mercoledì 18 luglio 2018

Gennargentu

Il monte è un colabrodo, pieno di acqua freschissima che esce da tutti i buchi. Ogni sorgente è incorniciata da un boschetto di ontani che l'ombreggia, tiene l'acqua al fresco e ne approfitta per bere. Devono esserci molti cubetti di ghiaccio lì dentro al monte e un barista generoso. Fuori è caldo e il contrasto offre sensazioni potenti. Forse ci vorrebbe una sdraio per starsene a sorseggiare il drink di acqua sorgiva, spanciati come tutte quelle mucche floride che fioriscono lì sul sentiero come margherite. Non sono abituate a quella pancia da vacche svizzere e si abbandonano mollemente al suolo..
Al cospetto di ciò, si torna bambini, come dice Luana. O forse si torna ancora più indietro, all'infanzia dell'umanità, quando l'uomo era umano, al tempo in cui si godeva dei 5 sensi e anche del sesto che ora si è perso. Non c'è orario, o meglio, c'era ma ha perso subito di significato e ci si prende il tempo per divertirsi e godere di ciò che offre il monte: panorami immensi, fontane, bagni nel sole e in pozze d'acqua freschissima.

Spariscono tutti i vincoli, tranne le semplici dinamiche di gruppo, basate su condivisione e solidarietà; dinamiche in cui il ritmo non lo fa il primo ma l'ultimo.
Ci deve essere un ultimo, quello più lento. quello a cui i corvi girano intorno. È un ruolo che non piace. Può far sentire di peso, non adeguati, inferiori. Ma sono sensazioni legate alla società moderna e qui sono fuori luogo. In un insieme finito un ultimo c'è per necessità matematica, ne siamo consapevoli; anzi, è tranquillizzante sapere che quel ruolo è coperto da altri e quei corvi non sono lì per te; qui tutti vogliono bene all'ultimo.
Inizialmente l'ultimo sembra Funtanaliras Cirronis: è il suo intestino che dà il ritmo al gruppo. Cerca un bagno nei ruderi del rifugio Lamarmora e poco dopo si deve fermare di nuovo. Non lo fa pesare e fa finta di niente per ingannare i corvi Ma poi si riprende
Poi sono io che, scendendo veloce verso Girgini, metto male il piede sinistro e sento una fitta, e poi la risento ogni volta che appoggio il piede in quel certo qual modo; devo correre con molta prudenza. Resto in coda a dettare il passo dal didietro e guardo su aspettando l'arrivo dei corvi. Anch'io faccio finta di niente. Poi metto il piede nel ghiaccio del monte e dietro il piede, mi immergo completamente in quell'acqua che tutto aggiusta. Ecco, ora non sono più l'ultimo. Forse anche Gianni e Luana hanno i loro corvi ma non sembra.
I sospetti sull'ingegnere invece cominciano a venire quando non sbaglia più strada. Anzi, è l'unico che dopo l'ennesima sorgente, stava andando nella direzione giusta. Ha perso quello spirito alla “vispa Teresa” che in condizioni normali lo fa sfarfallare qui e lì. Le forze lo abbandonano appena prima della salita in cima al mondo. “Lasciatemi qui”, dice, “non mi aspettate”. E mentre Morricone suona un'armonica, l'ingegnere resta spanciato sul sentiero, come una di quelle vacche grasse, sotto una leggera pioggerella di saliva di corvo; “andate pure”. Andiamo un po' avanti per lasciarlo tranquillo ma poi ci fermiamo a guardare.
“Si muove, è ancora vivo°. Vediamo che sputa l'anima e l'osserva per un'introspezione. Poi riparte. È lui, ora, che detta il ritmo. Ed è un ritmo che lascia il tempo di respirare, di vivere quegli spazi immensi. Siamo in cima al mondo; da qui ci sono infiniti piccoli particolari da osservare e il tempo non basta mai. Intanto Checco fra un'introspezione e un'altra, mangia una caramella ed ecco che si riprende, ricomincia perfino a corricchiare. Fra la delusione dei corvi, riusciamo a tornare alle auto tutti vivi.


Un'altra bellissima giornata ricca di particolari e piena di vita condivisa è passata e me ne restano, fino a prova contraria, altre 17007. Corvi, dovrete aspettare ancora parecchio.