sabato 29 dicembre 2018

I sette mostri – 1. Crisi muscolare

Sul pullman che da Valdagno portava a Piovene per la partenza della “Trans d'Havet” mi sono seduto accanto al grande Marco Pajusco che mi ha detto: "se parti con l'idea di ritirarti, ti ritirerai. La crisi arriverà; dovrai solo trovare la forza di superarla."
Quando si oltrepassano i propri limiti, si entra in territorio ostile; le crisi sono dei mostri che popolano quella “terra di mezzo” e capita di incontrarli per strada. Bisogna imparare a conoscerli, se non per farci amicizia, almeno per conviverci e non farsi divorare.
Prima di proporvi un “programma d'allenamento” per ultra-trail, vediamo chi sono questi mostri o, almeno, quelli che ho incontrato io.

I sette mostri – 1. Crisi muscolare
Ad ogni passo, quando il piede tocca terra, l'impatto col terreno crea un'onda d'urto meccanica che si trasmette a muscoli e articolazioni. L'energia trasmessa da quest'onda è tanto più grande quanto più è forte l'impatto (discesa, corsa veloce, atleta pesante) e più è “secco” l'urto (calzature poco ammortizzate, appoggio col piede poco elastico). Le grandi masse muscolari dei quadricipiti si deformano in modo orrendo e le fibre muscolari si rompono. Passo dopo passo, le rotture aumentano e dopo molti chilometri i muscoli si riducono in polpette.
Guardate come si è deformato il mio quadricipite sinistro all'impatto col suolo, scendendo a 20km/h con scarpe A1! – dettaglio da una foto di Arnaldo Aru

Prevenzione: scarpe ammortizzate e passo leggero. Anche i pantaloncini “compression” potrebbero aiutare a contenere un minimo le deformazioni. Cura: il tempo, in questo caso, non funziona: ci vogliono circa 3 giorni perché i tessuti si riaggiustino e la gara, a quel punto, sarà finita. Dicono che un apporto proteico o di amminoacidi durante la gara possa aiutare ad aggiustare le fibre rotte e infatti aiuta: vi ci vorrano solo 2 giorni e mezzo per recuperare invece di tre. Se avete la possibilità di cambiare le scarpe con un paio più ammortizzato, fatelo: sarà come avvolgere nella gommapiuma il martello che vi colpisce le cosce; è sempre un dolore ma vi piacerà molto. Altra opzione è provare a cambiare stile di corsa. Provate a spingere con i glutei (in salita) o con i polpacci, cambiate l'inclinazione del busto, camminate con le mani … imparare diversi stili di corsa può essere utile sia a migliorare la tecnica che a salvarsi in queste situazioni o, almeno, a prolungare l'agonia.
Una cosa sicuramente da non fare è correre la 100 km del passatore con scarpe A1 (quelle della foto di sopra) ma io lo feci 3 volte su 3. Ecco un estratto dalla mia esperienza del 2015.

Passo della Colla, al 48esimo km. Mi fermo per cambiare maglia e recuperare torcia frontale e antivento per la notte. Quando riparto, i quadricipiti fanno male. Se voglio arrivare a Faenza devo trovare modo di scendere senza pestare troppo i muscoli delle cosce. Provo vari passi, radenti, corti, poggiando con l'avanpiede … ma il dolore aumenta inesorabile e i chilometri si allungano. Mi ricordo, due anni fa, sensazioni molto simili e il ritiro al 65esimo a Marradi. Questa volta, quando arrivo a Marradi, voglio provare a farmi fare un massaggio e ripartire. Sono scettico ma ci provo. Almeno a San Cassiano, al 76esimo, voglio arrivare. Dopo il massaggio non riesco a correre. Fa troppo male. Cammino per due lunghissimi chilometri, Bruno e Teo mi superano. La schiena di Teo mi serve da stimolo. Provo a correre usando solo i polpacci e ci riesco! Ma sto praticamente correndo sul posto. Teo si allontana velocemente. Ormai è buio e, per essere visto dalle macchine che passano di continuo, indosso la torcia frontale. Continuo a correre ma sono lentissimo e mi superano in molti. Provo allora a cambiare l'inclinazione della spinta … e, con mio stupore, riprendo ad avanzare relativamente veloce.
Sono resuscitato? Così pare! Il dolore è sotto controllo e riprendo a superare podisti; percorro dieci chilometri in meno di un'ora e, all'80esimo sono sotto le 8 ore. Se riuscissi a continuare così, in 10 ore arriverei. Non sarà facile, perché i dolori gradualmente riprendono ad aumentare.
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Ogni passo è un pugno sulla coscia. Quando mi fermo al ristoro dell'81 km, mi rendo conto di essere anche in crisi di zuccheri. Non posso riprendere a correre subito. Devo prima camminare qualche minuto per digerire. Non sapevo che non avrei più fatto neanche un passo di corsa. Spengo la torcia e la metto in tasca. A Brisighella, all'88esimo, riprovo il massaggio, sperando di resuscitare un'altra volta.
Lucciole, lanterne, bosoni di higgs, (li ho visti!) la luna da dietro disegna il profilo dei pini.
Si sente, quasi assordante, il gracidio delle rane. Cerco di trovare il fascino in tutto ciò e ci sarebbe anche, non fosse interrotto in continuazione dal passaggio delle macchine – rumore, fari abbaglianti, paura di non essere visto – e dalle imprecazioni dei miei muscoli. Le lucciole si accendono ad intermittenza, i bosoni mi si appiccicano addosso. Le speranze di resuscitare una seconda volta si spengono progressivamente. I primi chilometri di camminata passano più veloci di quelli di corsa perché la sofferenza è poca. Poi, però, aumenta
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Noia, sofferenza. Un altro chilometro del cazzo. Sono troppo lento per trovare compagnia. Anche quelli che camminano vanno molto più veloci di me.
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La strada continua a colpirmi le cosce con cattiveria.
Nessun eroismo. Solo la determinazione di un mulo. La sofferenza di un esercito in ritirata o di un esodo forzato. Non c'è gloria, cerco solo salvezza e riposo. Avessi due euro mi fermerei a prendere una birra, ma sono povero. Redenzione, penitenza ma per cosa? Cosa ho fatto di male? Non riesco a ricordare il peccato.
Per me, finire il passatore vuol dire finirlo correndo. Non strisciando. Perché non mi ritiro allora?
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Per inerzia. Perché uno zombie non si ritira. Perché, come un esercito in ritirata, mi sto già ritirando. O forse perché ho perso l'autobus.
Intorno al 94esimo vedo, poco avanti, il paese di Errano con le luci dell'ultimo ristoro. Accanto a me passa il pullman che porta i ritirati a Faenza. Mette la freccia e si ferma al ristoro per chiedere se ci sia qualcuno da caricare. Vorrei poter correre per prenderlo ma non riesco. Lo vedo ripartire “Ho perso il pullman?” Chiedo. “Nessuno si ritira ad Errano”, rispondono i ragazzi del ristoro. “Avrei voluto essere il primo”. Mancano ancora più di 5 km del cazzo. Sono 3 ore che cammino, ne manca ancora più di una, interminabile. Ho perso il pullman dei ritiri e ora mi tocca arrivare.
Gli ultimi 5 km sono segnati uno per uno. Al 96esimo passo dopo 11h16 di corsa. Calcolo che se riesco a scendere sotto gli 11' al km potrei finirla entro le 12 ore. Non posso allungare il passo, mi verrebbero crampi, allora ne aumento la frequenza. Tanti passetti dolorosi mi fanno avanzare lentamente attraverso i viali della periferia di Faenza.
Finalmente entro in piazza. Uno del pubblico mi affianca e mi esorta, mi dice “vai, vai!” “sto già andando”, rispondo. Non vuole capire che sto già facendo il mio sprint. Ecchecazzo, non si vede? Sto sfiorando i 6 km all'ora. Spingendomi, mi fa quasi venire un crampo, poi capisce e mi lascia tranquillo. Rispondo alle esortazioni della folla con un bel sorriso e un gesto di ringraziamento, porto il dito alla tempia con due tocchetti e poi lo allargo con un giro ad indicare tutti. Siamo tutti pazzi. Tutti pazzi.

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