venerdì 21 ottobre 2016

Sardinia Ultramarathon - spazi dilatati

2012 4h43
2013 5h09
2014 5h17
2016 5h44
Il percorso sembra sempre uguale ma si sta allungando, sempre di più, è evidente. Una dilatazione del tempo di circa 15 minuti l'anno che, di pari passo con il riscaldamento globale, sta cambiando per sempre questo pianeta.
La poco gloriosa gara del giorno prima mi ha lasciato le gambe indolenzite. Per non svegliarle, decido di calzare le scarpe-cuscino “hoka” ma non le trovo. Chi mi ha rubato le scarpe? Quelli che ieri bevevano acqua sono molto sospetti ma il colpevole sono io che le ho scordate ieri sull'auto di Nello, ormai tornato a Capoterra. Ho le adidas, abbastanza confortevoli ma che non ho mai usato per corse lunghe. Mentre mi preparo, le hoka tornano a Macomer grazie a Benedetto e Gavino ma ormai ho calzato le altre e non ho voglia di cambiarle. Le lascio al ristoro del 30esimo per emergenza. Parto con Vincenzo, dietro alla prima donna, mentre il trio di testa si allontana e il podio è fatto. Ci raggiunge Walter, l'unico insieme a me ad aver corso tutti i 90 km di Baunei. Che ci facciamo qua?
Ad ogni passo sento dolere le cosce; sono tantissimi passi e altrettanti colpi. Mi costringono a rallentare per soffrire di meno Intorno al ventesimo mi raggiungono e superano Flavio e Bruno con Luca e Emanuele. Non riesco a seguirli, fa troppo male Non si sono accorti che il pianeta si è dilatato? Lo so solo io? Non riesco a seguirli, fa troppo male. Devo continuare con la mia stupida corsetta solitaria. Che senso ha proseguire? Salita, discesa pianura, non cambia niente. Ho una sola prospettiva: finire il primo giro, cambiare le scarpe e vedere se la situazione migliora. Altrimenti ritirarmi, se ne sono ancora capace. Da quando ho terminato la TdH temo di avere perso la capacità di ritirarmi. Il dolore “insopportabile” è diventato un possibile compagno di viaggio, sgradito certo, ma quando il treno è in corsa e non puoi cambiare scompartimento te lo devi tenere. Intanto mi raggiungono anche Mario e un altro che non conosco e anche loro mi staccano. Finalmente finisce il primo giro. Cambio scarpe. Indosso le hoka ed è come mettere uno strato di gommapiuma sul martello che mi colpisce le cosce ad ogni passo. È quasi piacevole soffrire di meno. Credo che riuscirò ad arrivare ma sarà molto lunga!
Einstein scoprì che, a grandi velocità, lo spazio si dilata. Io ho scoperto che lo stesso fenomeno si ripete identico a grandi lentezze. Le strisce tagliafuoco si infilano nei ghirigori dello spazio-tempo e ne escono allungate a dismisura. L'ultima curva prima del prossimo ristoro non è mai l'ultima e i ristori compaiono all'improvviso quando ormai si è persa ogni speranza.
La percezione della realtà è deformata, e in questi spazi dilatati, mi sento formica che fa tanti passetti quasi senza avanzare.
Al ristoro del 40esimo chiedo se abbiano una birra fresca . Non ce l'hanno ma ormai è chiaro che, anche questa volta, la mia gara si è trasformata in un giro dei bar.
Il riscaldamento globale si manifesta sotto forma di “caldo” proprio qui sulle tagliafuoco intorno al monte sant'Antonio provocando fenomeni fisiologici catastrofici come “sudore”. Ogni tanto alzo lo sguardo e mi appare un panorama infinito o un bel bosco o ancora un nuraghe che non avevo mai notato. Sono sprazzi di sollievo. All'improvviso ecco uno dei carinissimi figli di Leonarda. “Cosa vuoi da bere?” “Chiedi se hanno una birra fresca” e il ragazzino corre molto più veloce di me a portare l'ordine. È il ristoro del 55esimo, l'ultimo prima dell'arrivo; una gentile signora mi porge la birra e un uomo con indosso maschera e boccaglio mi offre da mangiare. “Ma dov'è Antioco?” gli chiedo. La signora aggiunge “se finisci tutta la birra ti regalo una banana” La guardo bene … “cazzo, non ti avevo riconosciuto!” Spazi dilatati, deformazioni, riscaldamenti globali, donne uomo, questo pianeta è sempre meno ospitale ma mi viene da ridere. Non ho mai fumato una canna così stupefacente.
Non mi resta che arrivare, non vedo l'ora. All'arrivo mi aspettano festeggiamenti da eroe, birre senza fine e quella sensazione di ebrezza da fatica che fa alzare gli angoli della bocca in un sorriso permanente. L'anno prossimo il percorso sarà ancora più lungo, lo so, e soffrirò ancora di più ma non potrò perdermi tutto questo.