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mercoledì 12 novembre 2014

Una questione semantica (Pignolerie – ovvero piccole cose dette con enfasi)

Stanotte, seduto sul cesso, mi sono posto grosse domande e ho concepito risposte altrettanto grosse. L'interrogativo principale, una questione che giornalisti e scrittori contemporanei non possono non avere affrontato, è come definire, evitando termini volgari, quelle due fasce di popolazione che stanno pian piano riempiendo il mondo: gli stronzi e i coglioni.

Oggi parliamo del primo tipo. Come definirli altrimenti? Cattivi, prepotenti, marrani, incivili, odiosi?
“Guarda quell'uomo cattivo che guida con prepotenza la sua grossa macchina!”
“Chi? Quello? Io vedo solo uno stronzo.”
Già in passato mi ero chiesto come appellare questa gente senza scendere al loro livello ma dopo aver lanciato qualche “lei è proprio incivile” che usciva già moscio dalla bocca e cadeva a terra sfiorando appena i piedi dello stronzo, mi sono reso conto che era ora di “sdoganare” questo termine aprendogli il paradiso dello Zingarelli e della mia bocca. “Stronzo!” Ecco, l'ho detto. Se le parole servono per comunicare, è meglio non fare gli schizzinosi di fronte ad un termine così comunicativo. Trovo molto più volgari i puntini e i “beep” che coprono ipocritamente l'audio.

Perché non esiste un termine appropriato? Il problema principale è che il linguaggio “ufficiale” fatica a seguire la precipitosa evoluzione della società.

Quando ero ragazzo gli stronzi erano pochi ma era pieno di “teste di cazzo”. Molti di questi sono morti, qualcuno s'è ravveduto ritirandosi in convento; gli altri si sono evoluti quasi tutti in stronzi. Non è che prima non lo fossero: lo sono sempre stati ma non si riuscivano ad esprimere appieno. Adesso, fra mutui e leasing, quasi tutti possono permettersi di comprare un SUV e, finalmente, dar sfogo a tutta la loro stronzaggine.

sabato 8 febbraio 2014

Rivelazioni – terza puntata

Ogni volta che sento parlare di “principio universale” mi viene in mente il big bang e tutte le volte mi viene un brivido al ricordo di quel gran botto. Navigavo nel buio del preuniverso e stavo ciucciando un placenta drink con la cannuccia ventrale quando, all'improvviso mi sentii spingere da forze immani verso una luce che in poche frazioni di secondo si popolò di materia, antimateria, arredi, persone. Non potei trattenere un urlo di stupore: il mondo era nato!

Riassunto delle puntate precedenti. Lei si esibisce nuda ma nessuno la vede. Solo io. Viaggiamo per pianeti alieni alla ricerca di principi o principesse … troviamo solo un vecchio principio solitario nel deserto che ci invita a sopravvivere e riprodurci. Intanto Francesco si beve un mirto.

Sopravvivere è condizione necessaria per vivere, ma non sufficiente. La conservazione garantisce la commestibilità del cibo, non la sua bontà. E' davvero così importante sopravvivere? A tutti i costi? E cos'hanno a che fare il cannonau, l'aria profumata, i sorrisi spontanei, con riproduzione e sopravvivenza?
Le parole del vecchio, che al primo ascolto mi avevano convinto, cominciano a riempirmi di dubbi e domande. Il deserto della mente, che si stava popolando di tenaci propositi di riproduzione, ora mi svela un futuro pieno di bambini piangenti ed affamati …
Non sufficiente dicevo, cosa manca allora? Guardo la verità con aria interrogativa, lei mi sorride, si volta e comincia a camminare, scansando le orde di ragazzini mendicanti un tozzo di pane. Io e il vecchio la seguiamo. Sono scettico, in quel casino è davvero difficile trovare qualcosa, e ho la tentazione di cancellare di nuovo tutto. Uno dei bambini, a differenza degli altri, sembra ben nutrito e ha l'aria contenta; ci sorride e si arrampica su un alto roccione. Ci guarda un istante, poi si volta e fa il gesto di buttarsi giù ma il vecchio con un balzo incredibile lo blocca: “che fai disgraziato! Se ti butti muori, e l'insieme I perde un elemento!” Il ragazzo lo guarda tranquillo. “Lasciami vecchio! Mi son mangiato tutte le scorte di cibo e ora posso solo scegliere se soffrire o morire sazio e io ho già scelto.” “Ma se tutti facessero come te, l'insieme I ...” “Non capisci proprio, testone? Vuoi che parlo come te di questo benedetto insieme I? Guarda che sono anche io un principio universale1: “dato un insieme I e un'azione A sugli elementi di I, e definita una quantità misurabile chiamata benessere B, A è buona se aumenta il valor medio di B sugli elementi dell'insieme I, cattiva se lo riduce, inutile se non lo altera. Io mi sono mangiato tutto il pane aumentando il mio benessere B e ora mi butto così non lo diminuisco.” “E bravo lui, allora chi ha il mal di pancia farebbe una buona azione sparandosi? E il valore della vita?
Già, il valore della vita! Ecco la chiave che permetterà di tenere in equilibrio il vecchio e il ragazzo, il sopravvivere e il vivere bene. Francesco, a quest'ora, starà già bevendo il suo mirto, senza chiedersi se il benessere di I ne tragga giovamento o meno, se il numero di elementi di I possa cambiare, o quanti mirti valga una vita; io, che lo so, ora bevo il mio e ha più gusto: cin!

Note:


1 Ogni volta che sento parlare di “principio universale” mi viene in mente il big bang e tutte le volte mi viene un brivido al ricordo di quel gran botto. Navigavo nel buio del preuniverso e stavo ciucciando un placenta drink con la cannuccia ventrale quando, all'improvviso mi sentii spingere da forze immani verso una luce che in poche frazioni di secondo si popolò di materia, antimateria, arredi, persone. Non potei trattenere un urlo di stupore: il mondo era nato!

giovedì 30 gennaio 2014

Rivelazioni – seconda puntata.

Riassunto della prima puntata. Lei si esibisce nuda ma nessuno la vede. Solo io. Viaggiamo per pianeti alieni alla ricerca di principi o principesse …

Viaggiamo nel deserto della mente andando a ritroso, alla ricerca del primo principio. Eccolo lì, si vede da lontano, circondato dal vuoto. Lo riconosco dall'aspetto rude, vecchio ma dall'aria indistruttibile. Ha superato indenne tre ere glaciali, innumerevoli invasioni barbariche, le sculacciate della nonna: è il principio di conservazione.
Si presenta parlando uno strano gergo: “dato un insieme I e un'azione A sugli elementi di I, A è buona se aumenta il numero di elementi dell'insieme I, cattiva se li riduce, inutile se non ne altera il numero”. Avrebbe potuto parlare chiaro e dire “morire è una cattiva azione, riprodursi è buona, farsi una sega è inutile” ma comunque il suo obiettivo è chiaro: far sopravvivere questo cavolo di I.
Ci spiega che I può essere una cultura o un insieme di esseri umani. Racconta di essere stato mal interpretato da nazionalisti, razzisti o fondamentalisti che volevano limitare l'insieme di riferimento ad una nazione, un'etnia o un credo religioso, nonostante il suo chiaro invito ad allargare l'insieme il più possibile, ad aumentarne gli elementi non solo attraverso la riproduzione ma anche abbattendone i limiti che lo circondano. Per esempio l'insieme di esseri umani maschi del norditalia bianchi e cattolici, può essere allargato con poca fatica, per il bene di tutti, eliminando quattro aggettivi (e zittendo qualche buzzurro – ndr).
Sebbene non sia generalmente riconosciuto come principio universale, riesce sempre a salvarsi da solo, trovando rifugio nelle tradizioni. Infatti le tradizioni diventano tali dopo aver superato una "selezione naturale” e solo quelle che portano i valori della conservazione1, ovviamente, si conservano.
Anche per questo ne parlo. Riproducetevi e spandete il “verbo” così forse anche questo blog si conserverà, che sarebbe frustrante scrivere sapendo che niente arriverà alle generazioni future. Scolpito nel silicio come i castelli di sabbia fino al grande crash globale che, come un'onda, annullerà la memoria e le identità virtuali2 … ma sto divagando. La “verità” mi ha lanciato un'occhiataccia e sta cominciando a rivestirsi … “aspettami cara, torno subito da te”.
Voi direte che il principio di conservazione è naturale e lo seguono istintivamente tutti gli animali, cos'ha l'uomo in più? L'uomo in più ha la capacità di dimenticarsene e la possibilità di scegliere l'autodistruzione. Qualcuno potrebbe anche obiettare che stiamo parlando di pura “sopravvivenza”; non è lecito chiedere qualcosa di più? Tutto vero, per questo c'è il secondo principio che appoggia e completa il primo in un dualismo perfetto. Qual'è? Voi lo sapete? Io sì e la prossima volta ve lo svelerò. Ora potete chiudere la bocca, la sorpresa è rimandata!

Note:

1 I valori della conservazione non sono le date di scadenza. Sto parlando di un'altra cosa. Di spirito vitale e non di ciliege sotto spirito.
2 Controrivoluzione – la caduta del “socialismo retale” dei social network, a metà fra il socialismo reale e quello rettale


sabato 25 gennaio 2014

Rivelazioni – prima puntata.

Oggi doppia rubrica!
Pignolerie – ovvero piccole cose dette con enfasi.
Scienza da bar – dialoghi per l'accademia del barbera.

E' un po' di tempo che ci penso, ve la dico o non ve la dico? So che nessuno di voi la vuole sentire da me perché crede di saperla già; ognuno infatti ne possiede una copia ma quella vera è unica e, per una serie di circostanze, ci crediate o no, è finita proprio qui da me.
Da bambino credevo ciecamente in quello che mi dicevano gli adulti con quelle arie sicure e voci profonde, finché un episodio (il rapimento Moro) mi fece capire che la realtà era complessa e non avevo capito niente: dovevo cancellare tutto e ripartire da zero senza fidarmi più di nessuno. Al liceo il mio atteggiamento era radicalmente cambiato e prendevo appunti solo quando i professori dicevano delle palesi scempiaggini, riuscendo in tal modo a mantenere la mente libera e pura da condizionamenti culturali. E' grazie alla forza di quest'ignoranza caparbiamente conquistata e conservata con ogni cura che sono riuscito a vederla chiaramente, perché lei è semplice e si esibisce nuda davanti a tutti ma per poterla cogliere bisogna avere il cervello perfettamente vuoto.
L'avrete capito, sto parlando della “verità”.
E ora preparatevi! Mettete gli occhiali da sole, che il bagliore della rivelazione potrebbe bruciarvi gli occhi.
Come sempre si comincia dal principio che se comincio dalla fine poi mi tocca fare tutto in retro.
Il principio è un concetto fondamentale su cui tutti concordano, si usa come base comune per i ragionamenti e permette di definire cosa sia giusto o sbagliato. Se i princìpi non fossero condivisi, le discussioni diventerebbero diverbi inconcludenti come dibattiti televisivi - “ho ragione io” “no, ho ragione io” e tutti e due avrebbero ragione, ognuno secondo il suo principio.
Quali sono allora questi princìpi “universali”?
L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Sarebbe allora il lavoro il principio?
Immaginate un pianeta in cui frutti succosissimi pendono dagli alberi, alieni carini ci fanno le carezze e ci nutrono con ciotole piene di leccornie; dovremmo passare quattro ore al giorno a scavare buche e altre quattro a riempirle per essere dei buoni cittadini? Secondo me no. Il lavoro è un ottimo mezzo di organizzazione sociale, una scala per il progresso ma non può essere un principio. Il progresso stesso non è una necessità quando si è in paradiso. In paradiso non si lavora, si va direttamente in pensione.
Liberté, égalité, fraternité – Tutti gli uomini nascono liberi e uguali. Libertà e uguaglianza. Saranno questi allora? Si citano insieme, notate bene, perché da soli non stanno in piedi. Libertà, senza uguaglianza è anarchia, uguaglianza, senza libertà, è schiavitù sociale (formichismo). In estrema sintesi il conflitto capitalismo-comunismo è un tiro alla fune fra questi due concetti. Tutto si regge sul loro delicato equilibrio e siamo da capo: su quale principio si basa questo equilibrio?
Bene, allora, se non sono libertà, uguaglianza, lavoro, progresso, quali sarebbero questi benedetti princìpi universali? Voi li sapete? Io sì e la prossima volta ve li svelerò. Ora potete chiudere la bocca, la sorpresa è rimandata!
Intanto raccolgo scommesse.


giovedì 19 dicembre 2013

Pignolerie – Il calendario perfetto.

Quanta carta sprecata in alto
a sinistra e in basso a destra.
Con il calendario perfetto si
salverebbe anche l'amazzonia 
L'anno prossimo al primo maggio c'è il ponte? E Natale che giorno cade?” Ogni anno diversi kilojoule di energia mentale se ne vanno per calcolare date: divisioni per sette, resti, addizioni … e il riscaldamento di miliardi di meningi sommandosi all'effetto serra, contribuisce ad aumentare il rischio di disastri climatici.
Negli Stati Uniti, hanno cercato di ridimensionare il problema ponendo le festività nazionali in giorni fissi della settimana, tipo il quarto giovedì di novembre ecc.. In questo modo garantiscono il ponte ma, ogni anno, sono costretti a ricalcolare la data. Insomma la coperta è stretta e se la tiri da una parte ti scopri dall'altra.
Eppure la soluzione c'è, semplice ed efficace: basterebbe adottare il “calendario perfetto”.
La teoria del tempo.
Il giorno e l'anno sono legati al periodo di rotazione della terra attorno al suo asse e al periodo dell'orbita terrestre intorno al sole e sono le unità di base del calendario. Un anno solare dura circa 365.25 giorni.
Consideriamo assodata anche la settimana di 7 giorni come ciclo lavorativo, ormai cristallizzata da millenni di sviluppo culturale e sociale; cambiarne la durata costerebbe dure lotte sociali e guerre di religione.
Veniamo al mese. Il periodo dell'orbita lunare è di 27.3 giorni (è il tempo che passa fra due momenti in cui la luna è alla minima distanza dalla terra e la sua attrazione gravitazionale è massima). Il periodo fra due lune piene è invece di 29.5 giorni. Ma il vero ciclo che influenza la vita dell'uomo sulla terra è il ciclo mestruale di 28 giorni circa.
Matematica superiore.
Mettiamo insieme questi numeri in modo razionale usando la matematica superiore (ricordate le tabelline?)
7x4=28
28x13=364=365.25-1.25
Il calendario perfetto.
Nel calendario perfetto ci sono 13 mesi, ognuno di 28 giorni. Comincia sempre un lunedì e finisce sempre la domenica, il 2 di qualsiasi mese di qualsiasi anno sarà sempre un martedì e così via. Se la festa è il 25 aprile o il primo maggio, ci sarà sempre il ponte e se cade il quarto giovedì di novembre sarà sempre il 25 del mese. Il tuo compleanno cadrà sempre lo stesso giorno della settimana e lo festeggerai sempre la domenica più vicina. Le mestruazioni saranno più o meno sempre lo stesso giorno del mese con meno rischi di gravidanze indesiderate e meno divorzi (“ah, oggi è il 20, devo stare attento a come parlo a mia moglie”).
Avanzano 1.25 giorni all'anno. Volete sprecarli? No, si festeggia! Ogni anno ci sarà un giorno festivo extrasettimanale (potrebbe essere il capodanno) e ogni quattro anni la grande festa bisestile.
Rivoluzione a costo zero.
E ora aspetto con velleitaria fiducia il clamore e il passaparola mediatico che questa proposta geniale solleverà, dopodiché si passerà alla petizione con raccolta di firme per realizzare questa rivoluzione a costo zero, salvando famiglie dalla dissoluzione, l'economia dalla crisi e il mondo dal sovrappopolamento e dal riscaldamento globale.

E infine, modestamente, mi metterò paziente ad aspettare il premio nobel per la pace familiare …  

giovedì 5 dicembre 2013

Pignolerie: vuvvuvvu e chiocciolina

Pignolerie – ovvero piccole cose dette con enfasi.
Ricordate il vuvvuvvu? Quello che ora non si dice quasi più perché si dà per scontato? Bene, a me faceva venire ogni volta un brividino di raccapriccio: perché dire vu se è vu doppia? Perché è più breve? Allora, se una lettera vale l'altra, perché non u-u-u che è ancora più breve? Poi, volendolo semplificare, basterebbe usare la matematica: vu doppia+vu doppia+vu doppia=3(vu doppia)=6vu
"6vu", ancora più breve e matematicamente esatto.
Sapete quanta gente ha provato a connettersi ad indirizzi vvv? E non era colpa loro. L'ignoranza vera era di chi li aveva pronunciati male.
Io non ci sono mai cascato. In compenso però, quando un vecchio compagno di liceo mi aveva dettato il suo indirizzo di posta elettronica, avevo scritto “chiocciolina” sull'agenda. E mentre lo scrivevo lui mi guardava strano ma senza dirmi niente. Più tardi ho capito e mi sono un po' vergognato anche se non avevo colpe. Per me quel simbolo era “at” o, in italiano “su”, breve ed esatto. Perché usare quella parola sterminata, mentre tutto intorno le parole venivano accorciate? E perché proprio chiocciolina? Io per esempio, se proprio devo dirlo, in quel simbolo ci vedo uno stronzetto arrotolato o un uovo fritto ma non mi sono mai sognato di dettare “pisani stronzetto crs4 punto it”. Chissà perché … forse suonava male ...

giovedì 14 novembre 2013

Pignolerie - Il mistero della "muntanbaik"

Pignolerie-ovvero piccole cose dette con enfasi, questo è il nome di una "possibile" nuova rubrica di questo blog. In questo primo e forse unico numero, mi occuperò di uno dei principali misteri della lingua italiana, ovvero l'origine dell'orrendo "muntanbaik".
Mio nonno paterno era un glottologo di fama mondiale, esperto in sanscrito, accademico dei lincei ecc. ecc. . Mio padre, pur non avendo fatto studi classici, traduceva Puskin dal russo in rima e risolveva le parole crociate difficili leggendo le sole definizioni orizzontali. Mio figlio Martino ondeggia fra il 3 e il 5 di latino al liceo scientifico. In questa discesa lineare generazionale verso l'ignoranza assoluta, io capito piuttosto in basso. Cionondimeno (parolone) voglio provare a risolvere l'enigma della pronuncia italiana della parola inglese "mountain bike" le misteriose origini dell'arcano "muntanbaik", una questione che mi angoscia da anni.
Faccio qualche ipotesi:
Una lettura alla francese darebbe "muntenbik": ci si avvicina e ci si allontana allo stesso tempo
Il lombardo-piemontese muntagnun per montanaro ha una certa assonanza, e potrebbe essere una concausa dell'evoluzione linguistica in esame
L'ipotesi più probabile è un tentativo di semplificazione linguistica. Leggere mauntin baik, come farebbero gli anglo-americani è faticoso, non parliamo poi del modo "leggi come scrivi" "mountainbike" faticosissimo con tutte quelle vocali. Si sa che basta una vocale per separare due consonanti, allora, per facilitare la pronuncia, 2 vocali su 4 potevano essere elise. Sono rimaste 4 possibilità: muntan, muntin, montan e montin. Durante gli anni 80, con l'emergere delle mtb, si è probabilmente consumata una dura lotta fra queste 4 diciture. In quel periodo, la gente delle diverse fazioni non si capiva finché, grazie a fluttuazioni statistiche e forse anche all'assonanza con "muntagnun", muntan si è imposto per sempre e gli ultimi reduci della montin, montan e muntin baik hanno dovuto cambiare sport.
Ma allora perché "baik"! Se è "muntan" che sia "bik". "Muntanbik", semplice, si dice tutto d'un fiato, sarei disposto anche a dirlo. Ma "muntanbaik" per carità, no, non ci riesco proprio; il cervello mi inibisce le corde vocali. Io che sono preciso ma non amo distinguermi, mi trovo in grave difficoltà. Anche a dire mauntinbaik mi trovo a disagio: sembra di volermi vantare di chissà quale cultura. Allora sussurro un "mntnbaik" quasi inintellegibile. Quando il mio interlocutore chiede conferma: "stai dicendo "muntanbaik"?", io rispondo "all'incirca: il senso è quello" e sono a posto. Ma che fatica!

mercoledì 26 giugno 2013

Philips vs. Brown - una storia di peli

Con questo articolo, vorrei dare il mio contributo, spero decisivo, ad una delle dispute più accese dell'era moderna: Philips vs. Brown. Sto parlando, ovviamente, di rasatura elettrica, e dei due competitors che dominano il mercato almeno da quando i primi peli sono comparsi sul mio mento. Io, dopo averli provati tutti e due circa trent'anni fa, sono diventato un sostenitore della superiorità di Philips. Non ricordavo più però le ragioni specifiche di questa scelta e solo recentemente ho avuto l'occasione di approfondire l'argomento con una lunga sperimentazione.
Tutto ebbe inizio a dicembre 2011, quando scrivendo una letterina a babbo natale, avevo dimenticato di specificare la marca del rasoio. Pensavo non fosse necessario, anche se, guardando la rasatura di babbo natale, qualche dubbio mi sarebbe dovuto venire. Fu così che, buttato finalmente il vecchio Philips ormai ridotto a tosaerba mi ritrovai, dopo decenni, a farmi la barba con un rasoio Brown. La prima sensazione è stata di sollievo. Da alcuni mesi, una sola delle 3 testine del rasoio Philips riusciva ancora a girare mentre le altre due fungevano da grattuggia; qualsiasi rasoio sarebbe stato più confortevole e in particolare lo era il Brown con la sua testina rotonda e carezzevole. I primi problemi sono venuti fuori dopo due o tre rasature. Ho scoperto che il Brown taglia bene i peli corti, mentre quelli più lunghi tende ad evitarli. Non è un problema da poco, perché, se solo dimentichi un singolo pelo, la volta successiva te lo ritrovi più lungo e quindi più resistente alla rasatura e, dopo pochi giorni, rischi di ritrovarti sulla faccia una fauna di peli semidei, praticamente invulnerabili.
Questo problema è particolarmente grave per quelli come me, che si fanno la barba preparando la borsa, la colazione o guidando. Rinunciando allo specchio, siamo costretti ad usare una tecnica di rasatura aleatoria, in cui facendo girare il rasoio sul viso seguendo percorsi casuali, in un tempo ragionevole riusciamo a coprire il 95% circa della superficie pelosa ottenendo così una rasatura statisticamente accettabile. Se, però, quel 5% di peluria non tagliata la volta dopo risulta più resistente, cominciano a crearsi sul viso, soprattutto nelle zone periferiche più spesso risparmiate dall'alea, delle specie di aree protette, di zone franche, di sedi diplomatiche, di luoghi sacri, dove i peli prosperano e crescono indisturbati.
Dopo più di un anno di rasature Brown, mi sono finalmente reso conto che mi erano cresciuti dei peli mostruosi nelle zone periferiche, in mezzo alle guance e sul collo. Peli da 5 cm che beffardamente resistevano ai miei accaniti ma ormai tardivi tentativi di rasatura. Ci avevo messo un anno a notarli, ma da quando me ne ero accorto, me li toccavo in continuazione, tirandoli fino a sentire dolore, li guardavo con orrore allo specchio, sentendomi una specie di mostro selvaggio. Non potevo continuare a farmi dominare e schernire da quegli stupidi peli. La soluzione c'era e la conoscevo bene. E' bastato pronunciare "Philips" che quei peli abnormi hanno smesso di ridere. Philips: con lui i peli più lunghi sono i primi ad essere tagliati, e quelli che scappano ad una rasatura disattenta, la volta dopo non hanno scampo. Sabato mattina mi sono comprato il nuovo rasoio Philips. Ero così contento che non ho letto attentamente le scritte sulla scatola e mi è sfuggita la dicitura "corded shaver" che si traduce con "niente batteria". Ahimé, quando mi raserò sarò legato a quel filo e non mi potrò allontanare a più di un metro dalla presa. Non potrò fare colazione, non potrò guidare, non potrò fare nient'altro che guardarmi allo specchio ... o forse ... pensandoci bene, almeno dovrei riuscire ad arrivare a sedermi sulla tazza ... qualcosa la riuscirò ancora a fare! Che caga.e ...