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mercoledì 21 ottobre 2015

Eroismo


Ne va della salvezza del pianeta. Devo consegnare alla base questo chip elettronico con informazioni di vitale importanza prima che i nemici riescano ad inserire un codice falso.
Bang! Qualcuno mi sta sparando! Scappo verso il mare e comincio a nuotare furiosamente. Mi sono addosso! Prendo botte, cercano di annegarmi ma non mi lascio sopraffare, lotto per sopravvivere e finalmente riesco a districarmi. Quando esco dall'acqua dall'altra parte della baia, sono sfinito. Mi guardo dietro e mi stanno ancora inseguendo. Sono in tanti. Ancora di più ne ho davanti: tutti uguali, vestiti come me in nero neoprene, provano a precedermi alla base con un chip identico al mio contenente false informazioni.
Salgo sulla bici e spingo come un dannato, devo arrivare prima di loro. Sudo, fatico, soffro; i muscoli delle cosce sono in fiamme ma non posso fermarmi: devo resistere per il bene dell'umanità! Dopo avere attraversato le montagne e lottato contro il vento, sono stremato ma, mollata la bici, devo ancora correre. Appena raggiungo un nemico e penso di potermi rilassare ne appare un altro avanti a me. Sembrano infiniti! Ma ecco che, con le ultime energie, supero l'ultimo. Comincia a montare dentro di me una sensazione di piacere che si mescola alla sofferenza e, piano piano, la sovrasta. Gemo di soddisfazione. La base è finalmente raggiunta. È fatta. Sono un eroe! Gli applausi del pubblico mi accompagnano mentre passo il chip sul rilevatore. Sto godendo.
Mi volto. Ecco il nemico: arriva battuto e sarà fischiato ed imprigionato per aver cercato malvagiamente di impedirmi di batterlo … ma applaudono anche lui! Incredibile: mi sorride e mi abbraccia!
Forse allora non è così malvagio … forse non ho salvato il mondo … il punto d'arrivo di questa lunga corsa somiglia tanto al punto di partenza … FORSE HO SOLO GIRATO IN TONDO! Finalmente, su un pannello di plastica scura, vedo il mio riflesso, seminudo e ansimante e capisco:
Mi sono solo sparato un altro atto di autoeroismo.

domenica 6 settembre 2015

Un autoeroe al mare

Non pensavo ci fosse questo vento. Le onde non sono alte ma, dalla cima, spruzzano una schiumetta che quando trova una bocca aperta a respirare, ci si infila superando agevolmente la diga del labbro. L'acqua vicino alla riva è intorbidita da residui organici trasportati a riva dalle onde e, a parte due bambini che giocano sul bagnasciuga sotto l'occhio attento dei genitori, per tutto il chilometro della spiaggia, nessuno è in acqua. Sono venuto qui per nuotare, la mamma non è qui per dirmi di non entrare, il bagnino è distratto e non voglio rinunciare per una piccola difficoltà meteorologica, sarebbe come rinunciare ad andare oltre quando in bici si incontra una salita; anzi, la prendo come una sfida: se riesco a nuotare oggi, la mia confidenza con il mare potrebbe diventare vera amicizia. Metto gli occhialini, li schiaccio contro il viso per fare effetto ventosa e tenere i flutti fuori dagli occhi e mi tuffo.
Quando si nuota “controonda”, la velocità dell'onda e quella del nuotatore, si sommano aumentando notevolmente la frequenza dei picchi; il mare sembra rugoso, sconnesso e le crestine schiumose si susseguono rapide. Dopo un brevissimo disagio iniziale, mi abituo al sapore salato dell'acqua. Qui al largo è trasparente e posso vedere che, molto lentamente, ma mi sto muovendo. Per aumentare le difficoltà, decido di fare un esercizio: respiro ogni 5 bracciate per 6 volte consecutive, poi ogni 3 bracciate quanto basta per rifiatare, poi ogni 7 bracciate per 4 volte consecutive … e così via per 5 volte. È un esercizio da piscina, dove durante le respirazioni della serie da 7 bracciate si è sicuri di inspirare aria e non acqua. Qui invece ogni respirazione è a sorpresa e se entra acqua bisogna chiudere immediatamente la bocca e sperare in miglior fortuna dopo altre sette bracciate. Fatto così, l'esercizio serve a dimostrare che respirare è un optional per mollaccioni. Mi sto divertendo davvero molto ad annaspare ma una linea di boe mi induce a ritornare indietro.
Con l'onda a favore invece le velocità dell'onda e del nuotatore si sottraggono e il mare si alliscia. Gli incontri con le creste d'onda sono molto meno frequenti ma durano più a lungo aumentando il volume delle sorsate; però, complessivamente, si nuota più facilmente. Forse troppo. Decido allora di fare un altro esercizio: una cinquantina di metri a tutta (facendo molti schizzi), un recupero tranquillo e poi si ripete. I 50 metri li misuro così: quando non ce la faccio più, faccio ancora 4 bracciate a tutta poi altre due e infine rallento stremato. Mi accorgo che quando nuoto veloce non bevo, è come se mi sollevassi di qualche centimetro, tipo hovercraft; in compenso, appena rallento e mi adagio stravolto a pelo d'acqua, arriva la solita ondina a riempirmi la bocca. Dopo 4 o 5 ripetizioni veloci, mi ritrovo davanti all'asciugamano. Sono proprio stanco. Per oggi potrebbe bastare, penso, ma con un impeto di autoeroismo, mi costringo a continuare per qualche centinaio di metri.
Quando esco dall'acqua, mi guardo intorno in cerca di pubblica ammirazione ma nessuno mi guarda anche perché il sole è calato e in spiaggia non c'è più nessuno. Non importa. Ho nuotato un paio di chilometri in poco meno di un'ora ma ho bevuto tanta di quell'acqua che mi sento un eroe.

domenica 7 giugno 2015

Passatore outtro - considerazioni di uno zombie

È passata una settimana. La stanchezza dalle gambe si è diffusa a tutto il corpo. La testa è piena di un fluido viscoso che inghiotte tutte le iniziative e le idee e me le fa uscire dal naso. Lì, in quel fazzoletto sporco, sono finiti i miei progetti per il futuro. È tutta colpa vostra, amici, avete soffiato troppo forte e non mi sono riuscito a fermare prima del traguardo.
Le bolle sotto i piedi sono ancora lì, gonfie di gloria ormai putrida. Non ne vado più così fiero.

Non ci gioco più. Volevo farla tutta correndo e, con una preparazione meno scriteriata credo che avrei potuto farcela. Non penso però che ci riproverò. Quella lunga striscia d'asfalto è troppo lunga, è troppo striscia, è troppo asfalto. Se devo lottare e soffrire, i miei istinti bestiali mi fanno preferire, di molto, la corsa in montagna, la lotta con la natura, con le sue forze, in un corpo a corpo appassionato fino all'amplesso finale. Il passatore invece mi fa sentire solo a lottare contro me stesso, come in un triste atto di autoeroismo.

venerdì 18 luglio 2014

Autoeroismo

La sofferenza fine a sé stessa è solo un'imitazione dell'eroismo
L'eroismo fine a sé stesso è autoeroismo

Siamo potenziali eroi in tempo di pace. Pronti a soffrire per gli altri ma senza nessuno che ce lo chieda: nessuna patria che voglia il nostro sacrificio né fanciulle da salvare da draghi.
Non ci resta che praticare l'autoeroismo.

Ci sacrifichiamo per salvare noi stessi da noi stessi che ci vorremmo sacrificare; inseguendoci così la coda, prendiamo in mano il nostro futuro e, lasciando correre l'immaginazione, cominciamo a menarcelo.