martedì 18 febbraio 2014

Distrazione, d'estrazione e distruzione – genio del cazzo

Domenica elettorale in Sardegna. Il momento cruciale della democrazia. Con una semplice x posso CAMBIARE LE COSE o almeno ci posso provare. E se ho l'impressione che il mio voto non conti nulla, calco fortissimo la x sulla scheda stringendo la matita con tutta la forza del pugno senza trattenere un urletto di godimento “ahh” (Lello lo potrebbe interpretare in modo particolare … ma questa è un'altra storia).
Insomma, con l'eterna fiducia e ottimismo di chi crede di contare o perlomeno è sicuro di essere contato, mi accingevo ad uscire per recarmi al seggio quando mi sono accorto che la carta d'identità non era nel portafogli. L'ho cercata un po' in giro ma avendo trovato il passaporto, non mi sono preoccupato e sono andato gaiamente a votare.
Fra le 6 e 84 e le 7 e 84 del mattino – fra il sonno e la veglia, il mio cervello svolge tutti i lavori importanti della giornata, così poi, da quando mi alzo a quando torno a coricarmi, è libero da impegni e può vagare allegramente sventolando i neuroni di qua e di là. In quell'oretta, oltre ai problemi di lavoro e alle parole mancanti dei cruciverba, risolve anche problemi pratici. Ieri, in particolare, si è messo alla ricerca della carta d'identità, ricostruendo con un modello di simulazione psichico, una lunga catena di eventi: il rientro da Bruxelles, il portafogli gonfio che dalla tasca mi palpeggiava la natica, io che infastidito decidevo di rinchiuderlo in valigia, io che estraevo la carta d'identità che mi sarebbe servita per il check-in, la carta d'identità che mi ha sorriso sottile e
Connotati e contrassegni salienti: genio del cazzo
carezzevole, io che me la mettevo in tasca … mi sveglio con una certezza: “l'ho lasciata nella tasca posteriore dei pantaloni! Se la trovo là, sono un genio”. Scendo le scale tronfio, apro l'armadio, trovo i pantaloni infilo una mano nella tasca … argh … l'ego comincia a sgonfiarsi, stringo i denti, comincio ad estrarre i pezzetti masticati dalla lavatrice e, sempre a denti stretti, sussurro queste parole: “sono proprio un genio. Un bel genio del cazzo”.