mercoledì 25 febbraio 2015

Vagoni di coda

Fra gli amici che ho invitato all'allenamento collettivo di corsa in montagna di domenica scorsa, almeno in 4 mi hanno detto che non erano sicuri di venire perché temevano di restare ultimi. Ho detto loro di mettersi d'accordo, che avevo un solo posto come ultimo. Poi ho riflettuto e ho fiutato l'affare.
Quando partecipiamo ad una gara, un allenamento collettivo o anche ad una semplice escursione in un campo in cui non ci sentiamo sicuri, un incubo molto frequente è quello di restare ultimi staccati da tutti. A me capita nella frazione di nuoto del triathlon: quando prendo calci in faccia, sono tutto contento di non essere solo. Come pecore, siamo tranquilli solo sapendo che c'è qualcuno che resta dietro di noi a sfamare il lupo. Gli organizzatori dovrebbero allora ingaggiare un atleta per fare il vagone di coda. È un ruolo importante, rassicurante. Invece di pagare cachet a campioni che sverniciano tutti, li paghino a qualcuno che si lascia superare con una battuta simpatica e autoironica. Al contrario delle lepri, che, una volta svolto il loro ruolo, si devono ritirare, ai vagoni di coda è assolutamente vietato il ritiro. Devono mantenere quella posizione fino al traguardo, ci devono coprire le spalle come un pastrano. Se si ritirassero, proprio come un gilet lavato a 90 gradi, finirebbero per lasciarci con le spalle scoperte. Devono quindi avere buone doti di resistenza al lavaggio: devono avere la stoffa per quel ruolo.
Se, per l'allenamento di domenica, avessi potuto dire: “non vi preoccupate, non sarete mai ultimi: ho ingaggiato un vagone di coda professionale, in tessuto irrestringibile” sicuramente sarebbe venuto qualcuno di più.

Ne conosco di buoni, colti, simpaticissimi e lenti quanto basta. Se vi dovesse interessare, potete contattare il loro manager velleitario cliccando su: “Gli ultimi saranno i primi” su: “vagoni di coda punto com”.