giovedì 15 gennaio 2015

Una giornata particolare – il cross.

Non ho la febbre … almeno credo: per prudenza non l'ho misurata. La nonna direbbe: “con il raffreddore e il mal di gola non correre che ti ammali”. La mamma, che considera il movimento terapeutico, forse mi direbbe “corri che guarisci”. Io non so. Ho fatto prove, enunciato teorie strampalate a cui non credo neanche io. La testa mi dice “non farlo” ma, intanto, mi ritrovo ad appuntare il pettorale sulla maglietta. L'organizzazione della gara ormai va avanti da sola. Gavino ha rinunciato a correre e assiste i giudici: non ho scuse. Comincio allora a scaldarmi facendo un chilometro sul percorso di gara. Lungo la salita mi sento pesante e fiacco mentre in discesa mi sento rigido. Ormai però ho deciso di partecipare, se non altro per fare qualche punto per la classifica a squadre. Alla fine di questo breve riscaldamento, trovo quasi tutti gli atleti già ammassati dietro la linea di partenza. Mi avvicino un po' per non partire proprio dal fondo ma resto moscio moscio nella seconda metà, tanto non sono competitivo, tanto sono malato, tanto la faccio solo per finirla, tanto è meglio se parto piano. Lo sparo dello starter mi colpisce al cervello e spazza via tutti questi propositi di prudenza. Mi butto nel carnaio cercando di superare, infilandomi in spazi che poi si chiudono nelle curve portando a contatti di gomito. Dopo i primi 500 metri di leggera ma costante salita, mi ritrovo fra i primi 40 e finalmente riesco a correre bene. Dopo una breve discesa comincia la parte tecnica con variazioni continue di direzione e pendenza e salti del fosso. Non c'è che dire, mi sto divertendo e non sono poi così lento. Molti amici mi incitano. Il fiato a mia disposizione non è moltissimo e nelle salite qualcuno mi supera, in discesa invece vado bene e recupero fiato e posizioni.
I miei tifosi
Al passaggio alla fine del primo dei tre giri, i bambini della squadra, appostati in fila a margine della pista, mi lanciano un urlo di incoraggiamento incredibile. Altro che New York: qui a Capoterra abbiamo un pubblico fenomenale! Passato il momento di euforia, ricomincio, per la seconda volta, la salita e il fisico mi chiede di rallentare. Cerco comunque di resistere per i ragazzi, per gli amici, per la squadra ma perdo 4-5 posizioni che non riesco a recuperare in discesa. Finisco il secondo giro un po' spento ma al passaggio trovo di nuovo le urla dei bambini e un'altra botta di euforia. Questa volta, la consapevolezza di essere all'ultimo giro mi porta a spingere di più in salita e riesco a guadagnare diverse posizioni. Il respiro è affannato, sembra un rantolo, ma non importa, ormai ci siamo. Comincia la discesa, poi il saliscendi e da dietro non arriva nessuno anzi raggiungo e supero un altro paio di avversari. Sono guarito? Ultima discesa e punto un concorrente poco avanti ma non riesco a raggiungerlo.
E' finita, fra le urla dei bambini. Robertina mi dice che sono arrivato ventiduesimo; aveva contato tutti quelli che arrivavano e non si era sbagliata. Terzo di categoria, lo scoprirò dopo, e premio incassato. La testa è snebbiata, libera e solo la sera tornerà a farsi pesante. Correre mi ha fatto bene? Male? Non so, ma ne è valsa sicuramente la pena.