mercoledì 22 ottobre 2014

Macomer – Mangiando la polvere della Sardinia Ultramarathon

Non vedo l'ora che arrivi il momento di partire.

La notte in camerata è passata fra qualche piccolo ronfo sparso (mancava l'ingegnere del suono Checco a dirigere l'orchestra dei tromboni) e i segnali di disagio trasmessi dal mio stomaco. Mi giro nel letto in cerca di una posizione che mi faccia sentire a mio agio e addormentare. Dopo i primi 360 gradi, ho esplorato tutto l'universo delle posizioni possibili e sono ritornato alla posizione di partenza ma, non ancora soddisfatto, riparto per un altro giro sperando vanamente di trovare qualcosa di diverso. E giro ancora. Dopo qualcosa che somiglia ad un 10mila in pista finalmente mi fermo. Mi alzo, esco silenziosamente dalla camerata calpestando roba molle nel buio pesto e mi metto davanti al grande camino acceso del salone. Comincio a massaggiare lo stomaco alternando movimenti sussultori a movimenti ondulatori lenti. Ogni tanto una bolla di gas esce trascinandosi dietro, fino quasi in gola, una scia acida. Mi aggiro per il salone e per la cucina adiacente alla ricerca di bicarbonato. Lo trovo solo di mattina nella mia borsa. Sciolgo la polvere in una bottiglietta d'acqua e l'ingerisco. Non lo sapevo ancora, ma quel giorno ne avrei mangiata tanta altra di polvere.

La mattina non vedo l'ora di partire per completare la digestione e per rivivere l'esperienza di questa gara che ricordo fantastica.
Arrivano Benedetto con la sua tendinite bilaterale a tutti e due gli “Achilli" e Checco in bici con la sua frattura in più risme della falange distale del primo raggio, Gianni reduce dalla 40 km di Baunei e Teo che aveva corso la 80 km ma che oggi non parte.
Compare anche Gianni Goseli, l'antilope di Nuoro. Ieri non era sicuro di partecipare ma poi si è deciso. Ora so che dovrò guardarmi soprattutto da lui (ieri un solo minuto dietro di me) e dal suo compagno di squadra dell'“amatori Nuoro” Ettore Marotto (ieri a 2 minuti). C'è anche Sergio Piga, molto forte in questo tipo di gare ma che, avendo saltato la gara di ieri, non è in classifica per la combinata.
La mia tattica è semplice: lasciare andare Calcaterra e Pajusco (eventualmente anche Piga) e puntare al terzo posto controllando i due nuoresi. Un podio con Calcaterra e Pajusco sarebbe un'enorme soddisfazione, come quello di due anni prima con Calcaterra e Trentadue.
E alla partenza, come previsto, Giorgio e Marco aumentano gradualmente l'andatura e se ne vanno. Come previsto mi trovo con Gianni, Ettore e Sergio. Con noi, per un po', anche Stefano Ciccarese e Pietro Casula. Sento un'imprecazione e Stefano sparisce. Dopo metà del primo giro anche Pietro sparisce all'indietro. Il prossimo sono io, lo so bene. Non reagisco agli attacchi di Gianni in salita e poi di Ettore e approfitto dei ristori e delle discese per riportarmi su di loro. Ma sono sempre un po' dietro e la polvere sollevata dai tre davanti mi comincia a coprire come un vecchio soprammobile.
La polvere dicevo. Terra seccata dalla siccità, frantumata e arricchita di sostanze organiche dal passaggio del bestiame, trasformata in una finissima polvere color marrone scuro che copre una buona metà del percorso arrivando in molti punti anche a 10-20 cm di profondità. Qui la scarpa sprofonda sotto la polvere e quando alzo il piede sento i granelli finissimi che attraversano le scarpe e le spesse calze fino ad penetrare in profondità nei pori della pelle. Il resto si solleva in una nuvola nera che, come scuro borotalco, asciuga occhi e bocca.
Alla fine del primo giro
Faccio fatica. I piedi sono troppo stretti nelle scarpe e cominciano a dolere martoriati anche dallo sfregare della polvere. Ho l'impressione che la polvere sia penetrata fin dentro ai muscoli delle cosce tanto li sento asciutti e rigidi. Alla fine del primo giro di 30 km sono ancora a contatto con i tre in lotta per l'ultimo gradino del podio e pur avendo l'occasione di cambiare le scarpe, preferisco tirare avanti per non perdere del tutto il treno. Serve a poco e di lì a poco mi staccano definitivamente. 
Anche quando, rimasto solo, non vedo più il gruppo davanti, per un po' ne vedo la polvere che resta sollevata nell'aria finché il vento non si decide a spazzarla via.
E poi non vedo neanche più quella e un po' mi manca.
La polvere da reale si fa metaforica.
Quanta ne ho mangiata.

Mi ci sono volute ben 7 birre per sciacquare la bocca