lunedì 3 ottobre 2016

UTSS - la metamorfosi

“Da domani farò vita da koala. Non fanno un cazzo e vivono cent'anni” promette Dimitri sull'interminabile salita che dal mare porta ai mille metri dell'altopiano. Siamo intorno al 55esimo km. Sono d'accordo con lui. I koala non fanno altro che masticare e sonnecchiare, se non nel periodo della riproduzione, e io per la gara di Macomer devo solo allenare le mandibole e sonnecchiare, se non nel periodo della riproduzione.
Sembrerebbe che perfino “massiccione” Zanda, su quella salita, abbia rivendicato il diritto ad un posto sul divano di fronte alla tv ma, in quanto mito, non credo che possa andare in pensione.
Faccio la schiuma. Il caldo mi sta facendo sudare fuori tutta la birra bevuta a cala luna. Non vedo l'ora di raggiungere il prossimo ristoro, sedermi e berne un'altra bella fresca per poi fare nuova schiuma. La prima vescica plantare destra è arrivata 40 km fa e ormai fa parte dell'arredamento di questo corpo disagiato insieme alla sorellina del piede sinistro, alla piaga sul collo scavata dalla spallina dello zaino, ai numerosissimi dolori muscolari e ad una sensazione di nausea. La metamorfosi è sofferenza, si sa. Ma come sono arrivato fin lì?

Si naviga a vista. Fino a 3 giorni prima della gara non sapevo con chi andare, dove dormire, dove mangiare e cosa indossare per la gara; ero in mutande e neanche pulitissime e senza credito nel cellulare. Appena prima di partire ho fatto una sosta al negozio di abbigliamento sportivo per comprare un paio pantaloncini senza buchi, un paio di solette da 1 mm che assorbono benissimo tutta l'energia e le pietre da 25 millimetri sembrano di soli 24 e un paio di super calze che, quando le indossi, le dita dei piedi non si infilano in nessun buco. Solo le scarpe sono un po' a brandelli, per il resto sembro decentissimo. Essere disorganizzati può essere un vantaggio quando si è fra amici organizzati e generosi. Con un messaggio FB ho trovato un passaggio per andare con l'autista migliore, Paolo, che se il bar è dalla parte sbagliata della superstrada, per lui non è un problema. Non trovare posto alla cena ufficiale, poi, mi ha obbligato a cercare un “ripiego” ed accettare l'invito dell'allegra compagnia di Capoterra. Quando si tratta di mangiare sono una vera garanzia: muggine arrosto pescato la mattina stessa, malloreddus fatti in casa, panada di capra e piselli, tiramisù al cocco, biscotti e torta paradiso, vino di proprietà in abbondanza e, per finire, il mitico limoncello di Cinzia, l'ideale prima della gara, ma anche dopo. Infine ho trovato un letto, per di più matrimoniale, con il grande Enrico di Cosimo! Devo ricordarmi di chiedere il divorzio: si agita troppo nel letto.

5 e 50; mancano 10 minuti alla partenza. Enrico si guarda intorno. “Non vedo Marco Pajusco … tu l'hai visto?” Controlla gli avversari, punta al podio e fa bene. Anch'io controllo i miei avversari: la schiena, il ginocchio, il piede, lo stomaco … gli avversari più temibili sono tutti dentro di me. Poi i chilometri, il caldo e il calcare; quella roccia chiara che si lascia malleare dall'acqua assumendo forme strabilianti, a volte morbide, altre pungenti, dirupi, grotte, guglie ... è dura per gli uomini. Sarò io ad essere malleato. Prima di partire devo salutare il mio corpo, che così come lo conosco non lo ritroverò più. La testa è già andata, scavata dal calcare; forse mi cresceranno le ali o forse diventerò un koala.