mercoledì 21 giugno 2017

Paziente

Introspezione; per l'analisi della mia interiorità, servono tecniche di visualizzazione molto avanzate. Dopo le onde acustiche dell'ecodoppler, per vedere ulteriori dettagli del cuore, mi hanno prescritto una NMR. In pratica, si viene immersi in un fortissimo campo magnetico rotante che induce la rotazione dello spin dei protoni all'interno dei tessuti sotto osservazione. Si tratta dello stesso principio per cui, quando lo stimolo irritante si ripete in risonanza con il giramento delle palle, i genitali cominciano a ruotare vorticosamente (su wikipedia fanno l'esempio dell'altalena ma è meno appropriato, in quanto trattasi di movimento rotatorio). Per accedere a questa tecnologia avanzatissima, bisogna passare dal sistema sanitario ed è qui che l'esempio riportato sopra appare ancor più calzante.
Per prenotare la visita, telefono al centro unico prenotazioni (CUP) dove, dopo 5 chiamate, riesco a parlare con una gentile signora, la quale mi informa che quell'esame specifico si prenota chiamando direttamente l'ospedale. Mi dà due numeri di telefono. Al primo, risponde la voce stridula di un FAX con cui non mi trattengo molto a lungo in conversazione. Al secondo, dopo una lunga attesa, risponde una persona umana che mi dà un terzo numero. Dopo alcune chiamate, finalmente mi rispondono. “No guardi, dovrebbe chiamare direttamente in reparto. Le do il numero”. Chiamo il reparto. “No, deve chiamare lo 070 …., è l'ufficio che gestisce le prenotazioni” “è il numero che ho appena chiamato e da cui mi hanno dato il suo numero” “riprovi”. Richiamo il numero precedente. “Sono ancora io. Dal reparto mi hanno detto che il numero per le prenotazioni è questo” “No guardi, questo è il centralino a cui la chiamata è stata ridiretta perché il numero del servizio prenotazioni non è più attivo” “ah” “eh, sa, la sanità è allo sbando” “... questo dovevo dirlo io! … mi ruba le battute?” “Provi a richiamare in reparto e gli spieghi quello che le ho detto”. Richiamo il reparto. “No, guardi, le prenotazioni si fanno al numero che le ho dato” “ne è sicura?” “Sicurissima. Forse stasera l'ufficio è chiuso, riprovi domani”. Proverò a richiamarli domattina.
La mattina dopo provo a richiamare ma non risponde nessuno.
E la mattina dopo.
E la settimana dopo.

Sono un paziente del resto e aspetto. Mi viene da cantare la bellissima “waiting room” dei Fugazi. “totatatan tatatita tum” il giro di basso entra in perfetta risonanza magnetica col giramento di coglioni. Poi parte la voce: “I'm a patient boy, I wait, I wait, I wait, I wait”

E la settimana dopo.

Dopo oltre un mese, capisco che qualcosa non va e decido di andarci di persona. Magari sono morti tutti e nessuno se ne è accorto.
Prendo un caffè e un cannolo al bar e seguendo le frecce gialle che mi guidano lungo un divertente labirinto, raggiungo il mitico ufficio CUP dell'ospedale Brotzu. Allora esiste! E non c'è puzza di cadavere; sono tutti vivi! Perché, allora, non rispondono mai al telefono? Dopo una ventina di minuti di fila, gestita alla grande da un modernissimo sistema “elimina code” arriva il mio turno, allo sportello 1.
“Mi tolga una curiosità. Se vi dovessi contattare telefonicamente, che numero dovrei fare?”
“Guardi …” Si gira con le braccia allargate come a spaziare tutto l'ampio ufficio “vede telefoni?”
Seguo con gli occhi spalancati dallo stupore il movimento delle sue braccia. Ecco perché non rispondeva nessuno! Chiarito il mistero: sulle 10 scrivanie dei 6 sportelli dell'ufficio CUP del Brotzu non c'è neanche un telefono. Siamo alla modernità 2.0. Pare che il buon vecchio Meucci abbia inventato un apparecchio che permetterebbe alle persone di non fare 30 km in auto solo per parlare con qualcuno … sono passati solo 150 anni: ci arriveremo. Certo che ci arriveremo. Basta essere pazienti.
“totatatan tatatita tum tum tum”
A proposito: l'esame è fissato per il 17 maggio 2018.
“I wait, I wait, I wait, I wait”.

lunedì 19 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – immigrazione e ius soli

Petto villoso e q.i. sono molto fuori moda. Pensavo di depilarmi il q.i. ma poi ho deciso di lasciar perdere e depilarmi dentro, radendo i villi intestinali e i peli dello stomaco. Col q.i. peloso ma senza peli sullo stomaco sono pronto a sputare benzina su un tema caldo.
Gli aspetti interessanti sul tema dell'immigrazione sono davvero tanti. Oggi mi limito ad esaminarne uno, quello culturale.
Il principio di conservazione vale a molti livelli diversi: da quello individuale (morire il meno possibile) a quello della specie (vietato estinguersi). Fra i livelli intermedi, il più importante è sicuramente quello della conservazione della cultura. Per intenderci, una cultura che porti i valori del benessere senza quelli della conservazione è quasi sicuramente destinata ad essere sopraffatta da culture più “barbare”. Per fare un esempio attuale, potrebbe essere pericoloso accogliere tutti se poi non si è in grado di insegnare la cultura dell'accoglienza e della tolleranza a coloro che vengono accolti. Però, rinunciare alla civiltà diventando barbari (razzisti-xenofobi-cattivi come bestie che fiutano il pericolo) per difendere la civiltà dai barbari sarebbe idiota come suicidarsi per non morire. Si deve allora proprio scegliere se diventare peggio degli estremisti islamici o lasciarsi estinguere con dignità? Secondo me, no.
Ricordiamo il principio di conservazione: “dato un insieme A, un'azione è buona quando, come conseguenza di questa azione, il numero di elementi di A aumenta”. Quando A è una cultura, per aumentarne gli elementi e conservarla ci sono due vie: la via demografica e quella dell'integrazione. In particolare, se A è la “cultura umanista occidentale”, la via demografica è intransitabile già da qualche decennio. L'unica strada rimasta è quindi quella dell'integrazione culturale, in cui si recepiscono le parti positive della cultura di chi arriva, arricchendo così quella di chi ospita (penso, per esempio, a cucina, arte, … ) restando fermi sui princìpi fondamentali dell'etica umanista velleitaria ovvero sulla cultura del “vivere bene”.
Come questo possa essere realizzato in pratica, non lo so bene. Integrare i bambini con l'istruzione scolastica e il senso di appartenenza sociale – anche attraverso la cittadinanza dello ius soli – è così ovvio che non vedo chi possa sostenere il contrario. Il problema potrebbero essere gli adulti, soprattutto quando i flussi migratori sono così importanti. Dare esempio di civiltà è sicuramente più efficace che dare esempio di inciviltà, come fanno molti buzzurri, e potrebbe servire ad isolare gli estremisti ma potrebbe non bastare quando si hanno di fronte culture aggressive e con alta capacità di penetrazione. È un tema difficile ma è su questo che dovrebbe concentrarsi l'attenzione e il dibattito. Il resto è ciancia.
Ecco. Ho sputato. A proposito, qualcuno si lamenta che gli immigrati sputano troppo … beh non più di me!

venerdì 16 giugno 2017

Ariani

Dopo i vegetariani, i vegani; dopo i vegani, gli ariani … ecco l'ultima evoluzione del pensiero vitalista: gli ariani, ovvero coloro che sostengono che ci si debba nutrire di pura aria. Per saperne di più, intervisto per voi Libero Pisello, ariano praticante. “Non pensiamo solo alle mucche e ai polli. Voi non immaginate neanche la sofferenza di un fagiolo quando viene schiacciato fra le mandibole di un vegano. Noi riusciamo a percepirla e diciamo no a tutta questa crudeltà”. Il dr. Mengele, teorico dell'arianesimo, sostiene che l'aria, oltre ad essere fonte inesauribile di ossigeno, può anche contenere componenti organiche sufficienti a sostenere il metabolismo di un uomo adulto. L'aria di una stalla, per esempio, sarebbe così ricca di metano e altri micronutrienti da sostenere tutto il gruppo del tour de France sulla salita dell'Alpe d'Huez. Anche certe ascelle sarebbero fonte di nutrimento, tanto che il nostro intervistato afferma che da più di un mese ormai, si nutre solamente della fragranza delle sue proprie ascelle. “Certo mi mancano un po' le lasagne e le fragole con la panna, ma penso al sorriso dei piccoli piselli e sono sicuro di aver imboccato la strada giusta”. Accanto alla frangia moderata dell'arianesimo, sta crescendo una fazione assolutista e intollerante che sostiene la superiorità degli ariani. Se ne vanno in giro e urlando un buffo slogan: “sieg heil, pisello libero”, rovesciano cassette di legumi ai mercati rionali. A qualcuno fanno ridere, ad altri fanno perfino paura; intanto i piselli ci guardano con un sorriso beffardo.

lunedì 12 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – Eutanasia

Sarebbe meglio tenersi il Q.I. ben nascosto nelle mutande, che ostentarlo è scandaloso. Sarebbe meglio tenersi l'intestino ben nascosto nel diametro definito dalla larghezza del bacino anche se le sporgenze intestinali sono considerate socialmente più accettabili di quelle del Q.I. (solo in spiaggia sono severamente vietate entrambe, insieme al gioco della palla). Io, però, non mi vergogno delle mie sporgenze, non ho paura dello scandalo.
In tram, in filobus e in littorina, è anche vietato sputare sentenze sul pavimento e si ricorda che la bestemmia è reato. Qui, invece, lo sputo è libero, tanto, prima o poi, si secca. E allora, con il ventre ben in evidenza e il Q.I. di fuori, continuo a sputare sentenze sul pavimento di questa sputacchiera.

Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria (ma non sufficiente) per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, sto provando ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sul dilemma dell'eutanasia. La morte dolce deve restare una specialità svizzera come il cioccolato fondente o può essere esportata? Olio di palma o burro di cacao? Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.
La conservazione della specie si affida a due concetti fondamentali: riprodursi come conigli e non morire. L'aspetto riproduttivo lo esamineremo in tutti i suoi dettagli, anche i più scabrosi, in altre puntate. È una promessa. Qui, invece, ci concentreremo sul “non morire”.
Le tradizioni portano chiari i valori della conservazione; è inevitabile, altrimenti non si sarebbero conservate fino a noi – la religione che invitava al suicidio collettivo è sparita il giorno stesso in cui il loro Dio si è manifestato esaudendo il desiderio degli adepti.
Per esempio la religione cattolica su questo è chiarissima: il suicidio è peccato mortale. Seguendo questa linea di pensiero, i conservatori britannici stanno considerando di proporre la pena di morte per i suicidi. Il fatto che la morte sia un tabù, qualcosa da temere come la morte, fa sì che si cerchi di starle lontana e che ci si conservi il più a lungo possibile. Se invece la morte fosse considerata come un'opzione, una scelta certamente definitiva ma non necessariamente brutta o dolorosa, anche dolce, magari più dolce della vita che si prospetta, potrebbe avere delle conseguenze anche importanti sul futuro dell' “homo sapiens” o anche solo della cultura che trasmetta questi valori.
Allora? Bisogna tenere conto di questi aspetti per evitare il pericolo dell'estinzione ma sicuramente, entro questi limiti, evitare sofferenze croniche e ridurre la paura della morte, significherebbe migliorare in modo sostanziale la qualità media della vita. Un controllo su base statistica potrebbe essere sufficiente a controllare pericolosi abusi e “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere”.
Vivere senza paura della morte, morire senza soffrire, vorrebbe dire vivere meglio. La morte, forse, diventerebbe un'opzione ma non la sceglierebbe quasi nessuno.
Ecco, ho sputato.

venerdì 9 giugno 2017

Questioni di cuore

Lei abbassa la serranda e mi si appoggia addosso con delicatezza. Io resto immobile, come paralizzato, per paura di disturbarla e rompere quel dolcissimo incantesimo; faccio finta di dormire e restiamo così, io sdraiato sul fianco e lei sopra di me per un tempo che sembra non finire mai. Non ci sono parole, non servono. Il silenzio è rotto solo ogni tanto dal suono del mio cuore che palpita ad alta voce. Dopo quasi 20 minuti di incanto, giro la testa a guardarla. I suoi begli occhi neri sono ben aperti e rivolti altrove, verso il mio cuore o meglio verso l'immagine di esso che lei si è fatta.
Finalmente mi parla. La sua giovane voce mi risveglia dal sogno in cui mi ero rifugiato.
“Le confermo la diagnosi del dr. Pisano, l'insufficienza è moderata.”
Alza la serranda e, dalla finestra del quarto piano dell'ospedale Marino, penetra la vista delle saline. Parliamo. Le mie questioni di cuore le sembrano un po' caotiche, non ne capisce il nesso. “Perché ha rifatto l'ecocardio invece di …” Le spiego il cammino intricato, l'ultratrail del destino, che mi ha portato da lei. Parliamo e parliamo.
“C'è chi, nella sua situazione, vive tranquillamente e chi invece prova affanno a fare le scale …” mi scappa un sorriso. Penso a quando, alla BVG, dopo l'equivalente di 20000 scalini mi sentivo effettivamente un po' stanco, ma erano in 200 più stanchi di me e solo 28 davanti. No, non provo affanno, non almeno quello che obbliga a fermarsi e che le scale non siano quelle di un grattacielo di mille piani. Penso questo, ma non dico niente. Resto lì col mio sorriso silenzioso.
Mi consiglia di trovare un cardiologo a cui affidarmi … o, perché no, una cardiologa. Non c'è niente di meglio per le questioni di cuore.

martedì 6 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – La possibile scarcerazione di Riina.

La pancia cresce e, con essa, cresce il peso della mia autorevolezza. Dall'alto dei miei 67kg non somiglio ancora ad un Buddha ma posso cominciare a sputare sentenze dalla poltrona, raccoglierle in questa sputacchiera e provare a vedere se qualcuno mi ascolta.
Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. Ne ho scritto su questo blog nei post con il tag “rivelazioni”. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, voglio provare ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sull'ipotesi di scarcerazione di Totò Riina. Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.


Il principio del benessere dice che “un'azione è buona quando, come conseguenza di essa, il benessere medio aumenta”. Rilasciare Riina, assicurandogli “il diritto a morire dignitosamente”, sicuramente aumenta il benessere del mafioso e questo è positivo. Molti si oppongono alla liberazione con la motivazione che “le persone che ha ucciso non hanno avuto una morte dignitosa”; li posso capire, soprattutto se sono parenti delle vittime ma, razionalmente, è una motivazione che non approvo. La vendetta, col fine unico di fare soffrire, non è buona perché non fa altro che peggiorare il benessere medio e va quindi chiaramente contro il principio. Le funzioni della pena detentiva sono però altre:
1) proteggere la società, impedendo all'individuo di commettere altri reati;
2) disincentivare il compimento del reato con la prospettiva della pena.
Insieme al benessere del povero vecchietto, bisogna considerare anche queste funzioni e le conseguenze che la sua liberazione avrebbe sul benessere del resto della società.
1) Siamo sicuri che il vecchietto, dal letto di morte, non dia, con un gesto della dentiera, l'ordine di commettere qualche altro crimine?
2) Siamo sicuri che, mostrando un gesto umanitario nei confronti del peggior criminale, non si contribuisca ad incentivare il crimine?
Su un piatto della bilancia abbiamo il benessere del vecchietto; sull'altro piatto abbiamo queste questioni piuttosto pesanti. Io, in mancanza di risposte precise in merito, non correrei il rischio. E voi? Ecco, ho sputato.

sabato 3 giugno 2017

Parametri vitali

I parametri vitali stanno cambiando.
A noi bastavano 40 battiti al minuto. Ora, per sopravvivere, ci vogliono 1.2MB al secondo.
Non è un problema circolatorio ma cerebrale. Il cervello delle nuove generazioni è in buona parte estruso – i ricordi sono su fb, le informazioni generali su wikipedia, quelle personali sul cellulare … – e 1.2MB è il minimo necessario per collegare tali gangli e svolgere attività vitali tipo trovare l'indirizzo di casa per tornarvi a mangiare.
"0.8MB? Presto, dottore! Lo stiamo perdendo!"

venerdì 2 giugno 2017

Cronache dalla poltrona – I segreti del Passatore.

Su un aspetto della gara, tolgo subito la suspense ma circolavano spoiler e quindi forse lo sapevate già: ha vinto il gigante Giorgio Calcaterra!
Rimangono tanti misteri di questa corsa che mi ha sempre affascinato e respinto. Le 9 ore delle mie velleità misteriosamente respinte con la velocità che si trasforma in lentezza. Il mistero di Brisighella: quest'anno, solo 10 fra i 2200 transitati a Brisighella non hanno raggiunto il traguardo. Chi arriva lì, moltissimi presumibilmente in condizioni pietose, non si ritira. È capitato anche a me 3 anni fa, ma io avevo perso il pullman dei ritiri. Forse il segreto è in quel pullman fantasma pieno di morti viventi che sfreccia nella notte senza ascoltare le urla disperate dei naufraghi che stanno affogando nell'asfalto. Il mistero dei chilometri che si allungano a dismisura approfittando del buio della notte. Il mistero di trovarsi lì su quella strada interminabile senza ricordarsi più perché. E, infine, il mistero più grande di tutti, di quelli che salgono in auto stremati ma trovano poi la forza di alzare le braccia al traguardo. Gara lentissima, non si capisce niente … ma non vedi l'ora che arrivi il prossimo episodio! Un po' come la nuova serie di Twin Peaks.
Comodamente seduto in poltrona, spio morbosamente i tempi degli atleti per individuare eventuali tagliatori. I nomi delle frazioni – Colla di Casaglia, Marradi, San Cassiano, … – evocano ancora in me sensazioni concrete: il sapore di crescenza, il caldo opprimente salendo a Fiesole, il fresco dell'aria sul petto nudo alla colla, e poi il freddo della notte, tremori, calore umano, massaggi dolorosi, dolori tout court, assuefazione al dolore, lunghe attese per il ritiro dello zainetto alla colla, lunghe attese per il ritiro del ritiro … è col metro di queste sensazioni che misuro il valore dei risultati e l'indegnità dell'inganno.
L'anno scorso, controllando i tempi dei primi 5 di categoria, avevo scovato ben 4 tagliatori di cui 3 recidivi (link). Riguardando oggi le classifiche del 2016, ho scoperto che 2 di essi sono stati squalificati; a uno è stato corretto il tempo di un passaggio per cui ora risulta plausibile (se sia plausibile la correzione non lo so); l'ultimo è rimasto in classifica con il suo bel 3'29 di media fra Marradi e San Cassiano che a 70 anni suonati non è male ma ha un forte gusto di crescenza ingiallita.
Passo alle classifiche di quest'anno, andando a controllare i passaggi dei primi 7 di categoria. Pare che il fenomeno dei tagliatori si sia estremamente ridimensionato. Merito forse degli organizzatori che hanno ascoltato il grido di indignazione e hanno preso contromisure adeguate; hanno fatto tutti tempi assolutamente plausibili, a parte uno che, seduto in auto, non si è avveduto della svolta per San Cassiano ed ha quindi saltato il controllo e presumibilmente sarà squalificato per questo … solo lui? Guardiamo meglio … oh beh, non è il solo. Dei 2247 passati a San Cassiano, 58 si sono ritirati e 2189 sono arrivati al traguardo. A Faenza però sono arrivati in 2196: sono in 7 che hanno mancato quella svolta. La svolta fantasma, un altro mistero.
Infine vado a controllare i 4 tagliatori dell'anno scorso. Solo l'ultimo è tornato e quest'anno, dopo 2 edizioni in cui aveva approfittato dell'auto, si è corso tutti i 100 km! Ha impiegato 4 ore di più, è arrivato 15 esimo anziché primo di categoria, ha percorso il tratto Marradi-San Cassiano a 13' al km anziché a 3'29, ma vuoi mettere la soddisfazione? Bravo! Gusto di fatica, profumo di sudore pulito, sogno della notte che lentissimamente svanisce e poi il finale: la piazza di Faenza che prova, forse invano, a dare un senso a tutto ciò. Aspetta però, abbassa il calice: ha fatto il ritmo più veloce proprio nel tratto più duro, la salita alla Colla, dove si è migliorato moltissimo rispetto alle passate edizioni … un altro mistero. Attendiamo con ansia la prossima puntata e forse capiremo.

lunedì 29 maggio 2017

Maratonina dei fenici - La cronaca

Foto di Rita. Io Francesca2, Francesca1 e Alessandro
Partiamo dal fondo del gruppo e camminiamo per una quarantina di secondi fino alla linea di partenza. Ora si può e si deve correre fino al traguardo. Andiamo al nostro ritmo: 6' al km. Sembra buono, molti vanno più piano. Alcuni addirittura camminano. Noi no! Correremo fino al traguardo! Stiamo tutti insieme per qualche centinaio di metri poi Alessandro progressivamente accelera e si allontana sempre di più finché lo perdo di vista. Ma il ritmo giusto è il nostro. Anzi forse è anche un po' veloce e siamo un po' affannati. I cartelli con i chilometri scorrono lenti, pollice, indice … ora
Foto di Tore Orrù, sempre presente!
vado a raggiungere Alessandro. Accelero ma un bimbo minuscolo che correva col padre la prende come sfida e mi raggiunge. Ci guardiamo; io sorrido ma lui resta serissimo. Non si scherza! Se è cosi', allora ti batto! Accelero ancora ma lui mi segue. Ho paura che muoia o che mi faccia morire. Le sfide all'ultimo sangue non mi piacciono e rallento. Arriva il padre e approfittando di un attimo di distrazione riparto. Non mi segue più … ho battuto il seienne! Obiettivo Alessandro. È un po' che non lo vedo e, nonostante il ritmo veloce, continuo a non vederlo. Intanto mi diverto. Sono tornato me stesso per qualche minuto e sembro una freccia nella coda della non-competitiva dove, bimbi a parte, corrono tutti al rallentatore. Dopo un chilometro corso in 4', non lo vedo ancora! Mi sembra strano che stia andando così veloce ma non può essere sparito e insisto. Ecco, finalmente a Nora lo vedo ma per raggiungerlo devo faticare ancora. Lo raggiungo e ora sono Alessandro, con i suoi 9 anni e l'irrefrenabile piacere della corsa. Abbiamo già staccato Rita, la mamma e Francesca2, la sorella maggiore e stiamo superando moltissimi adulti. Siamo affannati ma ci stiamo divertendo come matti. Gli offro da bere dalla mia bottiglietta e lo lascio andare, raccomandandogli solo di fermarsi alla fine del primo giro e di non seguire quelli che proseguono per la 21. Lui non ha bisogno di incoraggiamenti, ha tutta l'incoscienza dell'infanzia, semmai gli servirebbe un freno a mano. Torno indietro a recuperare le altre, a cui invece serve un'iniezione di coraggio. Siamo a metà, è ancora lunga ma stiamo ancora correndo e non ci fermeremo! La salita è inesorabile intorno al 2%. A dirlo sembrerebbe poco ma, dopo 4 km di corsa ininterrotta, si fa sentire e, per non scoppiare, siamo costretti a rallentare e il tempo al km per la prima volta sale sopra i 7'. Per fortuna gli alberi lungo il viale offrono refrigerio, con la loro gradevole ombra. Stiamo rientrando nel centro storico. Con Francesca1 abbiamo staccato leggermente Francesca2 e Claudia che sono un po' in crisi. Controllo che non si siano fermate ma hanno solo rallentato leggermente. Anche noi siamo al limite ma ormai manca poco; si vede il traguardo 200 metri più avanti e la strada è in lieve discesa ma mancano le forze per fare lo sprint. Due signore sovrappeso sentono l'odore del traguardo e ci staccano ma non ce ne curiamo. L'importante è arrivare, senza fermarsi. Aspetto le ragazze, poco dietro di noi, e le incoraggio all'ultima fatica. Sprintano bene e mi staccano. Arrivo anche io; l'orologio segna 45' e qualche secondo. Ce l'abbiamo fatta: 7 km senza fermarci! E la birra è anche per me! Me la merito tutta!
Passano minuti e mi restringo. Ora sono qua, piccolo piccolo, al traguardo a guardare i grandi che arrivano. Mi sento come se avessi una grossa pietra sullo stomaco e mi passa la voglia di una seconda birra. Ci vuole un cannonau.

sabato 27 maggio 2017

Maratonina dei Fenici – Ritorno alle non-competizioni

Le unghie dei piedi stanno tornando color lombrico pallido. Gli spigoli del viso si stanno arrotondando e il ventre si riaffaccia timidamente e con un pizzico di vertigine a guardare le punte dei piedi. Ogni tanto, strani odori mi ricordano che la doccia si deve pur fare anche dopo i non-allenamenti. Sono effetti collaterali dei duri giorni di non-allenamento per preparare la non-competitiva di Pula.
Stasera, mentre molti amici staranno affrontando la salita della Colla alla 100 km del Passatore, io infatti starò non-correndo sulle non-salite dei 6.5 km del circuito di Pula, accompagnando atleti esordienti. L'adrenalina scorrerà a fiumi ma non sarà la mia. Lascerò che casalinghe, pensionati e bambini mi superino allo sprint. All'arrivo della mezza, raccoglierò da terra le briciole di endorfine sprizzate fuori dagli occhi dei “finisher”.
Tutto questo sarebbe accettabile, quasi divertente o quanto meno non-noioso. Quando però ho scoperto che la birra finale è riservata ai partecipanti della competitiva mi è venuta la depressione!

venerdì 26 maggio 2017

Cronache dalla poltrona - il giro d'Italia

Tattiche. Il ciclismo sta cambiando. Lo so per esperienza. Quando ero giovane, fra il 2010 e il 2012, ho partecipato ad una quindicina di gare amatoriali di ciclismo su strada, senza grandi successi ma arrivando, il più delle volte, dignitosamente, nella prima metà del gruppo. Affrontavo le salite col mio passo, senza badare alle accelerazioni. Dopo i primi 200 metri di salita, mi ritrovavo quasi sempre staccato, in penultima posizione, in compagnia di “supergentlemen” pensionati. Poi, dopo altri cento metri, gli avversari cominciavano a diventare blu e come Pac-man il supereroe, li divoravo, arrivando in cima alla salita in buona posizione. Ora, sempre più professionisti, vedi Froome o, a questo giro (tappa 9 e 18), Dumoulin, stanno copiando la mia tattica: salgono su regolari, senza seguire gli scatti per poi raggiungere i primi e, a volte, staccarli. Quando Pantani staccava un avversario, l'avversario era morto e Pantani vinceva. Ora i morti ritornano; è un po' horror ma efficace. Se, oltre alla tattica avessi avuto anche le gambe …

Obiettivi. I veri campioni dovrebbero avere un unico obiettivo: la vittoria. Nel ciclismo moderno si vedono, purtroppo, scene pietose (tappa 17) di ciclisti che fanno lavorare la squadra per difendere la nona posizione in classifica rinunciando, esplicitamente, a puntare più in alto. Mi è piaciuto molto di più, invece, l'atteggiamento di Quintana e Nibali (tappa 18), che hanno rischiato di perdere il podio per cercare di vincere il giro. Tutto per tutto. Così si fa.

Fairplay. Si è molto discusso se Nibali, Quintana e tutti gli altri dovessero o no aspettare la maglia rosa Dumoulin quando (tappa 16) si è fermato a cagare in un cespuglio nel momento cruciale della gara. Le domande che mi sono posto io sono altre. Si doveva proprio fermare, rischiando così di perdere il giro? Era meglio dimostrare di essere un vero duro e farsela nel pantaloncino o, invece, ha sbagliato a ripartire senza farsi prima un bel bidet? È più dignitoso arrivare puliti o dimostrare di non aver paura di sporcarsi? Io cosa avrei fatto? E voi?

venerdì 19 maggio 2017

Nel frattempo

Sono finito in un frattempo.
Il frattempo è uno spazio libero nella quarta dimensione, nel quale si può vagare senza inciampi o spintoni. È un entità labile che deve restare libera: appena si decide di occuparlo con un progetto, il frattempo sparisce e riprende il solito scorrere del tempo.
È qui, nel frattempo, che, secondo Giuseppe, succedono le cose migliori. Meglio anche dell' “intanto”, che è troppo breve e quasi sempre è altrove.
Nel frattempo c'è una sala con delle panche per stare seduti in attesa ma ci si può anche alzare, uscire fuori da quelle quattro pareti sporche del fumo delle mille sigarette fumate lì, nel frattempo, e guardarsi intorno senza nessuna fretta; si possono osservare con tranquillità i particolari, delle cose, delle persone e riconoscere, fra mille volti, un compagno di frattempo con cui scambiare un sorriso complice mentre fuori il mondo corre via veloce. Si possono fare cose apparentemente senza senso, che assumono un significato, lontano dalla logica comune, solo lì, nel frattempo.
Nel mio frattempo ho ritrovato il piacere di salire e scendere le scale di corsa a due a due senza dolori alle gambe (i colleghi forse pensano che sono impazzito); di accompagnare amiche a fare una corsetta, sentirle ansimare e godere della loro fatica; di imbracciare una chitarra, tentare una melodia e vedere cosa ne esce fuori … e sono solo all'inizio.
L'ecocardio di controllo sarà il 9 giugno. Difficilmente ne verrà fuori qualcosa di nuovo ma, nel frattempo, …

mercoledì 17 maggio 2017

Le cose perse

Senza idoneità all'agonismo, mi si è chiuso un mondo. Ecco le cose che ho perso e che non ritroverò all'ufficio oggetti smarriti.
Quest'anno, il grande Marco Pajusco ha stravinto il Sardinia trail davanti al … vuoto.
In quel vuoto ci sarei stato io, che, a giudicare dai tempi, sarei arrivato secondo anche correndo, come due anni fa (link), con una gamba sola. Però mi fa schifo. Si suda, si soffre, fa caldo freddo caldo, in cima a Punta Lamarmora c'è arietta e ci sono già stato due volte e poi l'uva è acerba.
Al trail running Sarcidano di Isili, ho participato a 3 delle ultime 4 edizioni vincendo sempre la maglia di campione sardo di categoria di trail o di trial (link) running. Quest'anno, in mancanza del campione in carica, Flavio ha avuto vita facile. Ma non ho perso niente. Ho già il cassetto e la testa pieni di maglie di campione. Ne avessi vinta un'altra avrei dovuto comprare un cassetto di un armadio di una camera nuova e una nuova scheda di memoria per il cervello. Mi è convenuto restare a casa.
A guardare la mia agenda, mi sarei anche perso il triathlon olimpico di Castiadas con lo spirito ajoman e, la settimana prima, il sea trail di porto corallo … bah … non sapete cosa avete perso voi!

Domenica mi sveglio alle 5. Vorrei alzarmi ma, con grande forza di volontà, resto fedele al programma: finalmente posso restare a letto fino alle 10 e lo farò! La noia tenta di girarmi a testa in su per vedere la luce ma la pigrizia mi rigira immediatamente pancia a terra. Riesco a tenere la posizione per una ventina di minuti finché il braccio sotto la testa comincia a dolermi troppo e allora la noia ha buon gioco a rigirarmi in su. Ma è solo l'inizio. Continuo in questo corpo a corpo per un tempo che sembra interminabile. Sono ormai al sesto round e sono quasi sfinito ma devo resistere: ho promesso che mi sarei goduto il riposo e sarò di parola! Niente da fare; i colpi della pigrizia sono pesanti ma quelli della noia sono letali. KO al settimo round. Alle 7 sono già in piedi. La prossima volta farò meglio.
Oh, però, questo sì che è stato divertente.

sabato 13 maggio 2017

Segreti ...

Molti sanno che il vino rosso fa bene alla salute.
Pochi sanno che solo UN bicchiere di vino rosso fa bene alla salute.
Quello che so solo io è che il bicchiere che fa bene non è il primo ma il terzo. Bisogna arrivarci.
Prosit!

mercoledì 10 maggio 2017

Un pen sieropositivo

Il respiro è regolare e il cuore, di tanto in tanto, batte un colpo. E tanto basta? E tanto basta.
Ecco il mio pen sieropositivo.
Anche domani il sole sorgerà, con il suo odore di croissant e bomboloni alla crema. Chi siamo noi per fermarlo?
Ecco il mio pen sieropositivo.
Il futuro è rosa ma ha le bolle.

martedì 9 maggio 2017

Il viaggio della speranza.

Ieri sono andato in pellegrinaggio a Sanluri, protettore dei cuori svalvolati.
Flavio, avversario di tante battaglie e sprint all'ultimo respiro, tante volte vicino di podio, a volte a destra, altre a sinistra, ha dimostrato che il nostro agonismo è una forma speciale di amicizia. Mi ha preso appuntamento con un medico sportivo di grande professionalità, mi ci ha accompagnato e, grazie alla sua amicizia, non ho neanche dovuto pagare.
Più che una guarigione miracolosa o un certificato per grazia ricevuta, da lui avrei voluto una risposta alle tante domande che sono rimaste sospese:
Posso continuare a fare attività fisica? A che livello? Con quali rischi?
L'operazione può essere risolutiva? Che rischi comporterebbe?
Potrò tornare a gareggiare?
L'unica sicurezza ora è che se anche tornassi a gareggiare, non potrò più permettermi di asfaltare Flavio o, almeno, lo dovrò fare con ogni riguardo e gentilezza: “Permesso, caro, posso passare? Ti lascio un posticino sul podio!” “Oh, scusa, ti ho coperto di polvere, aspetta che te la tolgo” …
Però almeno ora so che queste domande possono avere una risposta. Dovrò fare altri esami, spero
di superarli con lode. La speranza resta viva: questa era solo la prima tappa. Il viaggio continua.

domenica 7 maggio 2017

Maratona in due ore

Lo sport è bello e avvincente quando c'è competizione, che sia contro gli altri atleti, contro il tempo, le condizioni esterne o contro il proprio corpo.
Gli atleti avversari non c'erano perché il suo era un tentativo di record e non una gara.
Il tempo era alla sua mercé, legato sul tetto di un'auto, costretto ad andare al ritmo di un minuto al minuto. Non c'è stata lotta.
Il mondo esterno non era lì, era chiuso fuori; lì a Monza non c'era una molecola d'aria fuori posto o una rugosità del terreno, neanche un piccione. Nessuna lotta.
Il corpo è quella cosa che si rifiuta di fare la cacca al mattino prima di partire per poi pretendere di farla in piena gara; che spinge perentoriamente a mangiare dei gamberoni la sera prima; che protesta per le scarpe troppo strette o che, semplicemente, si stufa di correre. Lui non aveva niente di simile. Non aveva un corpo, aveva una macchina con un team di meccanici. Nessuna lotta.

Kipchoge non aveva avversari e senza avversari non si può vincere, non c'è lotta, non c'è sport.

Lo sport è un'altra cosa. Per battere il tempo, si rullino i tamburi!

giovedì 4 maggio 2017

Riposa in pace

Ora, finalmente, potrò riposare. La domenica mattina potrò restare a letto rigirandomi in lunghissimi corpo a corpo fra pigrizia e noia.
Forse avrei preferito che mi stracciasse i certificati per poi buttarli nel fuoco; li ha seppelliti invece in un cassetto da morto con la croce sopra. Qui giace l'agonismo di Lorenzo Pisani. Avrei voluto dire due parole di commiato ricordando come le gare abbiano aggiunto quel pizzico di gusto in più alle mie passioni per la natura e per l'attività fisica all'aria aperta. Quand'ero ragazzo sognavo di gareggiare per confrontarmi con gli altri, a quarant'anni ho cominciato, a cinquantadue ho smesso e ora ricomincerò a sognare e a portare fiori su quel cassetto. Mi sarebbe piaciuto molto avere l'idoneità per una gara d'addio per festeggiare con gli amici il pensionamento e vivere consapevolmente l'ultima gara; ho provato a chiederlo ma mi è stato negato anche quest'ultimo desiderio.

Ora farò delle verifiche poi vedrò che fare. Forse le endorfine le troverò al mercato, se no proverò a stupefarmi in altro modo. Come dice il velleitario, il segreto nella vita è vivere il meglio possibile senza scordarsi però di sopravvivere.
Addio ad una parte di me.
R.I.P.


martedì 2 maggio 2017

Pelo meridiano

La nuova frontiera della “natural running” è il “barewrist running” cioè la corsa a polso nudo. Arrivateci progressivamente, senza traumi, con questo nuovissimo prodotto. In anteprima super-esclusiva, vi presentiamo il nuovo modello di sportwatch minimalista della tomtom: il pelo meridiano.
L'ombra del pelo, tramite il sistema innovativo “meridiana da polso” indica l'ora con un errore di un milliradiante per ogni micron di spessore del pelo. Ricordatevi di portare bussola o sestante per orientare il polso verso sud durante la misurazione.
L'inclinazione del pelo dà informazioni precise sulla velocità istantanea espressa in scala di Beaufort: da bava di vento (pelo verticale con saliva che cola), brezza tesa (pelo inclinato, teso e in continuo movimento) fino a uragano (pelo estirpato alla radice). La conversione in secondi al chilometro è disponibile on line al sito www.pelomeridiano.com.
Il sistema di ricarica è facile e veloce: basta un semplice sputo seguito da una rotazione delle dita in senso antiorario se vi trovate nell'emisfero boreale o orario se siete invece in quello australe. Ripetere se necessario.
Quando siete stanchi di correre, poi, fermatevi.

domenica 30 aprile 2017

Chia Laguna Half Marathon

L'ho preparata proprio bene, almeno per quanto bene si possa preparare una mezza maratona in 24ore. Ieri infatti ho fatto 5 giri del campo sportivo ad un ritmo fra 4' e 4'10 al km, ritmo gara auspicato che non raggiungevo da almeno un mese, con 1 minuto di recupero fra i giri. Scopo del minuto di recupero era cambiare le scarpe, perché oltre che un tentativo di preparare una mezza in 24 ore, erano le scarparie: primo turno a tre e ballottaggio finale. Hanno vinto le vecchie nike; non ho dato peso agli squarci nella tomaia anche se mi hanno costretto a scegliere calze in tinta; non ho dato peso neanche alla sensazione di sfregamento sull'esterno degli alluci: so che verranno vesciche ma, ormai, ho fatto l'abitudine e quasi quasi amicizia con le vesciche dei piedi; mi danno sempre un po' fastidio ma mi fanno anche compagnia mentre corro, ci parlo, le porto in giro a vedere posti … “domani vi porto al mare”.
Foto Fabrizia Carboni
  
E' la quinta volta che partecipo a questa gara. Nelle altre edizioni sono andato sempre piuttosto bene. Sono arrivato 3 volte fra i primi venti, 2 volte primo di categoria … L'obiettivo quest'anno però è diverso. Considerando l'esito dell'ultima visita medico-sportiva (link), ho 6 mesi per convertirmi dall'atletica alle bocce, specialità “petanque”. Devo abbandonare la velleità di andare più veloce o più lontano possibile. Devo imparare a controllarmi per arrivare il più vicino possibile al boccino e non importa se ci arrivo davanti, di lato o perfino dietro, con un “accosto” classico.
Come prima cosa però devo capire, fra tutte queste 900 bocce, qual'è il boccino. Ecco un boccino bello liscio pelato e rotondo di mia conoscienza, Teo. No, oggi è troppo lento. Il boccino dev'essere quell'altro che “rotola” lì davanti. Da dietro sembrano tutti boccini, Francesco, Giuseppe ma, appena li affianco, dichiarano che non sono loro, non oggi almeno; Samuel, un altro boccino preferito è perfino dietro. Flavio invece è troppo veloce … forse la petanque non fa per me.
Un atleta che non conosco mi fa i complimenti per il blog. Ogni tanto mi succede ed è sempre un piacere e una sorpresa. Non mi aiuta ad andare più veloce ma migliora l'umore. Anche la serie continua di incitamenti nel tratto di strada che ritorna verso Chia, incrociando gli atleti che ancora corrono verso il giro di boa, ridà forza alle mie gambe indurite dalla fatica. Dimentico la petanque e provo a dare tutto quello che resta in queste gambe. Finisco in 1h28'13, 45esimo su 900 e terzo di categoria su oltre 100. Il quarto si è accostato molto, restando però 4 secondi dietro. Ottimo tiro di accosto! Allora ero io il boccino! Lui si merita il premio alla petanque; io, per ora, mi accontento della corsa e del podio di categoria.

Non sto più curando la mia vecchia “guida buffet”. Una nota a riguardo però la vorrei scrivere. Dopo 5 mezze maratone e due mezzi ironman, devo dire che la specialità del mezzo buffet del Chia Laguna, nonché unico piatto offerto nei 7 mezzi buffet a cui ho partecipato, ovvero la pasta fredda con barattolo di giardiniera rovesciato sopra, sta raggiungendo livelli di eccellenza. Questa volta la pasta non era cruda e il tutto era arricchito, con munifica generosità, da scatolette di tonno rovesciate sopra!

giovedì 27 aprile 2017

6 mesi con la condizionale

Fra tutti gli impegni sportivi dell'anno ce n'è uno che temo più di tutti. I giorni prima cerco di non affaticarmi troppo per presentarmi al meglio all'appuntamento che può condizionare tutto il prosieguo della stagione. Di anno in anno, l'ansia aumenta perché sta diventando sempre più dura.
Di anno in anno, l'espressione del medico è sempre più perplessa. “Mi faccia vedere”. Sfoglia un manuale. “Secondo la tabella, lei potrebbe fare bocce, golf, pesca sportiva, tiro a segno … anche equitazione ma con cautela.”
Intanto l'idoneità me l'ha data - 6 mesi con la condizionale -  ma dovrò fare nuovi esami per capire se l'attività che svolgo possa causare una degenerazione ulteriore della valvola mitralica. Lui intanto sabato porterà il mio fascicolo ad un congresso per chiedere consiglio ai luminari nel campo della cardiologia sportiva.
Io un consiglio lo chiedo a voi. Qual'è lo sport più eccitante fra quelli in tabella?

lunedì 24 aprile 2017

Chia Laguna Half Triathlon - Nonostante ...


Mentre mi reco in auto a Chia per la gara, metto il riscaldamento a palla per fare il pieno di calore e la musica a volume alto per coprire pensieri rumorosi. Sono i soliti pensieri. Chi me lo fa fare di uscire dal calduccio di questa auto per buttarmi nel mare gelido con la tosse e il raffreddore? Che obiettivi posso mettermi nelle condizioni in cui sono? Che gusto c'è a fare una gara così solo per finirla, ammesso che ci riesca, quando ho già finito gare ben più difficili? Come farò a divertirmi senza essere competitivo? Cosa farebbe un verme al mio posto? Non trovo risposte ma non faccio inversione a U per tornare a casa e sdraiarmi sul letto. Le risposte verranno, spero, vivendo l'esperienza e, nonostante la malattia che mi ha impedito di allenarmi nelle ultime due settimane, lasciandomi, fino a ieri, in condizioni pietose dopo ogni minimo tentativo di allenamento e che ancora mi possiede, nonostante … , alzo ancora il volume della musica e tiro dritto verso la partenza.

Mi sento debole e indolenzito. L'obiettivo sarà cercare di sopravvivere guardandomi intorno per cercare di capire perché lo sto facendo. Nel nuoto questo mi induce a partire con un'andatura tranquilla, cercando la bracciata lenta ma efficace. Al secondo giro però sento il freddo che mi entra dentro. Per sopravvivere devo anche evitare di morire assiderato. Accelero o, almeno, sbatto i piedi più forte e scuoto le braccia con maggior vigore per non congelare. Mi basterebbe alzare un braccio per farmi ripescare e riportare a riva ma non manca molto ed esco in 41 minuti. Dietro sono in pochi ma, nonostante tutto, sono vivo e questo, oggi, è ciò che conta. Uscito dall'acqua fatico a corricchiare per raggiungere la zona cambio. Arrivato alla mia postazione tolgo la muta con difficoltà e comincio a tremare. Tutte le operazioni diventano complicate con il parkinson. Non avendo maglie di lana, mi infilo il gilet antivento e, dopo un tempo indefinito, inforco la bici e parto.

Grazie Andrea per le foto!

Dopo le prime due salite, la temperatura corporea è tornata a livelli da “uomo vivo”; lo svantaggio è che, uscendo dall'ibernazione, mi è tornata la sensibilità e con essa la consapevolezza del mio stato. Come prevedevo, la debolezza si fa già sentire. Sopravvivere vuol dire non spingere troppo sui pedali per non far diventare la fatica “esaurimento”; non combattere contro il gps e accettare con serenità il suo verdetto o almeno provarci. Solo nel tratto più tecnico e bello della fantastica provinciale costiera mi diverto; sulle salite il mal di gambe mi sembra abbia uno scopo: arrivare alla prossima discesa. Incrociando Jan Frodeno, in testa alla gara, gli urlo: “go go go go!” e vedo che mi fa un cenno di apprezzamento! Non è una macchina e, per fare quel gesto, si è scostato per un attimo e di qualche centimetro dalla posizione aerodinamica perfetta. Questa sì che è una soddisfazione! Grande Jan.

Riesco a finire anche la seconda frazione: 3h05 per gli 85 km di gara sono una prestazione assai mediocre e 20 minuti più dell'anno scorso ma, nonostante tutto, sono vivo e oggi è ciò che conta di più.

Inizio a correre a fatica e mi guardo intorno. Il percorso consiste in 4 giri da 5 km da fare “a bastone”, in cui, a parte Jan che è già arrivato, si incrociano più volte tutti i concorrenti. Ad ogni giro, si conquista un braccialetto elastico di colore diverso e vedo che i miei soliti avversari hanno tutti già completato almeno un giro e Teo e Francesco sono molto avanti, nonostante anche loro abbiano i loro bei “nonostante”. Presto ritrovo un passo efficace e il gusto del gesto e inizio a superare. La sensazione di stanchezza è attenuata dal confronto con chi mi sta vicino. Supero tutti … o quasi; “attenzione” mi dice uno in bici; mi metto dietro la linea gialla e guardo passare il treno in transito: è Sara Dossena e resto a bocca aperta per l'ammirazione.
Eccesso di velocità? Marescià, la prego, non mi faccia la multa!
Fra i tanti, supero una donna, la sesta in classifica. “Complimenti, bel passo”, mi dice. “Grazie, ma sto per morire” rispondo. Mi si accoda e mi segue. Al secondo giro devo abbandonare il bel gesto e arretrare un po' il busto per evitare che mi si blocchino completamente i polpacci. La spinta è comunque efficace, almeno confrontata con quelli che mi circondano. Sto correndo ad un ritmo intorno ai 4'30” al chilometro e tanto basta a farmi sentire forte. Curiosamente, ieri dopo un chilometro e mezzo a questo ritmo mi sentivo a pezzi; oggi il miracolo dell'ultima frazione si sta ripetendo. Giro dopo giro, Teo si avvicina ma troppo lentamente per sperare di raggiungerlo; sono sempre più stanco e, all'ultimo ristoro, indugio qualche secondo. La triatleta che mi segue mi incita a non rallentare “continua così, mi stai facendo da lepre!” Non me lo faccio ripetere, anzi; gli ultimi due chilometri aumento l'andatura e supero diversi concorrenti ma arrivo distrutto al traguardo, in 1h32. Nonostante tutto, sono ancora vivo. Ora però cerco un posto comodo per morire.

La fascia del chip ha lasciato una striscia sanguinolenta intorno alla caviglia ma, come anche la vescica nel piede, è per me un dettaglio di scarso rilievo, un lieve fastidio e nulla più. La frustrazione per non essere riuscito ad andare forte quanto avrei voluto, soprattutto in bici, è compensata dalla soddisfazione di aver portato a termine la gara decentemente nonostante … le sfide in gara sono quasi sempre precedute da sfide a chi ha il “nonostante” più grosso. Questa volta Teo le ha vinte entrambe ma nonostante ciò, sono soddisfatto. Il nonostante c'è sempre ma oggi di più; lo dichiaro sempre ma solo dentro di me posso sapere quanto sia autentico e quindi questa soddisfazione me la tengo per me. Mi offro una birra al bar e me la bevo da solo, con molta calma, seduto al sole sulla terrazza del Chia Laguna. Me la dovevo.

Poi mi alzo e torno a socializzare.

mercoledì 19 aprile 2017

Sano come un verme – Chia triathlon preview

Ho approfittato delle vacanze pasquali per guarire dalla mezza influenza che mi aveva colpito a tradimento, passando le giornate chiuso in casa, in buona parte sdraiato sul letto; per fortuna lo stomaco non ha subito l'attacco dei maledetti microbi e il resto del tempo l'ho passato a tavola. Fino a ieri ero ancora posseduto dal male. Oggi invece mi sento sano come un verme. I sintomi, a parte qualche residuo colpo di tosse fossile e un ripieno di muco, sono spariti ma mi sento molle, come un verme, appunto. Non pedalo seriamente da più di due settimane, non corro da oltre dieci giorni e non tocco il mare da ottobre. Le gambe mi servono per trascinarmi da tavola a letto o, ora che sono rientrato al lavoro, dall'auto alla scrivania ma preferiscono stare ferme allungate sotto un tavolo o dentro ad un letto e forse sono in procinto di staccarsi per completare la metamorfosi a questa mia nuova forma di vita invertebrata. Ma la testa è sempre quella e sta uscendo dalla bambagia da cui era sommersa e, domenica in gara, sarò un verme super combattivo. Striscerò con velleità moderate; sarò un verme della mela che si crede anguilla in prima frazione, poi biscia e perfino vipera 1
Attenti Teo, Francesco e compagnia! Se provate a calpestarmi tirerò fuori veleno da questi dentini da verme. Tu Invece, Jan Frodeno, calpesta pure; la mia faccia sotto i tuoi piedi e puoi muoverti quanto ti pare e piace e io zitto sotto! (cit. Troisi, Benigni) Per noi vermi è un onore essere calpestati da cotanta scarpa.

1 Un verme velleitario, tanto tempo fa si affacciò dal buco di una mela:
“Buongiorno Eva; è buona questa mela, ne vuoi un po?”
“e tu, piccola creatura, chi saresti?”
“Serpente, sono un serpente”.

venerdì 14 aprile 2017

Anche superman ha il raffreddore

Se volasse, gli starnuti lo farebbero sobbalzare e i colpi di tosse lo manderebbero fuori rotta. Quando superman ha il raffreddore, preferisce restare a terra e i cattivi possono fare le loro cattiverie indisturbati.

Eccomi qua, a terra, anzi, a letto. La sensazione di onnipotenza è svanita. Dovrei andare in bici per tornare triatleta ma sono costretto in casa da una mezza influenza. Credevo di essere immune a questi malanni dell'uomo comune ma, a volte, anche noi supereroi ci ammaliamo. Dev'essere stato quell'istante, dopo il bvg trail in cui mi sono rilassato che i miei superpoteri hanno vacillato e i maledetti virus ne hanno approfittato per farsi un trekking sulle mie alte vie respiratorie. E ora? La bici scalpita in garage: questi dovevano essere i giorni di carico; la muta è ancora imbustata dall'anno scorso; i sintomi peggiorano e mancano 9 giorni al triathlon di Chia. I miei avversari più temibili ora sono dentro di me e se usassi i superpoteri contro di loro rischierei di annientarmi.
Ma, niente paura, ho due armi segrete.
  • Ho comprato due ruote nuove modello Siffredi, super performanti, a profilattico alto … anche se qualcuno mi ha detto che bisogna pur sempre pedalare.
  • Ho saputo ora che Teo si è ripreso dall'infortunio e gareggerà. Qualcuno potrebbe non capire ma Teo è guarito a tempo di record dalle fratture alle costole solo grazie all'idea di asfaltare me a Chia e ora i ruoli si sono invertiti.
Il respiro è regolare e il cuore, di tanto in tanto, batte un colpo e tanto basta a rendermi ottimista.

martedì 11 aprile 2017

BVG trail - 75 km sul Garda

Se avessi le costole in “memory foam” forse riuscirei ad adattarmi alla durezza del pavimento del circolo velico di Bogliaco e ad addormentarmi. Invece passo la notte girandomi in continuazione nel mio sacco a pelo per distribuire uniformemente le ammaccature. All'una di notte entra uno che impiega quasi mezz'ora a prepararsi per la notte montando il lettino da campeggio senza esclusione di colpi. Alle 3 un altro vomita con entusiasmo. Per il resto, riempio la notte con la soddisfazione per la splendida giornata trascorsa lungo i sentieri della Bassa Via del Garda.
Per fortuna, la notte prima avevo dormito in un morbido letto nell'albergo da Tiziana. La signora Tiziana mi aveva anche preparato una bella colazione con torta, affettati e uova sode. Preparo lo zaino con il materiale obbligatorio: telo termico, giacca, fischietto, fascia elastica e doppia lampada frontale perché se dovesse fare notte prima di arrivare e se la prima lampada non funzionasse ci sarebbe la seconda. Ma allora, se facesse freddo e il telo termico fosse bucato o se, caduti in un fosso, il fischietto facesse pernacchie, forse sarebbe meglio avere una seconda copia di tutto … ma se anche la copia non funzionasse? Per la sicurezza sarebbe meglio che ce ne stessimo tutti a casa, come dice Stefano, circondati da lampade frontali con pile di riserva ma oggi si esce e per la mia sicurezza, mi porto anche, nella spallina dello zaino, un bell'uovo sodo di Tiziana, che non si sa mai.
Alle 5:15 parte il pullman per il campo sportivo di Salò dove c'è il ritrovo. Poi, con un paio di chilometri a piedi, ci si reca alla partenza nella bella piazza del comune, sul lungolago.
Parto con calma. So che non devo strafare. In salita, intorno a me sembrano quasi tutti più affannati di me. Anche in discesa qualcuno mi supera ma sembra che stia correndo al limite. Non è un po' presto? Io non forzo ma dopo il primo saliscendi, le gambe mi fanno già percepire la loro presenza e invocano prudenza! Le scarpe, appena risuolate, mi sembrano un po' dure nell'impatto col suolo e mi preoccupo un po' per schiena e ginocchia. Dopo un paio d'ore di corsa ho già sudato troppo e decido di togliermi la maglia termica e di correre a torso nudo. Sono le 9 del mattino e all'ombra fa ancora fresco. Un passante sorride da sotto una pesante giacca ma sono convinto di aver fatto bene.
Stefano in discesa è più veloce di me, in salita sono più veloce io. Nei ristori lui, nelle pisciate io. Ci ritroviamo spesso, facciamo un po' di strada insieme poi ci riperdiamo. L'importante è che io sia davanti alla fine.
L'asfalto, forse troppo per un trail, mi dà la possibilità di alzare lo sguardo sul paesaggio senza dovermi fermare. La presenza continua del lago, come un sottofondo musicale, allieta e conforta la vista, ora dietro una leggerissima foschia, ora fra gli ulivi, dietro ai fiori o di sfondo ai paesi. Ci scendiamo al lago, per percorrere il lungolago di Bogliaco. Siamo ad un terzo del percorso e siamo all'inizio; ora comincia la parte più dura e affascinante. Morbide colline e gole selvagge. Sole e ombra. Asfalto e sentieri ripidissimi. Chiese e rocce. Un mix schizofrenico ma divertente.
Uovo, se ti mangio, mi strozzi? Non ti mangio, ti porto entro il calar della sera a Limone, così facciamo maionese e ci guardiamo il tramonto sul lago con una birra in mano. Si affaccia dalla spallina dello zaino ad ammirare gli scorci più spettacolari; si attraversa un canyon profondissimo su un ponticello pedonale. Mi fermo qualche secondo in ammirazione ma sono in gara e devo ripartire.
I chilometri passano veloci; Stefano è dietro e da un po' non lo vedo. Incontro davvero pochi atleti ma sono io che li raggiungo e questo mi stimola. Supero anche due rivali del team Campania. Stai a vedere che questa volta li battiamo. Un capriolo-camoscio, creazione mitologica della mia ignoranza, sfiora il percorso di gara. Non ho il GPS; quanto manca? I volontari danno riferimenti spesso contraddittori e qualche volta si va avanti ma la distanza mancante aumenta. Mi affido allora all'altimetria stortignaccola riportata sul pettorale. Dovrei farcela ad arrivare entro 11 ore, tempo che avevo stimato come obiettivo dignitoso.
Non c'è crisi, neanche crampi, solo stanchezza e mal di gambe. Ogni pendenza ha i suoi dolori; in discesa, oltre il -20% sono i quadricipiti, che urlano sotto le bastonate del terreno. In salita, dopo pochi passi di corsa, le gambe si riempiono di un fluido gelatinoso che brucia e le rende molli costringendomi a tornare al passo. Nell'intervallo -5% - 0% mi diverto ancora ma capita di rado. Boschi di larici bruciati fanno un buon odore, la vita tornerà. Dopo una bellissima cresta e l'ennesimo ripido attraversamento di una forra, si raggiunge un boschetto quasi pianeggiante che si affaccia sul ripidissimo versante di una valle. Sono arrivato alla discesa finale. Ormai è fatta, sono proprio contento. È ripidissima ma non mi fa paura. Nei punti più pericolosi, i volontari allargano le braccia come per fare una ringhiera umana. Poi si arriva sull'acciottolato spaccagambe del fondo valle. Gradualmente la pendenza scende sotto il 20% e la bella stradina pedonale che segue il torrente diventa divertente da correre, soprattutto con la gioia che monta. Si entra a Limone e poco dopo si arriva al lago. Dopo averlo visto da tutte le prospettive, mancava solo l'ultima, quella da dentro. Il percorso, seguendo la riva, ci costringe infatti con i piedi nell'acqua. Ultima salitella, giro di pista e arrivo, in 10h19, ventinovesimo, terzo fra gli ultracinquantenni ma purtroppo senza la gloria del podio.
Maurizio è arrivato da una mezzoretta e Stefano arriverà un quarto d'ora dopo di me. Non c'è ancora la classifica ufficiale ma dovremmo essere arrivati fra le prime tre regioni. Bravissime anche K, Paola e Maria Vittoria della rappresentativa femminile sarda.
Dopo l'arrivo, Stefano deve partire per tornare in Sardegna e prende l'auto che aveva lasciato la sera prima lì a Limone facendosi riportare da Tito a Bogliaco per il ritiro del pacco gara e da uno dell'organizzazione a Gargnano per la notte. Io lo accompagno con Maurizio fino a Salò per prendere l'auto che Maurizio aveva lasciato alla partenza e, dopo aver accompagnato Maurizio da un'amica, ritorno con l'auto a Bogliaco dove passerò la notte. L'auto di Maurizio mi servirà il giorno dopo per andare con Paola e Maria Vittoria a prendere Maurizio a Salò e poi all'aeroporto di Bergamo. Se non siete riusciti a seguire tutti questi spostamenti, non è importante; volevo solo dare un'idea della complicazione della logistica. Insomma, mi sono perso il tramonto sul lago perché fra le 19 e le 21 mi aggiravo in macchina per la statale gardesana occidentale. Peccato, io e il mio uovo avremmo meritato la vista del tramonto con i piedi a bagno nel Garda.
In conclusione, gara con un percorso a tratti meraviglioso, ben segnato, presidiato e ristori ricchi financo di birra. Buona partecipazione della gente del posto e prestazione spettacolare delle mie gambe. Uniche pecche: un po' troppo asfalto e una logistica incasinata che rende più faticoso il prima e il dopo gara. L'uovo? L'ho portato con me in Sardegna.
“Ci hai portato qualcosa da mangiare?” “ Ecco, qui, un bell'uovo sodo del Garda!”

E ora devo subito liberarmi da questo sorriso ebete da autoeroe: ho due settimane per mascherarmi da triatleta.

giovedì 6 aprile 2017

BVG trail - preview

Dopo la Ronda Ghibellina, eccomi alla vigilia della seconda tappa del trofeo delle regioni: il trail della Bassa Via del Garda (BVG) di 75km con 4000 metri di dislivello, sui bei sentieri che si affacciano sul lago.
Questa volta, nella rappresentativa maschile sarda saremo solo in tre. Ognuno si porta la sua borsa e si portafortuna carezzandosi da solo la testa. Dobbiamo arrivare tutti per fare classifica, quindi l'obiettivo principale sarà raggiungere il traguardo a Limone del Garda. Non c'è fretta. Il molise non si presenterà e non ci sarà neanche un podio di categoria da inseguire. Ne approfitterò per andare tranquillo e godermi il contesto, i paesaggi e la corsa sui sentieri. Devo ricordarmi di portare il materiale obbligatorio, di installare i limitatori di velleità, i dossi artificiali rallenta-ego nel cervello, chiudere bene il rubinetto dell'adrenalina che perde e partire piano piano.
Non ho capito se sono in forma o se sono a pezzi. Un giorno mi sento in forma, quello dopo a pezzi. Oggi è giorno di spezzatino. I parametri vitali sono comunque ancora sufficienti, il respiro è regolare e il cuore ogni tanto batte un colpo e tanto basta a rendermi ottimista. Lungo i 75 chilometri del percorso, il suolo brulicherà di 75 milioni di piccolissimi millimetri, o 200 milioni di minuscoli millipiedi, artropodi che non vedo l'ora di calpestare, uno per uno. Il sole splenderà alto nel cielo, poi cercherà di scendere ma io lo fermerò lassù che mi voglio godere il tramonto sul lago al traguardo con una birra in mano.

domenica 2 aprile 2017

Gran Fondo del Sulcis a velleità limitata

Ci sono i limiti assoluti, invalicabili, dettati da condizioni fisiche e fisiologiche e poi ci sono i limiti della gabbietta che ognuno si costruisce intorno per vivere tranquillo. Non bisogna confonderli per evitare di cadere in equivoci e pericolose incomprensioni … come quella volta …. “ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti” mi disse l'ispettore Callaghan. “Chi si ferma per non superare i propri limiti, continuerà a gattonare per tutta la vita” risposi io baldanzosamente un attimo prima di esplodere. C'è chi crede che sia impossibile uscire dalla gabbietta e chi invece, come noi velleitari, cerca di sfondare i propri limiti fisiologici. Per combattere questa forma di stupidità che mi impedisce di autolimitarmi devo trovare stratagemmi compensativi; dovrei inventarmi dei limitatori di velleità, delle specie di dossi da mettere nel cervello per obbligare l'ego ad andare piu' piano.
Questa introduzione patafilosofica serviva per spiegare come mai sono così contento del risultato conseguito alla Gran Fondo del Sulcis. Ho impiegato 10 minuti in più del mio personal best e 5 minuti più dell'anno scorso ma sono arrivato stanco come stanco ero partito o poco più. Come ho fatto a limitare la velleità e salvare le gambe in vista dei 75km del trail BVG di sabato?
Era l'undicesima edizione della gara alla quale ho partecipato per l'undicesima volta. Non potevo mancare, mi sento cromosomicamente parte del dna della gara. Quindi la strategia di dimenticarsi l'iscrizione è saltata per evitare il rischio di pericolose mutazioni.
Una volta partito, con il numero appuntato sulla canottiera, come ho fatto a non farmi prendere dall'agonismo?
Overdose di camomilla o overdose di stanchezza?
Se uno parte già stanco non può stancarsi o, comunque, non si metterà a correre come un matto per inseguire un podio di categoria. La camomilla, invece, sopra certe dosi ha effetti collaterali che possono impestare la camera da letto o l'ufficio, come ho imparato dal mio collega della stanza 223. Ho messo allora in atto la strategia numero 2, mettendo oltre 2000 metri di dislivello nelle gambe fra giovedì e venerdì e oltre 90 chilometri di bici ieri. Altro che camomilla. Ero pronto. Prontissimo, oserei dire; facevo fatica ad alzarmi dalla sedia e il mio io velleitario mugolava mestamente sotto le bastonate.
Sono restato a guardare quando Mario si allontanava e poi ho rinunciato ad inseguire Flavio; li vedevo, sapevo bene che erano della mia categoria ma le gambe hanno deciso autonomamente di rinunciare a seguirli. A dire il vero, sapevo anche che sul podio c'era posto per tre.

giovedì 30 marzo 2017

La mano sinistra

Racconti che si sentono al bar sport, dopo la seconda birra.
“Dopo diversi anni di matrimonio e tre figli, l'esigenza fisiologica aveva superato la passione coniugale e ripresi confidenza con una vecchia fiamma. La consideravo come una sorta di integratore da assumere con regolarità nelle giuste dosi, in attesa di riprendere una relazione normale. Ci incontravamo nei giorni dispari dei mesi di 31 giorni e in quelli pari degli altri mesi. Incontri brevi, formali, si parlava del tempo; un rapporto nella norma, quasi professionale, come fra paziente e pillola, finché un giorno di qualche anno fa successe un fatto strano: durante la minzione – che è un'operazione che svolgo solitamente aiutandomi con la mano destra – dopo la terza scrollata, lei si è rattrappita in una smorfia di gelosia. Inizialmente non capivo ma, mentre cercavo di far scendere l'ultima goccia, mi è arrivato un ceffone. Ora sto molto attento: mai più di tre scrollatine se voglio evitare schiaffi. Ma non è solo gelosa della mano destra. Quando incrocio una bella donna, devo abbassare lo sguardo per evitare che, di nascosto, nella tasca, mi dia colpi con le nocche o dolorosi pizzichi. La cosa sta perdendo ogni senso logico; doveva essere una storia di passaggio e invece ora mi parla di bambini, di adozione … Mi sta soffocando, per fortuna solo in senso figurato, finora. Minaccia di lasciarmi ma mi segue sempre. Si potrebbe configurare il reato di stalking ma ho difficoltà a denunciarla … e poi mi mancherebbe; in fondo in fondo l'amo, almeno come si ama un bicchiere di buon vino all'ora di cena. Abbiamo fatto pace.”
Con un paio di sorsi, svuota la mezza ichnusa, poi si prende la mano sinistra e la guarda con dolcezza carezzandosi le nocche: “ciao cara, ti aspetto domani sera; vedi com'è pulito il cielo? Verrà fuori proprio una bella giornata”

sabato 25 marzo 2017

Fame!

Ieri mattina ho parcheggiato l'auto davanti al CRS4 e, alle 8 meno 10, ho cominciato a correre.
Obiettivo minimo 40 km e 2000D+, per familiarizzare con la sofferenza in vista dell'ultratrail del Garda dell'8 aprile. Il vento porta umidità dal mare che si condensa nell'aria formando una leggera foschia e addosso bagnandomi i vestiti. Dopo le prime salite sui sentieri nel bosco, supero la linea di cresta e scendo verso il mare, fino alla spiaggia. Il vento viene di là e l'aria pulita del mare mi riempie bocca e polmoni mentre il rumore delle onde che si infrangono sulla scogliera mi riempie le orecchie. Festeggio mangiando un biscotto e un cornetto all'albicocca, poi inizio a risalire verso la montagna.
Quando, dopo il trentesimo, mi sento risucchiare dentro me stesso anche se sono bene allenato, quando vedo il cruscotto appannato anche se sono completamente fuori dall'auto, è fame! Mi gioco il pocket coffee e mi resta una bustina da 30 g. di frutta secca “student mix”. Riesco ancora a godere del fascino della nebbia che nasconde tutto quello che c'è sotto e sul sentiero di cresta sembra di correre in cielo.
Quando torno all'auto per fare il pieno d'acqua, sono al km 36 con circa 1500D+. Devo ripartire. Non c'è più divertimento, solo senso del dovere. Piacere, sono Lorenzo; io e la fatica ormai ci diamo del tu, anche se non ci stiamo particolarmente simpatici. La spia della riserva dei carboidrati è ormai sul rosso e vengono mescolati con percentuali sempre crescenti di lipidi. Sto bruciando questa miscela sempre più grassa, fetida e viscosa che solo l'idea mi fa schifo. Le salite sono più ripide di come le conoscevo, io sono più pesante e spesso mi tocca camminare. Quando il sentiero spiana indugio sempre di più prima di ricominciare a correre. Sull'ultima salita mi salva un gel trovato in un taschino dello zaino. Ultima discesa: le gambe stanno ancora bene ma il senso di disagio è forte. 47 km e 2300 D+, sofferenza metabolizzata, missione compiuta.
All'una e trenta entro al lavoro e, dopo la doccia, pranzo alla macchinetta con un sandwich e una lattina di coca. Scrivo l'abstract per una conferenza ma mi sento ancora a disagio. Conto le monete avanzate e torno in cucina. Trovo una bustina di maionese avanzo di mensa e con 60 centesimi mi compro un pacchetto di crackers che spalmo con la salsa. Alle 19 invio l'abstract ai colleghi e torno a casa. In auto avrei potuto sbranare qualcuno. Appena arrivato a casa, stappo un'ichnusa cruda da 66 e l'accompagno con pane e formaggio. Poi cena. Poi, prima di andare a letto una fetta di torta. Alle 2 di notte mi ritrovo sveglio in cucina ad aprire armadi e frigo, e automaticamente, senza pensarci, mi preparo acqua e limone e un'altra fetta di torta. Alle 6 del mattino sono di nuovo lì, con il cucchiaino nel barattolo del miele.

“Mangia, Mario, mangia. Non lasciare avanzi nel piatto. Pensa che c'è gente lì fuori, oltre il trentesimo, che muore di fame.”

giovedì 23 marzo 2017

Quelli che ...

È interessante andare in macchina. Fino a qualche anno fa mi arrabbiavo spesso, ora molto meno. Oggi mi sono perfino divertito a classificare alcune tipologie comuni di automobilisti.
Ci sono quelli che … “la freccia? Ti sembro frocio per caso?”
Ci sono quelli che … “se sto a 10 cm di distanza dall'auto davanti, arrivo prima che se stessi a 2 metri” (esiste un teorema a proposito)
Ci sono quelli che … “vado ai 50 all'ora perché ho visto un cartello rotondo con scritto “50”” (come se fossero messi lì sul serio … ha ha ha!)
Ci sono quelli che se vedono un'auto della polizia vanno ai 20 all'ora anche se il limite è 90 “vedete come sono buono?” (A velocità più alte gli volerebbe via l'aureola.)
Ci sono quelli che … “un momento, lasciami solo trovare la levetta che comanda gli abbaglianti che te li tolgo dagli occhi … ma dove si è cacciata?”
Poi ci sono i criminali che rischiano di uccidere qualcuno solo per risparmiare 10 secondi del loro cazzo di tempo e con loro non posso non arrabbiarmi.

lunedì 20 marzo 2017

Pocket coffee, scarpe nuove e passione per il territorio - Sea trail Porto Corallo

Le ultime gare – la ronda ghibellina e il trail del marganai – mi hanno soddisfatto solo parzialmente: non per il risultato né per la qualità del percorso o dell'organizzazione ma perché mi hanno lasciato la sensazione che mi sarei potuto divertire di più. I crampi nel finale e le incertezze in discesa – un tempo uno dei miei terreni preferiti – che si sono ripetute identiche nelle due gare mi hanno convinto che devo provare a cambiare qualcosa in vista dei 75 km della gara del Garda.
Quando, alla cassa del supermercato, ho visto i pocket coffee, mi sono ricordato che una ventina di anni prima, durante una gita al monte Genis, gli amici mi chiedevano se avessi portato il pranzo e io risposi di sì; non avendo io lo zaino, mi guardavano stupiti. Nel momento in cui tutti gli altri stavano tirando fuori i panini dallo zaino, io infilai una mano in tasca e tirai fuori una confezione di pocket coffee. All'epoca era il mio unico alimento outdoor, necessario e sufficiente come una condizione matematica, e ho deciso di riprovarlo come integratore miracoloso.
Per recuperare sicurezza in discesa, ho deciso invece di cambiare scarpe e riprovare con la morbidezza delle Hoka in attesa della nuova linea tenderly.
Scarpe nuove ai piedi, pocket coffee in tasca e sono pronto per confrontarmi con i forti amici trailer lungo le sterrate e i sentieri del percorso che Matteo, Gianfranco e i loro amici stanno finendo di preparare in vista del sea trail di Porto Corallo di inizio maggio.
Noto subito che sono animati da vera passione per il loro territorio e dal desiderio di promuoverlo. Per una promozione perfetta, il territorio prima si gira poi si presenta a tavola. Infatti si parte già con la concreta prospettiva del pranzo.
La Sardegna offre una grande varietà di territori di grande interesse naturalistico. La straordinaria varietà di colori della macchia primaverile e delle panadas di verdure, il blu del mare, il giallo della focaccia di cipolle, per esempio, si compongono in un'armonia perfetta e sono espressione della zona di Porto Corallo.
Sul primo tratto di sentiero in ripida salita non riesco a seguire Stefano ed Enrico ma nel finale, dopo due pocket coffee, il miracolo si compie e mi sembra di essere io il più forte.
In discesa, con le scarpe nuove, mi sento di nuovo sciolto e, non avendo paura dei contraccolpi su schiena e ginocchia, mi diverto molto e per qualche decina di metri, provo perfino a seguire Francesco a capofitto nella ripidissima discesa.
Per la maggior parte, il percorso è veloce e si snoda su sterrate che percorrono in saliscendi le colline che costeggiano il mare. Si arriva in spiaggia, il mare turchese mi fa l'occhiolino. Quando le ondine lambiscono la sabbia fanno schiuma come birra. È irresistibile e mi ci butto dentro. Quando vi dicono che il blu è un colore freddo, credeteci; vi garantisco che è vero. È un freddo frizzante, che solletica piacevolmente la pelle accaldata come birra in una gola secca. Avrete capito cosa stavo desiderando e le birre non mancheranno!
Difficile non provare piacere per un territorio quando viene presentato con tanta passione e in Sardegna, nella sua parte migliore, questo desiderio di condivisione si sposa con la tradizionale ospitalità svelando tanti tesori. Oggi Porto Corallo, due settimane fa il Marganai, la settimana prossima Crabarissa, poi Villacidro, Isili, Ogliastra, Baunei, Macomer …

Rientro in auto, ascoltando Mark Laneghan cantare “I hit the city”. La sua voce mi sgranchisce le budella. Mark è uno che se anche ripetesse solo “minchia cazzo, minchia cazzo” resteresti a bocca aperta per come lo dice bene. Sono i titoli di coda che sugellano un'altra giornata di piena soddisfazione.

domenica 12 marzo 2017

Stocasticismo

Le gambe, crampi permettendo, dovrebbero in teoria portarmi senza troppi problemi a correre una cinquantina di chilometri in montagna. Ne voglio approfittare per vedere posti nuovi, o almeno ci voglio provare.
La vita è bella perché è stocastica; per gustarla appieno bisogna evitare di rifugiarsi nell'abitudine, nella strada conosciuta, nella sicurezza di un risultato o di un ritorno a casa.
A Santa Lucia incontro per caso Marta e Alessandra che si stanno anche loro preparando a partire. “Che giro devi fare?” Mi chiedono. “Non so, comincio a salire poi forse, prima o poi, giro a destra”. Poco dopo incontro un bel gruppo di podisti di Assemini che stanno rientrando. Gianluigi mi chiama: “Presidente, quanti chilometri devi fare? 100?” “Non lo so”
Le comodità tendono, con l'abitudine, a trasformarsi in necessità. Da piaceri diventano schiavitù. Ogni tanto bisogna liberarsene per riuscire a risentirne il vero sapore.
La poltrona, per il sedentario, non è un piacere ma una necessità e perfino la corsetta giornaliera se ripetuta sempre uguale può diventare più necessaria che bella e, in questo, poco diversa dal gesto di fumare una sigaretta.
Continuo a salire lungo la facile carrozzabile perché voglio andare più lontano possibile, a vedere posti nuovi, a perdermi in sentieri sconosciuti. Solo dopo 10 chilometri mi concedo una piccola deviazione per immergermi nel bosco e rompere la bellissima monotonia della provinciale.
La più bella delle melodie dopo averci commosso fino alle lacrime, dopo un certo numero di ascolti perde la capacità di emozionarci. Così anche nella vita, l'armonia perfetta sembra un orgasmo ma quando la si raggiunge si trasforma inevitabilmente in placida noia.
Rientro sulla strada risalendo fino al passo. Mi sento stanco ma non ho fatto ancora venti chilometri. In teoria posso andare ancora più lontano. Dopo 2-3 chilometri di discesa finalmente decido che è ora di girare a destra, a cercare i sentieri che una volta, dieci anni fa, avevo percorso in bici.
Quant'è bello sentire i raggi del sole sulla pelle in primavera quando l'aria è ancora fresca e nell'intimità del sentiero mi tolgo la maglietta; sulla pelle si alternano i baci del sole e le carezze del cisto.
Nonostante non conosca quasi per niente la zona, non riesco a perdermi. Il primo sentiero sfiora la carrozzabile in corrispondenza del passo e comincia subito il secondo. Azzecco d'istinto un paio di bivi e sbuco in prossimità di Porcili Isidori. L'imbocco del terzo non è molto evidente ma lo indovino facilmente ed è bellissimo quando si alza percorrendo a mezza costa la verdissima valle, fra rocce e torrenti spumeggianti. A Mitza Fanebas, dopo ore di solitudine, mi trovo per qualche minuto, immerso nella folla di villeggianti venuti a fare un pic-nic. Scappo verso il quarto sentiero; lo trovo sporco: il fondo è pieno di pietre e la vegetazione lo ha invaso, rendendo difficile la corsa. Finalmente, inseguendo la primavera, lascio la retta via per una deviazione luminosa che però in breve si perde fra la vegetazione.
Ne approfitto per stendermi sul prato fiorito e per fare il primo selfie della mia vita. Inseguivo la primavera e l'ho raggiunta. Ritorno sui miei passi ritrovando facilmente il sentiero. Guado il torrente attento a non bagnarmi i piedi ma appena arrivato sull'altra sponda sento che mi chiama; tolgo le scarpe e mi butto nell'acqua freschissima. Il tom-tom mi ha abbandonato già da un po' liberandomi dalla schiavitù del tempo.
Rientro sulla strada. Gli ultimi 10 chilometri scorrono veloci. Il torrente gelato ha la funzione terapeutica di anti-infiammatorio e le gambe sono di nuovo relativamente fresche. Approfitto del fondo regolare per volgere lo sguardo verso l'alto, verso i boschi e le montagne e dopo quasi 5 ore rientro all'auto.
Non esiste “lieto fine”. L'equilibrio perfetto, stabile, si raggiunge solo sul letto di morte. Intanto, se non vogliamo sdraiarci anzitempo sul sudario, dobbiamo muoverci, cercare posti nuovi, nuove persone o nuove sostanze che ci sorprendano e le troveremo solo uscendo dalla pancia della gaussiana, dalle ricette dei libri di cucina o dalle istruzioni della signorina tom-tom.

martedì 7 marzo 2017

Trail del Marganai – Vola solo chi osa farlo

C'è gente estremamente attiva che soffre di intestino pigro. Io sono esattamente al contrario. La mia pigrizia è compensata da un'attività intestinale invidiabile. Anche questa notte, mentre io dormivo, lui lavorava incessantemente. Fuori dall'equilibrio termodinamico, continue transizioni di fase lungo l'isoterma dei 37 gradi, provocavano sbalzi di pressione con conseguenti aumenti di volume e movimenti incessanti. Era come se avessi un motore a vapore nel ventre e fra sbuffi e spinte, anche se cercava di non far rumore, ha finito per svegliarmi.
La sveglia è puntata alle 5 e 10 ma, dopo avere indugiato una mezz'ora fra letto e WC, alle 4 e mezza sono già in piedi.
Quando mi sveglio davvero, mi trovo intorno al quarto chilometro. Mi rendo conto di essere già molto in ritardo rispetto alla tabellina del 5 che mi ero fatto per chiudere intorno alle 5 ore: sono partito proprio piano. La mia lampada frontale, obbligatoria per il passaggio attraverso la splendida grotta di San Giovanni, ha anche l'opzione lampeggiante: “questa la userò per segnalare il cambio di direzione quando vi sorpasserò” avevo spiegato agli amici ma dormivo e ora sono già fuori dalla grotta, l'ho riposta nello zainetto e non ho superato ancora nessuno. Allungo il passo e ne approfitto per scambiare due parole con gli amici che raggiungo: Ivan, Luca, Gianni, poi Teo, K e Giuseppe. Tutti outsider, i favoriti sono spariti davanti. L'asfalto intanto ha lasciato posto alla terra, poi la strada al sentiero e il falsopiano alla salita.
Poi la finestra del bosco si apre e mi affaccio a guardare. Bello svegliarsi qui. Vola chi osa farlo e il coraggio di alzarsi prima dell'alba, sfidando previsioni meteo nefaste e disagi intestinali, è già ampiamente ricompensato dalla bellezza del marganai, dei suoi boschi, panorami, miniere, grotte, monumenti archeologici e naturali.
Comincia la discesa che affronto con grande cautela. Al decimo chilometro, sento già dolorini alla schiena, al ginocchio destro e sotto il piede sinistro. Cerco di evitare di pestare le pietre per non peggiorare la situazione: è presto per soffrire davvero ma mi rendo conto che è impossibile fare un trail di 47 km evitando le pietre. Intanto l'unghia dell'alluce sta come d'autunno sugli alberi le foglie e cade senza un lamento.
Risalendo l'ennesimo dentino dell'altimetria, raggiungo Enrico, anche oggi in crisi. Visto che gli appelli personali non funzionano, vorrei organizzare una raccolta di firme per sostenere la petizione “fermate Enrico Di Cosimo” per convincerlo a non partire troppo forte.
Sono contento. Vola chi osa farlo e affrontare i dolori, le unghie cadenti e i sassi è ricompensato dalla sensazione di onnipotenza che provo volando leggero sulle salite mentre gli altri arrancano. Il podio è irraggiungibile ma sto bene, Teo ed Enrico sono dietro e mi diverto scendendo lungo il bellissimo sentiero che porta al tempio di Antas. Sono a metà strada e al ristoro mi informano che sono risalito fino alla sesta posizione.
Negli ultimi 10 km, il percorso di gara si unisce a quello della 27, partita due ore dopo e della 17 partita 3 ore dopo. Dopo molti chilometri solitari, lungo la salita verso la forestale del Marganai, vedo una bella fila di gente. Dopo quasi 40 km mi sentivo lento e pesante ma, con grande sorpresa, mi rendo conto che, nonostante i 30 km in più sulle gambe, riesco a correre dove gli altri camminano, superando tutti. L'entusiasmo aumenta quando incontro gli amici Tito, Carlo e Sebastiano, che, sapendo che sono al quarantesimo, mi incitano con calore. Ora mi sembra di volare. Starei proprio bene, non fosse per una sensazione di crampo incombente. Si sta ripetendo, pari pari, la situazione del finale di gara della Ronda! Inizio il conto alla rovescia: -10, le contrazioni sono ancora sotto controllo. Al ristoro -9 mangio una banana che sembra attenuare le vibrazioni dei polpacci e mi consente di arrivare senza troppi problemi all'imbocco del sentiero -6 che scende dagli 800 metri della punta San Michele verso i 200 del traguardo.
Vola solo chi osa farlo. Nell' “osare” è implicito il rischio di cadere, soprattutto se non si hanno le ali. Dopo lunghi convenevoli, ecco il crampo. Il polpaccio destro si ribella con violenza. Il dolore, all'inizio sembra insopportabile e mi devo sdraiare per terra per cercare di scioglierlo ma, dopo 10 secondi, 20 secondi, 1 minuto, 2 minuti, 4 minuti di tentativi inutili, sono ancora vivo. Si può sopportare, quindi. Anzi, mi ci sono quasi abituato. È parte di me; è come un cagnolino che ha la cuccia nel polpaccio e dopo 4 ore di sballottamenti comincia a mordere. Forse è passato, penso, ma vedo il polpaccio ancora deformato da un orribile bozzo. Mi aiuta un gentile signore e dopo 5 minuti di agonia finalmente il crampo si scioglie e riesco a rialzarmi. Mancano 4 km e prima con estrema cautela, poi solo con attenzione, riesco a scendere corricchiando fino al traguardo. Arrivo settimo, in 5 ore e 18 minuti. Ho osato, volato, sono caduto, mi sono rialzato e ora sono molto contento. Come me, quasi tutti hanno osato, volato, sono caduti e sono contenti anche se qualcuno è caduto davvero, altri sono arrivati doloranti e moltissimi si sono persi allungando di 1-2 chilometri il percorso di gara. Quando si osa, a volte si sbaglia ma fa parte del divertimento. C'è un magnifico clima di entusiasmo. Dopo un volo così è bello anche atterrare e condividere le emozioni provate, riempiendo e svuotando di birra per 7 volte il mug riservato ai finisher. C'è scritto 7 e io l'ho interpretato così.