50%
Per ogni avventura finita bene che possiamo raccontare con la voce profonda o scrivere con i polpastrelli callosi dei sopravvissuti, ce n'è un'altra finita male, che, magari nessuno può più raccontare. Provo a dar voce ad una di queste storie, una che mi ha sfiorato in questo straordinario terribile intreccio che è la vita.
Avevo 5 o 6 anni, non ricordo ma, se proprio volete saperlo e sapete leggere, sta scritto qui sulla pietra. Volevo tornarci al fiume. Da solo. Babbo e mamma l'ultima volta erano stati così noiosi … e lì c'è il fango, … e lì è pericoloso, uffa che barba … potevo tornarci da solo, tanto la strada la conoscevo e per uscire di casa senza essere fermato dal solito :“dove stai andando?” di mamma, bastava trovare una buona scusa. Ho preso il camion dei pompieri, l'ho sporto bene, con le due manine, dal balcone della mia cameretta, l'ho lasciato cadere e mi sono fermato un secondo a guardarlo cadere giù in giardino. Uffa, c'era un signore che mi guardava dalla strada! Mi sorrideva ma scuoteva la testa: “ma che stai facendo” mi ha detto senza parlare; sembrava simpatico; gli ho fatto un sorrisone ma sono diventato tutto rosso, mi aveva beccato e avevo paura che lo dicesse ai miei genitori; i grandi si impicciano sempre e rovinano tutto. Sono scappato dentro ma di nascosto, da dietro la tendina, l'ho visto allontanarsi. Via libera! Parola d'ordine “mi è caduto il camioncino” e, come previsto, mamma m'ha lasciato uscire. E io ho cominciato a correre, non mi tenevo per l'emozione e la contentezza e poi dovevo fare presto prima che si accorgessero e mi potessero fermare.
Non ricordo bene cosa successe quando arrivai al fiume, forse mi ero sporto per recuperare la mia barchetta, forse ero semplicemente scivolato; so solo che improvvisamente mi sono ritrovato in acqua. Ho gridato, chiamato la mamma, pianto ma tutto restava silenzioso ... l'acqua … faceva tanto male … avevo tanta paura … ero tanto solo
Ricordo ancora quel pomeriggio. Ero studente a Pisa e stavo tornando a casa dalla stazione. Ricordo di avere visto quel bimbo che lasciava cadere il gioco e poi si sporgeva a guardarlo, il breve e muto dialogo, le sue guanciotte piene e il bellissimo sorriso, mezzo sfrontato e mezzo timido. Potevo essere io, il timido avventuriero di 15 anni prima. In quel sorriso, così comunicativo, avrei potuto leggere la storia o almeno intuirne il potenziale tragico e cercare di intervenire, di “impicciarmi” per cambiare il corso degli eventi. La lessi invece solo il giorno dopo, sul giornale.
sabato 30 novembre 2013
giovedì 28 novembre 2013
Il cornicione – versione deluxe
Ho accolto con entusiasmo l'invito di Stefano La Cara a contribuire all'e-magazine di triathlon Zona Cambio (http://www.zonacambio.com/ ve lo consiglio: è bello, sembra vero ed è GRATIS). La mia rubrica è intitolata "ho fatto cose che voi umani ..." in cui mi do un po' di arie da sopravvissuto. Per l'occasione, ho riscritto l'episodio della passeggiata sul cornicione riesumando anche un mio vecchio acquarello, un po' pasticciato ma rende l'idea.
Ho fatto cose che voi umani ... – ovvero: come sono arrivato a 48 anni ad affrontare il primo ironman quasi come fosse una passeggiata.
Disclaimer: Non è un programma di allenamento, sono solo esperienze personali e si può, anzi si deve, arrivare ad affrontare un ironman in modo diverso – NON FATE LE RIPETUTE SUL CORNICIONE!
Il senso della sfida, lo spirito di avventura, la voglia di uscire dalla zona di comfort, di provare nuove sensazioni, insomma quell'insieme di qualità che chi non le possiede definisce come “follia” ma che in realtà è solo “curiosità” – quella curiosità che ci spinge ad uscire fuori di testa per vedere cosa c'è ed a rimanerci perché là fuori è bello – sono doti quasi indispensabili per chi vuole affrontare un impegno duro come un ironman. C'è chi se le deve guadagnare forzando la sua natura di amante della vita comoda e chi invece le ha innate. Io, modestamente, “curioso” ci nacqui e, a testimonianza di ciò, vi racconto un episodio della mia infanzia.
Il cornicione. Ho esordito negli sport estremi a 5 anni con un'uscita di alpinismo urbano, uno sport che allora, nel 1970, era praticato solo da ladri di appartamento. All'epoca vivevo a Torino, in un appartamento all'ultimo dei 5 piani di un palazzo di via Saluzzo, vicino alla stazione di Porta Nuova. All'esterno della casa, proprio sotto le nostre finestre, passava il cornicione, una striscia di lamiera larga poco più di mezzo metro, inclinata verso l'esterno per convogliare l'acqua piovana in una canalina orizzontale e poi giù alla gronda. Il cornicione faceva il giro esterno del palazzo, unendo, come una sorta di via ferrata, tutte le finestre lato strada. Nella mia mente di cinquenne "curioso", quella pista sospesa era un passaggio segreto fantastico fra una stanza e l'altra.
Un giorno che i miei genitori erano fuori casa, con mio fratello Claudio che all'epoca aveva 3 anni, decidemmo di provare l'avventura. Per salire sul davanzale bastava una sedia; abbiamo aperto la finestra e con un passo ... hop siamo scesi sul cornicione. Ricordo che non mi sentivo molto a mio agio: l'inclinazione verso l'esterno mi dava l'impressione di poter scivolare giù; vedere la strada 20 metri più in basso e sentire il rumore metallico della lamiera che si deformava sotto il peso dei miei passi mi rendeva inquieto ed esitante; Claudio invece era tranquillo e passo passo si stava avviando verso l'altra finestra. All'improvviso si sentì un urlo agghiacciante. Ero ancora di fronte alla finestra e la baby sitter, che non sapevo fosse in casa (o che forse consideravo una presenza irrilevante), mi aveva visto ed aveva iniziato ad urlare isterica. Urlava così forte che mi sembrava pazza; ricordo che le urlai: “sei una scema!”
La mia prima uscita sportiva finì con un indecoroso ritiro. Dovemmo rientrare e sorbirci una bella sgridata. Non ricordo cosa mi dissero i miei genitori ma furono convincenti e non ci riprovammo più.
Quella baby sitter non è più tornata da noi, credo anzi che abbia cambiato mestiere.
Se ripenso a mio fratello Claudio là fuori, a 3 anni, mi vengono ancora i brividi. Io invece non credo di avere rischiato molto, perché, a modo mio certo, ero stato prudente. Avevo fatto solo 2 o 3 passi. Ancora non lo sapevo ma erano i primi passi verso l'ironman.
Ho fatto cose che voi umani ... – ovvero: come sono arrivato a 48 anni ad affrontare il primo ironman quasi come fosse una passeggiata.
Disclaimer: Non è un programma di allenamento, sono solo esperienze personali e si può, anzi si deve, arrivare ad affrontare un ironman in modo diverso – NON FATE LE RIPETUTE SUL CORNICIONE!
Il senso della sfida, lo spirito di avventura, la voglia di uscire dalla zona di comfort, di provare nuove sensazioni, insomma quell'insieme di qualità che chi non le possiede definisce come “follia” ma che in realtà è solo “curiosità” – quella curiosità che ci spinge ad uscire fuori di testa per vedere cosa c'è ed a rimanerci perché là fuori è bello – sono doti quasi indispensabili per chi vuole affrontare un impegno duro come un ironman. C'è chi se le deve guadagnare forzando la sua natura di amante della vita comoda e chi invece le ha innate. Io, modestamente, “curioso” ci nacqui e, a testimonianza di ciò, vi racconto un episodio della mia infanzia.
Il cornicione. Ho esordito negli sport estremi a 5 anni con un'uscita di alpinismo urbano, uno sport che allora, nel 1970, era praticato solo da ladri di appartamento. All'epoca vivevo a Torino, in un appartamento all'ultimo dei 5 piani di un palazzo di via Saluzzo, vicino alla stazione di Porta Nuova. All'esterno della casa, proprio sotto le nostre finestre, passava il cornicione, una striscia di lamiera larga poco più di mezzo metro, inclinata verso l'esterno per convogliare l'acqua piovana in una canalina orizzontale e poi giù alla gronda. Il cornicione faceva il giro esterno del palazzo, unendo, come una sorta di via ferrata, tutte le finestre lato strada. Nella mia mente di cinquenne "curioso", quella pista sospesa era un passaggio segreto fantastico fra una stanza e l'altra.
Un giorno che i miei genitori erano fuori casa, con mio fratello Claudio che all'epoca aveva 3 anni, decidemmo di provare l'avventura. Per salire sul davanzale bastava una sedia; abbiamo aperto la finestra e con un passo ... hop siamo scesi sul cornicione. Ricordo che non mi sentivo molto a mio agio: l'inclinazione verso l'esterno mi dava l'impressione di poter scivolare giù; vedere la strada 20 metri più in basso e sentire il rumore metallico della lamiera che si deformava sotto il peso dei miei passi mi rendeva inquieto ed esitante; Claudio invece era tranquillo e passo passo si stava avviando verso l'altra finestra. All'improvviso si sentì un urlo agghiacciante. Ero ancora di fronte alla finestra e la baby sitter, che non sapevo fosse in casa (o che forse consideravo una presenza irrilevante), mi aveva visto ed aveva iniziato ad urlare isterica. Urlava così forte che mi sembrava pazza; ricordo che le urlai: “sei una scema!”
La mia prima uscita sportiva finì con un indecoroso ritiro. Dovemmo rientrare e sorbirci una bella sgridata. Non ricordo cosa mi dissero i miei genitori ma furono convincenti e non ci riprovammo più.
Quella baby sitter non è più tornata da noi, credo anzi che abbia cambiato mestiere.
Se ripenso a mio fratello Claudio là fuori, a 3 anni, mi vengono ancora i brividi. Io invece non credo di avere rischiato molto, perché, a modo mio certo, ero stato prudente. Avevo fatto solo 2 o 3 passi. Ancora non lo sapevo ma erano i primi passi verso l'ironman.
martedì 26 novembre 2013
Ricomincio da 21
"Da zero! Ricominci da zero!" direbbe Lello.
"Nossignore, da 21; ricomincio da ... cioè, ho fatto 21 cose buone nella vita, perché dovrei perdere pure queste?" replicherebbe Gaetano (il grande Massimo Troisi).
Io, a dire il vero, 21 cose buone non le ricordo, forse al più discrete … stavo solo parlando di chilometri.
In mancanza di stimoli “interni” che mi spingano a ricominciare a correre (gli stimoli interni, in questo periodo mi fanno fare tutt'altro: roba grossa), ho deciso di cercarli da fuori iscrivendomi alla mezza di Cagliari di domenica prossima. Mi ha convinto il gran numero di iscritti, forse più di mille, e l'idea di mettermi in mezzo, al centro geometrico della folla, per confondermi fra la gente e lasciarmi trascinare.
E' lo spirito della pecora, che si sente sicura solo se circondata da altre pecore succulente. Forse c'è rimasto quell'atavico istinto di conservazione, quell'antieroico "non spingete scappiamo anche noi". Forse invece è ricordo gioioso della gara più affollata e più bella della nostra esistenza, l'unica che abbiamo vinto, quando eravamo un branco di piccoli spermatozoi. Sia quel che sia, spero di ritrovarlo quello spirito, lo stesso che da bambino mi spingeva a infilarmi nella folla della stratorino, correrla tutta senza allenamento, passare i 3-4 giorni successivi senza quasi riuscire a camminare per i dolori muscolari e ripresentarmi alla partenza l'anno dopo, rigorosamente senza allenamento. "Adesso che son grande, ringrazio il Signore mi è passato ogni disturbo senza bisogno neanche del dottore" ed ho previsto ben tre allenamenti per prepararmi al meglio. Tre corsette per riesumare i miei muscoli e farli uscire dal coma. "Alzati e corri", il miracolo di Lazzaro si rinnoverà, moderno e dinamico, quasi futurista. Domenica riparto, "cioè, se ti sto dicendo che parto, parto... e poi me ne vaco Rafè, nu ci'a faccio cchiù! Cioè, chell ch’è stato è stato... basta, ricomincio da 21".
"Nossignore, da 21; ricomincio da ... cioè, ho fatto 21 cose buone nella vita, perché dovrei perdere pure queste?" replicherebbe Gaetano (il grande Massimo Troisi).
Io, a dire il vero, 21 cose buone non le ricordo, forse al più discrete … stavo solo parlando di chilometri.
In mancanza di stimoli “interni” che mi spingano a ricominciare a correre (gli stimoli interni, in questo periodo mi fanno fare tutt'altro: roba grossa), ho deciso di cercarli da fuori iscrivendomi alla mezza di Cagliari di domenica prossima. Mi ha convinto il gran numero di iscritti, forse più di mille, e l'idea di mettermi in mezzo, al centro geometrico della folla, per confondermi fra la gente e lasciarmi trascinare.
E' lo spirito della pecora, che si sente sicura solo se circondata da altre pecore succulente. Forse c'è rimasto quell'atavico istinto di conservazione, quell'antieroico "non spingete scappiamo anche noi". Forse invece è ricordo gioioso della gara più affollata e più bella della nostra esistenza, l'unica che abbiamo vinto, quando eravamo un branco di piccoli spermatozoi. Sia quel che sia, spero di ritrovarlo quello spirito, lo stesso che da bambino mi spingeva a infilarmi nella folla della stratorino, correrla tutta senza allenamento, passare i 3-4 giorni successivi senza quasi riuscire a camminare per i dolori muscolari e ripresentarmi alla partenza l'anno dopo, rigorosamente senza allenamento. "Adesso che son grande, ringrazio il Signore mi è passato ogni disturbo senza bisogno neanche del dottore" ed ho previsto ben tre allenamenti per prepararmi al meglio. Tre corsette per riesumare i miei muscoli e farli uscire dal coma. "Alzati e corri", il miracolo di Lazzaro si rinnoverà, moderno e dinamico, quasi futurista. Domenica riparto, "cioè, se ti sto dicendo che parto, parto... e poi me ne vaco Rafè, nu ci'a faccio cchiù! Cioè, chell ch’è stato è stato... basta, ricomincio da 21".
domenica 24 novembre 2013
Meteossessione
Sarebbe bello conoscere il futuro ... o forse no. Il passato è pieno di esperienze istruttive, di giornate di sole, di bei ricordi; il futuro invece è solo pieno di cose da evitare, incombe su di noi minaccioso. La paura, che è uno dei protagonisti della società in cui viviamo, trae linfa vitale dalle previsioni funeste o presunte tali. C'è la morte che ci aspetta, certo ma soprattutto tanta e tanta pioggia.
“Stasera avrei voluto andare al cinema ma ho visto le previsioni e con questo tempo mi sa che resterò a casa” “Portati un ombrello e vacci lo stesso” suggerisco io. “L'ombrello lo avrei, ho anche un bell'ombrellone grande ma col vento che ci sarà la vedo dura”.
Le previsioni meteo sono solo estrapolazioni modellistiche della situazione attuale e di quelle passate. Sempre più spesso però, sono presentate e considerate come realtà di fatto. Non si dice più “per domenica è prevista pioggia” ma “domenica piove”. Non si usa neanche il futuro che potrebbe far balenare dei dubbi in chi ascolta. La sicurezza diventa totale quando il clima si manifesta nei suoi aspetti negativi: “domenica piove, c'è vento, troppo caldo, troppo freddo ...” e viene usata come scusa per rinunciare a uscire, fare, vedere, vivere; è una trappola mortale per chi avrebbe bisogno di motivazioni, un ergastolo autoinflitto per evitare terribili goccioline. La paura di bagnarci ci fa restare rintanati nel buco come merde in attesa dello sciacquone.
Anch'io guardo regolarmente le previsioni meteo ma ho imparato a interpretarle bene: quando c'è scritto 80% probabilità di pioggia, in realtà vuol dire 20 probabilità su cento di sole. E non me ne lascio sfuggire neanche una di queste splendide probabilità!
“Stasera avrei voluto andare al cinema ma ho visto le previsioni e con questo tempo mi sa che resterò a casa” “Portati un ombrello e vacci lo stesso” suggerisco io. “L'ombrello lo avrei, ho anche un bell'ombrellone grande ma col vento che ci sarà la vedo dura”.
Le previsioni meteo sono solo estrapolazioni modellistiche della situazione attuale e di quelle passate. Sempre più spesso però, sono presentate e considerate come realtà di fatto. Non si dice più “per domenica è prevista pioggia” ma “domenica piove”. Non si usa neanche il futuro che potrebbe far balenare dei dubbi in chi ascolta. La sicurezza diventa totale quando il clima si manifesta nei suoi aspetti negativi: “domenica piove, c'è vento, troppo caldo, troppo freddo ...” e viene usata come scusa per rinunciare a uscire, fare, vedere, vivere; è una trappola mortale per chi avrebbe bisogno di motivazioni, un ergastolo autoinflitto per evitare terribili goccioline. La paura di bagnarci ci fa restare rintanati nel buco come merde in attesa dello sciacquone.
Anch'io guardo regolarmente le previsioni meteo ma ho imparato a interpretarle bene: quando c'è scritto 80% probabilità di pioggia, in realtà vuol dire 20 probabilità su cento di sole. E non me ne lascio sfuggire neanche una di queste splendide probabilità!
venerdì 22 novembre 2013
Roba grossa
Questa la voglio raccontare. Mi dispiace per voi ma in fondo questo blog è un diario e non posso non riportare la cosa più bella che mi è successa oggi.
Una cagata a Porcili Marriu.
Piove. Anche oggi. Ed è una pioggia continua, noiosa, più torinese che sarda. Verso le 3 del pomeriggio, dalle finestre dell'ufficio penetra finalmente un po' di chiarore. Dovrei andare in bagno ma ho paura di perdere l'attimo e mi fiondo nello spogliatoio, mi cambio, inforco la mtb ed esco.
A 150 metri dal CRS4, comincia una sterrata forestale che si inoltra subito nel bosco cominciando a risalire il monte lungo una bella dorsale panoramica. Il bosco bagnato profuma di bosco bagnato. Salgo con calma godendomi l'uscita insperata. In breve, intorno ai 400m di quota, la strada arriva su una splendida selletta poco sotto punta “Porcili Marriu” e finalmente spiana. Esco dalla strada per inoltrarmi su tracce di sentiero nel boschetto ma finiscono presto. Mentre scendo dalla bici per girarla e tornare sulla forestale, arriva l'ispirazione. E' roba grossa. Mollo la bici, lascio cadere casco e occhiali e mi addentro velocemente nel boschetto. Ho la salopette da ciclista e per fare quello che sto per fare devo togliermi quasi tutto. Via la giacca, via maglia e canottiera, butto i guanti a terra, tiro giù la salopette e finalmente mi accomodo. Sono seminudo immerso nella natura, mi sento selvatico, quasi parte dell'ambiente. Il cielo comincia a brontolare minaccioso ma in un attimo ho fatto, rapidissimo e lei è lì, sotto di me, monumentale. Senza fretta mi alzo e la contemplo con soddisfazione: se ne sta lì, accoccolata come un gattino che dorme; forse la mia migliore espressione corporale degli ultimi tempi. A malincuore copro il mio capolavoro con una grossa pietra. Mentre mi rivesto comincia a piovere devo rinunciare a salire oltre ma sono già completamente soddisfatto e comincio a scendere. Cosa vuoi di più dalla vita? Cosa c'è meglio di una splendida cagata a Porcili Marriu?
Una cagata a Porcili Marriu.
Piove. Anche oggi. Ed è una pioggia continua, noiosa, più torinese che sarda. Verso le 3 del pomeriggio, dalle finestre dell'ufficio penetra finalmente un po' di chiarore. Dovrei andare in bagno ma ho paura di perdere l'attimo e mi fiondo nello spogliatoio, mi cambio, inforco la mtb ed esco.
A 150 metri dal CRS4, comincia una sterrata forestale che si inoltra subito nel bosco cominciando a risalire il monte lungo una bella dorsale panoramica. Il bosco bagnato profuma di bosco bagnato. Salgo con calma godendomi l'uscita insperata. In breve, intorno ai 400m di quota, la strada arriva su una splendida selletta poco sotto punta “Porcili Marriu” e finalmente spiana. Esco dalla strada per inoltrarmi su tracce di sentiero nel boschetto ma finiscono presto. Mentre scendo dalla bici per girarla e tornare sulla forestale, arriva l'ispirazione. E' roba grossa. Mollo la bici, lascio cadere casco e occhiali e mi addentro velocemente nel boschetto. Ho la salopette da ciclista e per fare quello che sto per fare devo togliermi quasi tutto. Via la giacca, via maglia e canottiera, butto i guanti a terra, tiro giù la salopette e finalmente mi accomodo. Sono seminudo immerso nella natura, mi sento selvatico, quasi parte dell'ambiente. Il cielo comincia a brontolare minaccioso ma in un attimo ho fatto, rapidissimo e lei è lì, sotto di me, monumentale. Senza fretta mi alzo e la contemplo con soddisfazione: se ne sta lì, accoccolata come un gattino che dorme; forse la mia migliore espressione corporale degli ultimi tempi. A malincuore copro il mio capolavoro con una grossa pietra. Mentre mi rivesto comincia a piovere devo rinunciare a salire oltre ma sono già completamente soddisfatto e comincio a scendere. Cosa vuoi di più dalla vita? Cosa c'è meglio di una splendida cagata a Porcili Marriu?
giovedì 21 novembre 2013
Forze della natura
Non respirare che fai la nebbiolina; non mangiare l'insalata che è brava e con le foglioline assorbe energia solare e CO2; fai come me: tingiti i capelli di bianco che così la riflettività del pianeta aumenta e si scalda di meno; resta in poltrona che spostarsi è fatica, fatica è energia, energia è CO2. O se proprio ci tieni a respirare, a mangiare, ai tuoi capelli corvini e a muoverti, quando ti sposti cerca almeno di evitare di portarti appresso una tonnellata di ferraglia, quando mangi cerca di evitare cibo che ha fatto il giro del mondo, quando hai freddo metti la maglia e spegni la stufa.
Il calore e soprattutto la CO2 che immettiamo nell'ambiente contribuiscono ad aumentare l'energia del sistema “terra atmosfera”. Energia sotto forma di calore, si trasforma in energia meccanica del vento, che nasce fra gradienti termici, nel cambio di fase dell'evaporazione dell'acqua, in fenomeni meteorologici. La percepiamo nel vento impetuoso, nelle valanghe d'acqua che ci sommergono sempre più forti, sempre più distruttivi. Ma quella forza distruttiva la alimentiamo anche noi con l'energia e la CO2 che immettiamo nell'ambiente spostandoci, riscaldandoci o mangiando un gelato.
Non prendiamocela sempre con i politici. Siamo anche noi che abbiamo soffiato su quel vento o alimentato quell'acqua che ha tirato giù il ponte. Proviamo allora a cambiare qualcosa cominciando da noi.
Consideriamo per esempio quell'oggetto con due ruote che teniamo nella teca di cristallo e che ci affanniamo a raggiungere dopo il lavoro correndo in macchina. Cerchiamo di snebbiare la vista offuscata dalla passione. La bicicletta, in fondo in fondo, è un mezzo di trasporto. So che vi sembrerà offensivo ma è proprio così: sposta il nostro culo dal punto A al punto B è quindi solo un fottutissimo mezzo di trasporto. Proviamo allora ad usarla come tale.
Io ci sto pensando seriamente. Sarebbe un segno di rispetto per le vittime dei recenti nubifragi e soprattutto per questo bellissimo pianeta.
Il calore e soprattutto la CO2 che immettiamo nell'ambiente contribuiscono ad aumentare l'energia del sistema “terra atmosfera”. Energia sotto forma di calore, si trasforma in energia meccanica del vento, che nasce fra gradienti termici, nel cambio di fase dell'evaporazione dell'acqua, in fenomeni meteorologici. La percepiamo nel vento impetuoso, nelle valanghe d'acqua che ci sommergono sempre più forti, sempre più distruttivi. Ma quella forza distruttiva la alimentiamo anche noi con l'energia e la CO2 che immettiamo nell'ambiente spostandoci, riscaldandoci o mangiando un gelato.
Non prendiamocela sempre con i politici. Siamo anche noi che abbiamo soffiato su quel vento o alimentato quell'acqua che ha tirato giù il ponte. Proviamo allora a cambiare qualcosa cominciando da noi.
Consideriamo per esempio quell'oggetto con due ruote che teniamo nella teca di cristallo e che ci affanniamo a raggiungere dopo il lavoro correndo in macchina. Cerchiamo di snebbiare la vista offuscata dalla passione. La bicicletta, in fondo in fondo, è un mezzo di trasporto. So che vi sembrerà offensivo ma è proprio così: sposta il nostro culo dal punto A al punto B è quindi solo un fottutissimo mezzo di trasporto. Proviamo allora ad usarla come tale.
Io ci sto pensando seriamente. Sarebbe un segno di rispetto per le vittime dei recenti nubifragi e soprattutto per questo bellissimo pianeta.
martedì 19 novembre 2013
Il segno
Fiacca, stanchezza, jet lag all'intestino. A New York Maria si è preoccupata perché sono andato a correre solo 2 volte in una settimana. Anch'io un po' mi preoccupo. Per non uscire a correre cerco scuse come Francesco quando non vuole andare a scuola: lo zaino è troppo pesante, la professoressa mi bullizza, ieri abbiamo bullizzato i bidelli percui oggi faranno sicuramente sciopero e non ci faranno entrare, c'è freddo, sono stanco, ho mal di pancia ... la strada è troppo dura, il pantaloncino non si intona con la maglietta, le miglia sono troppo lunghe, gli scoiattoli mi faranno inciampare ... quando me lo dice lui non attacca ma se me lo dico io da solo ci casco sempre.
Forse avrei bisogno di essere trascinato da qualcuno, di avere delle tabelle da seguire, di una maestra che mi dia le note o di un padre che non creda alle mie scuse ma forse, più semplicemente, ho solo bisogno di un altro po' di riposo. Intanto fuori vanno tutti come treni, le mezze sono gioiosamente affollate, la gente corre e si diverte.
Io invece aspetto: un segnale dalle gambe o un segno. Stasera, dopo una giornata davvero buia e tempestosa, tornando a casa in macchina, ho visto un arcobaleno lunare. Non mi era mai capitato: era flebile e i colori si percepivano appena ma la sorpresa e la meraviglia mi hanno fatto trasalire; quando, arrivato a casa di corsa, sono uscito con Francesco per farglielo vedere, era già sparito. Era solo per me. Un segno dal cielo. Lo dovevo solo interpretare. Un arcobaleno, la luna. Forse era in codice. Freccia, balena, notte. Cavoli, non si capisce niente. Ora tuona di nuovo, la palpebra scende e il mio segno è ormai sparito per sempre incompreso e inutile. Domani pioverà, l'asfalto sarà troppo duro e la testa troppo molle per correre. Dovrò aspettare il prossimo segno, sperando che sia più chiaro.
Forse avrei bisogno di essere trascinato da qualcuno, di avere delle tabelle da seguire, di una maestra che mi dia le note o di un padre che non creda alle mie scuse ma forse, più semplicemente, ho solo bisogno di un altro po' di riposo. Intanto fuori vanno tutti come treni, le mezze sono gioiosamente affollate, la gente corre e si diverte.
Io invece aspetto: un segnale dalle gambe o un segno. Stasera, dopo una giornata davvero buia e tempestosa, tornando a casa in macchina, ho visto un arcobaleno lunare. Non mi era mai capitato: era flebile e i colori si percepivano appena ma la sorpresa e la meraviglia mi hanno fatto trasalire; quando, arrivato a casa di corsa, sono uscito con Francesco per farglielo vedere, era già sparito. Era solo per me. Un segno dal cielo. Lo dovevo solo interpretare. Un arcobaleno, la luna. Forse era in codice. Freccia, balena, notte. Cavoli, non si capisce niente. Ora tuona di nuovo, la palpebra scende e il mio segno è ormai sparito per sempre incompreso e inutile. Domani pioverà, l'asfalto sarà troppo duro e la testa troppo molle per correre. Dovrò aspettare il prossimo segno, sperando che sia più chiaro.
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