venerdì 27 dicembre 2013

Mio padre è un tonto

Ho fatto cose che voi umani ...  ovvero: come sono arrivato a 48 anni ad affrontare il primo ironman quasi come fosse una passeggiata.
Disclaimer: non è un programma di allenamento, sono solo esperienze personali e, per finire un ironman non è obbligatorio anzi è sconsigliato fare sedute di adattamento all'addiaccio schiacciati da parenti.


Per affrontare un ironman come fosse una passeggiata, devi avere dietro una famiglia, che, già da piccolo, ti stimola e ti spinge ad uscire dalla tua zona di comfort, ad avventurarti nell'ignoto, a "curiosare" fuori dalla tua testa. C'è chi ce l'ha e chi no. Io, per fortuna, l'ho avuta.
Mio padre è un tonto. Cominciava così il tema "parla di tuo padre" che avevo svolto alle scuole elementari. Per me era bonaria ironia, certo molto lontana dal tono col quale quasi tutti i miei compagni di classe celebravano il loro genitore. A dimostrazione di quest'asserzione iniziale, raccontavo un paio di episodi. Uno era questo.
1974 – autunno inoltrato; come tutte le domeniche, si andava a camminare in montagna; c'erano i miei genitori Cesare e Flavia, mio fratello Marco e Carla, collega di mio padre. Quel giorno, l'altro fratello Claudio era rimasto a Torino ospite da amici di famiglia.
Il dubbio si cela in quella chiara oscurità
Nel primo pomeriggio stavamo ancora salendo verso la nostra meta di giornata quando scese la nebbia e Cesare decise che era meglio rientrare. Qualcuno protestò, ma era lui il responsabile e decideva per tutti. La nebbia diventava sempre più fitta avvolgendo tutto. A pochi metri non si vedeva niente. Era un continuo chiamarsi, voci emergevano dal bianco nulla, da quella chiara oscurità: “Non vi allontanate!” “Dove siete?” Tutto era magico e pauroso, quasi sovrannaturale. Diverso. Così diverso che non riconoscevamo i posti e il dubbio, nascosto nella nebbia, ci circondava sempre più vicino fino a diventare certezza. Quella baita non l'avevamo mai vista: da lì non eravamo passati. “Fermi tutti – ci siamo persi”. Mio padre decise di tornare indietro per cercare il punto dove avevamo perso il sentiero. La nebbia, che continuava a coprire tutto, lo inghiottì e, mentre aspettavamo infreddoliti, la precoce sera autunnale cominciava a calare togliendo luce. Quando mio padre riemerse, la nebbia era ormai grigia, sul suo volto, in mezzo agli occhi una ruga di preoccupazione. Non aveva ritrovato il sentiero. Quella ruga era l'unico segno che traspariva. Niente scene di panico, voci concitate o gesti nervosi. Io non ero molto preoccupato. Per me la vita era quella, piena di situazioni strane, disagevoli ma anche di risorse per uscirne. Ormai era tardi e il freddo, approfittando dell'umidità, si infilava sotto i vestiti. Poco più su c'era quella baita in pietra abbandonata e aperta. Forse un ricovero per bestie. Solo pietra - dura, grigia e fredda. Pareti di pietre a secco, banconi di pietra e pavimento di pietra ricoperto d'acqua. Cesare decise che avremmo passato la notte lì, dormendo sui banconi. Il freddo era come fuori ma almeno non entrava il vento. Ormai era buio e non c'erano alternative. I tentativi di accendere un fuoco per riscaldarci furono inutili. Era tutto bagnato e l'unica cosa che riuscimmo a bruciare era l'orario dei treni di Carla. Ricordo i numerini che sparivano nel fumo emettendo una bava di calore e un puzzo acre e penetrante che si infilava nei pori della pelle e dei vestiti. Ci sistemammo sui banconi di pietra. Mio padre, per scaldarmi, si appoggiò sopra di me. Mia madre dormiva con Marco. Mi ricordo il peso di mio padre, il rumore del suo respiro che piano piano si trasformava in un ronfo. Lui dormiva, io no, schiacciato dal suo affetto contro la dura pietra, infreddolito affamato e con addosso quel puzzo di carta bruciata che infilandosi dalle narici penetrava fino alle tempie. Se fossimo congelati ci avrebbero ritrovati in quell'abbraccio pompeiano. La notte fu lunga e insonne ma, per fortuna, non eccessivamente fredda. Siamo sopravvissuti. Alle prime luci del mattino ci siamo alzati; le ossa scricchiolavano ma dovevamo muoverci per scaldarci; la nebbia si era alzata anch'essa e … sorpresa! Ci siamo subito resi conto che non avevamo mai perso il sentiero, ci stavamo sopra senza riconoscerlo. Mio padre è un tonto. Era lui il responsabile, a lui davamo tutta la colpa e lui se la prendeva senza obiettare. Tornammo velocemente a valle, al paese, alla stazione. 
Lunedì mattina, la scuola ormai era persa, siamo andati dagli amici di famiglia che avevano ospitato mio fratello Claudio per la notte. Quando ci vide, le sue prime parole furono "credevo che eravate tutti morti". Come scoprimmo anni dopo, la montagna è davvero pericolosa e mortifera, ma non quella volta, e non tutti.