mercoledì 2 novembre 2016

Challenge Forte Village

Avevo atteso 7 mesi per recuperare l'ora di sonno persa a fine marzo, con l'inizio dell'ora legale.
Ne avrei avuto proprio bisogno – mi sarei alzato alle 10 scoprendo che erano le 9, sarei rimasto un'altra ora a letto e la stanchezza di tutti questi mesi sarebbe sparita magicamente – ma domenica alle 5 suona la sveglia. È ora di prepararsi per andare al lavoro. C'è una missione da compiere, amici da battere. I polpacci sono indolenziti e scendo le scale attaccato alla ringhiera. Il cuore ballonzola irregolare. Non ho ancora digerito la cena buffet della sera prima e la pancia brontola. Ma dove vado? E perché?
Per dare un significato a questa levataccia, mentre guido la mia auto ascoltando Frank Zappa che mi prende in giro, scatto con gli occhi fotografie al cielo che si colora del rosso dell'alba e le memorizzo nel cervello. Pare proprio una bella giornata e sto andando a fare la più bella delle gare. Nonostante me, credo che mi divertirò.
In zona cambio i miei vicini vip accarezzano le loro bici per togliere l'umidino della notte e gonfiano le ruote a 9 bar … io i 9 bar li girerò dopo la gara per le birre e mi basta un pizzicotto al culo delle gomme per sentirle belle sode. Sono un proletario della zona cambio e sono finito qui per un equivoco.
Pronti a schizzare! Foto di Arnaldo Aru
Ammucchiati in spiaggia, eccitati come spermatozoi in attesa, aspettiamo il via libera per schizzare. Non ho nessuna speranza di raggiungere per primo l'ovulo e mi tolgo dalla mischia per godermi la nuotata. L'acqua è liscia e piacevole. Non spingo ma curo la bracciatina tecnica che sto imparando in piscina: la mano sfiora l'acqua elegante e quando arriva all'orecchio si infila in acqua, si appoggia piegata verso il basso allungandosi in avanti poi, disegna una “s” tornando indietro con le dita chiuse – una specie di nuoto sincronizzato, insomma. Qui mi riesce meglio che in piscina: la muta mi tiene su e non devo pensare a non annegare. Le boe filano lisce e relativamente veloci. Passeggiando, con poca fatica e nessun affanno, finisco in 40', un buon tempo per i miei standard anche se l'ovulo è stato fecondato da un quarto d'ora. Come previsto, sto scivolando come una supposta verso il traguardo. Nella zona vip della zona cambio è rimasta solo la mia cara vecchia carretta ad aspettarmi. “Ma ora li riprendiamo tutti quei palloni gonfiati, vero bella?” Tanto non conta la bici, contano le gambe. Ah, già, le gambe. Mi ero scordato di non essere allenato. I novanta chilometri della distanza di gara non li faccio da almeno 6 mesi.
Ma si comincia con brio; in salita spingendo “il giusto” e in discesa volando. 30 km nella prima ora: non è male. Dopo Teulada il percorso diventa più facile ma fatico a spingere e mi superano molti di quelli che avevo sbeffeggiato prima. I quadricipiti si svuotano progressivamente. Andando verso il giro di boa, incrocio Francesco che è decisamente lontano e poi Teo, molto più vicino; forse lo potrei raggiungere, basterebbe spingere un po' più forte ma non ci riesco proprio e mi devo rassegnare. Quando si ritorna sui saliscendi della strada litoranea, le variazioni di pendenza e i panorami spettacolari mi rianimano e recupero qualche posizione ma non mi diverto più. La stanchezza aumenta e ora anche la schiena duole. Sono a fine turno o, forse meglio, alla vigilia della pensione. Non vedo l'ora di tornare a casa e aspettare un anno sul divano che ritorni quell'ora di riposo che mi sono perso stanotte. Mi fermo per staccare la pompetta dal telaio e darla ad un ragazzo inglese che aveva bucato. Poi mi fermo di nuovo per pisciare. Le soste mi danno sollievo e vorrei quasi sedermi per terra ma sto perdendo troppo tempo e devo ripartire. Anche nell'ultimo tratto piatto il tachimetro non raggiunge i trenta all'ora e sfondo di ben 8 minuti il limite delle 3 ore previste. Trascinandomi sul tappetino che porta in T2,.sento le gambe spente, la schiena dolente e i sassolini sotto il tappeto; sono pessimista per la corsa.
Fatico a ripartire. Il chip mi sta segando la caviglia. Ho una piaga che ad ogni passo diventa più profonda; mi basterebbero 5-10 secondi per fermarmi e spostarlo ma non lo faccio. Ormai i dolori mi fanno compagnia, il passo si sta allungando e sto ritrovando la spinta e il rimbalzo elastico. Si sta ripetendo il miracolo e non voglio fermarmi. Tengo lo sguardo alto per valutare la posizione dei miei sfidanti. Samuel, Teo, Francesco e anche i sardi più forti della mia categoria Massimo Alessandro, Corrado hanno tutti fra i 15 e i 30 minuti di vantaggio. Impossibile raggiungerli e mi devo consolare superando atleti sconosciuti o conoscenti meno forti. Negli ultimi due chilometri riesco ad aumentare ulteriormente il passo ed arrivare in gloria. Nessuno nota il mio arrivo, a dire il vero, ma io sì e mi complimento da solo. 5h25 sono tante. 1h32 per la mezza maratona è comunque un buon tempo e sono soddisfatto.
Foto di Claudia Lazzara
Mi sono divertito anche questa volta, ma ora è tempo di cercare una casa di riposo, un dopolavoro di quelli dove i vecchi operai si vanno ad ubriacare. I nove bar che gli altri hanno messo nelle gomme, io me li giro adesso, approfittando anche dello sponsor “Peroni”. Da oggi, per un anno, aspetterò, sul divano, che ritorni quell'ora di riposo che mi sono perso … e che nessuno mi parli di un Ironman in giugno o di una TDS ad agosto!