domenica 29 maggio 2016

Il passatore in poltrona

Con la mano sinistra tengo il cavo dell'alimentatore attaccato al computer, altrimenti non fa contatto. È caldo, quasi scotta ma, visto che la batteria si scarica in 10 minuti, posso permettermi solo brevi pause per sventolare la mano. “È consigliabile sostituire la batteria mi dice. “Io ti cambierei tutto”, replico. Insomma, si fatica anche qui in poltrona, davanti allo schermo del PC.
Provo a vedere i passaggi a Borgo San Lorenzo, al 31o chilometro, dopo i saliscendi sulle belle colline toscane. È solo l' “inizio” ma 31 chilometri con una salita e una discesa lasciano il segno. Prima di Borgo San Lorenzo si cerca di non sentire la stanchezza, sarebbe troppo presto. Solo dopo, quando inizia la vera salita, si ha il diritto di sentire la fatica ed è un sollievo. Il sito live della sdam si aggiorna ad ogni nuovo passaggio e mi impedisce di scorrere all'indietro l'elenco degli arrivi per cercare gli amici. Decido allora di aspettarli al passo della Colla, alla fine della lunga salita: clic e sono su. Giorgio Calcaterra è già passato da un pezzo, in prima posizione, e, mentre guardo scorrere i nomi, con la mano sinistra sempre agganciata all'alimentatore, ricordo i bei boschi appenninici e la sensazione di fare un'impresa correndo su per quella strada in salita e un po' mi manca. Ecco Massimo, in 4h13 e subito dopo Luca e Giordano. È un ottimo tempo, anche se Massimo potrebbe fare anche meglio. Immagino che sia andato “tranquillo” per prudenza, evitando così le crisi degli anni precedenti. In 4h27 passa Francesco. È un fenomeno, considerato che ha corso un ironman solo sette giorni prima. Mi attardo un po' ai mille metri della Colla, fra il bar, la folla, il tendone del cambio, il pullman dei ritirati, aspettando di vedere se arrivano altri amici, poi, con un altro clic, vado ad aspettarli a Marradi, al sessantacinquesimo. Finalmente inizia la discesa. Ma è una discesa bastarda che pesta sulle gambe già martoriate da 50 chilometri di asfalto. Ricordo che la bellezza del paesaggio era solo un palliativo per i miei muscoli dolenti e i miei sogni di gloria che andavano a sbattere contro una realtà di sofferenza. La luce che calava inesorabile, come una metafora naturale, e gli inutili massaggi dopo l'arrivo in paese. Per fortuna quest'anno sono qui, in poltrona. Sono sicuro che a loro vada meglio. Ed ecco infatti Massimo, regolarissimo, in 5h41, seguito ancora a ruota da Luca. Giordano invece non arriva, sconfitto dalla strada. Dopo un quarto d'ora arriva anche Francesco, e cala la notte. L'unica volta che sono ripartito da Marradi, ho dovuto camminare per 4 chilometri prima di trovare il coraggio di ricominciare a pugnalarmi le cosce correndo. Mai più, avevo promesso, ed era stata promessa giusta di uomo saggio. E intanto, invece, Massimo, Luca e Francesco avanzano, senza fermarsi, continuando a correre. Arrivano anche a San Cassiano e poi a Brisighella, a 12 chilometri dall'arrivo. Massimo è il più veloce ed è ormai 20 minuti avanti a Luca e 40 avanti a Francesco. Io ero arrivato a Brisighella camminando ed ero ripartito dopo altri massaggi senza più riuscire a correre. Quei 12 chilometri mancanti li avevo percorsi in 2 ore e mezza. Quanta sofferenza in quei chilometri, quante domande senza risposta; il tempo si era fermato: lì all'inferno la sofferenza non ha fine. Sembra strano ma il tempo passa più veloce stando qui a guardare i nomi che scorrono sul monitor che a far scorrere pesantissimi pezzi d'asfalto sotto i piedi doloranti. Ecco Massimo, è arrivato a Faenza in 8h50, 27o assoluto. Immagino la sua soddisfazione: finalmente quest'anno è riuscito a ottenere un risultato degno di lui e della passione che ha per questa gara. Dopo mezz'ora arriva anche il bravissimo Luca. Ricordo il mio arrivo: Finalmente entro in piazza. Uno del pubblico mi affianca e mi esorta, mi dice “vai, vai!” “sto già andando”, rispondo. Non vuole capire che sto già facendo il mio sprint. Ecchecazzo, non si vede? Sto sfiorando i 6 km all'ora. Spingendomi, mi fa quasi venire un crampo, poi capisce e mi lascia tranquillo. Rispondo alle esortazioni della folla con un bel sorriso e un gesto di ringraziamento, porto il dito alla tempia con due tocchetti e poi lo allargo con un giro ad indicare tutti. Siamo tutti pazzi. Tutti pazzi.
Ricordo poi la palestra, bolgia di dannati della corsa condannati, per il contrappasso, ad una rigidità che li obbliga a muoversi come bradipi. Ma c'è una folle euforia che pervade quel posto; quella distesa di corpi distrutti non è completamente immobile ma brulica di piccoli movimenti e di sussurrii; sono quasi tutti svegli, ancora sotto l'effetto delle chilate di endorfine che li hanno portati fin lì. Si resiste a quel sonno che porterebbe al domani, facendo terminare questo giorno speciale. Mai più. Ma se solo trovassi una soluzione per proteggere i quadricipiti dal massacro potrei riprovarci. Ho un anno di tempo, a partire da adesso: via!
A mezzanotte passata, arriva anche Francesco, in 9h39: un gigante.

Come sono stanco, mi devo proprio alzare dalla poltrona per sdraiarmi nel letto.