martedì 12 maggio 2015

Sardinia trail - prima tappa

Scarpe rotte e pur bisogna andar …

Sta per partire la prima tappa. Mentre calzo la scarpa destra, noto uno squarcio laterale di 3 cm da cui spunta la calza. A proposito, devo ricordarmi di non sudare troppo che quelle calze le dovrò riciclare: ne ho solo 2 paia per le 3 tappe, le sole senza buchi che ero riuscito a trovare nei miei cassetti. Dentro le calze, le unghie dei piedi stanno crescendo a ostrica con strati di spessore differente che un attento esame paleo-istologico potrebbe correlare con l'epoca delle varie cadute, ma non ho avuto tempo per la pedicure. I pantaloncini da triathlon reggono, nonostante il fondello sia ormai ridotto a cartavetro. Quelli di ricambio hanno un buco e dovrò usarli con le mutande per non esibire parti intime. In confronto agli altri sembro uno straccione ma l'essenza del trail è un'altra, è il movimento del corpo nella natura: “e pur bisogna andar” … veloce, possibilmente, così la foto condivisa nei social network viene mossa e non si notano i particolari.

Gambe rotte 

Alla partenza gli atleti forti si controllano. C'è la possibilità di annusare l'aria di testa e sentire il profumo della gloria. Giuseppe ne approfitta. Poi io. Vedo la deviazione a sinistra mentre il gruppo sta proseguendo dritto: “è di qua” urlo, con un secondo di ritardo, tanto basta per ritrovarmi in testa; le gambe girano bene, leggere, lungo la discesa nel bosco ma il divertimento dura poco. Dopo neanche un chilometro, un dolore improvviso mi morde il polpaccio sinistro. "Se hai un coccodrillo attaccato al polpaccio, non ti preoccupare, prima o poi si stacca da solo". Faccio finta di niente per qualche centinaio di metri sperando che si sciolga ma lui continua, sempre uguale. Rallento. Mi autodiagnostico una contrattura. Non so bene cosa fare poi decido di automedicarmi come Rambo: mi fascio il polpaccio con la benda elastica che ho nello zainetto, la taglio con i denti, e provo a ripartire. Il dolore rimane e mi impedisce di spingere con la gamba sinistra. Provo, fra i tanti passi che ho imparato, se ce ne sia uno che non mi faccia male. Mi riesce bene solo il camminato con appoggio laterale esterno, non un passo da trailer, purtroppo, ma da clown.
Mi ritrovo quasi in fondo al gruppo con una gamba sola, un passo da pagliaccio, al primo dei 100 chilometri di una gara che doveva essere il primo vero obiettivo stagionale. Never stop smiling, dice qualcuno. Forse sembrava un sorriso, stavo invece stringendo i denti per provare ad arrivare al traguardo. “Sto risparmiando muscoli e cuore” penso; “se passa, almeno i prossimi giorni mi diverto”. Con lo scorrere dei chilometri comincio ad abituarmi alla sofferenza e riesco a spingere un po' di più. Recupero posizioni, una bella coppia di svizzeri poi Antonio, Moreno, Flavio, Luca … molti, comprendendo la mia sofferenza, mi incoraggiano e questa spinta umana, insieme all'aria luminosa e alla vegetazione avvolgente, mi aiuta a continuare. Ricordo anche la sofferenza dell'anno scorso sugli stessi sentieri, più dura, più diffusa. Se ce l'ho fatta allora, oggi non ho scuse. E infatti resisto, avanzando, lento e pesante, fino all'arrivo.
Finisco diciottesimo, accolto caldamente dagli atleti arrivati prima di me, contento per essere arrivato e per aver terminato quasi tre ore di sofferenza, non sapendo che dopo l'arrivo avrei sofferto ancora di più.