
Ora mi nutro di dettagli.
Rinuncio all'infinito e mi concentro sugli infiniti particolari del
finito. Entro in sintonia non solo visiva con la natura e ci vuole
ancora più tempo perché gli altri sensi non viaggiano alla velocità
della luce. Ascolto il cuore battere un ritmo jazz sincopato. Col
naso assorbo odore di terra secca, di questa terra che è parte di
me, bagnata del mio sudore e concimata delle mie feci. Me le son
tenute apposta, per non sprecarle e perché sì, mi piace molto di più
così. Ma ci vuole tempo anche per questo, calma,
lentezza. E non
basta ancora: la voglio sentire sulla pelle; è da lì che entrano le
sensazioni più profonde, viscerali. Lascio scie di vestiti. La
maglia è rimasta giù, sul primo cespuglio; qui sulla roccia lascio
le scarpe e le calze e finisco di salire con indosso solo le mutande
da corsa, poi mi sdraio e mi lascio abbracciare da questa roccia in
cima al mondo, a questo piccolo mondo meraviglioso che mi è rimasto.
Non mi preoccupa più niente perché sono seduto in cima al mondo.

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