domenica 21 febbraio 2016

Ora cosa faccio?

“Ora cosa faccio?” Sono le due del pomeriggio e ho appena finito di scrivere un articolo a cui lavoravo da quasi un mese. Fuori c'è un sole di quelli che la Sardegna d'inverno ci regala spesso; l'aria è piacevolmente fresca. Mi riaffiora un'idea che, in questo periodo, avevo già respinto altre volte: “vado a provare quel sentiero”. Ingrandendo le immagini satellitari, avevo notato una flebile linea che dall'ingresso del Pinus Village, sulla statale sulcitana, porta alle antenne che sovrastano la costa fra Chia e Santa Margherita. Poi, da lì, sembrava ricongiungersi con la “strada romana”, ora trasformata in sentiero costiero, che riporta verso le spiagge di Santa Margherita. C'è qualche chilometrino da fare per arrivarci ma, a parte il leggero mal di gambe residuo della corsa veloce di ieri, oggi sembra la giornata ideale. Mi cambio alle docce ed esco con in mano una bottiglietta di gatorade. Ed è subito sentiero. Tolgo l'antivento, poi anche la maglietta e l'irraggiamento diretto sulla pelle con l'aria fresca è una sensazione da brivido. Si sale per scavalcare l'altopiano che sovrasta il litorale di Santa Margherita. Ed ecco il mare in lontananza. Solo ora comincio a valutare il livello di liquido nella bottiglia e a stimare i chilometri. Saranno almeno 25. Un sentierino in sottobosco mi fa valicare e, uscendo dal lecceto, la vista si apre sulle pendici del monte che digradano dolcemente fino al mare, 500 metri più in basso. Imbocco la sterrata che con ripidi tornanti, scende verso Ortuecciu. Vedo Chia ancora in lontananza; le scarpe mi fanno vesciche sugli alluci, ma per il resto sto bene e arrivo finalmente alle poche centinaia di metri d'asfalto che mi portano al sentiero. Sono ormai quasi al quindicesimo chilometro e valuto che, in totale, saranno forse una trentina. Trovo subito l'imbocco e resto a bocca aperta: è un sentiero fantastico, pulitissimo, che sale prima nella pineta per poi scoprirsi sempre più panoramico e aereo. La salita si alleggerisce e il sentiero continua a mezza costa verso le antenne. Le spiagge di Chia sono nascoste dal verde della macchia che finisce direttamente nel blu del mare. Il sentiero finisce nel punto previsto, e d'ora in poi è tutto conosciuto: la bellissima “strada romana” fino alle acque celesti della spiaggetta del pinus village e, oltre un ultimo promontorio roccioso, la lunga spiaggia di Santa Margherita. Non resisto alla tentazione e mi tolgo le scarpe per percorrere il chilometro e mezzo di spiaggia con i piedi nudi sulla sabbia finissima, facendo schizzi nell'acqua fresca. Sono arrivato al ventiduesimo chilometro e ne mancano ancora una decina: oggi supererò i trenta. Uso un fazzoletto di carta per togliere il grosso della sabbia dai piedi, ma è molto appiccicosa e rimetto le calze sui piedi ancora bagnati e insabbiati. Se i miei calcoli non sono sbagliati, dovrei sbucare sulla statale proprio di fronte all'imbocco del sentiero che, scavalcando di nuovo l'altopiano, mi riporterà alle docce. Sbaglio di poco, 200 metri, e ricomincia la salita. Sono le quattro passate e non ho pranzato. Mi resta poco meno di mezza bottiglia di gatorade e mi ricompenso con un sorso. Il sentiero in salita è bellissimo ma lo ricordavo più agevole, o forse sono stanco. Mi guardo intorno per cercare corbezzoli ma quest'inverno anomalo li ha già fatti cadere tutti. Sono solo 500 metri di dislivello per arrivare al valico; le gambe non stanno male ma mi sento vuoto. So che ce la farò ad arrivare ma, nei punti più ripidi, devo spesso fermarmi a camminare per risparmiare energie ed evitare crampi. Il dolore delle vesciche ormai è solo un rumore di sottofondo: dopo quasi tre ore di corsa assolutamente solitaria sono ormai un animale e penso a bisogni più primari. Ascolto torrenti che scorrono ma non riesco a vederli. Devo centellinare gli ultimi sorsi di liquido e le ultime briciole di glicogeno nel sangue. Arrivo così alla strada forestale che in sei chilometri, quasi tutti in discesa, mi riporteranno nel mondo civile. Saranno trentaquattro chilometri, ora lo so con precisione. Penso alle bustine di zucchero che troverò accanto alla macchinetta del caffè e che berrò sciolte in un bicchiere d'acqua. L'aria comincia a rinfrescarsi ma, con queste zampe, sbrogliare l'antivento mi risulta molto complicato. Ne vengo a capo e non mi resta che lasciarmi trascinare giù dalla gravità. L'ultimo sorso diventa mezzo, poi un quarto … sono all'ultimo chilometro e le gambe reggono ancora bene. Ce l'ho fatta. Anche questa volta sono tornato.
Resto cinque minuti accovacciato a farmi massaggiare delicatamente dall'acqua della doccia. Mi rivesto, bevo un bicchiere di acqua e zucchero, poi torno in ufficio a controllare le e-mail.