martedì 26 luglio 2016

Trans d'Havet - La notte


In piazza a Piovene c'è festa con musica dal vivo. Forse è per noi o almeno mi piace pensarlo. Nel recinto per la partenza siamo circa trecento. Mi guardo intorno: sono quasi tutti giovani, magri, super-equipaggiati … dove sono i vecchi tapascioni sovrappeso che vedo di solito alla partenza delle gare e che mi danno tanta sicurezza? Non li vedo, anzi, ho l'impressione che siano gli altri a guardarmi pensando: "se ce la fa quello, vuoi che non ce la faccia io?" Inizia il conto alla rovescia, saluto Enrico, penso che lo rivedrò solo al traguardo; tutti accendono le luci frontali e a mezzanotte in punto si parte. Dopo un paio di km si esce dal paese e inizia la salita su una comoda carrareccia; ognuno può andare al suo ritmo. Quasi tutti usano i bastoncini e camminano molto veloci. Io perdo un po' di posizioni camminando ma le recupero alternando con la corsa nei punti meno ripidi. In realtà non bado alla posizione ma solo a tenere un ritmo decente. Siamo nel bosco e non si vede molto oltre la strada. In cielo la luna ci conferma che sarà una notte serena; l'aria calda e umida mi si condensa addosso infradiciando quasi subito pantaloncini e maglietta. La salita è abbastanza facile ma lunga e impiego quasi un'ora e mezza per scollinare. I primi mille metri di salita sono andati, il minimo sindacale è dietro di me. La discesa successiva è molto più divertente. Dopo una prima parte tecnica ma senza particolari emozioni, si arriva sulla cresta rocciosa. La frontale illumina solo il sentiero: appena più in là, il buio del vuoto. Ogni tanto si scorgono luci lontane in basso che fanno intuire il precipizio. Moltissimi volontari sono sul percorso per invitare alla prudenza; è davvero affascinante anche se un po' pauroso. Siamo in fila indiana ma intorno alla cinquantesima posizione si viaggia relativamente rapidi. Non ho fretta e non provo a superare. La discesa finisce su una strada asfaltata dov'è situato il primo ristoro e dopo una breve sosta, riparto, di nuovo in salita, verso il monte Novegno. Ora la densità di atleti è molto più bassa e mi ritrovo in compagnia di Sabrina, seconda fra le donne. Finora, a parte le chiacchiere di amici che viaggiano insieme e i continui incitamenti dei tanti volontari sul percorso, non ho sentito quasi nessuno scambio verbale fra concorrenti. Sarà che sono le due passate e a quest'ora si dorme. Quando il panorama si apre sulle luci della valle ne approfitto per esprimere la mia meraviglia e lo scambio di due parole è sufficiente per creare quel minimo di intimità che aiuta a sentirsi un po' meno soli, un po' meno pazzi in questa follia. Si continua a salire dolcemente, fra pascoli neri con mucche nere dagli occhi a lampadina, fino al secondo ristoro. Fra le solite bevande noto la birra. Questa la berrò dopo, dico. Si continua ancora in leggera salita fino all'imponente forte Rione, dove comincia un primo assaggio di strada di guerra con gallerie scavate fra rocce spettacolari; sono a 2000D+, vicino al mio record di dislivello giornaliero, stanco ma ancora ben vivo. Il percorso lascia presto la strada militare per un sentiero tecnico fra sassi e radici; scendo veloce superando 3 o 4 concorrenti ma gli appoggi irregolari mi costano un indolenzimento sotto il piede destro e alle ginocchia.
Nell'altimetria, fra enormi denti da squalo, spunta un dentino che sembra da latte o al massimo da pappetta: il dente di monte Alba. Ne avevo sentito parlare e Marco me lo aveva confermato: nonostante l'apparenza, è uno dei più terribili. Sono ancora lanciato e supero velocemente le prime brevi rampe e qualche concorrente. Il prossimo lo riconosco dalle calze gialle firmate artzia: è Enrico! Sono contento di averlo raggiunto, non me lo aspettavo. Ho paura che sia in crisi. Mi rassicura a parole e ancora meglio staccandomi appena finiscono le rampe scoscese e inizia la discesa. Lo raggiungo poco oltre, al ristoro di passo Xomo; bevo un bicchiere di birra, poi, vedendo arrivare un gruppone, decido di ripartire subito: non mi piace correre intruppato, preferisco avere spazio davanti per godermi la visuale a 360o.
Intanto comincia a schiarire, anche i peggiori tiratardi stanno uscendo dalle discoteche per andare a dormire; sono le 5 quando arrivo all'imbocco della strada delle 52 gallerie, una strada costruita durante la prima guerra mondiale che risale l'imponente parete rocciosa del monte Pasubio. Gallerie brevi si alternano ad altre lunghe che salgono "a chiocciola" per superare dislivelli. Si affacciano su balconi spettacolari, strapiombi con vista su guglie dolomitiche. Fuori dalle gallerie spengo la frontale per assaporare meglio la luce del primo mattino. Non vado veloce. Sono stanco e mi voglio godere lo spettacolo. Le gallerie hanno molte aperture sul vuoto per la luce. Una volta ne sto per imboccare una ma trovo subito un volontario che mi ferma prima del salto. Il sentiero, fra cenge naturali e gallerie, è tutto sul baratro ma sufficientemente largo da non dare vertigine; ogni tanto la cerco, affacciandomi sul vuoto. Le gallerie sono numerate. 52 sono davvero tante e, nonostante la bellezza del posto, dopo un po' non vedo l'ora che finiscano; me ne sarebbero bastate una trentina ma si continua a contare. Un ragazzo che corre poco avanti a me mi fa notare un bellissimo capriolo su un balconcino erboso vicinissimo al sentiero. Poi le gallerie continuano ma la strada comincia a spianare; trenta non bastavano, il meglio è ora.
Non sono io, ma rende l'idea.
La cinquantaduesima segna anche l'inizio della discesa al rifugio Papa. Poco oltre mi raggiunge Enrico, con la go-pro in azione e un gran sorriso: si sta divertendo anche lui. La prima parte di discesa su strada carrozzabile con pendenza dolce inviterebbe a correre veloce ma le gambe dolgono e lascio andare Enrico perdendolo quasi subito di vista. Poi iniziano le scorciatorie su sentieri ripidi e soffro ancora di più. Pian delle Fugazze è vicino e il primo obiettivo è ormai praticamente raggiunto ma vorrei arrivarci con le gambe non completamente distrutte per avere il coraggio di ripartire. Quando sto per arrivare al ristoro vedo Enrico che sta già cominciando la salita successiva. Ci vediamo al traguardo, penso. Sono stanco e ho bisogno di sedermi, nutrirmi con calma e riflettere. Sono le 7 e molti di voi stanno facendo colazione. Dubito però che fosse come la mia: pastina in brodo, formaggio, speck e birra e, va beh, un caffè.
Mi risiedo. Correre tutta la notte, superare 3000 m di dislivello e visitare le gallerie del Pasubio sono state esperienze nuove e fantastiche che hanno comunque valso il viaggio. Teo, 3 anni fa si era ritirato proprio qui. L'obiettivo minimo quindi è raggiunto e potrei ritirarmi con l'anima in pace. Stanco come sono, a pensare di essere a metà strada mi scoraggerei; meglio non pensarci allora. Faccio un po' di stretching e riparto verso la prossima birra.