Dopo 7 mesi d'astinenza, le braccia sinistre dei maschi italiani possono finalmente uscire, a penzoloni, dai finestrini delle auto e abbandonarsi mollemente al tepore dell'aria. È arrivata la primavera!
Anch'io sono un maschio italiano, ho un braccio sinistro e l'ho seguito fuori, ma molto fuori, penzolando fra i monti. I fiori della macchia, sfiorati nell'intimità di un sentiero strettissimo lasciano nuvole bianche di polline. Sono tutto inseminato e ho l'humus sulla testa. Ho fatto l'amore con la foresta e accetterò le conseguenze del mio atto di libidine. Cresceranno arbusti e avranno il mio profilo ... intanto mi sono germogliate idee fiorite nel cervello.
Con l'aiuto di Tonino, ho trovato il passaggio che cercavo e il Trail 2020 sarà ancora più bello.
sabato 23 marzo 2019
mercoledì 13 marzo 2019
Trail del Marganai. Un magnifico viaggio.
Il pullman partirà dal nuraghe s'omu e
s'orcu fra 20 minuti. Si va alla fermata senza fretta, corricchiando
più per scaldarsi che per urgenza. Ma non potevano mettere la
fermata più vicina al parcheggio? Siamo già stanchi prima di
partire. Questi nuragici non capivano un granché di urbanistica.
Gente primitiva.
In queste poche centinaia di metri non
si parla solo del viaggio che stiamo per fare. Il comandante è bravo
a presentarmi la cosa e mi si apre la prospettiva di un nuovo
lunghissimo viaggio. Ne ho già altri 3 o 4 prenotati ma questo
sarebbe qualcosa di più.
Ma ecco il maestoso nuraghe circondato
da una settantina di atleti colorati e festosi. Mi siedo sui sedili
in fondo, dove, quand'ero ragazzo, ci si sedeva per fare casino;
sembravano fatti apposta: 5 sedili in fila, lontani dall'autista e
dalle madame rompipalle che si siedono sempre nelle prime file. Ora
che sono grande, spero che non ci siano giovinastri casinisti, per
questo viaggio preferisco che diventi il mio tranquillo salottino.
Si parte.
Chi si siede con me? Alberto, Marina,
Claudia, mi avevano detto che avrebbero viaggiato con me ma sono più
avanti. Corrono tutti come se avessero fretta, tranne tre che
camminano. Saranno loro i miei compagni di viaggio. Ci presentiamo:
Lino, Andrea, Lorenzo. Quasi subito ci si affaccia dal finestrino per
ammirare la volta della grotta di San Giovanni; ci sono già passato
molte volte ma è un luogo straordinario e non ci si fa mai
l'abitudine.
Non mi piace molto parlare, preferisco
ascoltare, soprattutto quando mi trovo con persone competenti,
intelligenti, spiritose e con grande esperienza e Lino lo è. Dopo un
paio d'ore di salita, si ferma, si toglie la gamba per asciugare il
sudore che, colando, si era accumulato nella gomma fra il moncherino
e la protesi … non vi avevo detto che ha la gamba destra amputata
da sotto il ginocchio; è un particolare appariscente ma poco
significativo. È una grande persona e basta.
![]() |
| Sui sedili in fondo con Lino e Andrea. Foto Giovanni Paulis |
Avanziamo lentamente ma il tempo passa
piacevolmente chiacchierando qui nel salottino mentre fuori dal
finestrino scorrono alberi e panorami sempre più ampi, miniere
abbandonate, maestose pareti rocciose … Le chiacchiere si
interrompono solo lungo le salite più ripide, quando il rombo del
motore affaticato sovrasta il suono della voce. Stiamo per arrivare
al tempio di Antas, dove Lino e Andrea si fermeranno. Lino organizza
un arrivo sprint al ristoro per fingere di aver corso tutto il tempo
e dopo esserci fermati dietro l'angolo a prendere fiato, partiamo di
corsa per gli ultimi 50 metri. Non solo salotto, quindi, ma anche un
pizzico di goliardia da ultima fila.
Quando riparto, sono rimasto solo e
devo correre per inseguire l'altro pullman. Mi fa piacere sgranchire
le gambe dopo essere stato 7 ore e mezzo seduto a chiacchierare. Si
corre bene, prima lungo un bel falsopiano panoramico e poi fra le
suggestive rovine di Malacalzetta. In meno di un'ora raggiungo
Marinella accompagnata da Marco, di servizio spazzola. Faccio in
tempo a scambiare solo 2 parole con Marinella che arriviamo alla
fermata ed è costretta a scendere anche lei. Anche Marina e Claudia
si sono fermate qui e davanti a noi è rimasto molto spazio libero.
Ripartiamo con Marco all'inseguimento
di una fantomatica atleta inglese.
La primavera ci circonda; l'aria è
profumata, il cielo è terso; sono condizioni ideali per viaggiare,
per vivere. Solitamente, quando si arriva in un posto particolarmente
panoramico, la gente si ferma a fare una foto e io a fare una
pisciata. Questa volta le ho fatte entrambe …ecco la vista da uno
dei bagni più belli del mondo.
Dopo un'ultima dura salita, il sentiero
scende veloce e molto divertente da correre. Finalmente raggiungiamo
l'inglese accompagnata da Luigi di servizio spolverino. Appena vedo
l'inglese in faccia capisco che è polacca; lei in discesa cammina.
Ci risediamo nel pullman, all'ultima fila, scopa, spazzola e
spolverino a scortare la giovane polacca. Riesco a farle dire, in un ottimo inglese: "Tutto bene, mi fanno solo male le dita del piede". Poi si rimette le cuffie e riprende il libro che stava leggendo. Ormai manca poco, giusto il
tempo di chiudere la borsa e scendere dal pullman e … che
accoglienza! Ci hanno fatto una bellissima festa e anche un magnifico
regalo.
È stato proprio un bel viaggio, di
quelli che “conta più il viaggio che la destinazione” anche
perché dopo 11 ore, siamo tornati al punto di partenza. Il posto,
quindi, è lo stesso ma siamo cambiati noi, ci siamo arricchiti di
conoscenze, di luoghi straordinari e persone eccezionali; non solo
gli altri: il bello di questi viaggi è che insegnano a vedere
qualcosa di eccezionale anche in noi stessi.
sabato 9 marzo 2019
Trail del Marganai - preview
E dopo la bella sgambata "veloce" del
trail dei cervi, domani tornerò al mio placido mestiere di scopa.
Correndo veloce, con lo sguardo fisso in avanti, si calpestano molti
particolari; si lotta contro il tempo mentre, avanzando lentamente,
il tempo diventa un ottimo compagno di viaggio.
Avremo 10 ore e mezza per finire i 55
km entro il tempo limite: un “sacco di tempo” tutto da riempire.
Potrebbe sembrare troppo grande ma ce la faremo; in certi posti, in
certe occasioni, per quanto il tempo sia grande, si riesce sempre a
riempirlo tutto. Sono tanti i particolari da raccogliere ed infilare
in quel “sacco di tempo” che non si perde tempo a cercarli. Ci
metterò, ben arrotolati, i 55 km di percorso che, moltiplicati per
la distanza degli orizzonti, fanno tantissimi chilometri quadrati di
spettacoli naturali; ci metterò la compagnia degli ultimi, le loro
sensazioni e le mie ben mescolate, che così si esaltano meglio: un
po' di sfida, una briciola di preoccupazione, un pizzico di
curiosità, la giusta dose di sofferenza e tantissimo piacere. Ci
metterò la primavera, i suoi odori, i suoi colori, lo sguardo
sfarfallante di fiore in fiore, la pelle che si scopre e quel
continuo tic-tic di fotoni sulla pelle che risveglia gli ormoni dal
letargo invernale. Ci metterò la sensazione dell'ossigeno che entra
nei polmoni e scorre nel sangue, colmandomi di energia vitale.
Non vedo l'ora di essere lì, domani;
sono sicuro che mi porterò a casa quel sacco ben pieno di vita
domenica 24 febbraio 2019
Trail di Capoterra – evento popolare.
Si
parla molto dei prezzi delle
manifestazioni sportive, in particolare di quelle podistiche e ancora
più in particolare, dei trail. Esiste un costo di riferimento “1
euro al km” che, secondo me, è arbitrario e non ha
alcuna giustificazione economica in assoluto: esistono due tipi di gare e
si dovrebbe distinguere fra di esse.
Dopo i 12 euro dell'anno scorso, quest'anno per avere un minimo di margine forse aumenteremo un po', facendo comunque pagare l'iscrizione sia della 20km che della 35km, non più di 15 euro, offrendo, perfino, ad ogni finisher, una medaglietta del cazzo fatta col tappo di una non filtrata bevuta personalmente da uno di noi. Aiuteremo tutti i nostri super atleti a curare il ventre con pranzo e birra a volontà obbligatori e compresi nel prezzo.
Esistono le gare “evento figo” che
offrono una medaglietta del cazzo fighissima, ingaggiano come
testimonial il super atleta internazionale che trasmette fighezza
solo a passarci vicino - immaginati poi se ci fai un selfie! -,
“regalano” la maglietta all'ultima moda, in tessuto
fanta-spaziale con il logo disegnato da Picasso, animano la festa con
le urla di un DJ di radio pop international, offrono un bel menù “a
sottrazione”, in cui, cioè, sono stati tolti tutti gli ingredienti
“non fighi”. Magari ci si sporca anche di fango ma solo dal
momento in cui sporcarsi di fango fa figo. Gli atleti vengono anche
da fuori, perché è un evento figo, ne parla il gazzettino dello
sportivo figo; si respira un'atmosfera figa, chi se ne frega del
costo. Se non te lo puoi permettere, non partecipare, per te ci sono
le gare popolari. Tanto il tuo posto verrà preso da un manager
milanese; il prezzo, devi sapere, lo fa il mercato.
Poi esistono le gare “popolari”, in
cui conta solo la corsa, il territorio e la festa. Solo natura,
birra, sudore e dita sporche di grasso di salsiccia. I super atleti
qui hanno la pancia e se la curano con passione; niente maglietta,
niente medaglietta del cazzo o, al massimo, medagliette penosissime
fatte con i tappi delle birre bevute. Il logo è disegnato da un
tecnico delle telecomunicazioni che, il giorno della manifestazione,
diventa anche speaker. Non c'è fango figo ma melma. Ovviamente il
costo è contenuto perché tutto il lavoro è svolto da volontari che
lo fanno per pura passione e che non vogliono che nessuno
debba rinunciare a partecipare perché non se lo può permettere.
Il problema è che quasi tutti puntano
ad organizzare gare “evento figo”, inseguendo quello standard di
“qualità” e di prezzo e chi non se lo può permettere è
costretto a rinunciare o a selezionare pochi eventi all'anno a cui
partecipare.
Io personalmente sono invece
affezionato all'idea di “gara popolare”; vorrei organizzare una
festa in cui un allegro crogiuolo di umanità reso bello dalla
spontaneità e dalla passione se la goda, sfogando la propria natura umana
fino a completa sazietà ed esaurimento delle forze.
Dopo i 12 euro dell'anno scorso, quest'anno per avere un minimo di margine forse aumenteremo un po', facendo comunque pagare l'iscrizione sia della 20km che della 35km, non più di 15 euro, offrendo, perfino, ad ogni finisher, una medaglietta del cazzo fatta col tappo di una non filtrata bevuta personalmente da uno di noi. Aiuteremo tutti i nostri super atleti a curare il ventre con pranzo e birra a volontà obbligatori e compresi nel prezzo.
Con questo, non intendo
assolutamente criticare gli organizzatori di “eventi fighi” che,
finché raggiungono i propri obiettivi e riescono a coinvolgere tanti
atleti, fanno un lavoro di promozione del territorio e dello sport
che ha un importantissimo valore sociale, se non per tutti, almeno
per la maggior parte delle persone, dalla classe media in su.
Mi piacerebbe però
dimostrare che non bisogna per forza imitare quel modello, che si
possono organizzare belle competizioni anche spendendo e facendo
pagare pochi soldi e che si possono far stare bene le persone senza
dovere per forza far girare l'economia. Io preferisco agire così,
anche perché a me, se dovessi usare il mio tempo libero e la mia
passione per fare “girare l'economia”, automaticamente mi
girerebbero anche le palle: credo di avere un ingranaggio fra quelle
due ruote. E poi, chi dice che “il prezzo lo fa il mercato”? Il
prezzo, finché sarò in condizioni di autosufficienza e di libertà,
lo farò io. Caro mercato, già ne fai di danni, alla mia gara ci
penso io.martedì 19 febbraio 2019
Ultratrail is xrebus – Ballando coi cervi
![]() |
| Sorrido perché non so cosa mi aspetta. Foto di Roberto Puddino |
Lo
sapevo. Ho anche scritto, da poco, un articolo a proposito. Senza calzature
adeguate, non riesco a correre più di 30-35 km in montagna senza
soffrire di crampi. Infatti, da quando, quasi due mesi fa, ho
cominciato a prepararmi per questa gara, avevo deciso che avrei usato
le mie “brooks” un po' goffe ma protettive. Poi, il giorno prima
della gara, ho cambiato idea. Volevo divertirmi a ballare! Sapevo che
correre 48 km con delle scarpette da ballo, di quelle che si sente
ogni sasso sotto la suola e che, alla minima pressione, si piegano,
non aveva molto senso. Sapevo che mi sarei lussato l'alluce sinistro
e che avrei rischiato crampi e mal di cosce ma sono fondamentalmente
stupido e ho pensato che preferivo ballare piuttosto che scarpinare.
Comunque, il mio compito di apripista sarebbe finito al 29esimo km e
fino a lì, pensavo che sarei arrivato un po' al limite ma sano. Da
quel punto in avanti, se avessi avuto problemi avrei potuto fermarmi.
Sembra facile, no? Basta poggiare il culo per terra. Ne parliamo
dopo. E allora eccomi con le scarpette “salewa”, calzature buone
per ballare fra i sassi facendo attenzione ad ogni passo a seguire il
ritmo del terreno. È puro divertimento per 10km, ci potrei arrivare
bene anche a 20, poi … . Parto alle 7, un'ora prima della gara.
Nella lunga salita, riesco a tenere il ritmo che mi ero prefissato. Il
lavoro di apripista è semplice, la segnatura è ottima. Solo in un
punto mi devo fermare per tirare su una freccia divelta. Si entra nel
bellissimo bosco del parco dei sette fratelli e, per un po' mi
diverto a ballare su quei bei sentieri in saliscendi. Al 17esimo km arrivo al ristoro e da lì, si fa dura. Comincia il ballo fra
pietre e massi. È un ballo pesante, fisicamente sfiancante; le
ginocchia sono sottoposte a continue sollecitazioni e anche la mente
dev'essere sempre vigile perché ad ogni passo si rischia di cadere.
Il posto è magnifico, si passa fra graniti e alberi monumentali, ma
gli occhi sono fissi a terra a scegliere l'appoggio giusto, alzandosi
ogni tanto giusto per vedere i nastri. Sapere di essere inseguito da
3 giovani e fortissimi trailer, 2 corsi e un bergamasco, non aiuta:
me li immagino saltellare leggeri fra sasso e sasso come se non
avessero due ginocchia e una schiena da salvare. Maledetti giovani! Cerco di
avanzare ad un ritmo decente ma faccio fatica e sono costretto a
prendere qualche rischio. Basta infatti una piccola scivolata su una
pietra bagnata per piegare il piede sinistro e lussarmi l'alluce. È
un dolore che scema lentamente ma non si fa dimenticare; il
divertimento si arricchisce di quel segnale e il passo di danza si
storce un po'. Poi, i continui colpi delle pietre sulle suole, fanno
nascere due piccole vesciche gemelline, una per ogni pianta del
piede. Continua il ballo, ma è un ballo goffo e lento. Scarpinare
con le ballerine è come ballare con gli scarponi, pestando i piedi
della partner; io, nel mio ballo solitario, me li pesto da solo.
![]() |
| Foto di Loredana Lai |
Eccomi
al 29esimo. Proprio nel momento in cui sbuco nell'asfalto per raggiungere
la forestale, mentre scambio due parole con un volontario, mi volto e
vedo il primo dei concorrenti che passa. Missione compiuta … per un
pelo. Ora potrei fermarmi, il mio compito di apripista è finito ma
decido di proseguire; sono fuori gara e vado avanti per “puro
divertimento”.
Si
scende. Ricordo due settimane fa come scendevo spedito su quello
stesso sentiero, saltellando fra i sassi. Ora, in confronto, sono
lentissimo. Qui, il percorso della 48, per qualche chilometro è in
comune con quello della 27. Mi aspetto che mi sfreccino accanto
atleti con la metà dei chilometri sulle gambe ma non mi supera
nessuno. Anzi, lungo una breve risalita, raggiungo e supero diversi
concorrenti della 27. Sono capitato circa a “centro gruppo” e
salgo meglio di loro nonostante la stanchezza. Bene, questo se non è
puro divertimento, è comunque una bella soddisfazione. Solo il
secondo della 48 mi supera scendendo con passo leggerissimo. Si
attraversa la statale e il sentiero comincia a salire deciso.
Alternando corsa e cammino, continuo a superare agevolmente, fino a
che il percorso della 27 gira a sinistra in discesa. Mi ritrovo solo
e le pendenze aumentano: dal 18% si passa al 32%. Il sentiero non c'è
più e si seguono tracce di capra. Mi raggiunge Nicola, il terzo
della 48, uno dei più forti trailer italiani. Scambio due parole.
Non va molto più veloce di me e lo seguo da vicino. Dopo 500 metri
al 32%, la pendenza passa al 47%. In 200 metri se ne salgono quasi
100. Matteo sarebbe a vista, dalla sua postazione di direttore di
gara si vede la maledetta cresta e le maledizioni potrebbero
arrivargli dirette, in linea d'aria; ad averlo saputo, mi sarei
girato verso di lui per prendere bene la mira ma le mie imprecazioni
sono rimaste lì nell'aria. Bisogna aiutarsi con le mani e i piedi
devono spingere forte per arrampicarsi da un masso all'altro. Siamo
al 35esimo km e, come previsto, i polpacci si ribellano e arrivano i
crampi. Il “puro divertimento” sta diventando qualcosa di sporco.
Ora arranco. La mia velocità ascensionale scende da 900 a 600 metri
all'ora. Nicola, salendo leggero, è sparito dalla visuale. Dopo
oltre mezz'ora di sofferenza, finalmente finisce la salita e si
percorre una bella cresta con panorami vastissimi, magnifici,
eccetera eccetera, ma preferisco guardare i maledetti sassi per
soffrire un po' di meno. Mancano “solo” una dozzina di km da fare
in compagnia di crampi, vesciche, con piedi e ginocchia doloranti. Il
ballo continua, ha perso ogni grazia ma continua lento, strascicato,
appassionato.
Se
avessi poggiato il culo a terra, non mi sarei ritirato, perché non
ero in gara. Mi sarei dovuto solo fermare. Bastava sedersi,
appoggiare le natiche sul morbido per liberare i piedi, le ginocchia,
le cosce e i polpacci dal male. Fossi stato in gara, ritirarsi
sarebbe stato un atto di coraggio e di saggezza; non ero in gara se
non con me stesso e non potevo ritirarmi. Non ci si ritira da sé
stessi. Mi sono dato due obiettivi: non farmi raggiungere da nessun
altro e finire entro le 7 ore e mi sono bastati come stimolo per
andare avanti. La sensibilità alla sofferenza di noi vecchi
ultratrailer è una cosa particolare, la corteccia celebrale sembra
quella di una quercia e il dolore arriva molto attutito. Non siamo
eroi, siamo solo un po' rimbambiti con i nostri neuroni di cellulosa.
Quando riesco, corricchio a ritmo lento. Ad ogni crampo, il ballo si
fa sincopato, arricchito da un saltello di dolore. L'infermiera mi ha
portato in questo dancing su una sedia a rotelle e più che la
musica, seguo il ritmo dei dolori e il passo che non mi fa cadere;
soffro ma ballare mi fa sentire vivo. Sento le voci, si vede il
parcheggio. Ormai ci sono! Sono contento: non mi ha raggiunto nessuno
e finisco in 6 ore e 50. Fossi stato in gara sarei arrivato nono.
Vorrei fare uno sprintarello per il pubblico ma un ultimo crampo mi
fa desistere. Arrivato, non mi siedo, non mi cambio, continuo a
ballare, aggirandomi fra gli amici con una birra in mano. Comincia la
festa. Poi mi abbandono al pranzo, ottimo e abbondante.
Puro
divertimento? No, è stato qualcosa di più. È divertimento sporco,
pesante, appassionato, che mi ha trasformato, lasciando indelebili
tracce di granito nel cervello. Come sempre, le maledizioni si sono
mutate in sincera gratitudine per Matteo, Tore, Cristina e tutti
quelli che hanno lavorato per offrirci una giornata piena di vita e
ricca di particolari, che ricorderò a lungo.
![]() |
Alla salute! Foto di Luca Mannoni
|
martedì 12 febbraio 2019
Trail dei cervi, preview – La sfida
17 febbraio. Trail dei cervi
– 48km con 2400m D+
Grazie a Matteo, domenica avrò un
ruolo di assistenza particolare: per una volta non sarò dietro a
chiudere il gruppo come scopa ma davanti ad aprire, per
controllare che sia tutto in ordine e, eventualmente, integrare o
ripristinare la segnaletica.
Partirò con un anticipo
limitato, non più di un'ora, per cui la difficoltà principale del
mio ruolo di apripista sarà di non farmi raggiungere dagli atleti in gara. Il mio
compito finirà al 29esimo km, da dove partirà un altro apripista ma
io continuerò fino all'ultimo dei 48 km per una mia sfida personale.
Dopo quasi 2 anni di corse
molli e corte, per prepararmi a questa nuova sfida ho inventato un
programma di allenamento che consiste in cicli bisettimanali con 9
giorni di carico e 5 di scarico. Scriverò e pubblicherò il
razionale che ha portato a concepire tale schema, il vitigno della
bottiglia che mi ha ispirato e le procedure di applicazione, solo se
il modello teorico supererà la verifica sperimentale. Per il momento
le sensazioni sono buone. Un'unghia
è andata, un'altra sta andando e una terza mi si è infilata nel
dito accanto. Come ai tempi migliori. Ma la parte più difficile del
programma sono i 5 giorni di scarico. È in quei 5 giorni che il
corpo si deforma per adattarsi alla sua nuova dimensione di
supereroe. Le metamorfosi sono dolorose, faticose. Le difese
immunitarie sono sotto i piedi a curare vesciche e basta un attimo
per ammalarsi o infortunarsi. Ora sono all'ultimo scarico e non vedo
l'ora che finisca e arrivi domenica! Non vedo l'ora di tornare a
tirare le salite fino a sentire i quadricipiti che bruciano, di
correre fra i magnifici roccioni granitici dei sette fratelli, di
mollare i freni e danzare fra i sassi in discesa. Domenica ci
saranno, ad inseguirmi, Nicola Bassi e Donatello Rota, due
atleti fortissimi, giovani, sani fra i più forti in Italia. Io,
54enne cardiopatico lieve, scapperò, cercherò di resistere il più
a lungo possibile; il destino sembra inevitabile ma li sfido.
Sfido poi i miei amici sardi: Filippo, Stefano, Dario, Teo, … Per
me, per la scienza e per la buona riuscita della gara, vi lancio la
sfida: venite a prendermi! Sarò lì davanti a voi e lascerò tracce
di testosterone sul sentiero per stuzzicare il vostro istinto
predatorio Se domenica mi supererete, vi offrirò una birra, butterò
nel cesso il mio programma e lo seguirò per allenare ultraratti di
fogna. Altrimenti avrete assistito al ritorno del supereroe.
mercoledì 6 febbraio 2019
Improvvisi
Lunedì sera, mi ha chiamato Ivan:
“Domattina salgo al Corrasi; vuoi venire?” “Mi piacerebbe molto
ma non posso … domani lavoro … forse potrei … perché no? In
fondo le ferie sono fatte per questo … vengo!” In dieci secondi,
il mio futuro prossimo è cambiato radicalmente e chissà che non
possa avere conseguenze anche su quello remoto.
Fantasia-improvviso in Me minore e Ivan
per piano, forte e sole.
Mi ritrovo all'improvviso sul monte
Corrasi. Striscio il badge e, come per magia, entro in un ufficio
incantato, con pareti di calcare bianco, boschi secolari, voragini
senza fondo, grandi branchi di mufloni che si muovono veloci per
mantenere le distanze, cristalli di ghiaccio modellati dal vento in
forme mai viste. Superata la cima, la neve copre tutto,
inghiottendo il sentiero. Le uniche tracce sulla bianca distesa, sono
le impronte di un cane solitario che come un angelo ci guida preciso
sul sentiero; con le zampette ha scalfito la neve giusto quel tanto
per farci da guida senza rovinare l'incanto del monte imbiancato di
fresco, dove noi, invece, sprofondiamo fino al ginocchio. Ho i
pantaloncini corti e le gambe nude affondano nella neve ma, come in
un sogno, non sento freddo. Sembra un sogno ma sono magie che
succedono quando le prospettive cambiano all'improvviso.
Sento un forte gusto di libertà.
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