lunedì 6 gennaio 2014

Il piede

Il piede è un appoggio. Si distingue dal sedere perché è più piccolo e inutilmente complicato. E' infatti pieno di atavismi, retaggi fossili di un passato ormai lontano. Ci sono le dita, con cui non solo non si riesce a prendere niente, ma è anche difficile suonare il piano o comporre un numero di cellulare. Per non parlare delle unghie, il cui unico scopo è diventare blu quando si corre troppo. Per noi corridori, basterebbe una base morbida, un sederino con due cuscinetti su cui appoggiare il peso ammortizzando l'impatto col suolo. Invece è pieno di tendini frustrati che non accettando supinamente il ruolo passivo di cuscinetti, spesso protestano infiammandosi.
Quando mi parlano di fasciti plantari, infiammazioni al calcagno e simili, inizialmente mi sorprendo che esista qualcosa di infiammabile là sotto, poi ricordo un episodio del passato.
Avevo un piede. Bello, sano, giovane. Un giorno, esasperato dal miagolio continuo e querulo di una gatta viziata, le diedi un calcio attraverso il vetro di una portafinestra. Ovviamente ero scalzo. Forse non avevo visto il vetro o, forse, volevo solo fare il gesto del calcio per spaventare la gatta. Non ricordo. Comunque il vetro si ruppe, la gatta imparò a miagolare sottovoce ed io mi ritrovai con un bel taglio sotto la pianta del piede. Quando la ferita si rimarginò, per un po' mi rimase una sensazione di corpo estraneo ma presto dimenticai l'accaduto. Ricominciai a correre e iniziai a fare le prime gare: mezze maratone, poi maratone, triathlon … ogni tanto sentivo dei dolorini sotto la pianta, si infiammava gonfiandosi ma dopo qualche giorno di riposo, passava. Anni dopo, feci una radiografia per una sospetta frattura in seguito ad una caduta. Ricordo ancora il radiologo, radioso, con un sorriso ai raggi x; era davvero contento; dopo una giornata noiosa, finalmente aveva trovato qualcosa di interessante: un bel pezzo di vetro conficcato nell'osso sotto la pianta. Per qualche mese ho continuato a correrci ma la consapevolezza di correre sopra un vetro mi infastidiva; non sono un fachiro e preferisco sempre la morbida terra a braci, chiodi o vetri. Me lo feci togliere e lo conservo ancora in un barattolo. Da allora, il piede non mi ha più dato problemi.
E voi? Anche voi avete una gatta?
Se avete il piede infiammato, non riuscite a metterlo in congelatore e non avete voglia di fermarvi, fate come quel genio di Amundsen, che per risolvere la sua fascite plantare è andato a cercare la più grande borsa del ghiaccio del mondo – il pack antartico – e ci ha corso sopra.
O, se anche questo non dovesse funzionare, quando tornate dal polo sud selezionate la casella “piede” del sondaggio in alto a destra: clicca che ti passa!


Disclaimer: “no animals were harmed in the making of this post, except myself