Erano 5 anni che non sciavo quindi le condizioni per qualche caduta c'erano tutte ma questi sci “moderni” sono troppo sicuri ed è quasi impossibile perderne il controllo. Ho provato ad andare troppo veloce, a fare le gobbette, a fare una pista nera, ad andare anche fuori pista per qualche pezzetto ma niente. Nonostante le mie scarse capacità, solo una volta stavo per perdere il controllo: una gobbetta inaspettata mi ha impedito di completare una curva costringendomi alla massima pendenza; il tempo di riprendere l'assetto e la velocità era già salita ben oltre i limiti di sicurezza; un attimo di emozione poi una frenata da acido lattico fulminante mi ha permesso di riprendere il controllo lasciandomi con i quadricipiti in fiamme e il cuore a mille. Un giorno intero senza cadute, quasi tutte le piste fatte, compresa la splendida pista UNESCO che dalla Croda Rossa scende al passo Monte Croce, e per tutta la settimana non ho sentito il bisogno di riprendere gli sci da discesa. Per altri 5 anni sono soddisfatto.
Sono caduto una volta correndo. Correre sulla neve e capire come le tacchettature delle speed cross si comportano a seconda del colore e della lucentezza della neve è divertente. Le mie impronte in certi punti erano più profonde di una scarpa intera mentre in altri tratti erano solo leggere scalfiture nella neve dura: un millimetro di meno e sarei finito per terra. Però, a parte qualche mezza scivolata, ho fatto una sola vera caduta ma è stato un bel volo di soddisfazione, in discesa, con atterraggio alla boeing 747, per lungo, in avanti.
Sono caduto 3-4 volte camminando. Quando il ghiaccio è visibile e occupa tutta la strada, non si può correre. Non basta però camminare attaccati ad una ringhiera per evitare di cadere. Il piede parte e immediatamente il sedere finisce per terra. Belle cadute classiche, soprattutto quelle col pubblico che aspettava fiducioso di vedermi per terra.
Sono caduto 3-4 volte in sci da fondo. Qui, quando comincia una discesa, bisogna valutarne la pendenza. Se si resta nei binari quando si acquista troppa velocità si potrebbe deragliare in curva con conseguenze imprevedibili. Si può allora tentare un'uscita controllata dai binari ma, agli incapaci come me, capita che il primo sci, fuori dal binario, comincia ad allargarsi impedendo di poggiarci su il peso per fare uscire anche l'altro; il triangolo isoscele formato dalle due gambe si allarga fino a che l'angolo con vertice nel sedere diventa ottuso, come dimostra l'impronta stampata per terra. Bellissima la sciata fino al fondo della val Fiscalina e soprattutto il rientro in discesa, di sera su neve mezza ghiacciata, dopo un ottimo pranzo arricchito da un paio di birrone. La pista, ormai chiusa, mi invitava continuamente a lanciarmi senza pensare alle conseguenze. In una quindicina di chilometri ho incontrato solo il gattone delle nevi che mi ha costretto a buttarmi da un lato.
Sono caduto 4-5 volte in slittino, facendo mitiche gare con i ragazzi. È fantastico buttarsi giù per la prima pista della vita, superare tutti in posizione super aerodinamica e quando arriva il tornante chiedersi “e ora come faccio a girare?” Poi, dopo aver sbattuto in velocità contro il parapetto in legno, scoprire con meraviglia di essere ancora tutto intero e ripartire a tutta fino alla prossima curva ...
Il gusto è lì, al limite fra il controllo e la mancanza di esso. È lì che l'adrenalina entra in circolo trasformando il placido bue Lorenzo in un toro da combattimento. Sono quegli attimi da supereroe che lasciano con la palpebra semichiusa e il sorriso ebete.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il ventunesimo dito

Anche oggi, come ieri, decido di uscire sul presto a correre sulla neve per un paio d'ore. Alle 8 sono già fuori, così alle 10 sarò di ritorno, pronto per l'escursione familiare in sci di fondo.
Obiettivo il rifugio “tre scarperi”, nella valle campo di dentro. Ieri, dal crinale del monte Elmo vedevo le cime dolomitiche che sovrastano il rifugio e avevo deciso di andarle a vedere da più vicino.
Si corre bene, prima sulla neve battuta a lato della pista da fondo, poi, entrato nella valle campo di dentro prima sul sentiero poi sulla strada ricoperta di neve. Qualche breve tratto è ghiacciato e fa parte del divertimento continuare a correre provando a non cadere.
Sono vestito come ieri ma qui è più freddo: sul fondo valle di mattina non arriva il sole. In più oggi soffia un bel vento freddo ma ho pensato a tutto. Indosso la maglia termica che mi copre braccia e torace. Ai piedi ho le ottime speed cross che non fanno entrare la neve. Le mani sono coperte da guantini appositi, gli occhi e parte del viso da occhiali da sole. Sento però, fra le gambe, una sensazione di bruciore e mi rendo conto che un unico punto del corpo è rimasto esposto alle intemperie: mi si sta congelando il ventunesimo dito! Indosso un pantaloncino corto senza mutande e la giacca antivento arriva fino al basso ventre ma non copre la zona genitale. In Alto Adige a 1500 metri di quota in un mattino invernale con un vento a -10 gradi, l'ho coperto solo con un sottilissimo strato di lycra! Per paura delle conseguenze di un eventuale assideramento sulle sue funzionalità organiche, lo copro con una mano e mi accorgo che è praticamente annichilito. Tento un massaggino per ripristinare la circolazione ma desisto subito. Ci vorrebbe ben altro. Lo so perché non è la prima volta che tenta la fuga e si ferma solo un attimo prima di sparire del tutto. È successo altre volte, nel finale di ultramaratone. Anche allora avevo tentato inutilmente di ripristinare un aspetto decente per essere presentabile entrando in doccia. Per fortuna non succede solo a me e, da questo punto di vista, le docce maschili post ultramaratona sono molto diverse da quelle dei centometristi, con tutte le dita ancora protese in avanti verso il fotofinish.
Per un attimo mi distraggo guardando la parete imponente della "punta dei tre scarperi”, sempre più vicina, poi penso alle dita dei piedi di Messner, amputate in seguito a congelamento. Ricordo anche racconti di alpinisti che hanno perso qualche dito della mano; in realtà non ho mai sentito racconti di amputazioni del ventunesimo dito per cause analoghe ma forse non se ne parla solo perché è argomento scabroso … Però, anche con la mano destra fissa a coppetta a fare da mutanda, si corre proprio bene. Finalmente si apre il fondo valle in una magnifica piana circondata da pareti dolomitiche ed ecco il rifugio.
Sarebbe bellissimo allungare, facendo il giro della piana; non fosse per quel piccolo particolare starei benissimo ma non ho tempo e voglio salvare l'intimità. Mi giro e inizio la goduriosa discesa balzando leggero sulla stradina innevata. Il vento ora è alle spalle e piano piano torna la sensibilità. È una sensazione dolorosa ma molto tranquillizzante.
Alla fine, ho salvato tutto; senza l'inesperienza di un sardo sulle dolomiti, sarebbe stato proprio magnifico. La prossima volta indosserò mutande di pelliccia.

lunedì 13 febbraio 2017

Nuovi equilibri

Dopo 7 km di prologo con gli amici ultratrailer e un'altra ventina con Paolo e il gruppo dell'atletica Pula, manca l'epilogo. Sono stanco, un po' per il ritmo sostenuto, brillante, anche se intervallato da numerose soste per ricompattare il gruppo, un po' per stanchezza arretrata, un po' per la bottiglia di vino che mi sono scolato ieri sera per mandar giù tutte quelle castagne che mangiavo per riuscire a vuotare il bicchiere. L'ultimo fondo nell'ultimo bicchiere poi aveva un forte retrogusto di zampirone e anche se non sono una zanzara mi ha lasciato un segno a spirale nell'intestino.
Teo, Stefano e K. Decidono di fermarsi e tornare a casa. Resto solo, stanco, completamente fuori zona comfort; sono le condizioni ideali per cercare nuovi equilibri.
La prima salita mi porta, prima su strada poi su sentiero, verso i 500m di Conca Mojo. Non riesco a salire veloce perché mi viene l'affanno. Devo dimenticare il mio ritmo abituale e cercare un equilibrio diverso. Ma quando sono arrivato su pensando che per oggi ne avevo avuto abbastanza e che la strada comoda per la discesa era ormai raggiunta, si è inserito il pilota automatico che al bivio mi ha portato, senza esitare, nell'altra direzione. Come una signorina tom-tom, cerco di ricalcolare una nuova rotta che mi consenta di tornare all'auto col minor sforzo possibile. Ma niente da fare: automaticamente, imbocco il sentiero che allunga salendo ancora nel bosco. La stanchezza mi fa soffrire e non mi diverto più a correre, neanche in discesa, ma non sto male. Quando sono circondato dal bosco, con i rami che mi sfiorano o con i piedi nell'acqua dei ruscelli, mi sento nel posto giusto. Ho raggiunto un nuovo equilibrio fra sofferenza e piacere che mi potrebbe portare avanti quasi all'infinito. In altre tre occasioni mi ha portato a scegliere non già la strada più comoda ma quella più bella, senza esitare, come se ci fossero le indicazioni segnaletiche di una gara. È l'equilibrio che cercavo, non solo per raggiungere lo zen, ma soprattutto per raggiungere traguardi altrimenti impossibili.
Sì, perché non si può sperare di raggiungere un traguardo dopo 60, 90 o più chilometri senza mai andare in crisi. Dopo ogni crisi bisogna cercare un nuovo equilibrio e io sono contento perché oggi ne ho trovato uno buono, di quelli che trascinano in avanti.

giovedì 9 febbraio 2017

compleanno


Un altro anno compiuto e sono 52. È tempo di bilanci.

Se il mio obiettivo fosse vivere il più a lungo possibile direi che ho compiuto un passo avanti. Più che alla quantità, però, punto alla qualità, a vivere nel miglior modo possibile. Più che al numero di respiri, alla loro profondità e anche su questo direi che è stato un anno proficuo.

Ma l'uomo è un animale sociale e se volessi meritarmi il paradiso, oltre a godermela, dovrei puntare a trasmettere un alone di benessere anche a chi mi vive intorno. Certo su questo potrei migliorare e ci sto ancora lavorando. Basterebbe, per esempio, un gesto semplice come lavare le nike che spesso uso anche in ufficio, per migliorare sensibilmente le qualità organolettiche del mio alone.

Ma basta un alone? L'uomo, ambizioso per natura, vorrebbe lasciare un segno del suo passaggio nell'universo; un piccolo passo verso il progresso che compensi, almeno in parte, il fatto di aver trascorso una vita a trasformare ottimo cibo in merda e CO2. Non un alone effimero, quindi, non un'impronta nella sabbia destinata a sparire insieme a lui ma una piccola impronta fossile. E se non può lasciare il segno personalmente, vorrebbe almeno generare un figlio che possa lasciare il segno o che, se non riuscisse a lasciare il segno personalmente, almeno generi un figlio che …

Io non so se voglio lasciare un segno, forse un alone effimero mi basta. Forse è meglio vivere bene e, quando è ora, andarsene via, senza sporcare. Non ne sono sicuro. Fra 365 giorni ci ripenserò e troverò la soluzione a questo dilemma esistenziale. Intanto, per sicurezza, un paio di figli li ho generati e potrò concentrare il mio impegno nel godermi, il più possibile, un altro anno di vita. Prosit, e che il mio alone sia con voi!

martedì 7 febbraio 2017

Villacidro skyrace - prova percorso

Sabato ho provato, per voi, il percorso di gara della Villacidro Skyrace del 9 aprile. Per capire le sensazioni di un runner di medio livello, ho portato la mia controfigura: un podista anzianotto irrigidito dalla ronda.
Contento di rivedere gli amici, anche se assetati di vendetta. Lascerò che si sfoghino contro questo pupazzo che mi assomiglia.
Sulla prima salita di “riscaldamento” al 30%, Zac guida con una corsetta leggera. Enrico e Teo lo seguono con lo stesso passo. Io penso “sono pazzi” e arranco dietro camminando. Continuo a pensare: “li lascio stancare poi li supero” Per un po' riesco a tenere la loro andatura, poi cedo qualche metro, finché si fermano ad aspettarmi. In termini tecnici, mi stanno “asfaltando”. Dopo una breve discesa, si segue il profilo orografico: la via più naturale per non bagnarsi i piedi nel rio coxinas è seguire la linea di cresta. Non siamo pesci, siamo aquile e voliamo sulle creste di Monte Omu, punta Margiani e Santu Miali. Sempre più in alto. Si corre obliqui, piegati dal vento a 50 km/h e da pendenze al 30%.
Profumo di timo selvatico riempie il naso, balsamo per i polmoni scoppiati, viste aeree riempiono gli occhi dalle creste spoglie. Pietre riempiono i piedi. È terreno per capre; non avendo portato le ali, l'ideale sarebbe avere quattro zampe motrici.
Ultima discesa. Inseguo a distanza Zac e Teo che scendono come fulmini sul sentiero pietroso. Io soffro ma cerco di non farmi staccare troppo. Enrico mi sta dietro e in certi tratti mi sembra che si stia staccando. Poi mi spiegherà che stava dietro e a distanza di sicurezza perché aveva paura che gli cadessi addosso. Piedi, caviglie, ginocchia e cosce sono irrigiditi dalla stanchezza in parte residua dalla ronda, in parte fresca di giornata e il mio passo è insicuro. Mi rendo conto che qualche incapace qui potrebbe cadere e decido di provare per loro la qualità del terreno in caso di caduta. Inciampo col destro su una pietra e Enrico mi vede per terra. Se lo aspettava: “ecco, lo sapevo” ma non riesco a cadere. “Tranquillo, sono abituato a questi mezzi inciampi” ma nell'ultimo tratto pietroso, già in vista del paese, riprovo e questa volta finisco per terra, sulle pietre. La sensazione è di terreno duro, non troppo abrasivo ma contundente. I punti di contatto con le pietre del suolo lasciano una sensazione intensa di “legnata con bastoni di rovere” che sfuma lentamente lasciando un retrogusto di bastonata di mandorlo. Mi rialzo subito ma ho dolori al ginocchio e alla caviglia e scendo piano piano scortato da Enrico e Teo mentre Zac va avanti a prendere l'auto per risparmiarmi l'ultimo tratto di asfalto in paese. Che umiliazione. Ritiro in prova percorso! Teo ed Enrico, almeno in apparenza, si sono presi una bella rivincita. Tranquilli, quello che hanno asfaltato non ero io ma la mia controfigura. Io tornerò in tutto il mio splendore per la prossima gara al Marganai.

In conclusione, percorso bellissimo e molto duro, l'ho sentito sulla pelle. Le difficoltà non vanno sottovalutate e qualche incapace potrebbe anche cadere. Riservato agli amanti della montagna che verranno ampiamente ripagati dalle sofferenze e agli amanti della sofferenza che godranno a sbattere contro la durezza della montagna.

venerdì 3 febbraio 2017

Ronda Ghibellina

Alla partenza, i miei obiettivi erano chiari:
  1. arrivare fra i primi tre della squadra per dimostrare di non essere solo una mascotte
  2. arrivare fra i primi 5 vecchietti ultracinquantenni per salire sul podio e conquistare il sacchetto
  3. battere il molise nella classifica delle regioni
  4. raggiungere entro 5 ore e mezza il boccalone di birra riservato ai finisher
  5. ultimo ma più importante di tutti: divertirmi!
Il molise, forse per paura, non si è neanche presentato; quindi, l'obiettivo numero 3 è stato raggiunto senza colpo ferire.
La mattina è bella ma fredda. L'ideale per provare la maglia termica comprata il giorno prima. Con 50 euro di maglia termica, vuoi che non riesca a battere Teo e la sua maglia decathlon da 20?
Mentre Enrico si scalda correndo con i top runners, noi ci scaldiamo col calore umano della folla ammucchiata dietro la linea di partenza. Lui partirà veloce, come al solito e sono sicuro che non lo vedrò più fino al traguardo. Noi si sta come spumanti a capodanno: conto alla rovescia, qualcuno toglie il tappo e sgorghiamo.
Scena prima. Strade di Castiglion Fiorentino. Si corre in salita verso il centro del paese. Diego mi supera a gran velocità. Non vedrò più neanche lui, penso. Stefano mi ha superato poco prima e Teo è partito davanti. Sono ultimo della squadra maschile. L'incubo “mascotte” si sta realizzando. Tengo lo sguardo attaccato a Teo, non è lontano e ci giocheremo i posti di mascotte e portaborse. In un tratto di leggera discesa lo raggiungo e supero con uno sguardo di sfida. Ricambia lo sguardo ma non mi segue. Sposto lo sguardo su Stefano, l'unico dei nostri ancora in vista. Si passa nella bella piazza del paese ma ho occhi solo per lui e lo vedo allontanarsi.
Scena seconda. Km 4. Ora siamo nel bosco, su un sentiero in ripida salita. È difficile superare ma stare in coda non mi piace e colgo ogni occasione buona per passare qualcuno. Poco avanti a me ecco di nuovo Stefano; lui sta buono in fila, è prudente e conserva energie per dopo; io non penso al futuro, sono qui, ora, vivo, mi diverto e lo raggiungo. Un saluto, una mano sulla spalla e supero anche lui.
Scena terza. Ristoro del km 17. “Ciao Lorenzo” “Ciao Diego, non ti avevo riconosciuto! Cosa fai qui? Ti sei fermato a mangiare?” “Sì ma ora riparto”. Riparto anche io. Poco dopo, in salita, inserisco la spinta dei glutei, lo supero e lo perdo di vista.
Scena quarta. Sono quasi al trentesimo chilometro.“Oh Lorè” mi volto e dietro di me si materializza Enrico. “che ci fai là dietro??” “Mi sono dovuto fermare per problemi intestinali, è la terza volta”. “Allora sono primo dei sardi!” Io vado a passo costante. Enrico invece alterna momenti in cui va piano ad altri in cui corre veloce. Ho ancora buone gambe, sono un po' doloranti ma obbediscono e quando Enrico accelera, provo a seguirlo aumentando un po' il livello di sofferenza e ci riesco. Quando poi rallenta, lo supero. Continuiamo così, alternandoci per qualche chilometro. Mi diverto perché sto bene … forse qualcuno non capisce come si possa stare bene soffrendo, ma è così.
Scendendo sul fondo erboso di in un frutteto, lo vedo un po' rigido e lo supero. Lungo la successiva salita forzo leggermente il passo, mi volto e non lo vedo più. Mi sento un drago. L'orsetto di peluche questa volta ha staccato, con le sue zampette pelose, uno alla volta, tutti i componenti della squadra.
Scena quinta. Astronave “Nostromo” in rotta veloce verso il traguardo con a bordo i 5 obiettivi. Lasciata la strada si entra nel bosco. Il terreno è morbido e correrci sopra è una goduria. Non c'è sottobosco e si corre in piena libertà, su fondo naturale, slalomando fra alberi e rocce. Starei proprio bene, non fosse per una strana sensazione di alieni sottopelle che tentano di uscire. I polpacci si stanno per ribellare e cominciano a tremolare scossi da piccole contrazioni estemporanee. Mancano meno di 10 km e nel punto in cui il sentiero esce dal bosco per ritornare sulla strada, arriva il primo crampo duro. Mi devo fermare per scioglierlo. La battaglia con l'alieno dura una ventina di secondi e riesco a domarlo. Riparto con grande cautela. Dietro non arriva nessuno. Progressivamente riesco ad accelerare anche se sento una nidiata di xenomorfi che mi cresce nei polpacci. Si sale di nuovo e riesco anche a raggiungere un ragazzo più in crisi di me. Mi accorgo che la maglia da bici è bagnata di sudore e che la borraccia con i sali è ancora piena. Non è la prima volta che faccio questi errori. È un po' tardi per rimediare ma ci provo. Sfilo la maglia e, a piccoli sorsi, comincio a svuotare la borraccia. Piccole contrazioni si alternano su entrambi i polpacci. Devo correre come un tapascione per non usarli e non svegliare i bebè xenomorfi che stanno sonnecchiando là dentro. Cerco di atterrare col tallone ma non mi viene naturale e le forzature stimolano ulteriori contrazioni. In discesa, basta un piccolo inciampo del piede destro, per svegliare, nel polpaccio sinistro prima ancora di toccare il suolo, il secondo crampo duro. Mi devo fermare di nuovo per scioglierlo e ripartire con ancora maggior prudenza. Ecco l'ultimo ristoro. Chiedo sali. Mancano 5 km quasi tutti in discesa. Prima guardavo solo in avanti, ora mi guardo sempre indietro ma non si vede ancora nessuno. Altra contrazione del 4 grado richter. Mi fermo e questa volta si scioglie subito. Mi volto ancora. Immagino Enrico e Stefano che sopraggiungono a tutta. In una situazione molto simile, al trail dei cervi, Stefano mi aveva soffiato il secondo posto assoluto superandomi nell'ultima discesa come un falco. E Diego? E Teo? Se sarò costretto a rallentare ancora, perfino Teo potrebbe superarmi e dal trionfo passerei alla gogna di mascotte a vita. Come un bambino stanco dal viaggio chiedo in continuazione: “Babbo, quanto manca? Fra quanto arriviamo?” Ad ogni persona che incontro faccio la stessa domanda. 5000 2000 1000 … mi volto sempre più spesso. L'ultimo chilometro inizia con un passaggio in bilico su un argine. Il passaggio è stretto e irregolare e arriva un altro morso. Gli alieni si stanno espandendo: dal polpaccio sono arrivati alla coscia e me la stringono fra i denti. Non so come liberarmi, provo a continuare camminando ma mi devo fermare. Riesco ad indovinare la posizione giusta e mollano la presa. Si torna su strada e torno a correre. Mancano 100 metri, ormai è fatta! Ecco l'arrivo. Sono 41esimo su quasi 500 partenti, terzo su quasi 100 di categoria, primo della rappresentativa sarda, 5 ore e 9 minuti. Mi riempiono un bel boccale di birra e Matteo e il padre mi accolgono festosamente. Ci sarebbe da essere raggianti ma l'ultima penosa ora ha lasciato il segno. Mi è mancato, nel finale, l'obiettivo 5, il più importante e mi ci vuole un po' a realizzare quanto mi fossi divertito prima.
Enrico arriva 2 minuti dopo di me e Teo e Stefano arrivano insieme a 5 minuti. Diego arriverà un po' più tardi attardato da un'infiammazione. Poi K, Maria Vittoria e Martina. L'ego intanto comincia a gonfiarsi e si gonfierà così tanto che continuerà a sfiatare per buona parte della notte.
Anche oggi, dopo 5 giorni, ogni tanto, mentre sto qui a scrivere, uno sbuffetto d'ego mi fuoriesce dal colon.

mercoledì 1 febbraio 2017

Ronda Ghibellina - La vigilia

All'aeroporto di Pisa, sono con Teo, Enrico, e Martina della rappresentativa sarda, Tito che accompagna Martina e Rossano, anche lui in viaggio per la Ronda. “Rossano, vai pure con Tito e Martina, che ci sono Stefano e K che ci aspettano fuori”. Stefano è fuori dall'aeroporto, ma molto fuori. È ancora in liguria e questo innervosisce Teo. Come mascotte, tento di convincere Teo che tutto è a posto e al massimo in un'ora e mezza arriveranno a prenderci.
E infatti, dopo 90 minuti di piacevole soggiorno all'aeroporto Galileo Galilei, arrivano e finalmente si parte per Castiglion Fiorentino. Salgo in auto con Tito, Martina e Rossano che ci avevano aspettati.
La signorina, alle rotonde non dice mai di andare dritto; per paura che qualcuno possa prenderla alla lettera e seguire il diametro, dice: “prendere la seconda uscita per proseguire dritto”, così è più chiaro. Al casello dell'autostrada è sempre lei, la stessa voce, che ci dice dove infilare la scheda. Tito obbedisce. Tutti obbediamo. Senza accorgercene, siamo entrati nella dittatura della signorina tom tom.
Sbagliamo direzione, imboccando la A1 verso Bologna invece che verso Roma. La signorina si irrita perché non la stavamo ascoltando e si vendicherà. Spero solo di non sbagliare domani ad imboccare le scarpe A1 calzando la destra sul piede sinistro, né ad imboccare il percorso di gara.
Ho spento il telefono, e quando lo riaccendo, non ricordo il codice. Non l'ho dimenticato abbastanza da rinunciare e quindi tento tutte le permutazioni dei numeri 567, una volta più dei tentativi ammessi. “Rivolgersi al gestore”, mi scrive la signorina. Sarò off-line, senza telefono né internet fino a lunedì, ma almeno mi sono liberato dalla mia signorina personale; in auto però ce ne sono altre tre che si divertono a prenderci in giro: prima ci indirizzano su strade improbabili – mai più di un km e mezzo sulla stessa strada – poi, trattenendosi dal ridere, annunciano: “siete arrivati a destinazione”. Guardiamo esterrefatti. Il punto gps inviato da Matteo per la cena risulta al centro di un campo di foraggio. Non siamo mucche! Ho capito, è una caccia al tesoro. Qui infatti ci viene trasmesso un nuovo punto. Non male come inizio. La mascotte non sono io, dev'essere salita nell'altra macchina visto che gli altri sono ormai seduti a tavola.
Quando arriviamo al palazzetto sono quasi le 9 di sera. I gamberoni del pranzo sono ormai digeriti e me ne rimane solo il profumo sulle dita che ogni tanto passo sotto il naso per ricordo. Grattiamo il fondo delle pentole del pasta party e incontriamo Matteo con il padre e Diego, il fortissimo oriundo, ora residente in val d'Aosta, che l'anno scorso ha finito il mitico Tor des Geants. Mi presento: “Ciao, io sono Lorenzo, la mascotte della squadra”. Diego resta serio. Forse sembro davvero una mascotte. “Teo, prendi la borsa al signor atleta Diego” Ho scelto il ruolo di mascotte perché portare le borse potrebbe farmi male alla schiena. Ma forse portare fortuna è ancora più pesante: non ne sono proprio capace, non riesco a portare fortuna, oggi è stato un disastro. Devo trovare un altro ruolo. Non mi resta, domani, che trovare il modo di sembrare uno degli atleti.

mercoledì 25 gennaio 2017

Equilibrismi – Ronda Ghibellina preview

Esercizi d'equilibrio, danzando sul filo sottile fra il troppo e il troppo poco, fra il mal di schiena e il ben di schiena, fra il bene e il male, fra salite-forza-resistenza (SFR) e salite lato-oscuro-della-forza-resistenza (SLOFR).
Un mese fa ero bloccato dal mal di schiena e preparare un ultratrail in meno di 4 settimane, rispettando la gradualità e puntando verso l'alto è una cosa che … faccio sempre! Sardinia ultramarathon in 4 settimane, ironman in 4 settimane … Sono il re degli equilibristi, del “tutto in un mese” e non c'è motivo perché non funzioni anche questa volta. Vi prego però, non spostate quel telo!
Cantiamo, tutti insieme, l'inno velleitario:
“Comunque vada, che vinca o che perda …
ne uscirò a testa alta …
ma è andando a testa alta che si pesta la merda”

mercoledì 18 gennaio 2017

Dimostrazioni

Ci sono un sacco di cose che potrei dirvi e non vi dico; non vi avrei neanche detto che avrei potuto dirvele se non volessi dimostrare che non devo dimostrare niente a nessuno.
Guardando bene, vedrete che non mi faccio vedere e non mi avreste proprio visto se non volessi dimostrare che non devo dimostrare niente a nessuno.
Poniamo, per assurdo … lasciamo perdere. Ora vado a cagare.

domenica 15 gennaio 2017

Giro dei 6 sentieri

Alle 7 e 20 suona la sveglia. Fuori è quasi buio. Si vedono però le gocce di pioggia che sbattono contro la finestra spinte dal forte vento e quella vista mi fa venire un brivido di freddo nonostante sia ancora sotto le morbide e calde coperte. Fosse per me, mi sarei voltato dall'altra parte per dimenticare quella vista e cercare il calore sotto le coltri ma ho appuntamento con Teo ed Enrico. Controllo invano il telefono per vedere se ci siano messaggi di rinuncia. Se Teo non molla, non sarò io quello timoroso! Mi preparo. Arrivo a Santa Lucia con 5 minuti di ritardo e Teo è lì che aspetta in auto da solo. Ha lasciato il bambino Enrico a casa con la febbre. Fuori continua a piovere deciso. Prendiamo un po' di tempo entrando in un bar per caffé e cornetto. Il divanetto è comodo, il banco dei dolci è ancora pieno e argomenti di conversazione basterebbero per passare una gradevole mattinata ma Teo scalpita. Quando partiamo sta ancora piovendo. All'ingresso dell'oasi non c'è ancora nessuno. L'Oasi è chiusa per “allerta meteo” mi diranno. Siamo qui, almeno proviamo a partire, poi se avremo troppo freddo torneremo indietro. 2 o 300 metri e inizia il sentiero che sale subito ripido nel bosco. Sono bardato con abbigliamento tecnico michelin e, a parte le dita delle mani che escono dai guantini estivi da bici, non soffro il freddo. Un po' d'acqua penetra ma prima di attraversare tutti gli strati si riscalda. Scendiamo al bellissimo roccione di “sa rocca lada”. Anche qui, come ad ogni bivio, facciamo un rapido check up per verificare eventuali stati di assideramento ma fino a qui va tutto bene e riprendiamo a salire. Via via la pioggia si dirada e diventa sempre più leggera … sembra quasi … è neve! La neve in Sardegna è speciale perché si mischia col suo candore alla macchia multicolore, sempre vitale anche d'inverno. È divertente correrci sopra, 5 centimetri di morbidezza che si aggiungono a quelli della suola delle mie Hoka. Le nostre impronte sono le uniche umane su questo pianeta. Sul sentiero bisogna fare un po' più attenzione per i sassi nascosti ma ci divertiamo come bambini.
Quando arriviamo ad arcu Marrocu, non nevica più e un pallido sole illumina il magnifico paesaggio reso straordinario dalla neve; è il momento delle foto! Con queste vedrai quanti “like” riusciremo ad avere!
Gli 8 chilometri dell'ultimo sentiero sono tutti in equilibrio sulla cresta che segna il confine dell'oasi. Di là i cani stanno inseguendo qualche cinghiale che, per fortuna, non siamo noi.
Dopo 3 ore e mezza siamo di ritorno alle auto. Per la prima volta ho fatto il giro di tutti i 6 sentieri dell'oasi WWF di Monte Arcosu. 25Km molto belli e tecnici con circa 1500m di dislivello. Il trail ideale per non farsi sparare troppo in una domenica di caccia grossa. Diventerà un classico ma oggi la neve l'ha reso unico e irripetibile.
Se fossi stato una persona appena ragionevole mi sarei perso tutto questo e avrei anche pensato di aver fatto bene a restare nel letto a godermi il tepore di piccoli peti.

mercoledì 11 gennaio 2017

No! La mascotte no!

È ufficiale, il coach Matteo mi ha selezionato per far parte della rappresentativa sarda al trofeo delle regioni di ultratrail.Il trofeo funziona così. Si articola in 3 tappe: il 29 gennaio in Toscana la “Ronda Ghibellina” di 45 km con 2500m di dislivello. L'8 aprile la “Bassa via del Garda – BVG” di 75 km con 4400 m di dislivello e il 21 ottobre il “Ultra Trail del Lago d'Orta – UTLO” di 90 km con 5800 m di dislivello. Ad ogni tappa, i primi 3 migliori tempi della rappresentativa verranno sommati per stilare la classifica. Mi fa davvero piacere partecipare, sia per la soddisfazione personale che dà un simile riconoscimento, sia per l'orgoglio di rappresentare questa bellissima terra a cui ormai sento di appartenere.
Ma perché Matteo ha scelto me?
Forse ci potrebbe anche stare. All'UTSS ero arrivato primo dei quasisardi. In squadra, però, ci sono anche 2 quasiquasisardi, Stefano ed Enrico che lì erano arrivati un'ora prima di me. Poi c'è l'oriundo Maurizio e il grande Filippo che sono ancora più forti. Forse allora mi ha scelto per il ruolo di capitano, il veterano, quello che fa le previsioni meteo con la schiena, che incoraggia tutti con frasi tipo: “siamo nelle mani del destino, moriremo tutti” … no, c'è il comandante Gianni che fa tutto ciò meglio di me. E a me, che ruolo rimane? Se fossi più grasso potrei stare in porta o se fossi più piccolo, l'omino dell'ascensore.
Perché, allora mi ha scelto? Che qualità avrei, oltre alla peluria che sembra quella di un peluche? No! La mascotte no! C'è Teo per questo! Adesso vanno di moda le mascotte depilate e pelate da carezzare sulla testa; è lui la mascotte!
Per dimostrare di non essere io, dovrò arrivare fra i primi 3 della squadra, contribuendo così alla classifica, in almeno una delle tre tappe e senza fare sgambetti ai miei compagni, se non per sbaglio. Intanto la Ronda Ghibellina è già molto vicina. La vedo davvero dura ma ci proverò con la solita velleità. Non sono un orsetto di peluche e riuscirò a dimostrarlo! Forza Sardegna! Avanti tutta ragazzi, andiamo a battere la Lombardia! Andate avanti voi, che io intanto vi guardo le spalle dal Molise. Vieni anche tu, Teo; vieni qui che ti do una carezzina sulla testa.

giovedì 5 gennaio 2017

Tramonti intestinali

Ho dimenticato la categoria dei “finisher” per i quali l'unica cosa importante è tagliare il traguardo; il tempo è irrilevante. Neanche la medaglia serve. È una grande soddisfazione interiore e non ha bisogno di simboli materiali anche se una bella foto al traguardo non guasta mai e pubblicarla su
FB li aiuta ad interiorizzare.
Sono quelli del “ce l'ho fatta!” che taglierebbero a braccia alzate anche il traguardo dei 100 metri in sessantordici secondi.
Io? Passare il traguardo è un attimo, un bellissimo attimo ma dietro c'è un lunghissimo percorso sia di gara che di allenamento ed è soprattutto quello che mi voglio godere. Poi, quando FB mi chiede “A cosa stai pensando?”, mi viene da sedermi sul water per esteriorizzare. Se invece devo proprio interiorizzare mi faccio una colonscopia col selfie stick. A proposito, ne ho due o tre che sono venute una meraviglia! Tramonti intestinali. E poi si risparmia una bella cifra sul ticket.

Propositi per l'anno nuovo

I ragazzi sono contenti che io vada con loro. Ho promesso che farò le previsioni del tempo con la schiena. A questo servono gli anziani.
Ho sfruttato questi giorni di chiusura di inizio anno del CRS4 per farmi visitare dal medico. Era un annetto che non ci vedevamo. Quando gli ho detto che ero lì per il mal di schiena si è messo quasi a ridere. Poi, quando gli ho chiesto per quanto tempo dovrò prendere le pasticche per il cuore mi ha risposto “per i prossimi 50 anni”.
Penso che il prossimo anno a babbo natale, invece delle solite ruote per la bici, chiederò una bella pasticchiera. Il massimo sarebbe una di quelle a tre scomparti per separare le pillole del mattino da quelle del giorno e dalla suppostina serale.
Il dottore mi ha dato il permesso di correre e quindi mi unirò ai ragazzi della rappresentativa “quasisarda” per il Trofeo delle Regioni di ultratrail. Prima tappa in toscana per la Ronda Ghibellina del 29 gennaio. Credo che mi dovrò comprare un bel bastone che mi han detto che c'è da camminare …