domenica 1 novembre 2015

Challenge Forte Village

Uscendo dall'acqua alla fine del primo giro, sento la voce dello speaker che urla eccitata. Rintronato dalla transizione di fase liquido-gas, con gli occhialini appannati e l'acqua nelle orecchie non capisco bene cosa stia urlando: odo distintamente solo la parola “primo”. Il cervello mi parte in quarta: “che bello, forse sono primo fra i race directors, non credevo di aver nuotato cobene!”. Improvvisamente sopraggiunge da dietro un'ombra, seguita da un atleta che mi supera volando sulla sabbia. Ora capisco. È il primo dei pro che mi sta doppiando. L'entusiasmo mi scivola via e quando mi butto di nuovo in acqua si perde sul fondale. Si è alzato il vento e c'è un po' d'onda. Seguo schizzi che mi portano fuori rotta e mi sento stanco. A questo giro le boe sono tutte più lontane. Vorrei tanto respirare. Mi rassegno: punto alla pura sopravvivenza ed esco dall'acqua in 41 minuti, uno in più dell'anno scorso.
In zona cambio l'incubo continua. La muta si trasforma in un coacervo di anguille e tenta in tutti i modi di sgusciare via dal sacco dell'umido in cui la devo infilare. Anche i taschini del body preferiscono stare all'aria aperta piuttosto che a contatto col mio culo e quando provo a farli rientrare in sede per infilarci fazzoletti e gel, si ribellano. Insomma, come al solito il cambio mi costa oltre un minuto in più di quello di un triatleta con un quoziente intellettivo medio e 2 minuti e mezzo più di un pro.
Finalmente in bici. L'aria è fresca e il body bagnato; per non sentire freddo devo accendere subito la stufetta interna e sprigionare i watt. È quello che si chiama “riscaldamento globale”: nessun rispetto per l'ambiente e tantomeno per le gambe. Imposto il dolorimetro su “bruciore lieve”, il respirometro su “impegnato” e spingo con forza su e giù le pedivelle. Partire fra gli ultimi mi consente di superare facilmente, soprattutto in salita e questo risveglia l'entusiasmo perduto. Sono quasi a cantoniera, alla fine della salita più lunga quando raggiungo Teo. Un saluto, complimenti a lui che sta facendo un ottimo esordio e a me che ho raggiunto il mio primo bersaglio. Il contenuto della borraccia mi sorprende con un'effervescenza innaturale, effetto del bicarbonato che avevo aggiunto per aiutare la digestione ma, tutto sommato, non mi dispiace. Anzi, potrei suggerirla come ricetta stocastica per l'integrazione sportiva.
Nel tratto a bastone verso la base militare di Sant'Anna Arresi, lancio gesti rabbiosi contro quelli che incrocio in scia. Al contrario dell'anno scorso, questa volta i giudici daranno qualche penalità e squalifica, ma la maggior parte dei furbetti se la caveranno senza essere visti. Incrocio Francesco con circa 6 chilometri di vantaggio: sono più di dieci minuti e sarà impossibile raggiungerlo … a meno che … . Sulla costiera mi diverto. Conosco a memoria gli strappi, le curve, le discese e ho ancora forza nelle gambe per ingranare la trazione, spingere e superare in continuazione.
A dieci km dalla fine della frazione, dopo l'ultimo spettacolare strappo della strada costiera, le difficoltà altimetriche sono finite ma il vento soffia contrario. Mi supera un atleta che avevo passato poco prima ma appena passa avanti rallenta. Lo risupero immediatamente ma dopo un minuto me lo ritrovo avanti a fare la stessa operazione. Provo a rallentare e lasciargli spazio per non stare in scia, ma va troppo piano. Mi sento ostacolato come Valentino Rossi. Supero di nuovo. Ho capito cosa fa: mi sta in scia e poi passa avanti per darmi il cambio. Sarebbe gentile da parte sua, ma in un altro sport: qui è vietato e non voglio il suo cambio! Quando mi ripassa per la quarta volta mi lascio sfilare, allargo le braccia e scuoto la testa. Poi mi alzo sui pedali, prendo velocità e lo supero a velocità doppia per evitare che mi si attacchi di nuovo. Finalmente capisce e mi lascia andare. Grazie Giorgio. Mi supererà nella transizione e correrà un'ottima mezza arrivando qualche minuto avanti a me.
In zona cambio guardo con diffidenza le scarpe nuove. Mi sento insicuro. Insicuro delle scarpe, delle gambe, del fiato. Gli ultimi allenamenti che avrebbero dovuto darmi confidenza con le scarpe e col ritmo gara, sono finiti con affanno, fatica, dolore ai polpacci, lasciandomi dubbi e insicurezze. Ma non c'è tempo per ripensamenti: metto le scarpe e parto. Le gambe sono pesanti ma cominciano quasi subito a girare decentemente. Sto andando piano, ma la confidenza aumenta e gradualmente riesco anche ad accelerare. Infatti, dai 4'41 del primo chilometro riesco a passare a 4'24 al secondo per poi assestarmi intorno ai 4'15, un buon ritmo per questo tipo di gara. Sono vivo e, come un avvoltoio, comincio la caccia ai moribondi. La corsa si svolge tutta su un percorso da fare due volte avanti e indietro e perciò permette di incrociare più volte tutti i concorrenti e di puntare quelli che danno segni di cedimento. Chi mi conosce, quando mi vede volteggiare facendo un gesto di saluto, sa di essere condannato. Non tutti però. Incrocio Degasperi in lotta per la vittoria con un atleta ungherese. Gli faccio un applauso e gli dico “grande!”, lui mi risponde “grande tu”. Resto a bocca aperta con un sorriso ebete. Un atleta in lotta per la vittoria che spreca fiato per rispondere ad un amatore qualsiasi. Grande davvero, non solo come atleta.
Poi incrocio Francesco, è vicino, a poco più di un km “mi hanno dato 5 minuti di penalità” mi spiega. Resto allibito. Francesco non sta in scia neanche in allenamento, controvento, quando è stanco morto, figuriamoci in una gara in cui è vietata! Comunque ora è a portata, e volteggio verso di lui. All'ultimo chilometro lo incrocio di nuovo, solo un centinaio di metri davanti “Se non mi sprinti ti aspetto”. Sto correndo ancora bene, supero diversi concorrenti ma non lo vedo. Eccolo! Che bello, si è fermato davvero ad aspettarmi 50 metri prima del traguardo! Lo afferro e passiamo il traguardo insieme. Sono felice!
Qualche ora più tardi, quando espongono le classifiche, vedo che lo hanno classificato 30 centesimi avanti a me. Per prenderlo in giro gli dico “sì vabbeh, mi hai aspettato ma poi hai messo avanti il piede con il chip” “Ma tu hai messo il chip sul sinistro, si mette sempre sul destro che è il piede che va avanti” “Boh, io di solito li alterno”. La prossima volta, lancerò anche io il piede in avanti come una ballerina di can can.

L'ho chiusa in 4h57' a due minuti dal me stesso dell'anno scorso, a un minuto e mezzo dal podio e dalle premiazioni di categoria, a un piede da Francesco e terzo fra i race directors. Insomma, di poco, ma ho perso tutte le sfide. Come mai allora sono così soddisfatto?