giovedì 23 luglio 2015

Roth - la corsa


Trans 2 – time 4:53, place 1526

Nel naufragio degli ultimi chilometri della frazione di bici, avevo come riferimento un ciclista in maglia gialla; non era Froome, ma l'unico che si lasciasse avvicinare da me. La vista offuscata dalla stanchezza non mi aveva fatto riconoscere l'amico Davide e solo dopo essere sceso di sella a mezzo metro da lui, l'ho riconosciuto. Mi sono stupito di vedermelo accanto; l'ultima volta che eravamo usciti in bici insieme era più in forma di me e anche se era partito 10 minuti dopo, pensavo fosse molto più avanti. Ma questa gara è troppo lunga da prevedere. Zoppicando verso il tendone, scambiamo 2 parole, solo due che siamo entrambi esausti.
La volontaria mi chiede se voglio una spalmata di crema solare. Ecco, sto morendo e mi offre l'estrema unzione … non è ancora giunta la mia ora e la rifiuto. Mi siedo. Ho comprato i lacci elastici per calzare più velocemente le scarpe da corsa, ma le indosso con estrema lentezza. Ho i piedi ancora in fiamme e non ho fretta di alzarmi, anzi! La volontaria mi guarda preoccupata aspettando di raccogliere le mie cose. Mi vede così lento che mi chiede se vada tutto bene. Sono stanco, rispondo. Finalmente mi alzo, le chiedo acqua per sciacquarmi le mani ancora impiastrate di gel e cammino verso l'uscita della zona cambio. Provo due passi di corsa, torno a camminare ma appena uscito dalla zona cambio riprendo a correre.

Run – time 3:35:42, place 218

Foto di Antonella Frau
Mi sono bastati 100 metri per sciogliere i piedi, altri 100 per schiena e cosce ed eccomi rinato. Riesco a spingere bene senza eccessivo sforzo ma … dov'è finita la stanchezza, lo sfinimento, dove sono i dolori insopportabili di poco fa? Sparito tutto. Merito del DNA? Forse. Di sicuro ho un altro passo rispetto a tutti quelli intorno a me che supero con facilità. Raggiungo presto Davide che si era avvantaggiato nel cambio ma neanche lui, che pure è un runner di livello pari al mio, riesce a seguirmi. Non ho strumenti di misura e devo controllare la respirazione per evitare di spingere troppo. Ho paura che vada come la frazione di bici: divertimento fino a metà e poi sofferenza. Intanto però mi diverto. Nonostante il caldo, i chilometri passano veloci. Il numeroso pubblico apprezza il mio passo sciolto e il mio nome straniero e ricevo moltissimi incitamenti; fanno sempre piacere, ancor più ora che li merito e li sento miei personali. Ogni due chilometri circa c'è un ristoro, spugne fresche, bibite varie, frutta e dolci. Rallento, bevo qualcosa e in pochi secondi riparto. Il percorso raggiunge il canale, una stretta pista sterrata da percorrere a “bastone” su cui si incrociano gli atleti che corrono in direzione opposta. Sporadiche nuvole offrono qualche istante di sollievo dal caldo. Sento un dolorino dietro la coscia destra, come una piccola contrattura, ma le gambe continuano a spingere bene; i pochi che mi superano sono tutti staffettisti. Intorno al decimo chilometro, comincia però a farmi male la pancia. Ogni passo fa sobbalzare dolorosamente l'intestino. I professionisti cagano nel body senza fermarsi. I semi-professionisti si fermano sul bordo del percorso di gara e non si puliscono. Io che sono un dilettante ho bisogno di privacy e comfort. Dopo il ristoro del dodicesimo chilometro per fortuna vedo un bagno chimico subito fuori dal percorso di gara. Mi infilo dentro, goffamente sfilo il body facendo cadere le cose che avevo in tasca, le raccolgo con un certo disgusto, mi siedo, produco, faccio un altro tentativo ma mi mancano le parole crociate … mi pulisco, mi rialzo, mi rivesto e dopo oltre due minuti sono fuori. Riparto e, con grande sollievo non sento più dolore: mi sento rinato per la terza volta. Nei paesi, oltre ai ristori ufficiali, ci sono bimbetti che offrono spugne imbevute d'acqua per rinfrescarsi. Raccolgono da terra quelle usate e le ributtano nell'acqua. È comunque un piacere prenderle dalle loro manine guardando le loro espressioni serie serie. Fra le centinaia di “Super Lorenzo”, ne sento qualcuno particolarmente acceso e riconosco, in diversi punti del percorso, i vari componenti della famiglia che ci ha ospitato. Li saluto con gioia. Sono contento che vedano quanto sono bravo. Non dura tantissimo però e intorno al ventiquattresimo mi devo fermare di nuovo. Questa volta non ci sono bagni chimici e devo trovarmi un cantuccio riservato nel boschetto che si arrampica a lato del canale. Non è comodo. La posizione accovacciata sul ripido pendio mi fa venire anche un crampo alla coscia. Inutile dire che le cose che avevo in tasca cadono di nuovo. Esco dal boschetto dopo 3-4 minuti in condizioni migliori ma non perfette: un po' di fastidio è rimasto. La stanchezza comincia a farsi sentire e ai ristori non so bene cosa prendere per non irritare ulteriormente l'intestino. Per provare qualcosa di solido metto in bocca un pezzo di torta di riso. È una specie di gnocco di cemento, immasticabile – altro che ciccioneddas. Forse avrei dovuto sputarlo, invece mi sono impegnato in una faticosissima operazione di masticazione che è durata almeno un chilometro prima del deglutimento. Inghiottito il mostro riprendo a correre ad un buon ritmo. Mancano poco più di dieci km. Comincio a sentire, ad ogni passo, il rumore dell'intestino che rimbalza nella pancia pieno di liquidi ma il malessere è sopportabile e sapere il traguardo sempre più vicino me lo rende più leggero. In leggera discesa, si torna verso Roth, incrociando atleti che hanno iniziato a correre da poco. Finalmente incrocio Andrea. Per un attimo penso che anche lui sia appena partito per la corsa: “che ci fai tu lì?” Gli chiedo. “Come, che ci faccio ...”. Capisco subito che in realtà era davanti a me, lui invece si confonde e dovrà chiedere a due persone per rassicurarsi di non aver sbagliato. Non pensavo di metterlo in crisi. Ultimi tre chilometri. Ormai è fatta. Prima del traguardo però c'è ancora il caratteristico giro della piazza, lungo i tavoloni dove il pubblico beve birra e applaude. Sento addosso tutta la stanchezza e le energie ridotte al lumicino a causa dei problemi digestivi. Ne ho ancora però per allungare il passo e fare un ingresso trionfale nello stadio; il giro di pista è troppo corto o io sono troppo veloce e arrivo al traguardo con la sensazione di non essermelo gustato appieno. Alzo gli occhi al cronometro ma sta scandendo i tempi di altri atleti appena arrivati. Alzo le braccia ma non vedo il fotografo; cerco con gli occhi Andrea, ma si è già spostato. Mi siedo, bevo una birra ma è analcolica, cerco invano di inghiottire il dolcetto offerto all'arrivo e comincio a tremare.