venerdì 8 luglio 2016

Una corsa notturna solitaria su sentieri di montagna.

È stata un'esperienza nuova. Se si escludono infatti gli ultimi penosi 35 km del passatore, fatti strisciando con la frontalina top di gamma del negozio cinese, che, ad ogni passo, scendeva di uno scatto, non sono mai andato a correre di notte alla luce delle stelle.
In questa stagione, in cui le temperature massime spesso toccano i 40 gradi, cercare il fresco delle ore notturne sarebbe già di per sé una motivazione sufficiente per uscire a correre dopo il tramonto. Le altre motivazioni le troverò strada facendo.
L'uscita di martedì, con Enrico e Teo, è abortita dopo 7 km per un infortunio di Teo – ormai i pelati sono in decadenza, il futuro è dei brizzolati – con rientro al passo.
Riprovo in solitaria la sera dopo. Dopo una cena quasi normale – ma senza alcolici – preparo una borraccia di acqua e bicarbonato per la digestione e una di powerade per l'energia, qualche ciccioneddas come integratore, cellulare e pile di ricambio e, verso le 21.30 parto.
Modulo l'intensità della lampada a seconda del terreno, in modo da avere il minimo di luce indispensabile per non rischiare troppo di cadere. Ho usato le batterie anche ieri alla massima intensità e non so bene quanta luce mi resti. Con me ho le batterie di ricambio ma, quando penso di cambiarle al buio, le immagino con i poli invertiti o le vecchie mescolate alle nuove o che rotolano sotto qualche pietra e io che aspetto l'alba seduto sul sentiero.
Rispetto al giorno prima, in cui le tre luci si sommavano, è tutto più buio, affascinante, quasi pauroso. Si corre bene, la luce è sufficiente a vedere il fondo del sentiero per non inciampare e le piante intorno per evitare craniate. Quando il sentiero sbuca sulla sterrata di cresta per il passo di s'enna sa craba, le luci di Cagliari, dei moli, delle strade colorano la pianura in basso di strisce giallo-arancione in bellissimo contrasto col nero del mare. La luce diffusa arriva fin quassù; spengo la frontale e tutto cambia. Il cielo si accende di stelle, i profili dei monti si stagliano con diversi toni di grigio. La strada è una striscia più chiara davanti a me. Non vedo il fondo, quindi tanto vale alzare lo sguardo verso i monti e il cielo alzando bene anche i piedi per non inciampare. Superato il passo, lascio la strada che scende, riaccendo la lampada e continuo a salire di nuovo su sentiero sconnesso verso punta pala niedda. La notte offre incontri inattesi. Ogni tanto qualche uccello notturno o pipistrello mi sfiora, forse attratto dalle nuvole di moscerini che affollano il mio fascio di luce, altre volte sento rumori che vengono dal bosco. Pensavo fossero cinghiali, invece, sul sentiero davanti a me, vedo due luci. Focalizzando meglio lo sguardo, vedo che sono gli occhi di un cucciolo di daino che riflettono la luce della mia lampada. Mi avvicino con cautela; solo quando sono a pochi metri da lui, scappa, fermandosi poco avanti sempre sul sentiero. Di nuovo le due luci che mi fissano da molto vicino. Sto attento ai rumori e mi guardo intorno; so che la madre ha le corna e non vorrei farla arrabbiare troppo. Dopo un terzo incontro, il piccolo si sposta di lato e mi lascia passare. Ritornato sulla strada, vorrei fare un'altra deviazione. Esito un po' perché il sentiero passa vicino all'ovile di is scillaras e non vorrei che il pastore – che non gode proprio di un'ottima reputazione – vedendo la mia luce di notte reagisse in modo aggressivo. Vado lo stesso sperando di passare inosservato. Quando passo accanto all'ovile sento i campanacci delle capre che si muovono inquiete per la mia presenza. Un minuto dopo, quando l'ho appena oltrepassato, sento abbaiare i cani. Aumento il passo; non sono affatto tranquillo e guardo la strada cercando pietre per un'eventuale difesa. Gli abbai si allontanano; per fortuna i cani sono legati e il pastore non li ha sciolti. Entro nel sentiero sottobosco e mi tranquillizzo. Resta l'ultima salita per tornare al passo di s'enna sa craba, poi la discesa, percorrendo a ritroso prima la strada e poi il sentiero dell'andata. Sono stanco; oltre alle gambe, anche la vista è affaticata dal continuo sforzo per cercare di valutare il rilievo dei sassi sul sentiero. Il cerchio di luce mi sembra di averlo in faccia e ogni tanto mi sorprendo a fare il gesto di spostarlo con la mano.

Poco dopo la mezzanotte sono a casa sano e salvo. Sono stanco ma è stata un'esperienza affascinante, la scoperta di un mondo diverso. Penso a quelle gare con centinaia di pazzi che partono a quest'ora per stare fuori a correre tutta la notte e buona parte del giorno dopo. Tutta la notte. E mi viene da pensare a quel cerchio di luce che piano piano si stringe ed entra nel cervello; alla sensazione di liberazione che si deve provare quando arriva l'alba, almeno finché ci si rende conto di non essere ancora a metà strada. Riuscirò mai a farne una?