martedì 18 novembre 2014

Maratona di Torino

Come ho già scritto, le mie condizioni fisiche e mentali erano precarie ma ho voluto ugualmente provare a puntare in alto o, per lo meno, a non spararmi direttamente sui piedi.
Prima della partenza piazza S. Carlo è piena, fa fresco, non piove e l'atmosfera è carica di allegra eccitazione. Faccio qualche saltello sul posto per simulare un riscaldamento. Si sta bene. L'attesa non pesa anzi, allo sparo dispiace quasi dover partire. Le griglie funzionano bene e noi privilegiati del club “sub3” riusciamo a correre bene quasi subito. Obiettivo di partenza 3 ore, da allungare a piacimento secondo le sensazioni: pugnalate nella coscia +10', cuore che scoppia +20' …
Un occhio allo scheletro di cronometro che ho tenuto in mano dal primo all'ultimo km, l'altro occhio ai palloncini dei pacemaker delle 3 ore. Decido, per cominciare, di tenermeli dietro in modo da correre fuori dal mucchio e avere un minimo di margine.
Non mi sento molto a mio agio. Al settimo km mi sento già affaticato; non è presto per il muro? Riesco comunque a correre a ritmo regolare qualche decina di metri avanti ai pacers e il percorso scivola via: Moncalieri e Nichelino, periferie operaie e accoglienza calorosa. Poi un lunghissimo viale di campagna. In fondo, immersa in un boschetto, riconosco la palazzina di caccia di Stupinigi. I chilometri passano relativamente veloci: non sto benissimo ma non faccio ancora troppa fatica. Un gruppone di podisti mi raggiunge e mi ingloba. Sono quelli delle 3 ore, gente ambiziosa. Qualcuno corre agevolmente ma forse sono solo i pacers, molti ansimano, uno corre piegato, un altro procede a scatti. Li vedo già condannati: so che pochi arriveranno a coronare il loro sogno.
Mi lascio trascinare fino alla palazzina e poi lungo la leggera discesa verso Torino. La mezza arriva una trentina di secondi prima dell'ora e trenta: margine risicato che però aumenta lungo la discesa. I pacers vanno veloci. Troppo veloci. Anche quando finisce la discesa continuano ad un ritmo superiore a quello per le 3 ore. Siamo quasi al trentesimo chilometro, ho quasi un minuto di margine per cui preferisco andare al mio passo e li lascio alla loro folle corsa con qualche povero malcapitato che li segue rischiando di scoppiare. Non resto comunque mai solo e mantengo pieno controllo sui tempi, anche troppo. Ogni chilometro calcolo i secondi di vantaggio rispetto all'andatura prevista per le 3 ore, li divido per i km mancanti e ottengo la nuova andatura per arrivare in 3 ore. A meno 6 km ho ancora un minuto di vantaggio, dieci secondi a km e invece di 4'16 posso andare a 4'26. Ci avviciniamo al centro, poi ci riallontaniamo. Riconosco le strade, stiamo percorrendo a zig zag i grandi viali di Torino. Il chilometro successivo lo corro in 4'21 e i 5 secondi risparmiati li posso dividere 1 per ogni chilometro che resta e andare a 4'27 … continuo con questi conti e l'andatura rallenta ma tende asintoticamente sempre alle 3 ore. Mi ci adagio sopra. Passo davanti a casa di mia madre ma lei non c'è. Supero molti atleti, qualcuno reagisce tenendo la mia andatura per un po'. I palloncini delle tre ore, dopo la corsa pazza si sono quasi fermati e si avvicinano a vista d'occhio. A 2 km dall'arrivo potrei permettermi un passo di 4'30 ma finalmente qualcuno mi supera. E' una ragazza olandese con un uomo dietro, probabilmente il compagno, che la sprona con urli fiamminghi. Le urla mi svegliano e provo a seguirla. Al quarantunesimo, appena entrati in via Roma, si sente il boato della folla; mi corre un brivido lungo la schiena e comincio a volare. Il traguardo è ancora lontano ma riesco ad intravederlo in fondo al lungo rettilineo, dietro al cavallo di bronzo. L'incitamento continuo della folla fa sparire la stanchezza. La sensazione è così bella che smetto di fare calcoli, voglio solo correre più veloce che posso. Non sembra molto sensato spremersi così per arrivare in 2h59'17 invece che in 2h59'59 ma è bellissimo e mi resterà in mente a lungo. Al traguardo, lo speaker fa il mio nome; io sono raggiante e mia madre si commuove: sapevamo che quello era il massimo a cui potessi aspirare.

Quando si riparte?