domenica 16 febbraio 2014

Libertà condizionata

Stamattina appena sveglio apro gli occhi e guardo l'ora: sono le 7 e 84. 84? C'è qualcosa di strano, penso. Ho solo sognato di essermi svegliato; con un ulteriore salto di coscienza apro nuovi occhi e la realtà finalmente sembra vera.
Mi sento stanco. Ieri ho passato 5 ore in bici, sia pure a ritmi blandi, che mi hanno lasciato le gambe svogliate e un po' indolenzite. Il letto, con il suo infinito potenziale di libertà è lì pronto a riabbracciarmi. Mi servono motivazioni forti, roba vietata ai minori o qualcosa del genere. Il sole c'è, si preannuncia una giornata splendida e tiepida, e decido di buttarmi di corsa nei sentieri dell'oasi WWF di monte Arcosu, a 15 minuti di macchina, roba forte, rated R.
Come il giro in bici di ieri era sociale, divertente, chiassoso, oggi sono solo, completamente. Sono l'unico uomo nel giro di chilometri. Le tracce dei cinghiali sono molto più marcate di quelle dell'uomo. L'intimità con la natura è completa, quasi imbarazzante. Mi abbraccia e mi accarezza le gambe col cisto e mi bacia sulla pelle scoperta con raggi intensi. Profumi. Ansimo per l'orgasmo o per la salita, non ricordo bene. Il sentiero arriva in cresta e gli orizzonti si allargano luminosi, colorati, infiniti. Nessuna parola ma non riesco a trattenere un gesto: allargo le braccia e scuoto la testa, l'emozione si schiude e un brivido mi corre lungo la schiena. Incredulità di fronte a cotanta bellezza. Sì, “cotanta”. Se non lo dico adesso quando mi ricapiterà l'occasione? Forse sto ancora sognando, sono le 11 e 84 e ora mi sveglio davvero.
Un sentiero tira l'altro: A1 poi A2 ora A3. I segni bianchi e rossi dei sentieri CAI finiscono, poi finisce anche la segnaletica in legno del WWF. Continuo seguendo ometti di pietra su tracce di sentiero che risalgono una dorsale; non so dove vada, non sono mai stato qui. Non corro, non ci riesco più, ma continuo a salire. L'esperienza mi ha insegnato che le salite finiscono sempre e quasi sempre lassù c'è il meglio. Ed ecco il valico. Mi arrampico su una roccia per arrivare in cima a qualcosa e mi guardo intorno: da una parte il golfo di Cagliari con il promontorio della sella del diavolo che divide il mare, dall'altra l'iglesiente sovrastato dai rilievi del Linas. Sopra di me, a poca distanza, il monte Lattias mi mostra minaccioso i suoi denti di granito. Mi stendo un attimo sulla roccia a registrarne il profilo sulla pelle della schiena, inebriato da sole e stanchezza, ubriaco di sensazioni.

Se fossi restato a letto avrei avuto la libertà di non vivere tutto questo.