lunedì 21 maggio 2018

Sardinia Trail 2018

L'entusiasmo è una corda trasparente che vibra nell'aria e, quando un gruppo di persone si trova in sintonia, entra in risonanza, amplificando le emozioni di ognuno.

Giovedì sera, Arbatax, Hotel Club Saraceno. Venerdì mattina parte il Sardinia trail e sono in stanza con l'amico Gigi. Sono qui grazie a lui che mi ha suggerito come “scopa” e a Giandomenico che ha accettato. Dopo una cena buona e abbondante, alle 10 siamo a letto. Sono stanco e spero di riuscire a dormire. Ho delle escoriazioni sul braccio sinistro che non mi hanno fatto dormire bene la notte prima. Ma il problema sarà un altro. Sento un rumore venire dalla direzione di Gigi, presumibilmente dal suo cellulare. Non è un “beep” ma proprio un trillo da campanello, di quelli fatti per non passare inosservati. Dopo un po' si ripete e poi ancora. Per curiosità guardo l'ora e noto che quel trillo squillante si ripete a intervalli regolari, ogni 15 minuti. Non riesco a dormire. Gigi invece dorme beato e non oso svegliarlo. Ogni 15 minuti “driin” una bici mi sta per investire. Provo ad infilarmi un rotolino di carta igienica nelle orecchie ma non serve a nulla. Alle 5:35 suona la sveglia, quella vera ed è quasi piacevole, la fine di un incubo, mi sento il cervello investito da 25 biciclette.
Dopo una bella colazione si sale col pullman sul supramonte di Urzulei e si parte. Resto quasi subito solo con la tedesca Annette. Scambio due parole, il minimo per creare familiarità senza essere invadente. Il percorso diventa sempre più bello. La strada lascia spazio al sentiero e poi si arriva sulla luna. Codula de sa mela ricorda paesaggi dolomitici. Quando anche Annette si entusiasma per il paesaggio la corda vibra e mi emoziono ancora di più. Gli ultimi 3 chilometri del percorso sono su un sentiero in ripida discesa verso Urzulei. Annette scende senza problemi e resto con Matthias, uomo delle pianure della Vestfalia capitato lì quasi per sbaglio e in grande difficoltà sul sentiero ripido e sdrucciolevole. Improvviso per lui una lezione di discesa. “The less you brake, the less you slip” Meno freni, meno scivoli. Non ti devi fermare ad ogni passo. Cerca un punto di arresto – un albero, un grande sasso o un punto pianeggiante – più giù, sposta il peso in avanti e vai fino a lì senza frenare. Offro una dimostrazione pratica. Seguendomi, un po' migliora e, sia pure con sofferenza e lentezza, arriviamo in paese accolti da un buon rinfresco e poi nella spiaggia dell'albergo con due nuotatine inframezzate da una breve dormita sulla sdraio.

Sabato mattina la maglia che avevo usato e lavato il giorno prima è ancora bagnata. Potrei indossarne un'altra ma il vero uomo che è in me, mi sussurra col suo vocione profondo e ottuso: “beh, che problema c'è? Indossala così in mezz'ora si asciuga con il calore della pelle” come fanno i veri uomini veramente scemi. Il calore che asciuga la maglia, ovvimente, è sottratto al corpo e i muscoli della schiena si raffreddano. Mi chino per raccogliere qualcosa da terra e mentre mi rialzo sento una mitragliata a livello lombare che mi lascia rigido e dolente. Dico ad Andrea, direttore di gara, che non sono sicuro di riuscire a correre i 42 km della tappa e mi trova subito un compito alternativo. Salgo a punta Lamarmora segnando il percorso con i nastri arancioni poi resto 4 ore lì in cima al mondo, insieme a Leonardo, a controllare i passaggi in vetta e ad incoraggiare gli atleti. È il punto più bello, con vista panoramica su tutta la Sardegna e sulla fatica degli atleti; si fermano tutti lì a respirare quell'aria speciale che si trova solo in cima, a fare una foto o a scambiare due parole. Quando rimane solo Matthias gli vado incontro e poi scendo con lui dalla cima del mondo togliendo i nastri dal percorso. Poco dopo sono sopraffatto dai nastri e lo perdo di vista. Maledico il mio eccesso di zelo che mi ha fatto mettere tutti quei nastri anche dove non erano strettamente necessari. Lo zaino si riempie subito, poi le tasche, poi li infilo nella borraccia, nei pantaloncini, nella maglia … quando arrivo sembro l'omino Michelin.
Domenica mattina, ultima tappa. La schiena è ancora indolenzita ma sono sicuro che riuscirò a correre. Oggi il servizio scopa è più importante perché sono molti i punti tecnici in cui gli atleti potrebbero avere difficoltà e in cui i mezzi non possono intervenire. E infatti già nel primo sentiero che percorre la spettacolare scogliera a picco sul mare, Manuela e Matthias, la piccola sarda e il gigante delle pianure della Vestfalia, sono in difficoltà. Hanno paura, soffrono di vertigini e in qualche punto particolarmente esposto, si attaccano come patelle al suolo.
Li tranquillizzo e li prendo per mano, uno per volta, accompagnandoli attraverso i passaggi più impressionanti. Poi Manu accelera e fa una grande gara recuperando diverse posizioni. Resto con il tedesco, preoccupato alla prospettiva delle discese tecniche che ci attendono. Tranquillo, gli dico, ti ci porto io all'arrivo.
Gli ultimi 9 chilometri sono di nuovo tecnici. Ad ogni passo soffre e ad ogni nuova salita o discesa si demoralizza e gli prometto una birra fresca all'arrivo. Finalmente ecco la spiaggia e l'arco dell'arrivo a poco più di un chilometro di distanza. Vedo Efisio qualche centinaio di metri avanti a noi. Dico a Matthias di provare a raggiungerlo; io invece mi tolgo zaino e scarpe (la maglia l'avevo già tolta quasi 5 ore prima) e mi butto in acqua. La sognavo da ore. Due minuti, giusto il tempo per abbassare di un paio di gradi la temperatura corporea. Poi prendo le scarpe in mano e comincio a correre con i piedi nell'acqua. La sabbia del bagnasciuga è grossa e le pietruzze sfregano sulla pelle dei piedi facendosi sentire. È una sensazione forte, qualcuno direbbe dolorosa ma da grandi si impara ad apprezzare i gusti forti come il caffè amaro o i sassolini sotto i piedi. Oggi è tutto forte e noi siamo grandi. Cerco di raggiungere gli ultimi ma Matthias e Efisio hanno troppo vantaggio. Mi preparo ad arrivare inosservato, non sono un atleta, sono solo uno dello staff; mi fermo a parlare con il medico di gara ma sento che mi chiamano al traguardo; ricomincio a correre e arrivo a scarpe alzate con tutti gli atleti che mi incitano e mi tengono perfino il nastro del traguardo, che taglio con un colpo di pancia. Che accoglienza, che emozione. Forse meglio di una vittoria.

Sono cotto. Cotto dal sole, dalla mancanza di sonno, dalla stanchezza, dal mal di schiena ma la corda vibra … anzi, proprio in queste condizioni di spossatezza fisica, di passione comune, la sintonia con gli altri è immediata, le vibrazioni si amplificano e non servono parole, o ne bastano poche – come quando Matthias mi ringrazia dicendomi “I'll never forget you (non ti dimenticherò mai)” – e la vibrazione si trasmette in un brivido che corre lungo la schiena.

Viva il trail! Viva la Sardegna! Viva il Sardinia Trail!