mercoledì 10 luglio 2013

Ironman di Klagenfurt - La corsa

Esaltazione e sofferenza, l'anima dell'ironman.
Fino a qui è stata una lunghissima passeggiata, ora comincia la frazione decisiva. Dati alla mano, togliendo i primi e gli ultimi 200, i tempi della bici sono compresi in un intervallo di 1h41 mentre quelli della corsa in 2h11. Anche se è più breve, perciò è qui che si fa la differenza maggiore.
Dopo un po' di tentennamenti, avevo deciso di affrontare la frazione di corsa in completa libertà, senza satellite, senza cronometro, senza cardio, completamente "off-line", "nature",  a sensazione, o "bio correndo", come forse direbbe l'amico Fausto.
Incoscienza? Non proprio. L'esperienza del medio di Arbus era andata benissimo, e il mio sogno era rivivere quelle sensazioni e ripetere quei risultati.
Prima di partire chiedo l'ora. Non sono ancora le 2. Mi basterebbe chiudere la maratona in 4 ore per realizzare il mio sogno di scendere sotto le 11h. Sarà un gioco da ragazzi. Indosso la visierina per il sole, le vecchie skylon arancioni, ormai bucate ma che non riesco a sostituire degnamente, e parto.
Le gambe girano bene, molto bene, (troppo bene, a posteriori) e mi diverto a slalomare fra gli altri corridori che vanno tutti decisamente più lenti. Supero Valerio, l'amico milanese che immaginavo di incontrare al traguardo e penso "già qui?" Lui mi dice "già qui?" e io lo invito a seguirmi. Ma non può seguirmi, nessuno può seguirmi perché io sto volando. Il pubblico numerosissimo apprezza la mia freschezza e probabilmente anche il mio nome esotico "Lorenzo" e mi riserva un'accoglienza particolarmente calorosa. Il percorso, dopo essere uscito dal bel parco, si inoltra sul lungo lago, con anche un breve tratto campestre sull'erba della spiaggia; è tutto bellissimo, molto divertente. Solo i chilometri passano un po' troppo lentamente. Il capo indiano accampato nel mio cervello ha detto "se hai sposato la maratona, i muscoli sono tua suocera". Lì per lì ho faticato a capire. Poi sentendo le gambe che cominciavano a dolere, ho intuito il significato della frase. Intorno al settimo chilometro si gira, e, ripercorrendo, a bastone, la pista dell'andata, si ritorna al parco per poi continuare verso il centro di Klagenfurt. Comincio a sentire la stanchezza e rallento un po' ma restando sempre molto più veloce degli altri runners. La temperatura è intorno ai 25 gradi. Fa caldo e apprezzo molto le doccette fresche offerte dall'organizzazione e da qualche spettatore. Ogni 2.5 km c'è un ristoro e, dopo i primi fatti al volo, comincio a servirmi con più calma, camminando. Dopo un lungo tratto di strada un po' anonimo lungo il canale si arriva al centro di Klagenfurt. I passaggi nelle piazze sono molto piacevoli, con gli applausi del pubblico che, per qualche istante, fanno scordare la stanchezza. Poi si torna indietro al parco per cominciare il secondo giro. Finalmente sono a metà e posso iniziare il conto alla rovescia. Come dice Aldo Rock, "uomo, la strada che ti manca è quella che ti riporta a casa!" Lo terrò in mente, anche se sono sicuro che sarà una strada piena di sofferenza. Continuo a superare ma non mi diverto più. Le cose che mi esaltavano al primo giro - sorpassi, incitamenti, bellezze - ora mi aiutano solo a resistere. Anche stomaco e intestino cominciano a ribellarsi, stufi di cola, sali e barrette; ad ogni passo sento lo sciacquio dei liquidi nella pancia che vanno su e giù. Sento di andare piano, sempre più piano; anche i ristori diventano sempre più lunghi. Nessuno mi supera ancora però, anzi ora ci sono anche i doppiaggi e i sorpassi aumentano. Ogni tanto faccio dei conti strani: -12 se da qui comincio a camminare in 2 ore arrivo ... non è tanto consolante, devo continuare a correre. Le bellezze del percorso ormai mi nauseano, mi piacciono solo quei cartelli con i numeri che converto subito in numeri negativi -10, -9. La stanchezza aumenta, ma l'idea del ritiro non mi sfiora nemmeno. Ho comprato in anticipo la foto dell'arrivo, anche per avere uno stimolo in più a non mollare. Quando rientro in città mi guardo intorno per cercare un orologio, ma non ne vedo. Mi piacerebbe avere un riferimento cronometrico ma non ho voglia di chiedere. Guardo il mio riflesso in una vetrina e vedo che non corro così male, poi però torna subito la sensazione di pesantezza. Di nuovo in piazza, mi sembra di trascinarmi, ma sto ancora correndo e, incredibilmente, nessuno mi supera. Dovrei farcela in 4 ore, penso. Mancano poco più di 3 km e arrivo all'ultimo sottopassaggio. Discesa, rigida e goffa e risalita. Non mi fido a correre in salita e decido di camminare veloce. Non l'avessi mai fatto: allungando il passo mi è venuto un crampo alla coscia. Mi fermo, ma non ho la minima idea di come si faccia a scioglierlo. Il solito indiano mi sussurra "se hai un coccodrillo attaccato alla coscia, rilassati, prima o poi si stacca da solo". Allora riparto, prima camminando e poi correndo e finalmente si scioglie. Grazie indiano. Finalmente ritorno al parco, l'arrivo è vicino ma non riesco a godere, ho già goduto troppo prima, ora sono solo stanco. Km 41, km 42, ormai ci siamo dovrei svoltare ... ma la strada continua sul solito circuito per interminabili minuti. Mi viene forte il dubbio di aver mancato la svolta e di avere iniziato il terzo giro! Istanti di panico. No, eccoli finalmente, gli ultimi 100m. Non posso sprintare, non ce la faccio proprio, e continuo a trascinarmi al solito ritmo.
Finalmente vedo l'arrivo; il grande orologio segna 10h12. Lo guardo incredulo. Non riesco a realizzare. Ho corso la maratona in 3h13, mi sembra impossibile. All'arrivo sono contento, la sofferenza è finita e ho segnato un tempo per me insperabile, ma alzo le braccia al cielo più per la foto che per vera gioia. A chi mi domanda come è andata, rispondo che in un solo giorno ho fatto due ironman, il primo e l'ultimo. La consapevolezza di avere compiuto un'impresa mi è cresciuta dentro con una lentezza incredibile, e solo dopo un paio di giorni è riuscita a superare il ricordo della sofferenza patita nelle ultime due ore di gara.
Dopo il traguardo, mentre le barelle continuano ad andare avanti e indietro trasportando ironman collassati, al banco ristoro scorgo la famosa birretta che sognavo da ore, e che potrebbe farmi cambiare idea sulla decisione di appendere le protesi al chiodo, ma, forse lo sapete già ... è orribilmente analcolica!