sabato 4 giugno 2016

Villacidro - il lago di corsa

Dopo le fatiche del passatore in poltrona eccomi finalmente con le scarpette ai piedi e il pettorale appuntato sulla canottiera sociale. Manca un quarto d'ora alla partenza e sto finendo di cambiarmi. Gavino sta cercando il pettorale di Thomas nel baule dell'auto, poi mi guarda in direzione dello stomaco: “sei sicuro che non sia quello che hai addosso? Dal numero mi sembrerebbe ...” in questo periodo in cui si parla di tagliatori, dopati, imbroglioni ... avrei fatto proprio una brutta figura con il pettorale di un altro! Doping genetico, si chiama. Thomas che corre con il DNA di un altro, e che DNA spettacolare! A proposito di imbroglioni, questa gara intorno al lago ha un bel vantaggio. Provate ad immaginare: “I sommozzatori stanno scandagliando il fondo del lago alla ricerca dell'atleta disperso, pettorale “888” che, secondo alcune testimonianze, potrebbe essere annegato cercando una scorciatoia.” Vita dura per i tagliatori. Io per fortuna non sono sarto ma chirurgo e cerco la via più breve, la linea retta tangente agli interni delle curve operando tagli millimetrici agli 11.4 km di gara. Le mie linee matematiche purtroppo, soprattutto nei primi chilometri sono ingombre di podisti che me le calpestano senza rispetto alcuno. Fra il secondo e terzo chilometro mi trovo in un bel grappolo di atleti in cui riconosco almeno 4 rivali di categoria e, per poter percorrere traiettorie ottimali verso il podio di categoria, sono costretto a forzare l'andatura. È dura: non sono più abituato a correre a 3'40” al km e col caldo e i saliscendi rischio di scoppiare. L'esperienza però mi aiuta; rallento in salita evitando di alzare il ritmo del cuore e mi lascio superare con gandhiana rassegnazione; poi, quando arriva la discesa, continuando a spingere con la stessa intensità recupero le posizioni perse superando senza pietà chi mi aveva passato prima e qualcuno in più. Chi sarebbe questo Gandhi? Finalmente sono quasi solo con le mie linee perfette. Mi volto, vedo che i miei vecchietti cinquantenni non mi hanno seguito e calo leggermente l'andatura. Ormai siamo sulla via del ritorno. Non mi resta che fare il conto alla rovescia e controllare l'identità (e soprattutto la categoria) di quelli che mi affiancano. Sono tutti più giovani e li lascio passare. A due chilometri dall'arrivo mi concedo di forzare leggermente l'andatura e in salita soffio come un mantice. La bocca è spalancata fissa. Si soffre, ma il bello della gara è anche questo cercare di esprimere al massimo le proprie potenzialità e scoprire risorse inesplorate o sbattere contro limiti invalicabili.
Foto di Arnaldo Aru

Per completare il giro del lago resta solo l'ultimo rettilineo sulla diga; vedo il traguardo a circa 600 metri e accelero ancora, a 3'40; sto dando tutto quello che mi rimane ma non basta: mi stanno raggiungendo in due e uno è Mario della mia categoria. Visto in pericolo il cestino più grosso, devo dare più di tutto; prendo in prestito un po' di vita futura e aumento a 3'30 e gli ultimi 100 metri a 3'20. È uno sprint da vecchietto, lo so, ma mi basta a tenere la posizione e conquistare il primo posto di categoria. Stringo la mano a Mario e lo rimprovero: “mi hai fatto sudare, per colpa tua mi toccherà lavare la canottiera.”