lunedì 17 giugno 2019

Attraversando la barbagia

Quando Gianni mi ha invitato al Barbagia Crossing, avevo già intenzione di partecipare. Volevo provare la formula particolare di questa manifestazione: 103 km di percorso, una traccia e 4 punti base presidiati con possibilità di mangiare e dormire. Nient'altro. Nessuna segnatura, frecce, tempi massimi, o altro. Si viaggia dentro l'idea di due visionari, Gianni e Alessandro con una formula che riduce al minimo i vincoli. Il resto è libertà, di tempo e di spazio. Non ho nessun ruolo, sono scopa di me stesso e mi posso godere, in piena libertà, il viaggio attraverso un territorio che conosco poco e che promette molto. La traccia gps sarà integrata da tracce mentali devianti che mi porteranno più volte ad immergermi in acque freschissime o ad arrampicarmi su rocce spettacolari.
Dopo aver seguito per qualche minuto i primi ed essermi poi attardato con gli ultimi, correndo in discesa raggiungo Checco e Nicola diventando la 12esima pecora del loro gregge.
Poi, all'improvviso, resto solo col sapore di libertà che si prova lasciando la via maestra per inseguire tracce mentali; cambio anche sport, nuotando per 300 metri lungo un bellissimo canyon che risale sinuosamente il flumendosa fra rocce chiare fino ad arrivare ad una rapida per poi rientrare sempre a nuoto fino ad avere mal di braccia. Mezz'ora di libertà, di “devo vedere cosa c'è dietro quell'ansa”, di sorpresa continua ed entusiasmante, di perfetta solitudine, di parentesi freschissima in una giornata molto calda. Oltre alla meraviglia, il lungo bagno abbassa la temperatura corporea a valori ottimali, consentendomi di affrontare la salita successiva con maggior vigore.
Dopo pranzo, birra e caffè al check point di Gadoni, la digestione pesa e non mi va di correre; mi unisco a Paolo che viaggia col suo passo regolare, lo zaino enorme e un nugolo di mosche intorno alla testa. Ogni tanto una delle sue mosche viene da me ma gliela rendo subito: “scusa Paolo, questa mosca è tua” e se la riprende. Dopo aver risalito insieme un bel ruscello canterino, entriamo nel parco di texile. Le tracce mentali mi portano a lasciare Paolo per arrampicarmi sul magnifico tacco per poi inseguirlo prima che mi si scarichi completamente il gps e con lui rientriamo a Belvì verso le 18 con i primi 40 km fatti e una camera prenotata per la notte.
Mettersi a sedere al tavolo di un bar di Belvì è pericoloso. L'ospitalità barbaricina si mischia alla generosità degli amici e non si resta a bocca asciutta ma, al contrario, con tante bottiglie asciutte e il ventre colmo. Il mio apparato digerente va in affanno e quella notte soffrirò mal di pancia e la seguente mi sveglierò per vomitare. La prossima volta dovrò allenare meglio lo stomaco con sedute di peristalsi in palestra.
Per fortuna l'assenza di vincoli temporali mi consente di dormire più a lungo. Considero la sveglia un nemico della libertà e il letto mi accoglie ben oltre le 5 del mattino, ora in cui sono già tutti in piedi.
Riparto per ultimo per poi alternare magnifica solitudine con splendida compagnia; corro, aspetto e corro ancora. Conquisto la cresta del monte e poi me la godo, viaggiando con lo sguardo fra panorami immensi, mucche e cavalli semibradi con vitelli e puledri. Incontro alberi monumentali, a cui assegnerei nome e cognome tanto sono particolari e unici. Per esempio, quell'albero isolato che suona come un orologio svizzero non è “una sughera” ma “la maestosa sughera del cuculo”; è unica e se la vuoi conoscere, la trovi lì e non altrove.
Il percorso è lineare e per non perdersi basta controllare la traccia ai bivi e ricontrollarla 50 metri dopo per assicurarsi di averla interpretata bene. Si può procedere rilassati, senza bisogno di guardare in continuazione l'orologio o di unirsi a branchi al seguito di maschi alfa. Solo nei paesi i bivi sono molti e le difficoltà aumentano. Quando entro a Meana sono solo e mi viene qualche dubbio di aver mancato il check point ma poi lo trovo, quasi all'uscita del paese, accogliente come tutti gli altri. Nei check points si trova cibo in abbondanza e belle facce note, Alessandro, Gianni, Elio, Anita, Sebastiano, …, a cui si uniscono poi Ivan e Claudio, che hanno finito la loro gara e sono lì ad aiutare. Anch'io mi unisco a quel bello spirito collettivo andando al bar a comprare birre per gli amici appena arrivati, per poi bere quelle offerte dagli altri.
Al contrario di quello che succede ai podisti normali, ogni tanto sono costretto a correre perché non ce la faccio più a camminare. Dopo l'ennesima bella sosta alla sorgente freschissima di su zurru de uatzo, le gambe sono rigide e i piedi indolenziti ma dopo poche centinaia di metri di corsa, i dolori passano completamente, come se non ci fossero stati i 90 km delle ultime 30 ore. Non voglio fermarmi più, imposto una corsa leggerissima e mi tiene compagnia Silvia. Ancora un bel bosco fresco, un passaggio attraverso un gregge con maremmani che ci abbaiano minacciosi ma si tengono lontani dal mio ringhio, una salita con pendenze letali, un noce incredibilmente bello, anzi “il noce”, proprio lui, quello con i gomiti dei rami poggiati mollemente a terra; insomma gli ultimi 10 km di “piscia piscia” come li aveva definiti Gianni, ricchissimi anche loro di contenuti e si arriva al termine di questo meraviglioso viaggio.

Avanti così. Nuove idee visionarie per armonizzare sport e territorio nel modo più naturale e semplice possibile, grazie anche alla tecnologia che consente di smaterializzare la plastica della segnaletica riducendola a pochi kbyte di memoria in una microsd. Avanti così, pronti per partire dai check points con solo 1000 millilitri d'acqua, 1000 milliampere-ora di carica e la testa piena di libertà.

martedì 11 giugno 2019

Cosa non si farebbe per un pranzo gratis!

Su invito di un amico, ho scritto un raccontino per un contest su facebook. In palio un pettorale gratis e un pranzo per 2 persone. “È un ambiente di sportivi, quindi ci si mette in gioco e vinca il migliore” pensavo ma non avendo ancora mai partecipato ad un concorso su FB, non immaginavo che mi aspettasse una discesa agli inferi!
Sul mio diario ho scritto:
Su invito di un amico, ho scritto un raccontino per un contest. Lo trovate, insieme a quelli concorrenti, al link qui sotto. Per votare basta mettere un "like" all'immagine contenente il racconto. Siccome, almeno in teoria, dovrebbe vincere il racconto migliore e non quello il cui autore ha più amici su FB, vi invito a leggere anche gli altri e a votare il migliore”. Con un po' di ipocrisia, confidavo che trovassero migliore il mio o che lo scegliessero a prescindere.
Quando ho visto che uno dei concorrenti aveva molti più “like”, sono andato a vedere cosa avesse scritto su FB:
Votatemi mettendo un like sotto il mio racconto”.
Secco. E i contenuti? Non dovrebbe vincere il migliore? Ci ho riflettuto un po' e il giorno dopo l'ho superato dal basso con un post ironico:
Adesso basta con i buonismi, se no rischio di fare servizio scopa anche al contest trailletterario.
C'è in palio un pranzo non posso farmi superare così, senza combattere. Ci sono i conchiglioni ripieni, cacchio. E' partita la salivazione e devo andare velocemente fino in fondo altrimenti rischio di inondare la tastiera.
Fate vedere che amici siete, aiutatemi a conquistare l'agognata seada: andate al link qui sotto, cliccate sul mio racconto e votatelo. Non state a leggerlo, non serve a niente o, se proprio volete, leggetelo ma PRIMA di leggerlo mettete il like che magari poi vi fa schifo. Spammate, condividete e, se vinciamo, uno di voi, sarà estratto a sorte per accompagnarmi al pranzo. Maialetto arrosto, mica scherzi! Si mangia bene, si mangia tanto, si mangia tutti! E' una promessa elettorale, badate bene. Votate votate votate!

Anche se era evidentemente scherzoso, mi sentivo di avere venduto l'anima per il pranzo gratis. Ma la mia anima non ha un grande valore di mercato. Giusto una ventina di “like” o poco più.
Mezz'ora dopo, sul diario FB dello stesso concorrente compare il seguente messaggio:
Il mio post sarcastico era stato plagiato e trasformato in uno pseudo-simpatico con tutte le faccine! Sono rimasto sbalordito. Uno che vuole vincere un concorso “letterario” e che, per di più, si definisce sportivo, si riduce a copiare i messaggi di un concorrente! Peggio di me!
Ho smesso di lottare. Ero già troppo in basso e non potevo scendere oltre, neanche per un pranzo gratis. Ho votato il suo racconto e tutti gli altri tranne il mio e sono rimasto a bocca aperta a guardare la stupefacente guerra che infiammava le pagine di FB. Cosa non si farebbe per un pranzo gratis!
I racconti? Nonostante non avessero la minima rilevanza per l'esito del contest, li ho letti tutti. Io avrei votato il mio, non perché fosse scritto meglio degli altri ma perché l'ho scritto a mio gusto, sintetico e con un minimo di struttura narrativa. Ce n'era un altro scritto decisamente meglio, che forse avrebbe meritato la vittoria ma un po' piatto per i miei gusti. Forse, al terzo posto, avrei messo quello dell'amico plagiatore. Raccontino un po' banale ma arricchito da qualche bella immagine poetica che riesce a far perdonare persino banalità tipo: “vado veloce a tratti sotto i cinque minuti a Km”. O forse no. Per esempio: “Ci si arrampica in fila indiana tutti colorati su uno sfondo di verde brillante e tutte le sfumature di colori di una primavera esplosa” è una bella immagine poetica, peccato però che quella mattina il cielo fosse coperto da una spessa coltre di nubi e pioggia e foschia rendessero tutto grigio e spento. “La primavera non c'entra un cazzo”, avevo scritto io, più prosaicamente. Dove avesse visto tutto quel fulgore primaverile è un mistero. Si era fumato qualcosa? Ecco, vedete? Mi è scappata l'invidia perché ha vinto e, maledizione, i conchiglioni ripieni li mangerà lui.
Bon appetit!
Verde brillante? Foto di Nicola Dessì

domenica 9 giugno 2019

Riu Alinu – La prudenza può essere troppa

Foto di Andrea Mentasti
Un mesetto fa, Priamo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto celebrare l'anniversario dell'uscita in cui si era rotto il malleolo ritornando sul posto dell'incidente, alle cascate di riu alinu. Mi è sembrata una bella idea, sia perché è un periodo in cui c'è molta acqua e le cascate si presentano belle prosperose, sia per ricordare l'incidente affrontando lo stesso rischio con maggiore consapevolezza. Con maggiore prudenza, quindi, ma non troppa: la troppa prudenza ci avrebbe lasciati a casa. Dopo un sabato di esplorazione, il percorso è deciso. Partono gli inviti fb, compro birra e anguria e, all'insegna della prudenza, preparo 30 metri di corda, 5 chili di prudenza che porterò sulle mie spalle e che non useremo mai.
La mattina, appena sveglio, vedo un lampo. Piove ma non mi preoccupo troppo. Smetterà. Forse era un presagio; la notizia brutta, infatti, mi arriva poco dopo. Il malleolo di Priamo, che avremmo dovuto festeggiare, rimarrà a casa a causa di una congestione dell'organismo ospite. Oltre all'osso festeggiato e il simpaticissimo gigante che lo ospita, ci mancherà anche il comodo fuoristrada di Priamo.
Al ritrovo siamo 16 e 3 ajomen stanno arrivando da Pula. Siamo 19 con solo 3 auto che possano risalire i 7 km di strada sterrata. Grazie all'inventiva e adattabilità di Nicola, scopriamo che si può viaggiare comodamente anche in 7 su un doblò.
Foto di Andrea
Si parte. Dopo 5 km di strada, prevalentemente in salita, siamo abbastanza caldi e pronti per una bella rinfrescata. Il “bordo vasca” di riu alinu è peggio del poetto a ferragosto. Non si sa dove stendere il telo. Siamo solo noi ma riusciamo a riempirlo completamente. Si torna ragazzi con tuffi e urla di gioia ed emozione che scaturiscono a contatto con l'acqua gelida. L'unico che si comporta da adulto è il mio ragazzo che, in posizione defilata con la sua felpina, si distingue dalla massa seminuda.
foto di Andrea
Scendiamo poi alla cascata inferiore, lungo la scarpata in cui 12 mesi fa era avvenuto l'incidente. Un pietrone, smosso da sopra, rotola, prende velocità e lo vedo volare ad altezza d'uomo. Lancio un urlo e abbiamo il tempo di controllare che non ci venga addosso; forse avremo fatto in tempo anche a schivarlo. Buon anniversario malleolo!
La cascata inferiore alimenta un bel laghetto immerso nel verde. Più giù, emerge la pura roccia, dove il torrente ha scavato una serie di canali e piscine naturali. È magnifico ma guardare non mi basta più. Vorrei vivere, sentire, immergermi completamente in quella bellezza e percepirla anche con la pelle, con i recettori epidermici del corpo intero. Sarebbe bello tuffarsi in tutte ma quelle più giù non offrono un'evidente via di risalita e a malincuore rinviamo l'immersione ad una prossima escursione.
Foto di Andrea

Si ridiscende allora su tracce di sentiero che seguono il torrente, fino all'ultima pozza dove, come da programma, si fermano tutti mentre, in tre scendiamo all'auto a prendere birra e anguria per tutti. Intanto, anche chi, come Nello, aveva, per prudenza, rinunciato a scendere alle cascate, ha modo di fare una tranquillissima doccia, in tutta sicurezza, sotto la cascatella.
Foto di Bruno Di Paola
Dopo un picnic di lusso, si rientra alle auto e si riparte verso casa.
Mentre supero un fuoristrada che procede lentamente sulla sterrata, sento il suo motore che accelera per non farsi sorpassare. Il conducente mi guarda con un gran sorriso: “Dai, procediamo così, affiancati fino a giù!” Mi dice. Non colgo la sfida, siamo in 8 sul doblò e non siamo abbastanza ubriachi, non come loro, almeno. Rallento e lo lascio passare; in fondo stiamo celebrando la prudenza, stiamo rientrando a casa e ora non c'è motivo alcuno per prendere dei rischi. Buon malleolo, Priamo!

giovedì 30 maggio 2019

Elighes uttiosos spring trail

Cosa significa “Elighes Uttiosos Spring Trail”? “Elighes uttiosos” sono i “lecci gocciolanti”; “spring” in inglese sta per primavera ma anche per sorgente, molla o salto. La primavera, sicuramente, non c'entra un cazzo; secchiate d'acqua ci accompagnano nel viaggio d'avvicinamento al montiferru e una pioggerella continua ci accoglie a Elighes. Si preannuncia una gara interessante.
L'acqua esalta gli odori. Prima si sente la menta, poi il profumo del timo, quasi stordente. Si sale seguendo un percorso su fondo naturale con le fettucce che guidano da una pietra all'altra per disegnare un serpentone colorato di atleti. Sono la scopa e seguo la coda del serpente. Via via quelli avanti sfumano nella foschia e i primi spariscono completamente in una coltre di nubi. Primavera?
Arrivati sull'altipiano ci aspetta una sorpresa. Ci ritroviamo nel famoso “regno dei cieli”, in mezzo alle nuvole e gli ultimi sono i primi! Ma dopo un attimo di disorientamento causato dalla segnaletica spostata e rimossa, i primi ritornano primi e gli ultimi beh, di nuovo ultimi. Non era ancora il momento. Comunque, qui nei bassifondi, questi drammi assumono un'aria di commedia; i mescolamenti biblici non ci dispiacciono.
Foto Nicola Dessì
“Spring” forse sta per “salto”. “Spring trail” potrebbe essere inteso come percorso tecnico, con salti. La primavera non c'entra un cazzo, i salti sì. Salendo a “su mulloni”, si procede infatti saltellando fra le rocce. L'acqua piovana le rende scivolose tanto che un atleta ha completato il salto atterrando col sedere sulla dura pietra e non è in grado di proseguire. Lo stanno assistendo in 4! Nicola e Gianni aspettano i soccorsi, rinunciando definitivamente alla loro gara ma, consapevoli di aver fatto qualcosa di davvero utile, sono contenti lo stesso. Melania e Tiziano proseguono, nonostante abbiano regalato almeno 20 minuti del tempo della loro gara per aiutare l'atleta infortunato. Ora, dopo la lunga sosta, sono ultimi e li accompagno con molto piacere.
Ed ecco i lecci gocciolanti. Gocciolano per la pioggia ma non solo quella di oggi, anche quella raccolta e filtrata lungo tutto l'inverno, proprio quella che ci ha bagnato al “winter trail” e che permea tutto il monte. “Spring” forse sta per “sorgente”. “Il sentiero della sorgente dei lecci gocciolanti”. Sì, forse ci siamo. La primavera non c'entra un cazzo (l'ho già detto?) la sorgente sì. È bella, copiosa, la roccia trasuda acqua che si mescola con quella piovana
Foto Tiziano Cogotti
Lasciata la sorgente, si scende nel bosco su terreno ripido e scivoloso. È una bella pista da sci. Si vedono impronte di sciatori improvvisati e si immaginano sederi per terra. Il bosco ogni tanto si apre e lascia immaginare panorami immensi ma lo sguardo si perde aggirandosi fra infinite gocce in sospensione. Dopo Tiziano e Melania, il ruolo di ultimi passa a Michela e Marisa e con loro arrivo fino al traguardo
Pioveva, non pioveva … chi se lo ricorda? Questi particolari passano in secondo piano. Forse era anche primavera. La primavera sicuramente è lì, nei sorrisi radiosi degli atleti, belli, colorati, indulgenti, pazienti, generosi, rispettosi. Si sente quella sensazione di tepore che risveglia gli ormoni, di benessere che fa sentire belli e sorridere, di libertà che fa sentire leggeri e giovani, liberi dal peso non solo dell'ultimo ma di tutti gli inverni passati. Come ha scritto Tamara, se anche il sole non si vede, lo abbiamo dentro e tanto basta a far primavera.
Ecco, trovato! “Elighes uttiosos spring trail” significa “percorso di primavera fra i lecci gocciolanti”. Ci voleva tanto?

sabato 25 maggio 2019

Sardinia Trail - L'apoteosi

Dopo il primo bellissimo sentiero a picco sul mare e una breve pausa caffè sorseggiato con i volontari di un presidio, il percorso prosegue su una sterrata che gira verso l'interno in leggera salita. Vedo un sentierino turistico con indicazione “piscinas”. Vale una deviazione? Vediamo. Dico a Giampaolo di proseguire lungo la strada da solo, che io voglio curiosare. In 200 metri raggiungo un'area picnic accanto ad un torrente. Le “piscinas” sono appena più in alto. Ecco la prima; una cascatella bassa ma ricca alimenta una bellissima piscina naturale. L'acqua mi chiama e mi ci devo buttare dentro. È troppo bello, non riesco a resistere. Vedo che più su ce ne sono altre ma sono al lavoro e non posso perdere altro tempo. È finita la licenza. Sono di servizio scopa e non posso abbandonare i miei atleti. Mi rimetto scarpe e zainetto, prendo in mano la maglietta e riparto di corsa. La salita tira e raggiungo velocemente Giampaolo che sta camminando. Più su comincia un tratto di 4 km di strada forestale quasi pianeggiante, una balconata che si affaccia a 400m di quota, sulla costa orientale. Sarebbe tutta da correre ma lui non ci riesce. È la terza tappa e sente le gambe dure. Solo ogni tanto accenna una corsetta ma poi si ferma a camminare. Sono impaziente, ho paura che di questo passo finiremo molto tardi. Temo per il tempo massimo e per tutti gli atleti e gli organizzatori che ci dovranno aspettare. A me poi dispiacerebbe arrivare quando quasi tutti fossero già andati via, senza riuscire a salutare gli amici. Cerco di non fargli percepire la mia impazienza e di distrarmi guardando il panorama. Quattro anni fa avevo corso questo tratto in compagnia di Marco Olmo, oggi sono con Giampaolo Darsiè alias “nonno Plutonio”, atleta trevigiano di 73 anni. Finalmente inizia la salita, dove, inserendo la spinta dei glutei, avevo staccato di qualche metro il grande Marco, fino al ristoro in cui ricordo che mentre mi facevo riempire il camelbak, mi aveva raggiunto e, riempiendo la borraccia al volo, senza fermarsi, mi aveva lasciato lì a guardarlo andare via. Anche Giampaolo parte prima di me. Ha già in mente il tatuaggio che si farà per celebrare la sua impresa; ha ancora un posto libero sul polpaccio da marchiare con i quattro mori.
In discesa si riprende e sul terreno tecnico va bene e, da mezz'ora che avevamo al ristoro, ci avviciniamo a soli 5 minuti dalla coppia di giovani tedeschi che ci precede. Le gambe ora girano e riesce finalmente a correre. Mi fermo al presidio del soccorso alpino perché non risulta passato un atleta. Dopo aver chiarito la situazione, parto all'inseguimento e mentre lo sto raggiungendo, lo vedo cadere. Si rialza con un gomito sanguinante e escoriazioni ad un ginocchio. “Aspettiamo che passi il mezzo del soccorso alpino …” “no, non perdiamo tempo”. Si versa l'acqua della borraccia sulla ferita e riparte. Non c'è tempo, stiamo inseguendo i tedeschi. Poco dopo, inizia l'ultima salita. Non è lunga ma sono comunque più di 100 metri di dislivello. Fa caldo. Si ferma un attimo. Si siede. Poi butta la testa all'indietro dove non c'è appoggio. Lo reggo. Capisco che ha un calo di pressione. Lo sa anche lui. Gli offro un gel che avevo raccolto in terra, caduto ad un atleta, ma lo rifiuta. La salita non è finita. Si rialza. “Vai piano, abbiamo tutto il tempo per arrivare entro le 6 ore del tempo massimo ed è meglio arrivarci vivi”. Riparte ma dopo qualche centinaio di metri si risiede e si butta indietro di nuovo. Gli reggo la testa e gliela appoggio dolcemente su sassi e cespugli. Controllo che sia cosciente. “Chiamo aiuto?” “No”. Gli alzo le gambe per agevolare l'afflusso del sangue al cervello. Giampaolo ha letto i libri di Marco e ne trae ispirazione. Non sono eroi, l'eroismo è un'altra cosa; l'eroe si sacrifica per uno scopo nobile. Qui manca lo scopo. Resta la capacità di sacrificio che, in mancanza di fanciulle da salvare dai draghi, si sfoga in questi atti di “autoeroismo”. Riparte e io lo seguo da molto vicino, pronto a sorreggerlo. Dopo aver ripetuto, altre due volte, una scena analoga, finalmente, la salita finisce. In lontananza si scorge l'arrivo. “Devi arrivare in spiaggia in buone condizioni che se ti vedessero crollare verrebbero a riprenderti con l'ambulanza”. Non c'è bisogno. Nonno Plutonio si è ripreso. Appena arrivato in spiaggia si toglie le scarpe. Non si cura dei sassolini che scalfiscono la pelle della pianta del piede. Dopo qualche minuto di camminata in spiaggia, decido anch'io di togliermi le scarpe e, visto che ci sono, di fare un breve tuffo nel frizzante mare ogliastrino. Qui, 4 anni fa, vedevo Marco Olmo circa 200 metri avanti a me e avrei voluto raggiungerlo per arrivare insieme e fargli un inchino all'arrivo ma Marco è tenace, solitario e non ama queste smancerie; mi ero avvicinato ma senza riuscire a raggiungerlo. Giampaolo invece non scappa. Da lontano non si vede nessuno. Solo l'arco. Saranno già partiti tutti? Solo quando arriviamo a cento metri dall'arco, sento la voce di Andrea che annuncia il nostro arrivo e la terrazza si popola improvvisamente; tutti gli atleti sono lì, in piedi ad applaudire. Che emozione! Sembra l'apoteosi. Mi sento quasi in paradiso. Il resto lo fa la birra.

lunedì 13 maggio 2019

In crabarissa veritas

In vino veritas” scriveva Plinio il vecchio, riconoscendo la capacità del vino di sciogliere i nodi che, col passare degli anni, tendono ad aggrovigliare i percorsi mentali degli uomini. Come i fili degli auricolari, infatti, anche i pensieri passano le notti ad annodarsi nei cassetti della mente e li ritrovi al mattino con i fili logici tutti intricati. Per ripristinare la linearità della logica e sciogliere quei nodi, il vino è un buon solvente.

Ma, prima della sana bevuta, il nostro percorso alla ricerca della genuinità aveva già dato frutti succosi. Dall'essenza della vite all'essenza della vita. Allontanandosi dai vigneti del mandrolisai, in direzione di Nughedu Santa Vittoria, il territorio diventa meravigliosamente selvaggio, popolato da foreste, graniti, daini e aquile reali. Inoltrandosi in questo territorio, un monolite granitico si staglia maestoso, ergendosi per 50 metri. Ecco sa crabarissa, spettacolo magnifico e dolente.

Lacrime di pioggia e sospiri di vento hanno scavato per millenni per scolpire questo capolavoro cubista, una sorta di “guernica” naturale, espressione vivida e magnifica del dolore. Col granito non si scherza. Gli inganni non si dimenticano. Le smentite scivolano via. Espressione di verità maestosa e indelebile, così vivida che intorno ad essa è nata la leggenda della ragazza di Cabras impietrita dal dolore causato dall'inganno del suo amato.
Al di là dei significati mistici, la “veritas” si trova qui nella semplicità del rapporto uomo-natura; Il tempo si neutralizza, i gps si fermano, il trail si interrompe, non è più neanche escursione ma immersione; il tempo si è fermato qui, bloccato in un presente che persiste da millenni, intangibile; qui si rifugia, in fuga dal cinetismo moderno. L'immersione nella natura è un ritorno all'infanzia dell'uomo, alla sua essenza; si ritorna a condizioni in cui la mente serviva per superare gli ostacoli fisici e i disagi erano ripagati dalla natura stessa. In ciò, è tutto semplice, lineare, naturale. Non ci sono gli arzigogoli che riempiono le teste e possono causare smarrimenti. I soldi non servono, qui vige condivisione e scambio. Il cellulare non prende ma ciò che è lontano non ci riguarda: siamo qui, ora, ed è più che sufficiente. Questo è l'uomo e questa è la vita.
Grazie crabarissa, maestosa custode della “veritas”.
Inoltrandomi fra le dita dei piedi della crabarissa. Foto Marcella Meloni.

Paradiso terrestre. Foto Marcella Meloni

Morbido granito. Foto Marcella Meloni

lunedì 15 aprile 2019

Questioni di colon

Il 15 aprile alle 9, un mio collega ha organizzato un convegno su tematiche affini a quelle su cui lavoro io. Quando ho letto la “news”, ho pensato che forse avrei fatto bene ad andarci; poi ho controllato l'agenda e mi sono reso conto che proprio il 15 aprile e proprio alle 9 avevo prenotato una colonscopia. Mi è toccato scegliere. È meglio assistere al convegno o farsi infilare una sonda nel culo? Cos'è più appassionante? This is the question.
A posteriori, non mi sono pentito della scelta. È stato molto interessante. Sullo schermo scorreva una presentazione estremamente chiara, che mi ha dissipato un dubbio sul quale mi stavo arrovellando da tempo. Sono riuscito a restare ben sveglio e seguire tutto, dall'introduzione, seguendo il filo, fino alla conclusione …
Non sto parlando del filo del discorso ma di quello della sonda e la sua introduzione, a dire il vero, è stata un po' fastidiosa perché le parti sono delicate e avevo rinunciato all'anestesia e il dubbio che mi arrovellava non riguardava le energie rinnovabili ma la natura di un demonietto che mi possedeva da tempo e che ho già descritto qui un paio di mesi fa:
“In questo periodo sono posseduto da un demonietto che si è introdotto nel mio corpo, due dita sottopelle, più o meno in corrispondenza dell'ombelico. Non è ancora riuscito a farmi parlare in sanscrito con gli occhi rovesciati. Mi fa però pronunciare messaggi in bassa frequenza dal sedere. Lo sento che respira forte e il suo alito sulfureo mi gonfia e poi sfiata dall'ano con voce profonda; non ho mai detto niente di così profondo come in queste notti. L'odore è inconfondibile. Il tanfo di zolfo non lascia dubbi. È un parente di Satana. La corsa è una forma di esorcismo, di purificazione fisica e mentale. Prima di rivolgersi al medico o al prete, vale la pena provare a fare una bella corsa.”
Dopo, però, aver provato con la corsa e non avendo fiducia nei preti, sono dovuto ricorrere al medico col sondino. Da uno strettissimo passaggio, si entra in una grotta affascinante; si percorre un lunghissimo cunicolo attraversando inondazioni fangose, sempre più giù, nelle profondità del mio io. All'improvviso, dietro una curva appare lui, è una roba informe e molliccia, una specie di “blob” dall'aspetto innocente che se ne sta lì acquattato aggrappato alle mie mucose; è bastato un cappietto ed un paio di ave maria per estirparlo dalla mia anima. Vederlo in diretta è stato veramente appassionante!
Altro che convegno. Mi dispiace per il collega ma una bella colonscopia è assolutamente meglio.

sabato 23 marzo 2019

Primavera

Dopo 7 mesi d'astinenza, le braccia sinistre dei maschi italiani possono finalmente uscire, a penzoloni, dai finestrini delle auto e abbandonarsi mollemente al tepore dell'aria. È arrivata la primavera!
Anch'io sono un maschio italiano, ho un braccio sinistro e l'ho seguito fuori, ma molto fuori, penzolando fra i monti. I fiori della macchia, sfiorati nell'intimità di un sentiero strettissimo  lasciano nuvole bianche di polline. Sono tutto inseminato e ho l'humus sulla testa. Ho fatto l'amore con la foresta e accetterò le conseguenze del mio atto di libidine. Cresceranno arbusti e avranno il mio profilo ... intanto mi sono germogliate idee fiorite nel cervello.
Con l'aiuto di Tonino, ho trovato il passaggio che cercavo e il Trail 2020 sarà ancora più bello.

mercoledì 13 marzo 2019

Trail del Marganai. Un magnifico viaggio.

Il pullman partirà dal nuraghe s'omu e s'orcu fra 20 minuti. Si va alla fermata senza fretta, corricchiando più per scaldarsi che per urgenza. Ma non potevano mettere la fermata più vicina al parcheggio? Siamo già stanchi prima di partire. Questi nuragici non capivano un granché di urbanistica. Gente primitiva.
In queste poche centinaia di metri non si parla solo del viaggio che stiamo per fare. Il comandante è bravo a presentarmi la cosa e mi si apre la prospettiva di un nuovo lunghissimo viaggio. Ne ho già altri 3 o 4 prenotati ma questo sarebbe qualcosa di più.
Ma ecco il maestoso nuraghe circondato da una settantina di atleti colorati e festosi. Mi siedo sui sedili in fondo, dove, quand'ero ragazzo, ci si sedeva per fare casino; sembravano fatti apposta: 5 sedili in fila, lontani dall'autista e dalle madame rompipalle che si siedono sempre nelle prime file. Ora che sono grande, spero che non ci siano giovinastri casinisti, per questo viaggio preferisco che diventi il mio tranquillo salottino.
Si parte.
Chi si siede con me? Alberto, Marina, Claudia, mi avevano detto che avrebbero viaggiato con me ma sono più avanti. Corrono tutti come se avessero fretta, tranne tre che camminano. Saranno loro i miei compagni di viaggio. Ci presentiamo: Lino, Andrea, Lorenzo. Quasi subito ci si affaccia dal finestrino per ammirare la volta della grotta di San Giovanni; ci sono già passato molte volte ma è un luogo straordinario e non ci si fa mai l'abitudine.
Non mi piace molto parlare, preferisco ascoltare, soprattutto quando mi trovo con persone competenti, intelligenti, spiritose e con grande esperienza e Lino lo è. Dopo un paio d'ore di salita, si ferma, si toglie la gamba per asciugare il sudore che, colando, si era accumulato nella gomma fra il moncherino e la protesi … non vi avevo detto che ha la gamba destra amputata da sotto il ginocchio; è un particolare appariscente ma poco significativo. È una grande persona e basta.
Sui sedili in fondo con Lino e Andrea. Foto Giovanni Paulis
Avanziamo lentamente ma il tempo passa piacevolmente chiacchierando qui nel salottino mentre fuori dal finestrino scorrono alberi e panorami sempre più ampi, miniere abbandonate, maestose pareti rocciose … Le chiacchiere si interrompono solo lungo le salite più ripide, quando il rombo del motore affaticato sovrasta il suono della voce. Stiamo per arrivare al tempio di Antas, dove Lino e Andrea si fermeranno. Lino organizza un arrivo sprint al ristoro per fingere di aver corso tutto il tempo e dopo esserci fermati dietro l'angolo a prendere fiato, partiamo di corsa per gli ultimi 50 metri. Non solo salotto, quindi, ma anche un pizzico di goliardia da ultima fila.
Quando riparto, sono rimasto solo e devo correre per inseguire l'altro pullman. Mi fa piacere sgranchire le gambe dopo essere stato 7 ore e mezzo seduto a chiacchierare. Si corre bene, prima lungo un bel falsopiano panoramico e poi fra le suggestive rovine di Malacalzetta. In meno di un'ora raggiungo Marinella accompagnata da Marco, di servizio spazzola. Faccio in tempo a scambiare solo 2 parole con Marinella che arriviamo alla fermata ed è costretta a scendere anche lei. Anche Marina e Claudia si sono fermate qui e davanti a noi è rimasto molto spazio libero.
Ripartiamo con Marco all'inseguimento di una fantomatica atleta inglese.
La primavera ci circonda; l'aria è profumata, il cielo è terso; sono condizioni ideali per viaggiare, per vivere. Solitamente, quando si arriva in un posto particolarmente panoramico, la gente si ferma a fare una foto e io a fare una pisciata. Questa volta le ho fatte entrambe …ecco la vista da uno dei bagni più belli del mondo.
Dopo un'ultima dura salita, il sentiero scende veloce e molto divertente da correre. Finalmente raggiungiamo l'inglese accompagnata da Luigi di servizio spolverino. Appena vedo l'inglese in faccia capisco che è polacca; lei in discesa cammina. Ci risediamo nel pullman, all'ultima fila, scopa, spazzola e spolverino a scortare la giovane polacca. Riesco a farle dire, in un ottimo inglese: "Tutto bene, mi fanno solo male le dita del piede". Poi si rimette le cuffie e riprende il libro che stava leggendo. Ormai manca poco, giusto il tempo di chiudere la borsa e scendere dal pullman e … che accoglienza! Ci hanno fatto una bellissima festa e anche un magnifico regalo.
È stato proprio un bel viaggio, di quelli che “conta più il viaggio che la destinazione” anche perché dopo 11 ore, siamo tornati al punto di partenza. Il posto, quindi, è lo stesso ma siamo cambiati noi, ci siamo arricchiti di conoscenze, di luoghi straordinari e persone eccezionali; non solo gli altri: il bello di questi viaggi è che insegnano a vedere qualcosa di eccezionale anche in noi stessi.

sabato 9 marzo 2019

Trail del Marganai - preview


E dopo la bella sgambata "veloce" del trail dei cervi, domani tornerò al mio placido mestiere di scopa. Correndo veloce, con lo sguardo fisso in avanti, si calpestano molti particolari; si lotta contro il tempo mentre, avanzando lentamente, il tempo diventa un ottimo compagno di viaggio.
Avremo 10 ore e mezza per finire i 55 km entro il tempo limite: un “sacco di tempo” tutto da riempire. Potrebbe sembrare troppo grande ma ce la faremo; in certi posti, in certe occasioni, per quanto il tempo sia grande, si riesce sempre a riempirlo tutto. Sono tanti i particolari da raccogliere ed infilare in quel “sacco di tempo” che non si perde tempo a cercarli. Ci metterò, ben arrotolati, i 55 km di percorso che, moltiplicati per la distanza degli orizzonti, fanno tantissimi chilometri quadrati di spettacoli naturali; ci metterò la compagnia degli ultimi, le loro sensazioni e le mie ben mescolate, che così si esaltano meglio: un po' di sfida, una briciola di preoccupazione, un pizzico di curiosità, la giusta dose di sofferenza e tantissimo piacere. Ci metterò la primavera, i suoi odori, i suoi colori, lo sguardo sfarfallante di fiore in fiore, la pelle che si scopre e quel continuo tic-tic di fotoni sulla pelle che risveglia gli ormoni dal letargo invernale. Ci metterò la sensazione dell'ossigeno che entra nei polmoni e scorre nel sangue, colmandomi di energia vitale.

Non vedo l'ora di essere lì, domani; sono sicuro che mi porterò a casa quel sacco ben pieno di vita

domenica 24 febbraio 2019

Trail di Capoterra – evento popolare.

Si parla molto dei prezzi delle manifestazioni sportive, in particolare di quelle podistiche e ancora più in particolare, dei trail. Esiste un costo di riferimento “1 euro al km” che, secondo me, è arbitrario e non ha alcuna giustificazione economica in assoluto: esistono due tipi di gare e si dovrebbe distinguere fra di esse.

Esistono le gare “evento figo” che offrono una medaglietta del cazzo fighissima, ingaggiano come testimonial il super atleta internazionale che trasmette fighezza solo a passarci vicino - immaginati poi se ci fai un selfie! -, “regalano” la maglietta all'ultima moda, in tessuto fanta-spaziale con il logo disegnato da Picasso, animano la festa con le urla di un DJ di radio pop international, offrono un bel menù “a sottrazione”, in cui, cioè, sono stati tolti tutti gli ingredienti “non fighi”. Magari ci si sporca anche di fango ma solo dal momento in cui sporcarsi di fango fa figo. Gli atleti vengono anche da fuori, perché è un evento figo, ne parla il gazzettino dello sportivo figo; si respira un'atmosfera figa, chi se ne frega del costo. Se non te lo puoi permettere, non partecipare, per te ci sono le gare popolari. Tanto il tuo posto verrà preso da un manager milanese; il prezzo, devi sapere, lo fa il mercato.

Poi esistono le gare “popolari”, in cui conta solo la corsa, il territorio e la festa. Solo natura, birra, sudore e dita sporche di grasso di salsiccia. I super atleti qui hanno la pancia e se la curano con passione; niente maglietta, niente medaglietta del cazzo o, al massimo, medagliette penosissime fatte con i tappi delle birre bevute. Il logo è disegnato da un tecnico delle telecomunicazioni che, il giorno della manifestazione, diventa anche speaker. Non c'è fango figo ma melma. Ovviamente il costo è contenuto perché tutto il lavoro è svolto da volontari che lo fanno per pura passione e che non vogliono che nessuno debba rinunciare a partecipare perché non se lo può permettere.

Il problema è che quasi tutti puntano ad organizzare gare “evento figo”, inseguendo quello standard di “qualità” e di prezzo e chi non se lo può permettere è costretto a rinunciare o a selezionare pochi eventi all'anno a cui partecipare.
Io personalmente sono invece affezionato all'idea di “gara popolare”; vorrei organizzare una festa in cui un allegro crogiuolo di umanità reso bello dalla spontaneità e dalla passione se la goda, sfogando la propria natura umana fino a completa sazietà ed esaurimento delle forze.
Dopo i 12 euro dell'anno scorso, quest'anno per avere un minimo di margine forse aumenteremo un po', facendo comunque pagare l'iscrizione sia della 20km che della 35km, non più di 15 euro, offrendo, perfino, ad ogni finisher, una medaglietta del cazzo fatta col tappo di una non filtrata bevuta personalmente da uno di noi. Aiuteremo tutti i nostri super atleti a curare il ventre con pranzo e birra a volontà obbligatori e compresi nel prezzo.

Con questo, non intendo assolutamente criticare gli organizzatori di “eventi fighi” che, finché raggiungono i propri obiettivi e riescono a coinvolgere tanti atleti, fanno un lavoro di promozione del territorio e dello sport che ha un importantissimo valore sociale, se non per tutti, almeno per la maggior parte delle persone, dalla classe media in su.
Mi piacerebbe però dimostrare che non bisogna per forza imitare quel modello, che si possono organizzare belle competizioni anche spendendo e facendo pagare pochi soldi e che si possono far stare bene le persone senza dovere per forza far girare l'economia. Io preferisco agire così, anche perché a me, se dovessi usare il mio tempo libero e la mia passione per fare “girare l'economia”, automaticamente mi girerebbero anche le palle: credo di avere un ingranaggio fra quelle due ruote. E poi, chi dice che “il prezzo lo fa il mercato”? Il prezzo, finché sarò in condizioni di autosufficienza e di libertà, lo farò io. Caro mercato, già ne fai di danni, alla mia gara ci penso io.

martedì 19 febbraio 2019

Ultratrail is xrebus – Ballando coi cervi

Sorrido perché non so cosa mi aspetta. Foto di Roberto Puddino
Lo sapevo. Ho anche scritto, da poco, un articolo a proposito. Senza calzature adeguate, non riesco a correre più di 30-35 km in montagna senza soffrire di crampi. Infatti, da quando, quasi due mesi fa, ho cominciato a prepararmi per questa gara, avevo deciso che avrei usato le mie “brooks” un po' goffe ma protettive. Poi, il giorno prima della gara, ho cambiato idea. Volevo divertirmi a ballare! Sapevo che correre 48 km con delle scarpette da ballo, di quelle che si sente ogni sasso sotto la suola e che, alla minima pressione, si piegano, non aveva molto senso. Sapevo che mi sarei lussato l'alluce sinistro e che avrei rischiato crampi e mal di cosce ma sono fondamentalmente stupido e ho pensato che preferivo ballare piuttosto che scarpinare. Comunque, il mio compito di apripista sarebbe finito al 29esimo km e fino a lì, pensavo che sarei arrivato un po' al limite ma sano. Da quel punto in avanti, se avessi avuto problemi avrei potuto fermarmi. Sembra facile, no? Basta poggiare il culo per terra. Ne parliamo dopo. E allora eccomi con le scarpette “salewa”, calzature buone per ballare fra i sassi facendo attenzione ad ogni passo a seguire il ritmo del terreno. È puro divertimento per 10km, ci potrei arrivare bene anche a 20, poi … . Parto alle 7, un'ora prima della gara. Nella lunga salita, riesco a tenere il ritmo che mi ero prefissato. Il lavoro di apripista è semplice, la segnatura è ottima. Solo in un punto mi devo fermare per tirare su una freccia divelta. Si entra nel bellissimo bosco del parco dei sette fratelli e, per un po' mi diverto a ballare su quei bei sentieri in saliscendi. Al 17esimo km arrivo al ristoro e da lì, si fa dura. Comincia il ballo fra pietre e massi. È un ballo pesante, fisicamente sfiancante; le ginocchia sono sottoposte a continue sollecitazioni e anche la mente dev'essere sempre vigile perché ad ogni passo si rischia di cadere. Il posto è magnifico, si passa fra graniti e alberi monumentali, ma gli occhi sono fissi a terra a scegliere l'appoggio giusto, alzandosi ogni tanto giusto per vedere i nastri. Sapere di essere inseguito da 3 giovani e fortissimi trailer, 2 corsi e un bergamasco, non aiuta: me li immagino saltellare leggeri fra sasso e sasso come se non avessero due ginocchia e una schiena da salvare. Maledetti giovani! Cerco di avanzare ad un ritmo decente ma faccio fatica e sono costretto a prendere qualche rischio. Basta infatti una piccola scivolata su una pietra bagnata per piegare il piede sinistro e lussarmi l'alluce. È un dolore che scema lentamente ma non si fa dimenticare; il divertimento si arricchisce di quel segnale e il passo di danza si storce un po'. Poi, i continui colpi delle pietre sulle suole, fanno nascere due piccole vesciche gemelline, una per ogni pianta del piede. Continua il ballo, ma è un ballo goffo e lento. Scarpinare con le ballerine è come ballare con gli scarponi, pestando i piedi della partner; io, nel mio ballo solitario, me li pesto da solo.
Foto di Loredana Lai
Eccomi al 29esimo. Proprio nel momento in cui sbuco nell'asfalto per raggiungere la forestale, mentre scambio due parole con un volontario, mi volto e vedo il primo dei concorrenti che passa. Missione compiuta … per un pelo. Ora potrei fermarmi, il mio compito di apripista è finito ma decido di proseguire; sono fuori gara e vado avanti per “puro divertimento”.
Si scende. Ricordo due settimane fa come scendevo spedito su quello stesso sentiero, saltellando fra i sassi. Ora, in confronto, sono lentissimo. Qui, il percorso della 48, per qualche chilometro è in comune con quello della 27. Mi aspetto che mi sfreccino accanto atleti con la metà dei chilometri sulle gambe ma non mi supera nessuno. Anzi, lungo una breve risalita, raggiungo e supero diversi concorrenti della 27. Sono capitato circa a “centro gruppo” e salgo meglio di loro nonostante la stanchezza. Bene, questo se non è puro divertimento, è comunque una bella soddisfazione. Solo il secondo della 48 mi supera scendendo con passo leggerissimo. Si attraversa la statale e il sentiero comincia a salire deciso. Alternando corsa e cammino, continuo a superare agevolmente, fino a che il percorso della 27 gira a sinistra in discesa. Mi ritrovo solo e le pendenze aumentano: dal 18% si passa al 32%. Il sentiero non c'è più e si seguono tracce di capra. Mi raggiunge Nicola, il terzo della 48, uno dei più forti trailer italiani. Scambio due parole. Non va molto più veloce di me e lo seguo da vicino. Dopo 500 metri al 32%, la pendenza passa al 47%. In 200 metri se ne salgono quasi 100. Matteo sarebbe a vista, dalla sua postazione di direttore di gara si vede la maledetta cresta e le maledizioni potrebbero arrivargli dirette, in linea d'aria; ad averlo saputo, mi sarei girato verso di lui per prendere bene la mira ma le mie imprecazioni sono rimaste lì nell'aria. Bisogna aiutarsi con le mani e i piedi devono spingere forte per arrampicarsi da un masso all'altro. Siamo al 35esimo km e, come previsto, i polpacci si ribellano e arrivano i crampi. Il “puro divertimento” sta diventando qualcosa di sporco. Ora arranco. La mia velocità ascensionale scende da 900 a 600 metri all'ora. Nicola, salendo leggero, è sparito dalla visuale. Dopo oltre mezz'ora di sofferenza, finalmente finisce la salita e si percorre una bella cresta con panorami vastissimi, magnifici, eccetera eccetera, ma preferisco guardare i maledetti sassi per soffrire un po' di meno. Mancano “solo” una dozzina di km da fare in compagnia di crampi, vesciche, con piedi e ginocchia doloranti. Il ballo continua, ha perso ogni grazia ma continua lento, strascicato, appassionato.
Se avessi poggiato il culo a terra, non mi sarei ritirato, perché non ero in gara. Mi sarei dovuto solo fermare. Bastava sedersi, appoggiare le natiche sul morbido per liberare i piedi, le ginocchia, le cosce e i polpacci dal male. Fossi stato in gara, ritirarsi sarebbe stato un atto di coraggio e di saggezza; non ero in gara se non con me stesso e non potevo ritirarmi. Non ci si ritira da sé stessi. Mi sono dato due obiettivi: non farmi raggiungere da nessun altro e finire entro le 7 ore e mi sono bastati come stimolo per andare avanti. La sensibilità alla sofferenza di noi vecchi ultratrailer è una cosa particolare, la corteccia celebrale sembra quella di una quercia e il dolore arriva molto attutito. Non siamo eroi, siamo solo un po' rimbambiti con i nostri neuroni di cellulosa. Quando riesco, corricchio a ritmo lento. Ad ogni crampo, il ballo si fa sincopato, arricchito da un saltello di dolore. L'infermiera mi ha portato in questo dancing su una sedia a rotelle e più che la musica, seguo il ritmo dei dolori e il passo che non mi fa cadere; soffro ma ballare mi fa sentire vivo. Sento le voci, si vede il parcheggio. Ormai ci sono! Sono contento: non mi ha raggiunto nessuno e finisco in 6 ore e 50. Fossi stato in gara sarei arrivato nono. Vorrei fare uno sprintarello per il pubblico ma un ultimo crampo mi fa desistere. Arrivato, non mi siedo, non mi cambio, continuo a ballare, aggirandomi fra gli amici con una birra in mano. Comincia la festa. Poi mi abbandono al pranzo, ottimo e abbondante.
Puro divertimento? No, è stato qualcosa di più. È divertimento sporco, pesante, appassionato, che mi ha trasformato, lasciando indelebili tracce di granito nel cervello. Come sempre, le maledizioni si sono mutate in sincera gratitudine per Matteo, Tore, Cristina e tutti quelli che hanno lavorato per offrirci una giornata piena di vita e ricca di particolari, che ricorderò a lungo.
Alla salute! Foto di Luca Mannoni


martedì 12 febbraio 2019

Trail dei cervi, preview – La sfida

17 febbraio. Trail dei cervi – 48km con 2400m D+
Grazie a Matteo, domenica avrò un ruolo di assistenza particolare: per una volta non sarò dietro a chiudere il gruppo come scopa ma davanti ad aprire, per controllare che sia tutto in ordine e, eventualmente, integrare o ripristinare la segnaletica.
Partirò con un anticipo limitato, non più di un'ora, per cui la difficoltà principale del mio ruolo di apripista sarà di non farmi raggiungere dagli atleti in gara. Il mio compito finirà al 29esimo km, da dove partirà un altro apripista ma io continuerò fino all'ultimo dei 48 km per una mia sfida personale.
Dopo quasi 2 anni di corse molli e corte, per prepararmi a questa nuova sfida ho inventato un programma di allenamento che consiste in cicli bisettimanali con 9 giorni di carico e 5 di scarico. Scriverò e pubblicherò il razionale che ha portato a concepire tale schema, il vitigno della bottiglia che mi ha ispirato e le procedure di applicazione, solo se il modello teorico supererà la verifica sperimentale. Per il momento le sensazioni sono buone. Un'unghia è andata, un'altra sta andando e una terza mi si è infilata nel dito accanto. Come ai tempi migliori. Ma la parte più difficile del programma sono i 5 giorni di scarico. È in quei 5 giorni che il corpo si deforma per adattarsi alla sua nuova dimensione di supereroe. Le metamorfosi sono dolorose, faticose. Le difese immunitarie sono sotto i piedi a curare vesciche e basta un attimo per ammalarsi o infortunarsi. Ora sono all'ultimo scarico e non vedo l'ora che finisca e arrivi domenica! Non vedo l'ora di tornare a tirare le salite fino a sentire i quadricipiti che bruciano, di correre fra i magnifici roccioni granitici dei sette fratelli, di mollare i freni e danzare fra i sassi in discesa. Domenica ci saranno, ad inseguirmi, Nicola Bassi e Donatello Rota, due atleti fortissimi, giovani, sani fra i più forti in Italia. Io, 54enne cardiopatico lieve, scapperò, cercherò di resistere il più a lungo possibile; il destino sembra inevitabile ma li sfido. Sfido poi i miei amici sardi: Filippo, Stefano, Dario, Teo, … Per me, per la scienza e per la buona riuscita della gara, vi lancio la sfida: venite a prendermi! Sarò lì davanti a voi e lascerò tracce di testosterone sul sentiero per stuzzicare il vostro istinto predatorio Se domenica mi supererete, vi offrirò una birra, butterò nel cesso il mio programma e lo seguirò per allenare ultraratti di fogna. Altrimenti avrete assistito al ritorno del supereroe.

mercoledì 6 febbraio 2019

Improvvisi

Lunedì sera, mi ha chiamato Ivan: “Domattina salgo al Corrasi; vuoi venire?” “Mi piacerebbe molto ma non posso … domani lavoro … forse potrei … perché no? In fondo le ferie sono fatte per questo … vengo!” In dieci secondi, il mio futuro prossimo è cambiato radicalmente e chissà che non possa avere conseguenze anche su quello remoto. 

Fantasia-improvviso in Me minore e Ivan per piano, forte e sole.

Mi ritrovo all'improvviso sul monte Corrasi. Striscio il badge e, come per magia, entro in un ufficio incantato, con pareti di calcare bianco, boschi secolari, voragini senza fondo, grandi branchi di mufloni che si muovono veloci per mantenere le distanze, cristalli di ghiaccio modellati dal vento in forme mai viste. Superata la cima, la neve copre tutto, inghiottendo il sentiero. Le uniche tracce sulla bianca distesa, sono le impronte di un cane solitario che come un angelo ci guida preciso sul sentiero; con le zampette ha scalfito la neve giusto quel tanto per farci da guida senza rovinare l'incanto del monte imbiancato di fresco, dove noi, invece, sprofondiamo fino al ginocchio. Ho i pantaloncini corti e le gambe nude affondano nella neve ma, come in un sogno, non sento freddo. Sembra un sogno ma sono magie che succedono quando le prospettive cambiano all'improvviso.
Sento un forte gusto di libertà.




sabato 2 febbraio 2019

Esorcismi a is cioffus

Oggi avevo un demonio da esorcizzare e sfidando previsioni meteo nefaste, mi sono fatto, in solitaria i 35 km del percorso di gara del trail che sto organizzando per il 5 maggio. Scopi collaterali: registrare la traccia, fare un trail lungo “tirato” e stabilire un tempo di percorrenza di riferimento. Avrei voluto partire alle 8 ma ho preferito aspettare di vedere se riuscivo a digerire la colazione. In questo periodo sono posseduto da un demonietto che si è introdotto nel mio corpo, due dita sottopelle, più o meno in corrispondenza dell'ombelico.
Non è ancora riuscito a farmi parlare in sanscrito con gli occhi rovesciati. Mi fa però pronunciare messaggi in bassa frequenza dal sedere. Lo sento che respira forte e il suo alito sulfureo mi gonfia e poi sfiata dall'ano con voce profonda; non ho mai detto niente di così profondo come in queste notti. L'odore è inconfondibile. Il tanfo di zolfo non lascia dubbi. È un parente di Satana.
La corsa è una forma di esorcismo, di purificazione fisica e mentale. Prima di rivolgersi al medico o al prete, vale la pena provare a fare una bella corsa. Perciò, quando ha smesso di diluviare, un cielo ottimista mi ha convinto a partire.
Ogni tanto piove poi esce il sole, l'arcobaleno, poi piove di nuovo. Vedo subito che i torrenti sono ben più gonfi di come li avevo lasciati a inizio gennaio. Il percorso è bello, vario e quasi tutto corribile, almeno fino al 17esimo km, all'ingresso della gola. Qui si seguono tracce di sentiero guadando ennanta volte il torrente con passaggi spettacolari su rocce e fra gli alberi plurisecolari di un bosco primordiale; intanto le pareti della gola si alzano sempre di più fino ad incombere vicinissime da entrambe le parti.
Le mie brooks nuove scivolano sulle pietre bagnate. Lo capisco quando mi ritrovo col sedere nel torrente e lo capisco ancora meglio quando mi ci ritrovo dentro con la pancia. Altro che bagnare o non bagnare le scarpe. Oggi immersione completa, purificatrice, esorcizzante. Oltre ai guadi, anche fuori le rocce sono bagnate di pioggia e in molti passaggi devo andare molto piano e appoggiarmi con le braccia per non scivolare ma non riesco a evitare un tuffo nei rovi. Maledico l'organizzatore che però, essendo io, è già maledetto e posseduto e la maledizione scivola via leggera. Qui la natura è dura, difficile, selvaggia e meravigliosa. Si fatica, si soffre ma vale la pena, eccome! Per la gara c'è da lavorare, tagliare rovi, sistemare pietre e sperare in una giornata asciutta per offrire una versione più soft. Oggi è hard. Esco dalla gola ma continuo a guadare: piedi nell'acqua a altri piedi nell'acqua … o forse erano gli stessi … . Durante un guado mi entra sabbietta nella scarpa destra ma basta il guado successivo per lavarla. Al 24esimo km si ritrovano strade e sentieri facili e dopo gli ultimi 2 guadi, non mi resta che correre. Si torna a vedere il mare, l'arcobaleno; ormai sono libero dal male.
34.5 km in 3h43, trenta guadi, dieci scivolate, due cadute e un maligno estirpato. Questo il bilancio. Preparatevi bene che il 5 maggio dovrete fare meglio di me.

domenica 27 gennaio 2019

Montiferru Winter Trail

Andando in auto con Checco verso Santu Lussurgiu, vediamo il Montiferru spruzzato di bianco nella parte alta. Il cielo è completamente sereno e si preannuncia una giornata splendida. Il percorso del Montiferru Winter Trail sarà lo stesso dell'anno scorso ma a differenza di allora, quando l'acqua cadeva e restava in sospensione creando coltri impenetrabili alla vista, oggi è abbondantissima ma resta tutta a terra, in mille forme: ruscelli, pozzanghere, fango, ghiaccio e neve … tanta neve. In compenso il cielo è terso e salendo da Santu Lussurgiu verso le cime del Montiferru, la vista diventa sempre più ampia e splendente, illuminata dal riflesso della neve.
Nel punto più alto, a su Mullone, la visuale raggiunge uno dei culmini di tutta la Sardegna, tanto che il grande geografo Lamarmora, usava quel punto come vertice trigonometrico. Vale il viaggio e merita una sosta. Credevo che sedersi sul vertice di un triangolo fosse doloroso, invece mi è piaciuto … guardate come godo!
Si prosegue, scendendo nei ricchi boschi. Con Gianni, compagno di servizio scopa, chiudiamo la gara seguendo gli ultimi atleti. Io sono Mike 4, lui Mike 5. Le nostre radio di servizio gracchiano, raccontando strane storie di ambulanze fantasma, ristori liquidi senz'acqua … sarebbe più piacevole non avere coscienza di ciò e, magari, ascoltare un po' di musica ma non si può cambiare stazione. Poi, in fondo è utile sapere che dobbiamo fare affidamento solo su di noi e sul nostro zainetto, sulle nostre risorse fisiche, mentali e tecnologiche e sulla natura. Il ristoro liquido della sorgente naturale di Elighe Uttiosos infatti non ci ha abbandonati e sprizza acqua con generosità. La natura non tradisce con tutto il suo splendore e la sua durezza.
Mike 5 resta con l'ultimo atleta e io corro avanti per sfogare l'istinto e per vedere la situazione dei 5 o 6 atleti poco avanti a noi; mi assicuro che stiano bene e che abbiano la lampada frontale, perché il rischio di arrivare col buio è grande. Poi mi fermo e aspetto. Riparto e riaspetto. Le attese sono sempre più lunghe e siamo sempre più in ritardo rispetto alla tabella di marcia che avevo preparato per arrivare entro il tempo limite. Ma Pierpaolo lo sa. Ha già preventivato un'ora di ritardo. Si impegna; in discesa corre ma io lo supero camminando. All'ultimo ristoro approfittiamo dell'enorme camino acceso per farci riscaldare qualche pezzo di pancetta arrosto, avanzo del pranzo e qualche calzino fraAdicio. Dopo un quarto d'ora Pierpaolo riparte. Dopo un altro quarto d'ora ripartiamo anche noi, Mike 4 e Mike 5, io con in mano una braciola e in gola un mezzo bicchiere di cannonau.



Grazie a Pierpaolo, arriviamo in cima all'orario perfetto per ammirare le mille sfumature di un tramonto magnifico, dal momento in cui il sole sfiora il mare, fino all'ultima luce. Mi assicuro che, oltre alla lampada frontale, lui abbia anche la traccia gps da seguire e batteria sufficiente per arrivare in fondo. La segnatura non è catarifrangente e al buio quasi non si vede. Abbiamo tutto e, quando all'ultimo presidio esprime la volontà di proseguire, mi adeguo, pronto a passare due ore e più a lottare contro neve e fango, con i piedi nell'acqua gelida, con il freddo che l'umidità notturna infila sotto i vestiti e con la sua sofferenza che arriva al limite della sopportazione ma con il sostegno e la sicurezza della tecnologia. Stavo immaginando un finale simile a quello di Baunei, con l'arrivo dell'eroe nella notte ma la parte epica di questa storia resterà nella mia immaginazione. La direzione di gara prende la saggia decisione di fermare la nostra intrepida marcia notturna e ci chiede di rientrare con un mezzo della Protezione Civile.
Intanto Mike 5 si era buttato giù per la discesa, sperando di andare più veloce della rotazione terrestre e arrivare in paese prima del buio. Non aveva traccia gps né lampada frontale ma, seguendo i nastri con la luce del cellulare e grazie alle sue risorse, è riuscito ad arrivare anche lui.
Un'altra bellissima giornata piena di vita e ricca di particolari è registrata sul grande libro dove, fino a prova contraria, mi restano altre 16814 pagine da scrivere.

venerdì 25 gennaio 2019

Correndo sulla neve.

Il programma d'allenamento prevedeva scarico: riposo o corsetta. Da quasi un mese, stavo seguendo alla lettera il protocollo sperimentale per la preparazione di un ultra-trail. Ma tutto il castello logico, improvvisamente è crollato. Ieri, mentre stavo per arrivare al lavoro in auto, ho visto uno spruzzetto di bianco in cima al Monte Santo e mi è venuto un gran sorriso. Qui non nevica tutti i giorni e neanche tutti gli anni: ne devo approfittare. Siccome sono io l'inventore del protocollo, ho trasformato il 9+5+2 in un 9+3+4 e anche se la scienza resterà con un buco teorico, ci sono ragioni di ordine superiore: ci voglio andare!
Balcone con vista
Definisco il percorso: salire per il sentiero “tritone” e, quando sbuca sulla strada, andare su fino a trovare la neve. Quel “fino a trovare la neve”, distanza indefinita, è poco professionale dal punto di vista della preparazione atletica ma molto bello da quello umano in quanto esprime uno scopo: la realizzazione di un sogno.
Non mi resta che eseguire. All'ora di pranzo parto. Il tempo è decente: un po' freddo, a tratti molto ventoso e alterna nuvole con pioggerella a sole. La neve che avevo visto arrivando in auto non si vede neanche quando il bosco si allarga e sul sentiero si aprono balconi con vista sui monti. Temo che si sia già sciolta tutta ma mi attengo al piano. Del resto è un posto bellissimo e, al diavolo lo scarico, dopo 3 giorni di astinenza un po' di corsa in montagna ci vuole.
La prima chiazza
Improvvisamente eccola! Nel punto in cui il sentiero comincia a spianare, davanti ai miei piedi ecco la prima chiazza. La tocco, le faccio una foto ricordo e riparto. Continuo a salire fino a quando gli occhi si riempiono di bianco e i piedi lasciano impronte sulla strada … sciac sciac. A quasi 54 anni mi comporto ancora come un bambino. Cerco di razionalizzare ma solo per giustificare comportamenti gioiosamente infantili. Mi sento diversamente bambino.
Oggi, andando al lavoro, ho visto che quello spruzzo di bianco è già sparito; era neve effimera come il sorriso di una bella passante ma il ricordo non si è sciolto. Ieri, seguendo l'istinto infantile, ho saputo cogliere l'occasione e ho realizzato un sogno. I bambini hanno ragione, sempre.

lunedì 21 gennaio 2019

I sette mostri – 3. Crisi di crampi.

Avete visto il film “Alien”? Ecco, il mostro che vi presento oggi somiglia molto ai graziosi xenomorfi protagonisti della pellicola americana. Avete sudato troppo o calzate scarpe troppo leggere che fanno stancare i piedi o, forse, siete solo capitati nell'astronave sbagliata e, improvvisamente, sentite di avere qualcosa sottopelle che si muove indipendentemente dalla vostra volontà. Dovrete allora procedere con ogni cautela, perché quando si svegliano, cominciano a mordere e sono dolori! Provate a reintegrare i sali ma, soprattutto, a tenere uno stile di corsa il più regolare e tranquillo possibile. Dovete trovare un compromesso con i vostri muscoli e ogni movimento brusco potrebbe causare l'arrivo di un crampo duro.
Meglio, allora, prevenire. Occhio alle sudate! Se al raduno di partenza fa freddo, partite ben coperti ma appena inizia la salita spogliatevi. Attenti, poi, alle calzature. Quando ho corso trail di 40-50 km (circa 5h di gara) con scarpe “veloci”, negli ultimi 10 km mi sono sempre venuti i crampi, mentre in gare più lunghe (anche oltre le 10 ore), corse con scarpe-toffolette-marshmallow, non ho avuto questo problema.
L'arrivo dei crampi non significa necessariamente la fine della gara. Io sono riuscito sempre ad arrivare al traguardo, perdendo qualche posizione ma niente più. Ecco le sintesi di quelle 3 esperienze:

Ultratrail dei cervi 2015
Sembra tutto perfetto ma sento che qualcosa di strano sta per accadere dentro di me. I muscoli si stanno ribellando! Dico loro di fare una cosa e ne fanno un'altra, contraendosi a caso! Accorcio i passi e rallento cercando di riprenderne il controllo. Basta però una piccola variazione di pendenza, un appoggio sbagliato o un passo troppo lungo per provocare contrazioni dolorose a cosce e polpacci. Intanto ciuccio dal camelback sperando di ripristinare, con un po' di sali, la catena di controllo neuromuscolare. Raggiungo un compromesso con le parti in rivolta ottenendo il minimo sindacale. Ecco i termini dell'accordo: per i cinquantenni, rivendicano, sono previsti passetti lunghi non oltre 70 cm, velocità non superiore ai 10 chilometri orari e salita al passo. Insomma, è sciopero bianco. Il traguardo non è lontano ma con tutti questi vincoli sindacali, si avvicina troppo lentamente. Infatti, quando manca poco più di un chilometro all'arrivo, sento un rumore, mi volto e vedo arrivare Stefano come un falco. Sta scendendo davvero veloce e non posso fare altro che spostarmi per lasciarlo passare. Mi distraggo un attimo e inciampo su una pietra. Per non cadere devo fare un brusco movimento che mi provoca un crampo grosso. Mi devo fermare per scioglierlo ma riesco comunque a ripartire e conservare il terzo posto fino all'arrivo. Enrico arriva poco dopo. Peccato: senza i miei errori di abbigliamento e quell'incrocio non segnato, quasi sicuramente sarei arrivato secondo. Ma sono contento. L'accoglienza è davvero bella e festosa e poi è podio. Un bel podio, perché quasi tutti gli atleti sardi più forti sono qui. E fra loro c'è anche un anziano velleitario canuto.

Scena quinta. Astronave “Nostromo” in rotta veloce verso il traguardo con a bordo i 5 obiettivi. Lasciata la strada si entra nel bosco. Il terreno è morbido e correrci sopra è una goduria. Non c'è sottobosco e si corre in piena libertà, su fondo naturale, slalomando fra alberi e rocce. Starei proprio bene, non fosse per una strana sensazione di alieni sottopelle che tentano di uscire. I polpacci si stanno per ribellare e cominciano a tremolare scossi da piccole contrazioni estemporanee. Mancano meno di 10 km e nel punto in cui il sentiero esce dal bosco per ritornare sulla strada, arriva il primo crampo duro. Mi devo fermare per scioglierlo. La battaglia con l'alieno dura una ventina di secondi e riesco a domarlo. Riparto con grande cautela. Dietro non arriva nessuno. Progressivamente riesco ad accelerare anche se sento una nidiata di xenomorfi che mi cresce nei polpacci. Si sale di nuovo e riesco anche a raggiungere un ragazzo più in crisi di me. Mi accorgo che la maglia da bici è bagnata di sudore e che la borraccia con i sali è ancora piena. Non è la prima volta che faccio questi errori. È un po' tardi per rimediare ma ci provo. Sfilo la maglia e, a piccoli sorsi, comincio a svuotare la borraccia. Piccole contrazioni si alternano su entrambi i polpacci. Devo correre come un tapascione per non usarli e non svegliare i bebè xenomorfi che stanno sonnecchiando là dentro. Cerco di atterrare col tallone ma non mi viene naturale e le forzature stimolano ulteriori contrazioni. In discesa, basta un piccolo inciampo del piede destro, per svegliare, nel polpaccio sinistro prima ancora di toccare il suolo, il secondo crampo duro. Mi devo fermare di nuovo per scioglierlo e ripartire con ancora maggior prudenza. Ecco l'ultimo ristoro. Chiedo sali. Mancano 5 km quasi tutti in discesa. Prima guardavo solo in avanti, ora mi guardo sempre indietro ma non si vede ancora nessuno. Altra contrazione del 4 grado richter. Mi fermo e questa volta si scioglie subito. Mi volto ancora. … Come un bambino stanco dal viaggio chiedo in continuazione: “Babbo, quanto manca? Fra quanto arriviamo?” Ad ogni persona che incontro faccio la stessa domanda. 5000 2000 1000 … mi volto sempre più spesso. L'ultimo chilometro inizia con un passaggio in bilico su un argine. Il passaggio è stretto e irregolare e arriva un altro morso. Gli alieni si stanno espandendo: dal polpaccio sono arrivati alla coscia e me la stringono fra i denti. Non so come liberarmi, provo a continuare camminando ma mi devo fermare. Riesco ad indovinare la posizione giusta e mollano la presa. Si torna su strada e torno a correre. Mancano 100 metri, ormai è fatta! Ecco l'arrivo. Sono 41esimo su quasi 500 partenti, terzo su quasi 100 di categoria, primo della rappresentativa sarda, 5 ore e 9 minuti. Mi riempiono un bel boccale di birra e Matteo e il padre mi accolgono festosamente. Ci sarebbe da essere raggianti ma l'ultima penosa ora ha lasciato il segno. Mi è mancato, nel finale, l'obiettivo più importante, il divertimento, e mi ci vuole un po' a realizzare quanto mi fossi divertito prima.

Vola solo chi osa farlo. Nell' “osare” è implicito il rischio di cadere, soprattutto se non si hanno le ali. Dopo lunghi convenevoli, ecco il crampo. Il polpaccio destro si ribella con violenza. Il dolore, all'inizio sembra insopportabile e mi devo sdraiare per terra per cercare di scioglierlo ma, dopo 10 secondi, 20 secondi, 1 minuto, 2 minuti, 4 minuti di tentativi inutili, sono ancora vivo. Si può sopportare, quindi. Anzi, mi ci sono quasi abituato. È parte di me; è come un cagnolino che ha la cuccia nel polpaccio e dopo 4 ore di sballottamenti comincia a mordere. Forse è passato, penso, ma vedo il polpaccio ancora deformato da un orribile bozzo. Mi aiuta un gentile signore e dopo 5 minuti di agonia finalmente il crampo si scioglie e riesco a rialzarmi. Mancano 4 km e prima con estrema cautela, poi solo con attenzione, riesco a scendere corricchiando fino al traguardo. Arrivo settimo, in 5 ore e 18 minuti. Ho osato, volato, sono caduto, mi sono rialzato e ora sono molto contento.

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