lunedì 7 dicembre 2015

Cagliari Respira 2015

Il pettorale è interessante: N°17, il numero della fila che manca sugli aerei perché potrebbe farli cadere. Io non sono un aereo e non me ne curo anche se poi, a posteriori, quando me lo fanno notare, collego strani circuiti mentali. Più importante è il bollino rosso ben visibile a sinistra del numero. Purtroppo non è il pass per un locale sexy. Per fortuna non è neanche un avviso di traffico intenso, anzi, col bollino rosso sul pettorale si evita il traffico dei quasi duemila podisti in partenza per destinazioni balneari, grazie all'accesso alla griglia riservata a noi “very important podist”.
Dietro la rete, si accalca la plebe podistica e ci guarda con aria aggressiva. In particolare uno spilungone di nome Teo mi ha adocchiato e mi fa gesti minacciosi. Non faccio in tempo a dire “speriamo che non tolgano quella rete se no ce li troviamo addosso”, che le gabbie dello zoo vengono aperte. Ci sono addosso e la temperatura si alza immediatamente di 4-5 gradi; per fortuna dopo pochi minuti si parte. Siamo in lievissima discesa, con un leggero vento a favore e mi sembra di correre veloce ma chiudo il primo km in 3'56 e sono già in ritardo rispetto all'obiettivo. Mi rendo conto che sto respirando troppo facilmente e allungo il passo. Raggiungo il gruppo di testa della gara femminile, stanno facendo gara tattica. Anch'io vorrei ma non posso fare gara tattica contro me stesso, maledizione, contro me stesso funziona solo il massacro. Poco prima del quinto chilometro, il percorso gira, tornando indietro verso il punto di partenza e proseguendo poi verso il mare e verso l'origine dei venti. Il mio passo rallenta e vedo il gruppo delle donne, con anche Francesco e l'intero podio della mia categoria allontanarsi avanti a me. Viaggio appena sotto i 4' al km, il fiato non è molto impegnato ma non riesco proprio a spingere a sufficienza per stare dietro a loro. Anche tutto il lungo-poetto lo percorro alla stessa velocità accomodato in un gruppetto di 4-5 atleti; ogni tanto provo a fare selezione ma mi seguono tutti.
Poco dopo il tredicesimo chilometro il percorso lascia il lungomare per inoltrarsi nel parco del Molentargius. Si cambia direzione rispetto al vento e finalmente riesco ad aumentare il ritmo. Finalmente riesco ad avere il fiatone. Finalmente stacco tutti quelli del mio gruppetto e vado a raggiungere e superare atleti. Finalmente sto correndo a 3'50 al chilometro. Finalmente mi diverto davvero a sfogare tutte le energie spingendo indietro l'asfalto. Finalmente sono tornato giovane. Finalmente vedo Francesco che si avvicina, lo raggiungo, prova ad accodarsi ma è in affanno e si stacca anche lui. Sono ormai 6 chilometri che spingo a 3'50, la stanchezza comincia a farsi sentire ma sono al diciannovesimo, ne mancano solo due e avrei ancora abbastanza energie per resistere a quel ritmo e forse coronare il mio obiettivo di scendere sotto 1h22'. Sennonché, dal numero 17 del pettorale parte una fitta che mi colpisce dietro la coscia destra e mi costringe a rallentare fin quasi a fermarmi. È una contrattura muscolare e non posso certo forzare.
Passeggiando verso il traguardo 
Improvvisamente, sono tornato cinquantenne; non riesco più a spingere. Mi raggiungono diversi atleti che avevo superato poco prima e per salvare il muscolo rinuncio a seguirli. Ecco anche Francesco: per un po' mi accodo a lui ma arrivato nella pista per gli ultimi 300 metri, invece di accelerare per lo sprint, non posso fare altro che andare d'inerzia. 1h23'02: non è male ma mi è mancato qualcosa. Mi è mancato il classico finale delle mezze, dove, dopo la fase stazionaria in cui si bada a tenere qualcosa per il futuro, bisogna dare tutto per arrivare al traguardo esausti, avendo dato fondo a tutte le energie. Finire una mezza senza affanno dopo un mese passato ad allenarmi per resistere all'affanno mi lascia insoddisfatto. È come alzarsi da tavola avendo ancora appetito. Non lo sopporto.