mercoledì 13 marzo 2019

Trail del Marganai. Un magnifico viaggio.

Il pullman partirà dal nuraghe s'omu e s'orcu fra 20 minuti. Si va alla fermata senza fretta, corricchiando più per scaldarsi che per urgenza. Ma non potevano mettere la fermata più vicina al parcheggio? Siamo già stanchi prima di partire. Questi nuragici non capivano un granché di urbanistica. Gente primitiva.
In queste poche centinaia di metri non si parla solo del viaggio che stiamo per fare. Il comandante è bravo a presentarmi la cosa e mi si apre la prospettiva di un nuovo lunghissimo viaggio. Ne ho già altri 3 o 4 prenotati ma questo sarebbe qualcosa di più.
Ma ecco il maestoso nuraghe circondato da una settantina di atleti colorati e festosi. Mi siedo sui sedili in fondo, dove, quand'ero ragazzo, ci si sedeva per fare casino; sembravano fatti apposta: 5 sedili in fila, lontani dall'autista e dalle madame rompipalle che si siedono sempre nelle prime file. Ora che sono grande, spero che non ci siano giovinastri casinisti, per questo viaggio preferisco che diventi il mio tranquillo salottino.
Si parte.
Chi si siede con me? Alberto, Marina, Claudia, mi avevano detto che avrebbero viaggiato con me ma sono più avanti. Corrono tutti come se avessero fretta, tranne tre che camminano. Saranno loro i miei compagni di viaggio. Ci presentiamo: Lino, Andrea, Lorenzo. Quasi subito ci si affaccia dal finestrino per ammirare la volta della grotta di San Giovanni; ci sono già passato molte volte ma è un luogo straordinario e non ci si fa mai l'abitudine.
Non mi piace molto parlare, preferisco ascoltare, soprattutto quando mi trovo con persone competenti, intelligenti, spiritose e con grande esperienza e Lino lo è. Dopo un paio d'ore di salita, si ferma, si toglie la gamba per asciugare il sudore che, colando, si era accumulato nella gomma fra il moncherino e la protesi … non vi avevo detto che ha la gamba destra amputata da sotto il ginocchio; è un particolare appariscente ma poco significativo. È una grande persona e basta.
Sui sedili in fondo con Lino e Andrea. Foto Giovanni Paulis
Avanziamo lentamente ma il tempo passa piacevolmente chiacchierando qui nel salottino mentre fuori dal finestrino scorrono alberi e panorami sempre più ampi, miniere abbandonate, maestose pareti rocciose … Le chiacchiere si interrompono solo lungo le salite più ripide, quando il rombo del motore affaticato sovrasta il suono della voce. Stiamo per arrivare al tempio di Antas, dove Lino e Andrea si fermeranno. Lino organizza un arrivo sprint al ristoro per fingere di aver corso tutto il tempo e dopo esserci fermati dietro l'angolo a prendere fiato, partiamo di corsa per gli ultimi 50 metri. Non solo salotto, quindi, ma anche un pizzico di goliardia da ultima fila.
Quando riparto, sono rimasto solo e devo correre per inseguire l'altro pullman. Mi fa piacere sgranchire le gambe dopo essere stato 7 ore e mezzo seduto a chiacchierare. Si corre bene, prima lungo un bel falsopiano panoramico e poi fra le suggestive rovine di Malacalzetta. In meno di un'ora raggiungo Marinella accompagnata da Marco, di servizio spazzola. Faccio in tempo a scambiare solo 2 parole con Marinella che arriviamo alla fermata ed è costretta a scendere anche lei. Anche Marina e Claudia si sono fermate qui e davanti a noi è rimasto molto spazio libero.
Ripartiamo con Marco all'inseguimento di una fantomatica atleta inglese.
La primavera ci circonda; l'aria è profumata, il cielo è terso; sono condizioni ideali per viaggiare, per vivere. Solitamente, quando si arriva in un posto particolarmente panoramico, la gente si ferma a fare una foto e io a fare una pisciata. Questa volta le ho fatte entrambe …ecco la vista da uno dei bagni più belli del mondo.
Dopo un'ultima dura salita, il sentiero scende veloce e molto divertente da correre. Finalmente raggiungiamo l'inglese accompagnata da Luigi di servizio spolverino. Appena vedo l'inglese in faccia capisco che è polacca; lei in discesa cammina. Ci risediamo nel pullman, all'ultima fila, scopa, spazzola e spolverino a scortare la giovane polacca. Riesco a farle dire, in un ottimo inglese: "Tutto bene, mi fanno solo male le dita del piede". Poi si rimette le cuffie e riprende il libro che stava leggendo. Ormai manca poco, giusto il tempo di chiudere la borsa e scendere dal pullman e … che accoglienza! Ci hanno fatto una bellissima festa e anche un magnifico regalo.
È stato proprio un bel viaggio, di quelli che “conta più il viaggio che la destinazione” anche perché dopo 11 ore, siamo tornati al punto di partenza. Il posto, quindi, è lo stesso ma siamo cambiati noi, ci siamo arricchiti di conoscenze, di luoghi straordinari e persone eccezionali; non solo gli altri: il bello di questi viaggi è che insegnano a vedere qualcosa di eccezionale anche in noi stessi.

sabato 9 marzo 2019

Trail del Marganai - preview


E dopo la bella sgambata "veloce" del trail dei cervi, domani tornerò al mio placido mestiere di scopa. Correndo veloce, con lo sguardo fisso in avanti, si calpestano molti particolari; si lotta contro il tempo mentre, avanzando lentamente, il tempo diventa un ottimo compagno di viaggio.
Avremo 10 ore e mezza per finire i 55 km entro il tempo limite: un “sacco di tempo” tutto da riempire. Potrebbe sembrare troppo grande ma ce la faremo; in certi posti, in certe occasioni, per quanto il tempo sia grande, si riesce sempre a riempirlo tutto. Sono tanti i particolari da raccogliere ed infilare in quel “sacco di tempo” che non si perde tempo a cercarli. Ci metterò, ben arrotolati, i 55 km di percorso che, moltiplicati per la distanza degli orizzonti, fanno tantissimi chilometri quadrati di spettacoli naturali; ci metterò la compagnia degli ultimi, le loro sensazioni e le mie ben mescolate, che così si esaltano meglio: un po' di sfida, una briciola di preoccupazione, un pizzico di curiosità, la giusta dose di sofferenza e tantissimo piacere. Ci metterò la primavera, i suoi odori, i suoi colori, lo sguardo sfarfallante di fiore in fiore, la pelle che si scopre e quel continuo tic-tic di fotoni sulla pelle che risveglia gli ormoni dal letargo invernale. Ci metterò la sensazione dell'ossigeno che entra nei polmoni e scorre nel sangue, colmandomi di energia vitale.

Non vedo l'ora di essere lì, domani; sono sicuro che mi porterò a casa quel sacco ben pieno di vita

domenica 24 febbraio 2019

Trail di Capoterra – evento popolare.

Si parla molto dei prezzi delle manifestazioni sportive, in particolare di quelle podistiche e ancora più in particolare, dei trail. Esiste un costo di riferimento “1 euro al km” che, secondo me, è arbitrario e non ha alcuna giustificazione economica in assoluto: esistono due tipi di gare e si dovrebbe distinguere fra di esse.

Esistono le gare “evento figo” che offrono una medaglietta del cazzo fighissima, ingaggiano come testimonial il super atleta internazionale che trasmette fighezza solo a passarci vicino - immaginati poi se ci fai un selfie! -, “regalano” la maglietta all'ultima moda, in tessuto fanta-spaziale con il logo disegnato da Picasso, animano la festa con le urla di un DJ di radio pop international, offrono un bel menù “a sottrazione”, in cui, cioè, sono stati tolti tutti gli ingredienti “non fighi”. Magari ci si sporca anche di fango ma solo dal momento in cui sporcarsi di fango fa figo. Gli atleti vengono anche da fuori, perché è un evento figo, ne parla il gazzettino dello sportivo figo; si respira un'atmosfera figa, chi se ne frega del costo. Se non te lo puoi permettere, non partecipare, per te ci sono le gare popolari. Tanto il tuo posto verrà preso da un manager milanese; il prezzo, devi sapere, lo fa il mercato.

Poi esistono le gare “popolari”, in cui conta solo la corsa, il territorio e la festa. Solo natura, birra, sudore e dita sporche di grasso di salsiccia. I super atleti qui hanno la pancia e se la curano con passione; niente maglietta, niente medaglietta del cazzo o, al massimo, medagliette penosissime fatte con i tappi delle birre bevute. Il logo è disegnato da un tecnico delle telecomunicazioni che, il giorno della manifestazione, diventa anche speaker. Non c'è fango figo ma melma. Ovviamente il costo è contenuto perché tutto il lavoro è svolto da volontari che lo fanno per pura passione e che non vogliono che nessuno debba rinunciare a partecipare perché non se lo può permettere.

Il problema è che quasi tutti puntano ad organizzare gare “evento figo”, inseguendo quello standard di “qualità” e di prezzo e chi non se lo può permettere è costretto a rinunciare o a selezionare pochi eventi all'anno a cui partecipare.
Io personalmente sono invece affezionato all'idea di “gara popolare”; vorrei organizzare una festa in cui un allegro crogiuolo di umanità reso bello dalla spontaneità e dalla passione se la goda, sfogando la propria natura umana fino a completa sazietà ed esaurimento delle forze.
Dopo i 12 euro dell'anno scorso, quest'anno per avere un minimo di margine forse aumenteremo un po', facendo comunque pagare l'iscrizione sia della 20km che della 35km, non più di 15 euro, offrendo, perfino, ad ogni finisher, una medaglietta del cazzo fatta col tappo di una non filtrata bevuta personalmente da uno di noi. Aiuteremo tutti i nostri super atleti a curare il ventre con pranzo e birra a volontà obbligatori e compresi nel prezzo.

Con questo, non intendo assolutamente criticare gli organizzatori di “eventi fighi” che, finché raggiungono i propri obiettivi e riescono a coinvolgere tanti atleti, fanno un lavoro di promozione del territorio e dello sport che ha un importantissimo valore sociale, se non per tutti, almeno per la maggior parte delle persone, dalla classe media in su.
Mi piacerebbe però dimostrare che non bisogna per forza imitare quel modello, che si possono organizzare belle competizioni anche spendendo e facendo pagare pochi soldi e che si possono far stare bene le persone senza dovere per forza far girare l'economia. Io preferisco agire così, anche perché a me, se dovessi usare il mio tempo libero e la mia passione per fare “girare l'economia”, automaticamente mi girerebbero anche le palle: credo di avere un ingranaggio fra quelle due ruote. E poi, chi dice che “il prezzo lo fa il mercato”? Il prezzo, finché sarò in condizioni di autosufficienza e di libertà, lo farò io. Caro mercato, già ne fai di danni, alla mia gara ci penso io.

martedì 19 febbraio 2019

Ultratrail is xrebus – Ballando coi cervi

Sorrido perché non so cosa mi aspetta. Foto di Roberto Puddino
Lo sapevo. Ho anche scritto, da poco, un articolo a proposito. Senza calzature adeguate, non riesco a correre più di 30-35 km in montagna senza soffrire di crampi. Infatti, da quando, quasi due mesi fa, ho cominciato a prepararmi per questa gara, avevo deciso che avrei usato le mie “brooks” un po' goffe ma protettive. Poi, il giorno prima della gara, ho cambiato idea. Volevo divertirmi a ballare! Sapevo che correre 48 km con delle scarpette da ballo, di quelle che si sente ogni sasso sotto la suola e che, alla minima pressione, si piegano, non aveva molto senso. Sapevo che mi sarei lussato l'alluce sinistro e che avrei rischiato crampi e mal di cosce ma sono fondamentalmente stupido e ho pensato che preferivo ballare piuttosto che scarpinare. Comunque, il mio compito di apripista sarebbe finito al 29esimo km e fino a lì, pensavo che sarei arrivato un po' al limite ma sano. Da quel punto in avanti, se avessi avuto problemi avrei potuto fermarmi. Sembra facile, no? Basta poggiare il culo per terra. Ne parliamo dopo. E allora eccomi con le scarpette “salewa”, calzature buone per ballare fra i sassi facendo attenzione ad ogni passo a seguire il ritmo del terreno. È puro divertimento per 10km, ci potrei arrivare bene anche a 20, poi … . Parto alle 7, un'ora prima della gara. Nella lunga salita, riesco a tenere il ritmo che mi ero prefissato. Il lavoro di apripista è semplice, la segnatura è ottima. Solo in un punto mi devo fermare per tirare su una freccia divelta. Si entra nel bellissimo bosco del parco dei sette fratelli e, per un po' mi diverto a ballare su quei bei sentieri in saliscendi. Al 17esimo km arrivo al ristoro e da lì, si fa dura. Comincia il ballo fra pietre e massi. È un ballo pesante, fisicamente sfiancante; le ginocchia sono sottoposte a continue sollecitazioni e anche la mente dev'essere sempre vigile perché ad ogni passo si rischia di cadere. Il posto è magnifico, si passa fra graniti e alberi monumentali, ma gli occhi sono fissi a terra a scegliere l'appoggio giusto, alzandosi ogni tanto giusto per vedere i nastri. Sapere di essere inseguito da 3 giovani e fortissimi trailer, 2 corsi e un bergamasco, non aiuta: me li immagino saltellare leggeri fra sasso e sasso come se non avessero due ginocchia e una schiena da salvare. Maledetti giovani! Cerco di avanzare ad un ritmo decente ma faccio fatica e sono costretto a prendere qualche rischio. Basta infatti una piccola scivolata su una pietra bagnata per piegare il piede sinistro e lussarmi l'alluce. È un dolore che scema lentamente ma non si fa dimenticare; il divertimento si arricchisce di quel segnale e il passo di danza si storce un po'. Poi, i continui colpi delle pietre sulle suole, fanno nascere due piccole vesciche gemelline, una per ogni pianta del piede. Continua il ballo, ma è un ballo goffo e lento. Scarpinare con le ballerine è come ballare con gli scarponi, pestando i piedi della partner; io, nel mio ballo solitario, me li pesto da solo.
Foto di Loredana Lai
Eccomi al 29esimo. Proprio nel momento in cui sbuco nell'asfalto per raggiungere la forestale, mentre scambio due parole con un volontario, mi volto e vedo il primo dei concorrenti che passa. Missione compiuta … per un pelo. Ora potrei fermarmi, il mio compito di apripista è finito ma decido di proseguire; sono fuori gara e vado avanti per “puro divertimento”.
Si scende. Ricordo due settimane fa come scendevo spedito su quello stesso sentiero, saltellando fra i sassi. Ora, in confronto, sono lentissimo. Qui, il percorso della 48, per qualche chilometro è in comune con quello della 27. Mi aspetto che mi sfreccino accanto atleti con la metà dei chilometri sulle gambe ma non mi supera nessuno. Anzi, lungo una breve risalita, raggiungo e supero diversi concorrenti della 27. Sono capitato circa a “centro gruppo” e salgo meglio di loro nonostante la stanchezza. Bene, questo se non è puro divertimento, è comunque una bella soddisfazione. Solo il secondo della 48 mi supera scendendo con passo leggerissimo. Si attraversa la statale e il sentiero comincia a salire deciso. Alternando corsa e cammino, continuo a superare agevolmente, fino a che il percorso della 27 gira a sinistra in discesa. Mi ritrovo solo e le pendenze aumentano: dal 18% si passa al 32%. Il sentiero non c'è più e si seguono tracce di capra. Mi raggiunge Nicola, il terzo della 48, uno dei più forti trailer italiani. Scambio due parole. Non va molto più veloce di me e lo seguo da vicino. Dopo 500 metri al 32%, la pendenza passa al 47%. In 200 metri se ne salgono quasi 100. Matteo sarebbe a vista, dalla sua postazione di direttore di gara si vede la maledetta cresta e le maledizioni potrebbero arrivargli dirette, in linea d'aria; ad averlo saputo, mi sarei girato verso di lui per prendere bene la mira ma le mie imprecazioni sono rimaste lì nell'aria. Bisogna aiutarsi con le mani e i piedi devono spingere forte per arrampicarsi da un masso all'altro. Siamo al 35esimo km e, come previsto, i polpacci si ribellano e arrivano i crampi. Il “puro divertimento” sta diventando qualcosa di sporco. Ora arranco. La mia velocità ascensionale scende da 900 a 600 metri all'ora. Nicola, salendo leggero, è sparito dalla visuale. Dopo oltre mezz'ora di sofferenza, finalmente finisce la salita e si percorre una bella cresta con panorami vastissimi, magnifici, eccetera eccetera, ma preferisco guardare i maledetti sassi per soffrire un po' di meno. Mancano “solo” una dozzina di km da fare in compagnia di crampi, vesciche, con piedi e ginocchia doloranti. Il ballo continua, ha perso ogni grazia ma continua lento, strascicato, appassionato.
Se avessi poggiato il culo a terra, non mi sarei ritirato, perché non ero in gara. Mi sarei dovuto solo fermare. Bastava sedersi, appoggiare le natiche sul morbido per liberare i piedi, le ginocchia, le cosce e i polpacci dal male. Fossi stato in gara, ritirarsi sarebbe stato un atto di coraggio e di saggezza; non ero in gara se non con me stesso e non potevo ritirarmi. Non ci si ritira da sé stessi. Mi sono dato due obiettivi: non farmi raggiungere da nessun altro e finire entro le 7 ore e mi sono bastati come stimolo per andare avanti. La sensibilità alla sofferenza di noi vecchi ultratrailer è una cosa particolare, la corteccia celebrale sembra quella di una quercia e il dolore arriva molto attutito. Non siamo eroi, siamo solo un po' rimbambiti con i nostri neuroni di cellulosa. Quando riesco, corricchio a ritmo lento. Ad ogni crampo, il ballo si fa sincopato, arricchito da un saltello di dolore. L'infermiera mi ha portato in questo dancing su una sedia a rotelle e più che la musica, seguo il ritmo dei dolori e il passo che non mi fa cadere; soffro ma ballare mi fa sentire vivo. Sento le voci, si vede il parcheggio. Ormai ci sono! Sono contento: non mi ha raggiunto nessuno e finisco in 6 ore e 50. Fossi stato in gara sarei arrivato nono. Vorrei fare uno sprintarello per il pubblico ma un ultimo crampo mi fa desistere. Arrivato, non mi siedo, non mi cambio, continuo a ballare, aggirandomi fra gli amici con una birra in mano. Comincia la festa. Poi mi abbandono al pranzo, ottimo e abbondante.
Puro divertimento? No, è stato qualcosa di più. È divertimento sporco, pesante, appassionato, che mi ha trasformato, lasciando indelebili tracce di granito nel cervello. Come sempre, le maledizioni si sono mutate in sincera gratitudine per Matteo, Tore, Cristina e tutti quelli che hanno lavorato per offrirci una giornata piena di vita e ricca di particolari, che ricorderò a lungo.
Alla salute! Foto di Luca Mannoni


martedì 12 febbraio 2019

Trail dei cervi, preview – La sfida

17 febbraio. Trail dei cervi – 48km con 2400m D+
Grazie a Matteo, domenica avrò un ruolo di assistenza particolare: per una volta non sarò dietro a chiudere il gruppo come scopa ma davanti ad aprire, per controllare che sia tutto in ordine e, eventualmente, integrare o ripristinare la segnaletica.
Partirò con un anticipo limitato, non più di un'ora, per cui la difficoltà principale del mio ruolo di apripista sarà di non farmi raggiungere dagli atleti in gara. Il mio compito finirà al 29esimo km, da dove partirà un altro apripista ma io continuerò fino all'ultimo dei 48 km per una mia sfida personale.
Dopo quasi 2 anni di corse molli e corte, per prepararmi a questa nuova sfida ho inventato un programma di allenamento che consiste in cicli bisettimanali con 9 giorni di carico e 5 di scarico. Scriverò e pubblicherò il razionale che ha portato a concepire tale schema, il vitigno della bottiglia che mi ha ispirato e le procedure di applicazione, solo se il modello teorico supererà la verifica sperimentale. Per il momento le sensazioni sono buone. Un'unghia è andata, un'altra sta andando e una terza mi si è infilata nel dito accanto. Come ai tempi migliori. Ma la parte più difficile del programma sono i 5 giorni di scarico. È in quei 5 giorni che il corpo si deforma per adattarsi alla sua nuova dimensione di supereroe. Le metamorfosi sono dolorose, faticose. Le difese immunitarie sono sotto i piedi a curare vesciche e basta un attimo per ammalarsi o infortunarsi. Ora sono all'ultimo scarico e non vedo l'ora che finisca e arrivi domenica! Non vedo l'ora di tornare a tirare le salite fino a sentire i quadricipiti che bruciano, di correre fra i magnifici roccioni granitici dei sette fratelli, di mollare i freni e danzare fra i sassi in discesa. Domenica ci saranno, ad inseguirmi, Nicola Bassi e Donatello Rota, due atleti fortissimi, giovani, sani fra i più forti in Italia. Io, 54enne cardiopatico lieve, scapperò, cercherò di resistere il più a lungo possibile; il destino sembra inevitabile ma li sfido. Sfido poi i miei amici sardi: Filippo, Stefano, Dario, Teo, … Per me, per la scienza e per la buona riuscita della gara, vi lancio la sfida: venite a prendermi! Sarò lì davanti a voi e lascerò tracce di testosterone sul sentiero per stuzzicare il vostro istinto predatorio Se domenica mi supererete, vi offrirò una birra, butterò nel cesso il mio programma e lo seguirò per allenare ultraratti di fogna. Altrimenti avrete assistito al ritorno del supereroe.

mercoledì 6 febbraio 2019

Improvvisi

Lunedì sera, mi ha chiamato Ivan: “Domattina salgo al Corrasi; vuoi venire?” “Mi piacerebbe molto ma non posso … domani lavoro … forse potrei … perché no? In fondo le ferie sono fatte per questo … vengo!” In dieci secondi, il mio futuro prossimo è cambiato radicalmente e chissà che non possa avere conseguenze anche su quello remoto. 

Fantasia-improvviso in Me minore e Ivan per piano, forte e sole.

Mi ritrovo all'improvviso sul monte Corrasi. Striscio il badge e, come per magia, entro in un ufficio incantato, con pareti di calcare bianco, boschi secolari, voragini senza fondo, grandi branchi di mufloni che si muovono veloci per mantenere le distanze, cristalli di ghiaccio modellati dal vento in forme mai viste. Superata la cima, la neve copre tutto, inghiottendo il sentiero. Le uniche tracce sulla bianca distesa, sono le impronte di un cane solitario che come un angelo ci guida preciso sul sentiero; con le zampette ha scalfito la neve giusto quel tanto per farci da guida senza rovinare l'incanto del monte imbiancato di fresco, dove noi, invece, sprofondiamo fino al ginocchio. Ho i pantaloncini corti e le gambe nude affondano nella neve ma, come in un sogno, non sento freddo. Sembra un sogno ma sono magie che succedono quando le prospettive cambiano all'improvviso.
Sento un forte gusto di libertà.




sabato 2 febbraio 2019

Esorcismi a is cioffus

Oggi avevo un demonio da esorcizzare e sfidando previsioni meteo nefaste, mi sono fatto, in solitaria i 35 km del percorso di gara del trail che sto organizzando per il 5 maggio. Scopi collaterali: registrare la traccia, fare un trail lungo “tirato” e stabilire un tempo di percorrenza di riferimento. Avrei voluto partire alle 8 ma ho preferito aspettare di vedere se riuscivo a digerire la colazione. In questo periodo sono posseduto da un demonietto che si è introdotto nel mio corpo, due dita sottopelle, più o meno in corrispondenza dell'ombelico.
Non è ancora riuscito a farmi parlare in sanscrito con gli occhi rovesciati. Mi fa però pronunciare messaggi in bassa frequenza dal sedere. Lo sento che respira forte e il suo alito sulfureo mi gonfia e poi sfiata dall'ano con voce profonda; non ho mai detto niente di così profondo come in queste notti. L'odore è inconfondibile. Il tanfo di zolfo non lascia dubbi. È un parente di Satana.
La corsa è una forma di esorcismo, di purificazione fisica e mentale. Prima di rivolgersi al medico o al prete, vale la pena provare a fare una bella corsa. Perciò, quando ha smesso di diluviare, un cielo ottimista mi ha convinto a partire.
Ogni tanto piove poi esce il sole, l'arcobaleno, poi piove di nuovo. Vedo subito che i torrenti sono ben più gonfi di come li avevo lasciati a inizio gennaio. Il percorso è bello, vario e quasi tutto corribile, almeno fino al 17esimo km, all'ingresso della gola. Qui si seguono tracce di sentiero guadando ennanta volte il torrente con passaggi spettacolari su rocce e fra gli alberi plurisecolari di un bosco primordiale; intanto le pareti della gola si alzano sempre di più fino ad incombere vicinissime da entrambe le parti.
Le mie brooks nuove scivolano sulle pietre bagnate. Lo capisco quando mi ritrovo col sedere nel torrente e lo capisco ancora meglio quando mi ci ritrovo dentro con la pancia. Altro che bagnare o non bagnare le scarpe. Oggi immersione completa, purificatrice, esorcizzante. Oltre ai guadi, anche fuori le rocce sono bagnate di pioggia e in molti passaggi devo andare molto piano e appoggiarmi con le braccia per non scivolare ma non riesco a evitare un tuffo nei rovi. Maledico l'organizzatore che però, essendo io, è già maledetto e posseduto e la maledizione scivola via leggera. Qui la natura è dura, difficile, selvaggia e meravigliosa. Si fatica, si soffre ma vale la pena, eccome! Per la gara c'è da lavorare, tagliare rovi, sistemare pietre e sperare in una giornata asciutta per offrire una versione più soft. Oggi è hard. Esco dalla gola ma continuo a guadare: piedi nell'acqua a altri piedi nell'acqua … o forse erano gli stessi … . Durante un guado mi entra sabbietta nella scarpa destra ma basta il guado successivo per lavarla. Al 24esimo km si ritrovano strade e sentieri facili e dopo gli ultimi 2 guadi, non mi resta che correre. Si torna a vedere il mare, l'arcobaleno; ormai sono libero dal male.
34.5 km in 3h43, trenta guadi, dieci scivolate, due cadute e un maligno estirpato. Questo il bilancio. Preparatevi bene che il 5 maggio dovrete fare meglio di me.

domenica 27 gennaio 2019

Montiferru Winter Trail

Andando in auto con Checco verso Santu Lussurgiu, vediamo il Montiferru spruzzato di bianco nella parte alta. Il cielo è completamente sereno e si preannuncia una giornata splendida. Il percorso del Montiferru Winter Trail sarà lo stesso dell'anno scorso ma a differenza di allora, quando l'acqua cadeva e restava in sospensione creando coltri impenetrabili alla vista, oggi è abbondantissima ma resta tutta a terra, in mille forme: ruscelli, pozzanghere, fango, ghiaccio e neve … tanta neve. In compenso il cielo è terso e salendo da Santu Lussurgiu verso le cime del Montiferru, la vista diventa sempre più ampia e splendente, illuminata dal riflesso della neve.
Nel punto più alto, a su Mullone, la visuale raggiunge uno dei culmini di tutta la Sardegna, tanto che il grande geografo Lamarmora, usava quel punto come vertice trigonometrico. Vale il viaggio e merita una sosta. Credevo che sedersi sul vertice di un triangolo fosse doloroso, invece mi è piaciuto … guardate come godo!
Si prosegue, scendendo nei ricchi boschi. Con Gianni, compagno di servizio scopa, chiudiamo la gara seguendo gli ultimi atleti. Io sono Mike 4, lui Mike 5. Le nostre radio di servizio gracchiano, raccontando strane storie di ambulanze fantasma, ristori liquidi senz'acqua … sarebbe più piacevole non avere coscienza di ciò e, magari, ascoltare un po' di musica ma non si può cambiare stazione. Poi, in fondo è utile sapere che dobbiamo fare affidamento solo su di noi e sul nostro zainetto, sulle nostre risorse fisiche, mentali e tecnologiche e sulla natura. Il ristoro liquido della sorgente naturale di Elighe Uttiosos infatti non ci ha abbandonati e sprizza acqua con generosità. La natura non tradisce con tutto il suo splendore e la sua durezza.
Mike 5 resta con l'ultimo atleta e io corro avanti per sfogare l'istinto e per vedere la situazione dei 5 o 6 atleti poco avanti a noi; mi assicuro che stiano bene e che abbiano la lampada frontale, perché il rischio di arrivare col buio è grande. Poi mi fermo e aspetto. Riparto e riaspetto. Le attese sono sempre più lunghe e siamo sempre più in ritardo rispetto alla tabella di marcia che avevo preparato per arrivare entro il tempo limite. Ma Pierpaolo lo sa. Ha già preventivato un'ora di ritardo. Si impegna; in discesa corre ma io lo supero camminando. All'ultimo ristoro approfittiamo dell'enorme camino acceso per farci riscaldare qualche pezzo di pancetta arrosto, avanzo del pranzo e qualche calzino fraAdicio. Dopo un quarto d'ora Pierpaolo riparte. Dopo un altro quarto d'ora ripartiamo anche noi, Mike 4 e Mike 5, io con in mano una braciola e in gola un mezzo bicchiere di cannonau.



Grazie a Pierpaolo, arriviamo in cima all'orario perfetto per ammirare le mille sfumature di un tramonto magnifico, dal momento in cui il sole sfiora il mare, fino all'ultima luce. Mi assicuro che, oltre alla lampada frontale, lui abbia anche la traccia gps da seguire e batteria sufficiente per arrivare in fondo. La segnatura non è catarifrangente e al buio quasi non si vede. Abbiamo tutto e, quando all'ultimo presidio esprime la volontà di proseguire, mi adeguo, pronto a passare due ore e più a lottare contro neve e fango, con i piedi nell'acqua gelida, con il freddo che l'umidità notturna infila sotto i vestiti e con la sua sofferenza che arriva al limite della sopportazione ma con il sostegno e la sicurezza della tecnologia. Stavo immaginando un finale simile a quello di Baunei, con l'arrivo dell'eroe nella notte ma la parte epica di questa storia resterà nella mia immaginazione. La direzione di gara prende la saggia decisione di fermare la nostra intrepida marcia notturna e ci chiede di rientrare con un mezzo della Protezione Civile.
Intanto Mike 5 si era buttato giù per la discesa, sperando di andare più veloce della rotazione terrestre e arrivare in paese prima del buio. Non aveva traccia gps né lampada frontale ma, seguendo i nastri con la luce del cellulare e grazie alle sue risorse, è riuscito ad arrivare anche lui.
Un'altra bellissima giornata piena di vita e ricca di particolari è registrata sul grande libro dove, fino a prova contraria, mi restano altre 16814 pagine da scrivere.

venerdì 25 gennaio 2019

Correndo sulla neve.

Il programma d'allenamento prevedeva scarico: riposo o corsetta. Da quasi un mese, stavo seguendo alla lettera il protocollo sperimentale per la preparazione di un ultra-trail. Ma tutto il castello logico, improvvisamente è crollato. Ieri, mentre stavo per arrivare al lavoro in auto, ho visto uno spruzzetto di bianco in cima al Monte Santo e mi è venuto un gran sorriso. Qui non nevica tutti i giorni e neanche tutti gli anni: ne devo approfittare. Siccome sono io l'inventore del protocollo, ho trasformato il 9+5+2 in un 9+3+4 e anche se la scienza resterà con un buco teorico, ci sono ragioni di ordine superiore: ci voglio andare!
Balcone con vista
Definisco il percorso: salire per il sentiero “tritone” e, quando sbuca sulla strada, andare su fino a trovare la neve. Quel “fino a trovare la neve”, distanza indefinita, è poco professionale dal punto di vista della preparazione atletica ma molto bello da quello umano in quanto esprime uno scopo: la realizzazione di un sogno.
Non mi resta che eseguire. All'ora di pranzo parto. Il tempo è decente: un po' freddo, a tratti molto ventoso e alterna nuvole con pioggerella a sole. La neve che avevo visto arrivando in auto non si vede neanche quando il bosco si allarga e sul sentiero si aprono balconi con vista sui monti. Temo che si sia già sciolta tutta ma mi attengo al piano. Del resto è un posto bellissimo e, al diavolo lo scarico, dopo 3 giorni di astinenza un po' di corsa in montagna ci vuole.
La prima chiazza
Improvvisamente eccola! Nel punto in cui il sentiero comincia a spianare, davanti ai miei piedi ecco la prima chiazza. La tocco, le faccio una foto ricordo e riparto. Continuo a salire fino a quando gli occhi si riempiono di bianco e i piedi lasciano impronte sulla strada … sciac sciac. A quasi 54 anni mi comporto ancora come un bambino. Cerco di razionalizzare ma solo per giustificare comportamenti gioiosamente infantili. Mi sento diversamente bambino.
Oggi, andando al lavoro, ho visto che quello spruzzo di bianco è già sparito; era neve effimera come il sorriso di una bella passante ma il ricordo non si è sciolto. Ieri, seguendo l'istinto infantile, ho saputo cogliere l'occasione e ho realizzato un sogno. I bambini hanno ragione, sempre.

lunedì 21 gennaio 2019

I sette mostri – 3. Crisi di crampi.

Avete visto il film “Alien”? Ecco, il mostro che vi presento oggi somiglia molto ai graziosi xenomorfi protagonisti della pellicola americana. Avete sudato troppo o calzate scarpe troppo leggere che fanno stancare i piedi o, forse, siete solo capitati nell'astronave sbagliata e, improvvisamente, sentite di avere qualcosa sottopelle che si muove indipendentemente dalla vostra volontà. Dovrete allora procedere con ogni cautela, perché quando si svegliano, cominciano a mordere e sono dolori! Provate a reintegrare i sali ma, soprattutto, a tenere uno stile di corsa il più regolare e tranquillo possibile. Dovete trovare un compromesso con i vostri muscoli e ogni movimento brusco potrebbe causare l'arrivo di un crampo duro.
Meglio, allora, prevenire. Occhio alle sudate! Se al raduno di partenza fa freddo, partite ben coperti ma appena inizia la salita spogliatevi. Attenti, poi, alle calzature. Quando ho corso trail di 40-50 km (circa 5h di gara) con scarpe “veloci”, negli ultimi 10 km mi sono sempre venuti i crampi, mentre in gare più lunghe (anche oltre le 10 ore), corse con scarpe-toffolette-marshmallow, non ho avuto questo problema.
L'arrivo dei crampi non significa necessariamente la fine della gara. Io sono riuscito sempre ad arrivare al traguardo, perdendo qualche posizione ma niente più. Ecco le sintesi di quelle 3 esperienze:

Ultratrail dei cervi 2015
Sembra tutto perfetto ma sento che qualcosa di strano sta per accadere dentro di me. I muscoli si stanno ribellando! Dico loro di fare una cosa e ne fanno un'altra, contraendosi a caso! Accorcio i passi e rallento cercando di riprenderne il controllo. Basta però una piccola variazione di pendenza, un appoggio sbagliato o un passo troppo lungo per provocare contrazioni dolorose a cosce e polpacci. Intanto ciuccio dal camelback sperando di ripristinare, con un po' di sali, la catena di controllo neuromuscolare. Raggiungo un compromesso con le parti in rivolta ottenendo il minimo sindacale. Ecco i termini dell'accordo: per i cinquantenni, rivendicano, sono previsti passetti lunghi non oltre 70 cm, velocità non superiore ai 10 chilometri orari e salita al passo. Insomma, è sciopero bianco. Il traguardo non è lontano ma con tutti questi vincoli sindacali, si avvicina troppo lentamente. Infatti, quando manca poco più di un chilometro all'arrivo, sento un rumore, mi volto e vedo arrivare Stefano come un falco. Sta scendendo davvero veloce e non posso fare altro che spostarmi per lasciarlo passare. Mi distraggo un attimo e inciampo su una pietra. Per non cadere devo fare un brusco movimento che mi provoca un crampo grosso. Mi devo fermare per scioglierlo ma riesco comunque a ripartire e conservare il terzo posto fino all'arrivo. Enrico arriva poco dopo. Peccato: senza i miei errori di abbigliamento e quell'incrocio non segnato, quasi sicuramente sarei arrivato secondo. Ma sono contento. L'accoglienza è davvero bella e festosa e poi è podio. Un bel podio, perché quasi tutti gli atleti sardi più forti sono qui. E fra loro c'è anche un anziano velleitario canuto.

Scena quinta. Astronave “Nostromo” in rotta veloce verso il traguardo con a bordo i 5 obiettivi. Lasciata la strada si entra nel bosco. Il terreno è morbido e correrci sopra è una goduria. Non c'è sottobosco e si corre in piena libertà, su fondo naturale, slalomando fra alberi e rocce. Starei proprio bene, non fosse per una strana sensazione di alieni sottopelle che tentano di uscire. I polpacci si stanno per ribellare e cominciano a tremolare scossi da piccole contrazioni estemporanee. Mancano meno di 10 km e nel punto in cui il sentiero esce dal bosco per ritornare sulla strada, arriva il primo crampo duro. Mi devo fermare per scioglierlo. La battaglia con l'alieno dura una ventina di secondi e riesco a domarlo. Riparto con grande cautela. Dietro non arriva nessuno. Progressivamente riesco ad accelerare anche se sento una nidiata di xenomorfi che mi cresce nei polpacci. Si sale di nuovo e riesco anche a raggiungere un ragazzo più in crisi di me. Mi accorgo che la maglia da bici è bagnata di sudore e che la borraccia con i sali è ancora piena. Non è la prima volta che faccio questi errori. È un po' tardi per rimediare ma ci provo. Sfilo la maglia e, a piccoli sorsi, comincio a svuotare la borraccia. Piccole contrazioni si alternano su entrambi i polpacci. Devo correre come un tapascione per non usarli e non svegliare i bebè xenomorfi che stanno sonnecchiando là dentro. Cerco di atterrare col tallone ma non mi viene naturale e le forzature stimolano ulteriori contrazioni. In discesa, basta un piccolo inciampo del piede destro, per svegliare, nel polpaccio sinistro prima ancora di toccare il suolo, il secondo crampo duro. Mi devo fermare di nuovo per scioglierlo e ripartire con ancora maggior prudenza. Ecco l'ultimo ristoro. Chiedo sali. Mancano 5 km quasi tutti in discesa. Prima guardavo solo in avanti, ora mi guardo sempre indietro ma non si vede ancora nessuno. Altra contrazione del 4 grado richter. Mi fermo e questa volta si scioglie subito. Mi volto ancora. … Come un bambino stanco dal viaggio chiedo in continuazione: “Babbo, quanto manca? Fra quanto arriviamo?” Ad ogni persona che incontro faccio la stessa domanda. 5000 2000 1000 … mi volto sempre più spesso. L'ultimo chilometro inizia con un passaggio in bilico su un argine. Il passaggio è stretto e irregolare e arriva un altro morso. Gli alieni si stanno espandendo: dal polpaccio sono arrivati alla coscia e me la stringono fra i denti. Non so come liberarmi, provo a continuare camminando ma mi devo fermare. Riesco ad indovinare la posizione giusta e mollano la presa. Si torna su strada e torno a correre. Mancano 100 metri, ormai è fatta! Ecco l'arrivo. Sono 41esimo su quasi 500 partenti, terzo su quasi 100 di categoria, primo della rappresentativa sarda, 5 ore e 9 minuti. Mi riempiono un bel boccale di birra e Matteo e il padre mi accolgono festosamente. Ci sarebbe da essere raggianti ma l'ultima penosa ora ha lasciato il segno. Mi è mancato, nel finale, l'obiettivo più importante, il divertimento, e mi ci vuole un po' a realizzare quanto mi fossi divertito prima.

Vola solo chi osa farlo. Nell' “osare” è implicito il rischio di cadere, soprattutto se non si hanno le ali. Dopo lunghi convenevoli, ecco il crampo. Il polpaccio destro si ribella con violenza. Il dolore, all'inizio sembra insopportabile e mi devo sdraiare per terra per cercare di scioglierlo ma, dopo 10 secondi, 20 secondi, 1 minuto, 2 minuti, 4 minuti di tentativi inutili, sono ancora vivo. Si può sopportare, quindi. Anzi, mi ci sono quasi abituato. È parte di me; è come un cagnolino che ha la cuccia nel polpaccio e dopo 4 ore di sballottamenti comincia a mordere. Forse è passato, penso, ma vedo il polpaccio ancora deformato da un orribile bozzo. Mi aiuta un gentile signore e dopo 5 minuti di agonia finalmente il crampo si scioglie e riesco a rialzarmi. Mancano 4 km e prima con estrema cautela, poi solo con attenzione, riesco a scendere corricchiando fino al traguardo. Arrivo settimo, in 5 ore e 18 minuti. Ho osato, volato, sono caduto, mi sono rialzato e ora sono molto contento.

Torna alla pagina "Programmi d'allenamento"

mercoledì 2 gennaio 2019

I sette mostri – 2. Crisi di freddo

Il corpo umano funziona grazie ad una serie di meccanismi biochimici regolati per una temperatura di 36-37 gradi. Basta alzare di un grado la temperatura corporea che una metà della popolazione crolla a letto. Se poi la temperatura corporea si sposta di 2-3 gradi, crollano anche le femmine. La temperatura viene mantenuta nel range ottimale da una serie di meccanismi di regolazione termica. La regolazione termica di un atleta in corsa è alterata dal fatto che per ogni watt usato per la spinta, si devono bruciare almeno 4 watt di carboidrati e i 3W rimanenti si esprimono sotto forma di calore. È una specie di stufetta interna che ci permette di correre seminudi mentre la gente normale gira in cappotto.
Alla fine di una maratona o di un ironman, quando la stufetta si spegne e le energie rimaste sono davvero poche, mi è capitato spesso di iniziare a tremare subito dopo il traguardo. Non capita solo a me …

Al ristoro Fabrice decide di ritirarsi, si siede e comincia a tremare. Quando si rompe l'equilibrio fra l'interno e l'esterno, fra il nostro mondo interiore e il mondo esterno, la tensione accumulata si sfoga in brividi che scuotono la pelle accapponata. Impediscono di compiere qualsiasi azione che richieda movimento fine ma se ci si abbandona ad essi, diventano piacevoli; è la nostra stessa pelle che ci abbraccia per sfogare la tensione e riportare l'equilibrio. Bevo una birra e aspetto che rispondano con la radio per verificare che non si sia perso nessuno. Ho il via libera e lascio Fabrice ancora scosso da brividi avvolto dal telo termico davanti al fuoco. Non aveva mai fatto tanta strada, oggi ha superato i suoi limiti e al di là ha trovato brividi d'emozione e sofferenza.

In una gara lunghissima, soprattutto nella seconda parte, la potenza che si riesce ad esprimere è limitata; la stufetta interna è quindi molto meno efficace e basta una pioggia improvvisa e un po' di vento per lasciarci senza la capacità di ripristinare l'equilibrio termico anche durante la gara. Diventa allora fondamentale l'abbigliamento. Innanzitutto dobbiamo portarci appresso abbigliamento adeguato anche a condizioni impreviste, anche se potrebbe sembrare un peso inutile. Poi conviene prevenire, coprendosi subito; bisogna essere veloci nel cambiarsi perché le soste lunghe sono deleterie: i muscoli si raffreddano e si irrigidiscono, le mani si raffreddano e anche un gesto banale come tirare su una cerniera o allacciarsi le scarpe può diventare terribilmente difficile. Ricordatevi che nello zainetto avete un telo termico, perché, se è facile dimenticare di mettercelo, è ancora più facile scordarsi di averlo. Altri piccoli espedienti: espirare dentro gli indumenti aiuta a intrappolare il fiato caldo; il fiato però è anche umido e potrebbe bagnare i tessuti. Se resta un minimo di energia, provare ad aumentare un po' il passo: automaticamente aumenterà anche il calore prodotto. Amate le salite che vi aiuteranno a scaldarvi e anche i boschi che vi faranno da coperta. Sappiate anche che non ha senso ritirarsi a meno che non ci sia un posto ben caldo per farlo. Il calore esterno ci metterà molto tempo per scaldarvi dentro. Se potete è meglio continuare; può bastare un cambio d'abito, un miglioramento delle condizioni atmosferiche o una bella salita per uscire dalla crisi.
Quando, al 55o km della trans d'havet. il temporale mi aveva lasciato tremante se avessi trovato un posto caldo mi sarei ritirato ma avrei fatto male. Ecco una sintesi di quell'esperienza, crisi di freddo e resurrezione.


Al ristoro del rifugio Scalorbi, fisicamente distrutto ma sorridente
La salita non è finita, dopo un bel traverso pianeggiante, si scorge, 200 metri più su, il passo dov'è situato il punto più alto di tutto il percorso. Il cielo sta brontolando già da un po'. "Fra poco piove" dico. "E' presto, deve piovere nel pomeriggio" "non senti i tuoni?" Poco dopo iniziano a cadere grosse gocce che non fanno presagire niente di buono. Enrico ora è avanti, fatico a seguirlo. Mi raggiunge Sabrina, con cui avevo fatto un po' di strada di notte. E' preoccupata. Inizia a diluviare. Ci fermiamo ad infilare la giacca e cerchiamo di affrettare il passo per arrivare presto al ristoro in cima. Appena arrivati al passo ci accorgiamo che il ristoro non è altro che un telo spazzato da un vento terribile, sotto al quale, insieme ad un'altra decina di persone ammassate per cercare riparo dalla pioggia, c'è anche Enrico che mi ha aspettato per decidere cosa fare. Il rifugio Fraccaroli è più su, il percorso invece scende verso il rifugio Scalorbi non troppo distante. "Scendiamo" dico, "qui si muore di freddo". Intanto comincia a grandinare, il sentiero è un torrente ma appena iniziata la discesa, il vento si placa e capisco che stiamo facendo la cosa giusta. I muscoli però sono induriti dal freddo e le articolazioni, dalle ginocchia ai talloni fanno male e mi impediscono di correre. Dico a Enrico di non aspettarmi e continuo al passo. Continua a tuonare sempre più forte. … Mi supera Sabrina "abbiamo fatto bene a scendere" dice. Poi altri; vanno tutti a velocità doppia rispetto a me ma non riesco proprio ad accelerare. L'acqua ormai è penetrata sotto la giacca e i piedi ci sono immersi. Il temporale, per fortuna, sta calando d'intensità ma mi rendo conto di avere freddo. Guardo le mani, gonfie e rosse, e le scuoto per riattivare la circolazione. Vedo il rifugio poco lontano ma sono così lento che impiego un'eternità per raggiungerlo. Il ristoro è un tendone montato a ridosso del rifugio. Mi faccio servire brodo caldo e lo bevo dalla scodella. Mi aiuta ma non basta e comincio a tremare. Enrico intanto si è cambiato. Vado anche io a cambiarmi in una stanzetta del rifugio a nostra disposizione. La maglietta a maniche lunghe è in un sacchetto di plastica ancora asciutta. I famosi pantaloni lunghi sono invece fradici e inutili. Prima di rimettere la giacca cerco di asciugarne l'interno per evitare di infradiciare subito la maglia asciutta. Intanto continuo ad essere scosso da brividi. Bevo due bicchieri di the caldo e aspetto lì al chiuso seduto su una panca, ma il freddo mi esce da dentro e l'ambiente non è abbastanza caldo da smaltirlo. Fuori ha quasi smesso di piovere e provo ad uscire sognando il caldo afoso di poco prima ma l'aria è ancora quella fresca del dopo-temporale. Intanto stanno arrivando i primi concorrenti della 40 km. Qualcuno di loro è in canottiera, fradicio ma, scaldandosi dall'interno con i residui dell'azione di corsa, non soffre il freddo. Io dentro sono vuoto, ho solo freddo. Se ci fosse stato un pullman o una tenda calda per ritirarsi, mi sarei ritirato ma non c'era. Non so quanto tempo ho passato lì, forse un quarto d'ora, probabilmente di più. … Provo a ripartire; camminando in salita forse riesco a scaldarmi. Alzo il bavero della giacca sopra la bocca in modo che il fiato tiepido resti intrappolato intorno al corpo e riprendo a camminare. Mancano 26 km al traguardo e sono le 11. Se anche camminassi per tutto il tempo arriverei entro le 18, in tempo per l'aereo. Su queste pendenze dolci non soffro tanto e penso quanto sia meglio camminare ora su questi sentieri piuttosto che di notte lungo la statale Marradi-Faenza con le macchine che mi sfrecciano accanto.
Insomma, non me la godo ma ho vissuto di peggio e piano piano comincio anche a scaldarmi. Mi superano ancora diversi concorrenti, quasi tutti della 40 km. Dopo la salita e una ripida discesa, le pendenze si ammorbidiscono, la temperatura interna sale e le gambe, sorprendentemente fanno sempre meno male. Ora che sto tornando vivo, mi rendo conto di avere un sasso nella scarpa e la vescica gonfia ma non mi fermo subito, voglio aspettare di avere meno freddo. Quando finalmente tolgo il sasso dalla scarpa mi sento rinascere e ricomincio a correre. Prima della pisciata faccio ancora almeno un chilometro per trovare il punto più panoramico! Svuoto la vescica e rinasco ancora di più. Appena ripartito mi superano altri 2 della corta, ma ora sono un altro e li seguo a distanza senza difficoltà. I due raggiungono altri che mi avevano superato prima e quando la strada inizia a risalire camminano tutti. Io continuo a correre e li supero di slancio. Sto proprio bene …

Torna alla pagina PROGRAMMI D'ALLENAMENTO