lunedì 16 maggio 2016

Maratona di Cagliari: la mia piccola sfida

Foto Gianluca Zuddas
Dopo alcuni mesi in cui i miei chilometraggi di allenamento settimanale non hanno mai raggiunto i 50 km, nei 9 giorni che hanno preceduto la maratona ho corso un centinaio di chilometri di cui 65 intorno al ritmo maratona – fra 4'00 e 4'30 al km; ho superato una crisi ai polpacci che mi obbligava ad attaccarmi alla ringhiera per scendere le scale; ho usato 5 paia diverse di scarpe riesumando per l'occasione anche le gloriose “lunaracer 3” che dopo aver corso il passatore, due ironman, maratone e molto altro, ormai giacevano senza lacci in attesa di un degno pensionamento; ho organizzato il “big saturday” delle “scarparie”, girando, per otto volte, intorno al campo sportivo e cambiando scarpe ad ogni giro. Le vecchie lunaracer si sono piazzate prime come comfort ma seconde come sensazione di reattività, superate nella finalissima all'ultimo giro da un chilometro, dalle “lunar speed” molto più nuove ma già con squarci nella tomaia. Niente da fare neanche questa volta per le brooks e le adidas.
Tutto questo faceva parte dei precetti che il velleitario mi aveva suggerito (link) per provare a vincere la mia grande sfida: preparare in 9 giorni una maratona sotto le 3 ore.

Quando mi alzo le gambe sono ancora indolenzite. Era inevitabile e non me ne preoccupo troppo. La pancia borbotta qualcosa e l'azzittisco con una seduta formidabile. Dopo un caffelatte con miele e qualche biscotto, alle 7:30 si parte per il capoluogo. Incontro Massimo, il pacemaker delle 3 ore; andrò con lui o, almeno, ci proverò. Dopo un breve riscaldamento ci si mette in griglia. Tutti pronti ma non si parte. Ci sono problemi sul percorso e si aspetterà un'ora prima che siano risolti e quest'attesa imprevista cambierà le mie prospettive. Incontro, infatti, Marco, reduce – decimo assoluto e primo italiano – dalla Marathon des Sables, e mi faccio raccontare della sua esperienza. Riesco così ad assaporare, senza neanche un granello di sabbia fra le dita dei piedi, un assaggio di quell'incredibile esperienza, e, con la sua storia appassionante, mi fa intuire come, uscendo completamente al di fuori della propria zona di comfort, si aprano mondi e si scoprano risorse inimmaginabili.
Foto Gavino Sole
Intanto però ci saranno le piccole sofferenze e i piccoli disagi di oggi. Finalmente si parte e piano piano mi avvicino a Massimo che lancia richiami animaleschi per radunare il suo gregge.
Il vento alza bruscolini che si infilano negli occhi e penso alla sabbia del deserto che si infila dappertutto a manciate, anche nel naso, fino a non far sentire più nessun odore se non quello di integratori che dopo qualche giorno, impregna indelebilmente pelle e vestiti. La mia piccola sfida, al confronto, è un'inezia. Via via il nostro gruppo si assottiglia. Anche Francesco, ottimo maratoneta della mia categoria ma oggi in crisi di motivazioni, si lascia staccare e, intorno al trentesimo chilometro, restiamo in due. Massimo non mi vuole perdere – per un pacemaker arrivare da soli è un insuccesso – e concentra tutte le sue attenzioni su di me. “Vuoi bere?” Mi prende l'acqua; “gasata o naturale?” Mi chiede. “Non ci sarebbe un caffè?” Se insistessi andrebbe davvero al bar a prendermelo. Approfitto spudoratamente della sua disponibilità, lasciandomi servire e trascinare. Il vento contrario si fa sentire e mentre cerco riparo dietro Massimo, i suoi palloncini mi sbattono in faccia; sono morbidi, non come le sferzate di sabbia del deserto. È mezzogiorno passato e fa caldo ma non è certo il caldo secco del deserto che ti prosciuga in pochi chilometri quando hai finito la scorta d'acqua. Sento le energie calare e prendo la confezione di gel che ho conservato nelle mutande, non comodissima ma sempre meglio di uno zaino da otto chili.
Foto Arnaldo Aru
Le gambe sono sempre più rigide; per seguire Massimo, devo lottare contro la stanchezza ma, per fortuna, ieri notte ho dormito in un comodo letto e non per terra in una tenda di beduini cercando di appoggiare la testa dove le pietre sono meno appuntite e stanotte ritroverò ancora il mio comodo letto.

Dopo il trentaseiesimo chilometro, a causa dello scarso allenamento, soffro anche le piccole salite e i cavalcavia. Non sono certo dune alte 50 metri ma mi costringono a rallentare l'andatura e Massimo, paziente, mi aspetta e continua a spronarmi. Ormai è fatta, abbiamo un buon margine per chiudere sotto le tre ore. Vorrei rallentare ulteriormente ma Massimo non me lo permette. Non voglio deluderlo e, soffrendo, cerco di resistere. Finalmente ecco l'arco dell'arrivo: il cronometro scandisce 2h58'52. La mia piccola sfida è vinta. Forse, altre, più serie, seguiranno.
Foto Giorgio Piras