sabato 18 luglio 2015

Roth - la bici

Trans 1 – time 7:23, place 2315

Le transizioni per me sono anche metamorfosi: mi godo il sollievo di aver finito la frazione precedente con un momento di relax nel bozzolo prima di cominciare la successiva. Questa è una delle ragioni per cui, in media, ci metto il doppio degli altri. L'altra ragione è che sono incapace. Questa volta, per esempio, dopo aver sfilato la muta quasi completamente dalla gamba sinistra, mi sono accorto che era bloccata alla caviglia e, solo allora, mi sono ricordato di avere legato la fascia del chip sopra di essa. Ho dovuto allora infilare la mano nel rotolo di neoprene e, alla cieca, cercare lo “strap” della fascia per slacciarla e finalmente ho potuto sfilare la muta. Liberatomi dal bozzolo di neoprene, corricchio verso la mia bici; la riconosco da lontano, troneggiante nel deserto della zona cambio. Con estrema calma indosso casco, guanti, pettorale e scarpe, prendo la bici, accendo il garmin e parto.

Bike – time 5:48:54, place 1153

Pasticcio un po' con i tasti del garmin per leggere l'ora. Sono le 8 e 53. Ora so che fra nuoto e transizione ho impiegato quasi 1h40. È un tempo lunghissimo ma temevo anche peggio. Un grande zero troneggia in mezzo allo schermo: è la frequenza cardiaca. O sono morto oppure ho dimenticato la fascia cardio. Mi tocco il petto e verifico che, per fortuna, è vera la seconda. Il contachilometri è partito: finalmente posso smettere di guardare lo schermo e pedalare davvero. La penosa fatica del nuoto è un ricordo lontano. Valeva la pena soffrire così a lungo nella frazione di nuoto? Sembra di sì: rinascere è bellissimo. Ora le gambe girano bene, facili e avanzo con eleganza e velocità attraverso questo fluido impalpabile. Qualcuno mi supera ma sono più quelli che sorpasso io. Non devo strafare, so di essere poco allenato. La strada è in continuo saliscendi e alcuni di quelli che mi superano in pianura o in discesa approfittando delle super bici da crono, li ripasso io in salita per poi vedergli di nuovo la schiena nel prossimo piattone in una serie di sorpassi-controsorpassi che mi tiene compagnia. Leggo nomi ormai noti sulle schiene e mi fa piacere rivederli anche se non li ho mai visti in faccia. La media è buona, intorno ai 33 km/h e mi sto avvantaggiando sul tempo previsto di 6 ore. Ogni 20 chilometri circa c'è un ristoro. Acqua, banane, gel, sali, barrette … ogni volta prendo qualcosa per reintegrare almeno in parte le energie consumate. L'apertura innovativa dei gel mi sorprende inondandomi i guantini.
Quando si passa dai paesi o sulle salite più ripide il pubblico offre uno spettacolo davvero entusiasmante. Se poi tolgo le mani dal manubrio e mi tiro su per salutare il pubblico con un gesto, le urla raddoppiano con effetto esilarante. Poco oltre il sessantesimo mi supera Andrea, partito 25 minuti dopo di me; non mi vede e tira dritto. Lo chiamo e, senza sforzo eccessivo, con un breve allungo mi affianco a lui per scambiare due parole. Mi guardo indietro per assicurarmi che non stiano arrivando giudici proprio in quei 10 secondi. Mi dice che ha paura di stare andando troppo veloce. Sta facendo una super gara e lo incito a proseguire. Avrei un buon margine ma preferisco non seguirlo.
Sulla salita del “solar hill” si raccoglie il massimo della folla. Non si vede l'asfalto: la gente copre tutta la strada e si apre solo al passaggio dei ciclisti! Sarebbe entusiasmante se si potesse pedalare a tutta, invece si procede in lenta fila indiana e la carica di adrenalina che mi da il pubblico invece di scaricarla sui pedali la devo inghiottire restando in fila come alle poste.

Comincio a sentire un po' di stanchezza. Mancano ancora cento km e ho già perso tutta la freschezza. Poco prima del novantesimo inizia il secondo giro. I chilometri ora girano molto più lentamente e mi sento a disagio sulla bici. Dolorini alla schiena, al collo e alle braccia mi obbligano spesso a cambiare posizione. Con le mani appiccicose di gel prendere cose dalle taschine strette del body è molto difficile. Vado comunque ancora veloce, il vento spinge alle spalle ma non supero quasi più nessuno e, fra quei pochi, quasi solo donne. Provo a rispondere alle incitazioni del pubblico ma mi esce solo un sorriso storto; invece di alzarmi a salutare il pubblico come durante il primo giro, ora riesco solo ad alzare i pollici. La stanchezza aumenta progressivamente e i dolori anche. Si fanno sentire anche i residui della gastroenterite che, risvegliata probabilmente da dosi eccessive di gel o sali, mi obbliga ogni tanto ad alzare il sedere di sella per sfiatare. Il percorso gira e il vento diventa contrario. Intorno al km 120 cominciano a bruciarmi i piedi e faranno sempre più male. Intorno al 150 mi iniziano a venire piccoli crampi alle cosce e sono costretto a rallentare ulteriormente. Il divertimento è finito da un pezzo. La mancanza di allenamento si paga così, con la sofferenza: hai fatto la bella vita? Ora soffri. Devo solo resistere. Sono quasi sicuro che ce la farò a finire, probabilmente entro le 6 ore, ma spero poi di riuscire a rialzarmi e a correre; non ne sono sicuro con i piedi che fanno davvero male, i crampi alle cosce e i dolori alla schiena. Vedremo. Per fortuna il traguardo anticipa di oltre un chilometro i 180 previsti – un ritardo non l'avrei sopportato. Ho la lucidità di sfilare le scarpe negli ultimi metri lasciandole attaccate alla bici, poi scendo, lascio la bici ad un volontario e mi avvio camminando zoppicante per il mal di piedi verso la tenda del cambio. Riuscirò a rinascere ancora?