Il
corpo umano funziona grazie ad una serie di meccanismi biochimici
regolati per una temperatura di 36-37 gradi. Basta alzare di un grado
la temperatura corporea che una metà della popolazione crolla a
letto. Se poi la temperatura corporea si sposta di 2-3 gradi,
crollano anche le femmine. La temperatura viene mantenuta nel range
ottimale da una serie di meccanismi di regolazione termica. La
regolazione termica di un atleta in corsa è alterata dal fatto che
per ogni watt usato per la spinta, si devono bruciare almeno 4 watt
di carboidrati e i 3W rimanenti si esprimono sotto forma di calore. È
una specie di stufetta interna che ci permette di correre seminudi
mentre la gente normale gira in cappotto.
Alla
fine di una maratona o di un ironman, quando la stufetta si spegne e
le energie rimaste sono davvero poche, mi è capitato spesso di
iniziare a tremare subito dopo il traguardo. Non capita solo a me …
Al
ristoro Fabrice decide di ritirarsi, si siede e comincia a tremare.
Quando si rompe l'equilibrio fra l'interno e l'esterno, fra il nostro
mondo interiore e il mondo esterno, la tensione accumulata si sfoga
in brividi che scuotono la pelle accapponata. Impediscono di compiere
qualsiasi azione che richieda movimento fine ma se ci si abbandona ad
essi, diventano piacevoli; è la nostra stessa pelle che ci abbraccia
per sfogare la tensione e riportare l'equilibrio. Bevo una birra e
aspetto che rispondano con la radio per verificare che non si sia
perso nessuno. Ho il via libera e lascio Fabrice ancora scosso da
brividi avvolto dal telo termico davanti al fuoco. Non aveva mai
fatto tanta strada, oggi ha superato i suoi limiti e al di là ha
trovato brividi d'emozione e sofferenza.
In una
gara lunghissima, soprattutto nella seconda parte, la potenza che si
riesce ad esprimere è limitata; la stufetta interna è quindi molto
meno efficace e basta una pioggia improvvisa e un po' di vento per
lasciarci senza la capacità di ripristinare l'equilibrio termico
anche durante la gara. Diventa allora fondamentale l'abbigliamento.
Innanzitutto dobbiamo portarci appresso abbigliamento adeguato anche
a condizioni impreviste, anche se potrebbe sembrare un peso inutile.
Poi conviene prevenire, coprendosi subito; bisogna essere veloci nel
cambiarsi perché le soste lunghe sono deleterie: i muscoli si
raffreddano e si irrigidiscono, le mani si raffreddano e anche un
gesto banale come tirare su una cerniera o allacciarsi le scarpe può
diventare terribilmente difficile. Ricordatevi che nello zainetto
avete un telo termico, perché, se è facile dimenticare di
mettercelo, è ancora più facile scordarsi di averlo. Altri piccoli
espedienti: espirare dentro gli indumenti aiuta a intrappolare il
fiato caldo; il fiato però è anche umido e potrebbe bagnare i
tessuti. Se resta un minimo di energia, provare ad aumentare un po'
il passo: automaticamente aumenterà anche il calore prodotto. Amate
le salite che vi aiuteranno a scaldarvi e anche i boschi che vi
faranno da coperta. Sappiate anche che non ha senso ritirarsi a meno
che non ci sia un posto ben caldo per farlo. Il calore esterno ci
metterà molto tempo per scaldarvi dentro. Se potete è meglio
continuare; può bastare un cambio d'abito, un miglioramento delle
condizioni atmosferiche o una bella salita per uscire dalla crisi.
Quando,
al 55o km della trans d'havet. il temporale mi aveva
lasciato tremante se avessi trovato un posto caldo mi sarei ritirato
ma avrei fatto male. Ecco una sintesi di quell'esperienza, crisi di
freddo e resurrezione.
![]() |
Al ristoro del rifugio Scalorbi, fisicamente distrutto ma sorridente |
La salita non è finita,
dopo un bel traverso pianeggiante, si scorge, 200 metri più su, il
passo dov'è situato il punto più alto di tutto il percorso. Il
cielo sta brontolando già da un po'. "Fra poco piove"
dico. "E' presto, deve piovere nel pomeriggio" "non
senti i tuoni?" Poco dopo iniziano a cadere grosse gocce che non
fanno presagire niente di buono. Enrico ora è avanti, fatico a
seguirlo. Mi raggiunge Sabrina, con cui avevo fatto un po' di strada
di notte. E' preoccupata. Inizia a diluviare. Ci fermiamo ad infilare
la giacca e cerchiamo di affrettare il passo per arrivare presto al
ristoro in cima. Appena arrivati al passo ci accorgiamo che il
ristoro non è altro che un telo spazzato da un vento terribile,
sotto al quale, insieme ad un'altra decina di persone ammassate per
cercare riparo dalla pioggia, c'è anche Enrico che mi ha aspettato
per decidere cosa fare. Il rifugio Fraccaroli è più su, il percorso
invece scende verso il rifugio Scalorbi non troppo distante.
"Scendiamo" dico, "qui si muore di freddo".
Intanto comincia a grandinare, il sentiero è un torrente ma appena
iniziata la discesa, il vento si placa e capisco che stiamo facendo
la cosa giusta. I muscoli però sono induriti dal freddo e le
articolazioni, dalle ginocchia ai talloni fanno male e mi impediscono
di correre. Dico a Enrico di non aspettarmi e continuo al passo.
Continua a tuonare sempre più forte. … Mi supera Sabrina "abbiamo
fatto bene a scendere" dice. Poi altri; vanno tutti a velocità
doppia rispetto a me ma non riesco proprio ad accelerare. L'acqua
ormai è penetrata sotto la giacca e i piedi ci sono immersi. Il
temporale, per fortuna, sta calando d'intensità ma mi rendo conto di
avere freddo. Guardo le mani, gonfie e rosse, e le scuoto per
riattivare la circolazione. Vedo il rifugio poco lontano ma sono così
lento che impiego un'eternità per raggiungerlo. Il ristoro è un tendone montato a ridosso del rifugio. Mi
faccio servire brodo caldo e lo bevo dalla scodella. Mi aiuta ma
non basta e comincio a tremare. Enrico intanto si è cambiato.
Vado anche io a cambiarmi in una stanzetta del rifugio a nostra
disposizione. La maglietta a maniche lunghe è in un sacchetto di
plastica ancora asciutta. I famosi pantaloni lunghi sono invece
fradici e inutili. Prima di rimettere la giacca cerco di
asciugarne l'interno per evitare di infradiciare subito la maglia
asciutta. Intanto continuo ad essere scosso da brividi. Bevo due
bicchieri di the caldo e aspetto lì al chiuso seduto su una
panca, ma il freddo mi esce da dentro e l'ambiente non è
abbastanza caldo da smaltirlo. Fuori ha quasi smesso di piovere e
provo ad uscire sognando il caldo afoso di poco prima ma l'aria è
ancora quella fresca del dopo-temporale. Intanto stanno arrivando
i primi concorrenti della 40 km. Qualcuno di loro è in
canottiera, fradicio ma, scaldandosi dall'interno con i residui
dell'azione di corsa, non soffre il freddo. Io dentro sono vuoto,
ho solo freddo. Se ci fosse stato un pullman o una tenda calda per
ritirarsi, mi sarei ritirato ma non c'era. Non so quanto tempo ho
passato lì, forse un quarto d'ora, probabilmente di più. …
Provo a ripartire; camminando in salita forse riesco a scaldarmi.
Alzo il bavero della giacca sopra la bocca in modo che il fiato
tiepido resti intrappolato intorno al corpo e riprendo a
camminare. Mancano 26 km al traguardo e sono le 11. Se anche
camminassi per tutto il tempo arriverei entro le 18, in tempo per
l'aereo. Su queste pendenze dolci non soffro tanto e penso quanto
sia meglio camminare ora su questi sentieri piuttosto che di notte
lungo la statale Marradi-Faenza con le macchine che mi sfrecciano
accanto.
Insomma, non me la godo ma ho vissuto di peggio e piano piano comincio anche a scaldarmi. Mi superano ancora diversi concorrenti, quasi tutti della 40 km. Dopo la salita e una ripida discesa, le pendenze si ammorbidiscono, la temperatura interna sale e le gambe, sorprendentemente fanno sempre meno male. Ora che sto tornando vivo, mi rendo conto di avere un sasso nella scarpa e la vescica gonfia ma non mi fermo subito, voglio aspettare di avere meno freddo. Quando finalmente tolgo il sasso dalla scarpa mi sento rinascere e ricomincio a correre. Prima della pisciata faccio ancora almeno un chilometro per trovare il punto più panoramico! Svuoto la vescica e rinasco ancora di più. Appena ripartito mi superano altri 2 della corta, ma ora sono un altro e li seguo a distanza senza difficoltà. I due raggiungono altri che mi avevano superato prima e quando la strada inizia a risalire camminano tutti. Io continuo a correre e li supero di slancio. Sto proprio bene …
Insomma, non me la godo ma ho vissuto di peggio e piano piano comincio anche a scaldarmi. Mi superano ancora diversi concorrenti, quasi tutti della 40 km. Dopo la salita e una ripida discesa, le pendenze si ammorbidiscono, la temperatura interna sale e le gambe, sorprendentemente fanno sempre meno male. Ora che sto tornando vivo, mi rendo conto di avere un sasso nella scarpa e la vescica gonfia ma non mi fermo subito, voglio aspettare di avere meno freddo. Quando finalmente tolgo il sasso dalla scarpa mi sento rinascere e ricomincio a correre. Prima della pisciata faccio ancora almeno un chilometro per trovare il punto più panoramico! Svuoto la vescica e rinasco ancora di più. Appena ripartito mi superano altri 2 della corta, ma ora sono un altro e li seguo a distanza senza difficoltà. I due raggiungono altri che mi avevano superato prima e quando la strada inizia a risalire camminano tutti. Io continuo a correre e li supero di slancio. Sto proprio bene …
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