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sabato 26 luglio 2014

Colpo di scena

Foto e composizione di Francesco
È l'una di notte
d'un lunedì notte
d'una notte
di Luna …
Colpo di scena.

La gattina Schroedinger per gli amici si chiama “Luna”. Come si è arrivati a questo diminutivo?
È facile: Schroedinger – Schroedinguccia – Uccia – Uccella – Cellina – Lina – Luna. Non era chiaro? Anche Uccella non sarebbe stato male …
E intanto Luna passeggia sulla tastiera pigiando tutti i tasti funzionali Fx con effetti strabilianti. Poi mi scambia per un topo e prova a sbranarmi. Che gattina carina!
E ora invece sono la sua mamma. Con le zampette mi stringe il braccio, chiude gli occhi e mi ciuccia la mano, aiutandosi con i dentini, fino a farne uscire latte. Che gattina carina!
È pulitissima. Fa tutte le sue cacchettine enormi nella lettiera poi qualcuna le rimane appiccicata ai peli e la sparge in giro; la guarda, l'annusa e chiede stupita “chi è che ha sporcato?” Che gattina carina!


Oggi il veterinario ci ha rivelato che Luna è un maschio.

venerdì 21 marzo 2014

primavera

Equinozio, dal latino “equino zium” “zio a cavallo”. Ricorda la mitica immagine dello zio Teo a cavallo fra l'inverno e l'estate, e lo sbocciare delle sue prime virilità “primavirilis” (sto provando, forse invano, a competere con la cultura del grande Marianorun).

Stamattina, alle 6 e mezza, sento rumori in casa. Apro gli occhi, vedo che fuori c'è già un po' di luce, decido di alzarmi e scendo in cucina. Dopo 5 minuti, appare Martino raggiante, e comincia a farneticare “è arrivata la primavera, festeggiamo, ...” guardo fuori dalla finestra il cielo plumbeo e, con gli occhi ancora semichiusi dal sonno e la faccia seria gli chiedo “scusa Martino, un'informazione: da chi compri le anfetamine? Non vedi il cielo?” “sì, ma guarda l'albicocco tutto fiorito” “sì che bello, vedo gli uccellini che becchettano nei fiori per mangiare le moschine che mettono i vermetti nelle albicocche che cresceranno tutte marce” “Dai papà, non rovinare tutto, è primavera, usciamo dal letargo: stamattina mi sono fatto persino la doccia”. La doccia! Le pulizie di primavera! Questa sì che è una novità da festeggiare.
Alla fine il suo entusiasmo giovanile ha avuto la meglio sul mio sarcasmo senile. Peccato che il suo fisico non fosse pronto a tutta quell'igiene e stasera gli è venuta un po' di febbre. Comunque grazie Martino! Buona primavera, buon equinozio!


Equinozio, dal felliniano “È qui? No! Zio!” (cit. “amarcord”). Ricorda la mitica immagine dello zio Teo che scappa sulla cima di un albero …  

mercoledì 5 marzo 2014

Il filo

Il filo su cui camminiamo in equilibrio da ragazzi, con gli anni, si intreccia in una tela che ci avvolge comoda e rassicurante, in attesa del grande ragno.

Equilibrio instabile. Io, quando parlo di un fazzoletto, parlo di un pezzetto di stoffa, di un rifugio per ficcanaso, di quell'oggetto misterioso di cui Martino non ha ancora capito la funzione (provate voi a spiegargli perché non si usa la manica). Per Maria invece il fazzoletto è parte di una trama che lega indissolubilmente tutti gli oggetti, le persone e gli avvenimenti che hanno avuto a che fare con lei. Alla domanda “perché hai preso i miei fazzoletti?” potrebbe rispondere con “e tu perché quella volta ...” e, replicando alla mia risposta, riuscirebbe ad allargare ulteriormente l'ambito della questione mettendo in discussione tutto quel mondo e l'equilibrio su cui si regge la mia comoda ragnatela.

La cronaca. Da qualche tempo avevo notato che la grande scorta di fazzoletti che mi ero fatto svuotando il cassetto di mio padre cominciava a scemare.

Oggi ho cercato di risolvere il mistero, andando a rovistare prima nei cassetti dei ragazzi, e finalmente in quelli di Maria. Ed è lì che, con mia sorpresa, ne ho trovati 3 ben sistemati in una scatolina proprio come se fossero stati suoi. Me li prendo, uno lo metto in tasca e infilo gli altri due nel gran mucchio del mio vestiario pulito, in zona “biancheria” (sulle le pendici meridionali del mucchio) e penso “ora glielo dico e chiariamo la situazione”. Sento uno scricchiolio. Il filo si sta tendendo e per evitare il rischio di spezzarlo decido che è meglio tacere e ricomprarli. La tensione cala. Ora la tela mi avvolge comoda.

giovedì 6 febbraio 2014

Capotavola

Ieri notte sono rientrato da Bruxelles. Intanto il maldistomaco è passato alla fase due, quella subdola e turbolenta dei grandi discorsi addominali. A causa sua i principali obiettivi del viaggio sono falliti clamorosamente: i) nessuna corsa nei parchi, ii) neanche una birra. Comunque, anche senza corse e birre, rimane una città interessante che esibisce una “grandeur” quasi napoleonica, manifestazione di gloria di grandi venditori.
Stamattina, a colazione, Maria si è seduta a capotavola. Appena mi ha visto arrivare, si è alzata dicendo: “scusa, quando non c'eri mi sono abituata a sedermi là, è più comodo.” Le rispondo: “Se vuoi, facciamo cambio, per me è lo stesso” “vabbene, allora cambiamo”. 
 PANICO
Così, con una frase buttata lì, ho gettato al vento millenni di lotte, di conquiste, di soprusi prima violenti poi sottili, di tignosa resistenza. Quella sedia è costata al mio genere umiliazioni e sconfitte ma, anche quando il titolo di capofamiglia era ormai perso, quello di capotavola è stato difeso strenuamente con onore e disonore e trasmesso di generazione in generazione dal popolo dei maschi. C'era in gioco il controllo della sedia centrale, posizione strategica nella scacchiera familiare. E io ho detto “per me è lo stesso”!
In fondo però anche il Belgio ha rinunciato al Congo e non se la passa poi così male …

Potrei chiedere che la mia nuova sedia diventi sede del consiglio dell'unione dei sederi e poter dire “la seduta è sciolta – cacca molle – fase due – Bruxelles!” rewind: accosto il cerchio e ne esco in punta dei piedi non fate rumore, forse Maria stasera se ne sarà dimenticata …

sabato 18 gennaio 2014

Buona educazione

Il padre dei miei figli soleva dire:
Smettila di biascicare: tieni la bocca chiusa mentre pensi! Vedi? Stai sputacchiando un bolo di pensieri informi: è disgustoso”
Prima si pensa, poi si parla. Questa è buona educazione.

Diceva anche:
Quando imparerai a fare la cacca che non puzza?”
Smetti di respirare, che stai appannando il parabrezza”


E' anche per questo che i suoi figli lo amano.

mercoledì 11 dicembre 2013

La fase discendente - Per i 50 anni di mio fratello Marco

50 anni, inizia la fase discendente. Detto così sembra brutto ma noi ciclisti sappiamo che non c’è niente di meglio di una bella discesa nel finale.  Allora diciamolo alla “ciclista”: “tranquillo Marco, da qui in avanti è tutta discesa”.
Sai tutto ormai, ora puoi cominciare a dimenticare: lascia che, piano piano, la testa si svuoti.
Hai dato molto ai tuoi figli, ora è arrivato il momento che comincino a restituirti qualcosa: e se non te lo vogliono dare, fai pure i capricci.
Hai lavorato tanto per salire sulla cresta dell’onda, ora surfaci, lasciati trasportare da quest’onda, fin quando non si esaurisce. Ogni giorno, lavora un pochino di meno, così  arrivi gradualmente alla pensione, senza traumi.
Sei uscito più volte dalla tua zona di comfort per renderla più larga e più bella, ora ti ci puoi accomodare tranquillo e godertela tutta, finché non fa la muffetta.

Io? Che c’entro ora io? Ho ben 14 mesi ancora per migliorare i miei primati personali, per far carriera, per rinnovare l'arredamento della mia zona di comfort, per guadagnarmi la gratitudine dei miei figli, e poi basta pedalare, non mi resterà che scendere, dovrò solo stare lì sulla vita e lasciarmi scivolare… oddio … mi sa che farò presto a venir giù da 'sto cavalcavia!

domenica 1 dicembre 2013

Patate dolci

Per cena stavo preparando arrosto di maiale con patate. Francesco faceva lo sguattero tagliando le patate. Quando stavo per infornare, mi ha detto: "oggi però è thanksgiving, avremmo dovuto mangiare le patate dolci americane". "Ah sì? Vuoi le patate dolci? Ecco le tue patate dolci" ho risposto io cospargendo di zucchero le patate con finto furore. "Vorresti anche il tacchino, per caso?? Devo mettere le ali a questo maiale??" E, facendo il pazzo, ho conficcato due ramoscelli di rosmarino nella carne. Francesco era proprio contento e rideva di gusto. Niente male poi il risultato, è stato tutto ingurgitato con gusto.
Un altro modo di dire la stessa cosa:
Ieri mentre preparavo un arrosto con patate, mi è venuta l'ispirazione, e per dare un tocco di delicatezza e nobiltà al volgare tubero, l'ho arricchito con una spolverata di zucchero. All'assaggio si è comportato con pacata signorilità insolita per un maiale, carezzando il palato e scivolando giù delicatamente.
Il principio è sempre quello: "viva la cucina stocastica!".

martedì 5 novembre 2013

Culo pesante

Qualche volta, alzandomi in piedi, ho l'impressione di turbare l'armonia dell'universo ...
A tavola.
"Martino, scusa, puoi alzarti un secondo ... ??? (aria di mistero)???" Martino indugia perplesso; allora aggiungo: "fammi vedere???" Finalmente si alza guardandosi i pantaloni con aria incuriosita. "Ecco, bravo Martino, visto che sei in piedi, puoi prendermi il sale, per favore?"
Non pensavo che potesse funzionare più di una volta ma Martino mi ha sorpreso anche in questo e, nel giro di 3 giorni, sono riuscito ad ingannarlo 2 volte; ora sono sicuro che, se riuscirò a coglierlo sovrappensiero, ci cascherà di nuovo.
La mia non è pigrizia, no.
Se il battito d'ali di una farfalla in Europa può provocare un uragano in Brasile, immaginate quale catastrofe potrebbe accadere se solo provassi ad alzarmi da questa sedia ... nooo, non vale la pena rischiare.  Non è pigrizia, è che non voglio intaccare la fragile armonia dell'universo, non voglio aumentare troppo l'entropia, non voglio uscire da questo minimo di energia potenziale che accoglie maternamente le mie natiche e le tiene appiccicate alla sedia.
E allora, per ovviare agli inconvenienti causati dall'immobilità, cerco di ingannare i miei figli o, extrema ratio, invento nuove ricette. Ho ideato una variante della cucina stocastica (link) che prevede l'utilizzo dei soli ingredienti che puoi raggiungere allungando la mano destra. L'esuberante combinazione "torta ai pinoli con gamberetti in salsa rosa" a cui ho accennato qui (link) ne è solo un esempio: tante altre me ne sono capitate.
Il tempo passa: Maria sta già facendo zapping in salotto, i ragazzi sono nelle loro camere a giocare e io sono ancora qui, a tavola, seduto davanti ai piatti ormai vuoti, con l'ultimo centimetro di vino nel bicchiere.
Non è pigrizia, è uno stato dell'animo: è pesantezza di culo.

venerdì 11 ottobre 2013

In fuga da xfactor

Non sopporto gli show televisivi e in particolare aborro i finti reality, come masterchef o xfactor. Invece Maria li adora, e spesso riesce a corrompere anche i ragazzi, creature innocenti, con pop corn o altri gadget. Io allora mi rifugio in una camera a fare attività alternative, socialmente utili o, più spesso, scelgo la pigra e inutile detenzione.
Ieri iniziava xfactor. Recluso nel mio “studio” davanti al PC, mi son lasciato trascinare da spotify ad ascoltare "the Las Vegas story" dei "Gun Club" e mi sono ricordato di quando, studente a Pisa, ero andato al Tenax di Campi Bisenzio alla periferia di Firenze a vederli in concerto. Ho vaghi ricordi di quella serata: alla stazione un ragazzo canadese mi aveva chiesto:  "Campi Bisenzio?", io gli avevo risposto chiedendo: "Gun Club?" e lui "Yes!" e ci eravamo avviati insieme. Ricordo che il canadese aveva un walkman e per risparmiare le batterie riavvolgeva la cassetta facendola roteare attorno ad una penna. Ricordo che mi aveva regalato una cassetta con "the medicine show" dei "Dream syndicate". Ricordo che ci eravamo comprati un bottiglione da 2 litri di vino bianco super-economico e sorseggiandolo a turno, ce l'eravamo scolato; nonostante non avessi mai studiato inglese, ci capivamo al volo. Ho anche qualche ricordo lampo del concerto, come quando il canadese era salito sul palco riuscendo a chiedere al cantante Jeffrey Lee Pierce "Why are you racist?" prima di essere buttato giù dal servizio d'ordine. Ricordo, alla fine, l'aria fresca della notte e il rombo continuo nelle orecchie interrotto solo dal rumore del passaggio delle auto. Ricordo poi l'autostop per rientrare alla stazione e la coppia dark che ci aveva pietosamente raccolti. Eravamo molto lontani dalle nostre zone di comfort e da xfactor.
Poi quando è finito il disco, ho imbracciato la mia vecchia stratocaster e ho bistrattato "where is my mind" dei Pixies, un altro dei miei gruppi preferiti dell'epoca. Altro che xfactor! Ho cercato di interpretare il significato di quella canzone … forse un criceto che cade zampe all'aria mentre si allena girando nella sua ruota, cadendo si spacca la testa e sogna di correre su sentieri di montagna e nuotare nel mare ... Boh. Poi, spenta la chitarra, ho sentito una stranissima eco: ho aperto la porta e da xfactor risuonava proprio la stessa canzone ... Non è giusto! Quel senso di superiorità su cui si reggeva il piacere del mio esilio è venuto a mancare improvvisamente; il mio disprezzo, così gustoso, si è tramutato in amaro disorientamento. Were is my mind? Fuggendo da xfactor me l'ero ricreato in camera!

PS. Per finire, solo una piccola aggiunta alla lista della terra di mezzo:
Fuori dalla tua zona di comfort a volte trovi la zona di comfort di tua moglie
Fuori dalla zona di comfort è finita la carta igienica e te ne accorgi troppo tardi ...

sabato 17 agosto 2013

Armonie

Fra due settimane c'è il triathlon del lago di Mulargia, ma sono in vacanza e gli allenamenti languono. Nella settimana che ho passato qui a Vervò, in Val di Non, fra le montagne del trentino, ho fatto solo tre "uscite" di poco più di un'ora, due in mtb e una di corsa. Il nuoto? Mi sono informato, ma la piscina più vicina dista più di mezz'ora, non ne vale la pena.
Ma non mi interessa, sono in vacanza e me la godo.  La veranda è fresca, la vista sulle dolomiti di Brenta dopo il tramonto è stupefacente: un raggio rosso spunta dalle cime e solca il cielo, finendo a sbattere su una nuvoletta. Poco dopo appaiono le prime stelle. Oggi sembrano tutte particolarmente tremolanti: questa è la notte di san Lorenzo, la notte delle stelle cadenti, e forse, colte da vertigine, hanno paura di cadere da quelle altezze siderali.
La polenta, nel palato, si armonizza con l'agrodolce del coniglio mentre conversazioni amabili, quasi sottovoce, non interrompono il flusso dei miei pensieri. Il profumo di legno della veranda, evoca situazioni simili del passato con persone che ora non vivono più. Grazie ai tre bicchieri di bonarda dell'oltrepò, il mio sedere collima con il cuscino della poltroncina in un'armonia perfetta.
All'improvviso la conversazione diventa più accesa e mi distoglie dai miei pensieri. "Non veniamo più a mangiare in veranda se questo implica che devi essere sempre tu a lavare i piatti" protesta mia madre. La zia Cristina replica "questa è la mia cucina, io mi ci oriento meglio ". Mi guardo intorno: Maria si guarda dolente le mani screpolate e ogni tanto fa il mio nome, Martino approfitta della confusione per sgattaiolare al piano di sotto, mentre Francesco alza un tovagliolo davanti alla faccia dicendo  "non ci sono per nessuno". Beh, penso, ci provo io anche se so che sarà tutto inutile. Mi diranno: "non ci pensare, tu li hai già lavati ieri a pranzo" oppure "no, Lorenzo, oggi è il tuo onomastico, stai seduto" o "fermo lì, il tuo sedere collima troppo perfettamente con la poltroncina, non rompere l'armonia" ma ci provo lo stesso. "Li lavo io" dico. Due secondi di silenzio, poi la conversazione riprende amabile e l'armonia ritorna perfetta in veranda. Io però sono in cucina con le mani nell'acqua bollente impiastrate dall'altra faccia della polenta. Ogni tanto piove: lo scolapiatti è in alto e nell'atto di metterci un piatto ad asciugare, inevitabilmente, mi sgocciolo addosso. Provo ad usare la mano sinistra come ombrellino con il solo risultato di spezzare le grosse gocce in una miriade di goccioline.  Ho paura di allagare il pavimento e chiedo a Cristina come faccia a non bagnare tutto quando solleva i piatti. Mi fa vedere: prende un piatto e lo tira su tenendolo parallelo alla parete e, quando ha superato l'altezza dello scolapiatti, lo fa rientrare e, solo allora, lo gira nella direzione delle barre reggipiatto. Le gocce cadono tutte nel lavandino. Con una mano sola! Il gesto, semplice e funzionale, riporta una sorta d'armonia anche in cucina; fuori ridono, le stelle cadono nell'aria fresca e profumata; qui, nell'aria umidiccia della cucina, domina l'odore appiccicoso del detersivo e l'armonia è in tono minore, in MI minore. Forse è un blues, il blues del lavapiatti.

lunedì 6 maggio 2013

La pappa è pronta!

Repetita iuvant – le ripetute fanno bene, come dicevo ieri. A proposito di traduzioni fantasiose dal latino, mi è tornato in mente un episodio dell'anno scorso.
All'epoca, papa Ratzinger era ancora saldamente al comando della chiesa cattolica e mio figlio Martino gravemente insufficiente in latino. Come esercizio, gli chiesi di tradurre la seguente frase: "magno cum gaudio, nuntio vobis: habemus papam" immaginando già che l'avrebbe tradotta come: "mangio con gioia e vi annuncio: la pappa è pronta!"
Con un po' di malignità, l'ho instradato:
Io: "qual'è il verbo?"
Martino: "magno?"
Io: "cosa può voler dire magno?"
Martino: "mangio?"
Io: "e quale sarebbe il soggetto?"
Martino: "io, sottinteso".
Io "Potrebbe essere. Continua, prova a vedere se riesci a ottenere una frase di senso compiuto".
E' bastato questo mio piccolo intervento, che poi, tutto da solo, ha ottenuto esattamente la frase che mi aspettavo. Non ho potuto trattenere un perfido sorriso.
Poi, qualche mese dopo, è successo quello che non doveva succedere ma che è successo: il gran fumo nero che usciva dalla cucina degli appartamenti vaticani lasciava intuire che la pappa si era bruciata, una, due, tre, quattro volte. Poi, finalmente il fumo bianco e l'annuncio gioioso: "Habemus papam - La pappa è pronta!"

venerdì 8 marzo 2013

Nonchalance

Ieri mattina, quando Martino doveva uscire a prendere il pullman per andare al liceo, stava piovendo a dirotto. Mi sono alzato dal letto, e l'ho visto che si aggirava per casa alla ricerca di un ombrello. Ho provato ad aiutarlo, ma gli ombrelli, si sa, oggetti amatissimi mentre piove, diventano inutili, ingombanti e fastidiosamente umidicci appena smette e vengono quindi spesso dimenticati con ingratitudine; in tutta casa si sono salvati dall'abbandono, grazie al loro aspetto a forma di animale, solo due ombrellini da bambino.
Quando ho proposto a Martino la scelta fra quello con il manico a forma di titti e l'altro, a forma di rana, si è fatto una bella risata, ha preso la rana e se n'è partito sotto la pioggia, grande e grosso, barbetta incipiente, con l'ombrellino verde che lo copriva a malapena e gli occhi della rana che sporgevano ai due lati svolazzando al vento.
Sono scoppiato a ridere, ma, allo stesso tempo, ho ammirato sinceramente quella sua simpatica nonchalance, che gli permette di fare cose che la paura del ridicolo ci rende impossibili.
A scuola:
"Bell'ombrello, Martino!" (con ironia)
"Grazie"(con nonchalance).

mercoledì 30 gennaio 2013

Io mi e me, eravamo in tre

Velleità: essere un bravo genitore.
Ci provo, con impegno e affetto. I ragazzi sono adorabili, ma hanno molti difetti che non riesco a correggere. Qualche piccolo successo però l'ho ottenuto. Ecco un esempio.
Quando chiedevo a mio figlio Francesco (dodicenne) di prendere una decisione, si scatenava in lui, e in tutta la casa, una gran confusione. Per qualsiasi cosa. Per esempio, alla domanda: "Francesco, per colazione preferisci il the o il latte?" Rispondeva subito "the!" poi, dopo qualche secondo: "anzi no, latte", e, quando ero ormai sulle scale per andare in cucina, sentivo la sua voce: "no, the!". Oppure: "Francesco, vieni?" "Sì ... No ... No No Sì".
Una volta, esasperato, gli ho chiesto: "ma quanti siete la dentro? E perché non vi mettete daccordo prima di parlare?" Allora si sono contati. Sono in tre: io, mi e me. Ora è tutto molto più chiaro, e le risposte sono comprensibili. Per esempio, alla domanda: "Francesco, vieni?" ora risponde: "Io verrei volentieri, ma mi e me preferiscono restare a casa, quindi mi tocca rinunciare." Altre volte accusa i suoi alter-ego di malefatte che lui non avrebbe mai voluto fare ... ma questa è un'altra storia.