lunedì 10 ottobre 2016

UTSS. Il giro dei bar – seconda parte

Bar di Cala luna, ore 12:40. km 47 dell'UTSS
Dov'è la birra? Foto di Michele Loi
Il mare è al di là della laguna con la sua magnifica acqua fresca e trasparente ma i segni vanno in direzione opposta dei sogni. “Non si passa dal mare? Avrei voluto fare il bagno” “l'hai già fatto”. È vero. Sono già bagnato fradicio di sudore ma non intendevo questo. Di là il fresco del mare, di qua il caldo, umido e opprimente, riempie la magnifica e maledetta codula, illuminata da un sole inesorabile fra oleandri sabbia e sassi e chiusa da pareti altissime che immobilizzano l'aria. Non si muove una foglia, la colonna sonora di Morricone fa da sottofondo a questa scena al rallentatore che invischia anche me. Accenno qualche passo di corsa solo nei rarissimi punti in cui la sabbia è compatta o i sassi sono piatti.
Ci metto mezz'ora ad uscire dalle sabbie mobili e, arrivato all'imbocco del sentiero, mi fermo a togliere la sabbia dalle scarpe. Mi raggiunge Marta Poretti, fresca e sorridente. Sale leggera con i bastoncini. La seguo alla distanza giusta per poter scambiare qualche battuta e tenere lo spazio libero davanti per il vento in faccia ma non c'è un filo d'aria. La salita continua interminabile. Le martellate sui genitali ora sono forti e precise. Il meraviglioso e l'orrido si mescolano in un mix stupefacente. La schiuma esce dalla pelle. Il prossimo bar tarda ad arrivare, forse l'hanno spostato o forse chiuso! Le borracce sono quasi vuote e sono in astinenza: è un'ora e mezza che non bevo una birra! Per fortuna, un paio di chilometri più su del previsto, annunciato da un odore di salsiccia arrosto, purtroppo non per me, ecco il bar del 54esimo. È affollato: ora i corridori si soffermano più a lungo. Sono le due passate, abbiamo superato le 8 ore di gara, c'è stanchezza nell'aria, si appiccica alla pelle e appesantisce il culo.
Bevo una lattina di ichnusa ghiacciata, riempio una borraccia con acqua e sali che non riuscirò a bere per la nausea – col passare delle ore mi è sempre più difficile trovare qualcosa di accettabile per lo stomaco – e l'altra con acqua, cola e mezzo limone spremuto. Dal recipiente della birra rubo due cubetti di ghiaccio: uno lo metto sotto l'ascella, l'altro lo passo in faccia, sul collo, cercando di alleviare – almeno per qualche secondo, almeno in qualche minuscolo pezzetto di pelle – il disagio del caldo e riparto ancora in salita. Sono sfatto ma ancora vivo. Marta è partita e non la vedrò più, Raffaele va più o meno alla mia velocità ma ha l'aria fresca di chi non fatica. Raggiungo Dimitri che, vaneggiando, dice qualche frase memorabile. Facciamo un pezzo di strada insieme ma quando io riprendo a correre lui non ne ha la forza. Correndo raggiungo e supero anche un altro ragazzo in crisi. Le crisi degli altri mi fanno sentire più forte di quanto non sia in realtà e, sulle alette di questo piccolo entusiasmo, riesco a svolazzare come un pollo senza quasi fermarmi fino al prossimo bar.
Km 61. Dopo la solita birra, riparto correndo, fiducioso, ma il prossimo bar non arriva mai. Il percorso è sempre piacevole ma non più entusiasmante e non basta a distrarmi. Mi sembra di correre veloce ma gli spazi sono dilatati. Se prima i chilometri erano pieni di meraviglia, ora sembrano vuoti e diventano lunghissimi. Sento tuonare in lontananza, nuvole basse diventano nebbia, i paesaggi si fanno spettrali e di nuovo affascinanti e il ristoro magicamente appare.
Al bar del settantesimo, i ragazzi aprono, per me, un nuovo fusto. “Bravo! Da dove vieni?” “Capoterra” rispondo. “Sei primo dei sardi”
Ma sono sardo? Più sardo di Gervasoni e Di Cosimo ma meno dei “nativi”. Non è chiaro, però questo titolo sarebbe per me motivo d'orgoglio. Dietro chi potrebbe usurparmelo? Gianni con una delle sue mitiche “progressioni Mureddu”? Non credo, si ferma troppe volte a pisciare. Mi immagino invece “massiccione” Zanda, Ivan Sedda o Stefano Frau comparire da dietro all'improvviso. Loro hanno fatto gare durissime e ora saranno meno morti di me. Ogni tanto mi sembra di sentire voci da dietro o rumori di passi ma sono solo fantasmi. Puntare ad un posto fra i primi dieci maschi e al titolo di primo dei sardi mi serve per avere uno stimolo a spingere ancora, a tenere un passo veloce a combattere la tendenza ad afflosciarmi verso “velocità zero”. Ogni volta che un fantasma mi chiama, mi volto e rispondo con una breve accelerazione o qualche passo di corsa.
Volevo il vento in faccia e la visuale libera? Eccomi accontentato. Da quando ho visto il forte Raffaele ripartire dal ristoro e sparire nella nebbia, ho viaggiato in perfetta solitudine.
Alle 17:25 arrivo al bar del 74esimo km. Ogni ristoro è stata una festa: accoglienza calorosa, cibo e bevande e un arrivederci al traguardo e questo è il più rumoroso di tutti: urla e campanacci; meglio del bar sport la domenica pomeriggio. Bevo con gusto il brodino caldo, oltre alla birra, naturalmente. Poi devo ripartire per ritrovare altre ore di solitudine e sofferenza.
L'80esimo non arriva mai. I chilometri mi sfuggono, infiniti. Non ho ancora acceso il gps e l'unico riferimento che ho è l'altimetria sul pettorale. Continuo a guardarla ma non capisco bene dove mi trovo: è rimpicciolita un milione di volte e mi servirebbe un microscopio elettronico per vederci bene dentro. Mi nasconde saliscendi, greti di torrente, ovili, pioggia e i dentini che invece si vedono ad occhio nudo, sono mostruosi canini mastica-muscoli. Perfino la birra mi ha stufato ed è sempre più difficile trovare una buona ragione per proseguire. “Se arrivo ho 2 punti per l'UTMB … e cosa me ne faccio? Se ne raccolgo 5 vinco una pentola?” Quando finalmente arrivo al ristoro dell'ottantesimo, decido di accendere il gps, voglio vedere passare i 10 km mancanti metro per metro per avere un segno tangibile che la fine si avvicina. Il primo chilometro passa facile, su strada, anche se si sale ancora. Poi comincia la discesa. Nella penombra mi appare un pendio quasi verticale. Sul ghiaione vedo segni strani, più che passi sembrano impronte di sederi. Guardo giù per vedere se ci sono cadaveri. La terra è resa scivolosa dalla pioggia ma, per fortuna, fra tutte queste pietre di terra se ne vede poca. Mi preoccupo, seriamente, per quelli che arriveranno dopo, fra le tenebre della notte e della stanchezza.
Più in là si torna su strada e si sale di nuovo. Da un fuoristrada una voce mi incoraggia: “mancano solo 5 km”. Riaccendo la frontale. Ormai è buio e sotto si vedono le luci dei paesi. Cerco di indovinare quale sia Baunei, dov'è il traguardo ma la mente è offuscata e viaggio sperduto con lo sguardo. Rientro nel bosco in un interminabile saliscendi; ogni eternità un chilometro passa e il gps vibra emozionato. Ormai dovrei essere arrivato all'ultima discesa. Il sentiero scende fra ghiaioni, rocce a picco e alberi, che illuminati dalla frontale offrono uno spettacolo a metà fra magia e incubo.
Vedo una luce! Qualcuno vede la mia e suona i campanacci. Il sentiero sbuca sulla strada; “ultimo chilometro!” Mi dicono. Stento a crederci e infatti saranno quasi due, ma ormai è tutto facile; la strada scende comoda verso Baunei. Entro in paese e seguendo le strisce catarifrangenti, mi infilo in un cortile; mi aggiro per un paio di minuti in cerca della via d'uscita per poi capire che i catarifrangenti erano messi lì per non fare ammaccare l'auto al figlio del proprietario quando rientra ubriaco dal bar. Anch'io sto rientrando ubriaco di stanchezza da un lunghissimo giro dei bar e mi sono lasciato guidare da quelle lucine. Ricordo che in un cortile di Loculi era svanita la mia vittoria alla point to point mtb di Irgoli ma questa volta da dietro non spunta nessuno e la vittoria del titolo di “primo dei quasi sardi” è mia. Se ho fatto questo, posso fare tutto. Anche il tempo che non passa mai alla fine passa. I chilometri, i cento metri, li ho visti scorrere, goccia a goccia sul gps. Il traguardo per quanto lontano sia, prima o poi arriva. Si fa aspettare per farsi bello: tanto più è sudato quanto più è bello e questo, dopo 14 ore di attesa, è davvero magnifico. Lo prendo a braccetto, con l'indice batto due tocchetti sulla tempia, sorrido con gli occhi e inizio a cercare germogli di eucalipto.