Oggi doveva essere la “giornata mondiale del limite di
velocità”. Non c’è altra spiegazione: non ho mai visto così
tanto rispetto per quei cartelli tristi e sparati, spesso orfani,
abbandonati dopo la fine di lavori stradali. Venendo al lavoro, ho incontrato ben 3
auto diverse che andavano, con tutta la fila dietro, alla velocità
segnata sul cartello, proprio come se quei numeri fossero messi lì
sul serio! 50? Ma come hanno fatto a crederci? Pazzesco!
Dai, forse
però, un giorno all’anno si può fare o, almeno, ci si può
provare.
mercoledì 29 gennaio 2020
martedì 10 dicembre 2019
Trail delle miniere - 46 km e 50 selfie di dislivello.
![]() | |
| Le due scope e l'atleta - foto di Agnese Casu |
![]() | ||
| Sa macchina becia |
200 metri dopo,
Agnese si ferma in preda dal panico. “Non trovo il cellulare!”
Senza cellulare, impossibile fare i 50 selfie previsti. Io invece ho
scordato il gps con la traccia registrata ecc. Meno male che oggi
siamo due scope, perché in due riusciamo a completare un cervello
normale. Comunque, il suo cellulare salta fuori, il mio gps no.
Pazienza. Andiamo, che gli atleti sono in fuga!
Attraversiamo la
strada asfaltata all’inseguimento di Priamo e Francesca che
raggiungiamo poco dopo. Inizia la prima salita e ad un bivio mancano
i nastri segnaletici. Priamo ha la traccia e lo seguiamo. Dopo
qualche centinaio di metri, i nastri riprendono. Ne stacco due metà
e scendo a metterli dove mancavano, per quelli della 30 che devono
ancora passare da lì. L’operazione mi fa perdere una decina di
minuti e devo correre all’inseguimento. Raggiungo Francesca ed
Agnese poco prima di sa macchina becia – imponente edificio
minerario che, sia pure in rovina, porta i segni della prosperità
passata – giusto in tempo per spararci i primi selfie. Priamo,
intanto, è partito in fuga e lo rivedremo solo al traguardo. “Noi
siamo le scope, lei è l’atleta”. Il percorso alterna lunghi
tratti di strade minerarie, dove avanziamo con una corsa molto
tranquilla, a brevi intermezzi su sentieri pietrosi e ripidissime
tagliafuoco dove si procede con estrema lentezza. Ho tempo di
guardarmi intorno, scendendo anche nei particolari: i funghi, le
pietre … . I funghi non li raccolgo, perché non sarebbe stato
professionale partire col cestino. Le pietre, invece, entrano bene
nel mio zainetto da trailer-scopa e la discesa di monte san Giovanni
ora ha tre pietre in meno e io ho tre pietre in più.
Mi fermo a parlare
con volontari e organizzatori: prima con Aldo, poi bevo una birra con
Carlo, poi due chiacchiere con Stefano. Il paesaggio collinare offre
viste stupende sulla costa dell’iglesiente, da sant’Antioco a
Masua, ed è costellato di rovine, insieme maestose e terribili nel
loro aspetto post-apocalittico, resti di una crisi che come una
guerra ha lasciato cumuli di detriti. Sono vestigia di un’economia
che ha devastato il territorio sia pure con qualche suggestione di
grandezza che si vuole valorizzare come “archeologia mineraria”.
Quest’aria post-industriale mi affascina e disturba al tempo stesso
e mi appare come un’enorme cicatrice lasciata dall’uomo sul
territorio. Dopo il 30esimo km, si arriva alla salita più
importante. Ora si va in montagna. Il bosco ci avvolge piacevolmente
e le rovine, presenti anche qui, sono ormai parte del bosco; qui la
natura sta completando il suo ciclo, riprendendosi gli spazi e mi fa
sentire più a mio agio.
La salita è lunga e
a tratti anche dura. Guardo Francesca; è a pezzi ma i suoi pezzi
continuano ad avanzare. Mi guardo in tasca cercando, senza successo,
le chiavi del cancello orario delle 15:30. Ne parlo con Agnese, la
dobbiamo fare arrivare: ce la può fare sia pure oltre il tempo
massimo. Sguardo fisso al gps che ho dimenticato in auto pochi selfie
e … marciare! Al cancello abbiamo più di mezz’ora di ritardo. I
volontari non sanno bene come agire e intanto lei è già ripartita.
Cosa facciamo? È già partita. Eh già. Non vi preoccupate, mi
prendo io la responsabilità.
E mentre Francesca
si spegne, Agnese si accende. La radio trasmette canzoni italiane con
la voce di
Agnese, sempre più euforica. La sua energia inesauribile
non può esplodere in una corsa veloce ma le esce da tutti i pori e
le si spande intorno, trasmettendo allegria. In due, oltre a fare un
cervello, facciamo il servizio scopa perfetto, sicuro ed accogliente.
Si va avanti fra qualche selfie e un paio di trallallero, con lo
sguardo fisso al gps che ho dimenticato in auto. Passando accanto al
poligono sentiamo prima i botti degli spari e l’odore dalla polvere
da sparo, poi i fischi dei proiettili. La radio interrompe la musica
per trasmettere un comunicato importante: “Non ci sparate!” E
parte la tregua. Francesca continua ad avanzare ma somiglia sempre
più ad uno zombie; per fortuna è vegetariana e non ci fa paura.
Intanto il sole tramonta, il tramonto finisce in una pozzanghera e
poco dopo siamo arrivati. Sono già andati quasi tutti via, ma i
pochi rimasti ci riservano un’accoglienza regale.
Qui, in fondo al
gruppo, non si fa solo il percorso di gara. È come quando da ragazzi
ci si rifugiava nei sedili dietro del pullman per far casino lontano
dagli sguardi dell’autista; qui le occhiate storte e i mormorii di
disapprovazione delle madame sedute nelle prime file arrivano
attutite. Il sedile dietro arriva per ultimo ma arriva, viaggiando
con leggerezza e poco meno di 10 ore di trail sono volate via così,
come una canzone. Grazie Stefano, Luigi, Carlo e tutti gli altri per
aver organizzato questa bella manifestazione e per avermi invitato a
farne parte. Grazie Agnese e Francesca per la splendida compagnia.
Spero che l’anno prossimo riusciremo a replicare con questa stessa
formazione. Nei selfie c’è ancora spazio per un paio di facce …
chi si unisce a noi?
giovedì 14 novembre 2019
Buoni e cattivi
I cattivi sono gli egoisti, i paurosi,
i rancorosi e il colesterolo LDL; i buoni invece sono gli altruisti,
i generosi e il colesterolo HDL.
Tutto il dibattito su buoni e buonisti,
su dove si trovino i confini dell’altruismo e se difenderli col
filo spinato, sulle diete ipo e iper, sulle vene che si otturano e i
coglioni che si riempiono si può ridurre ad un semplice principio
etico: “se il colesterolo buono supera quello cattivo, si muore lo
stesso ma si va in paradiso”.
lunedì 11 novembre 2019
Corri Molentargius - Una bellissima giornata di pioggia.
![]() |
| Foto di Sonia Siddi |
Per uscire dalla
“zona notte” sono costretto ad aggrapparmi alla ringhiera delle
scale. Ho anche mal di gola e mi cola il naso. Forse farei meglio a
restare in zona notte ad aspettare il prossimo tramonto ma lì fuori,
in zona giorno, ci sarà “una bellissima giornata di sole, di
sport, di festa …”.
2019
Domenica mattina,
alle 6:30 ho già lasciato la “zona notte” per un viaggio di sola
andata. Non sono ancora iscritto alla “corri Molentargius” e non
so se farlo. C’è allerta meteo e, per vedere quanto le prospettive
di pioggia fossero probabili, mi sono messo davanti al computer ad
osservare macchie gialle che si allargano su mappe satellitari. Poi,
appurato che la pioggia sarebbe stata una certezza, dovevo decidere
se mi andasse di correre sotto la pioggia. Ho immaginato i piedi che
entrano nelle pozzanghere, il fango che schizza e la fresca acqua
piovana che scorre sulla pelle penetrando attraverso i vestiti … e
ho deciso di partecipare. “Sarà una bellissima giornata di
pioggia, di sport, di festa …”
La realtà non
smentisce le previsioni e prima della partenza sta già diluviando.
Gavino decide la strategia: restiamo in auto fino a 5 minuti prima
della partenza, poi corriamo dal parcheggio fino allo start.
E, puntualissimi, alle 9:55, io, Bruno e Gavino usciamo di
corsa dall’auto. Arriviamo giusto in tempo per qualche saluto e per
osservare la bizzarra fauna di podisti alla linea di partenza:
Valentina correrà
con l’ombrello, Luca con l’impianto stereo nello zaino a sparare
decibel, altri partono insaccati come salsicce, altri ancora paiono
voler essere assolutamente sicuri di non inseminare nessuno.
Correte, che sta per
piovere!
È bello correre in
spinta, con i piedi che sollevano schizzi di fango e il bocchettone
semiaperto per far entrare aria in abbondanza. Non sono allenato per
questo e l’andatura non è molto veloce ma il gesto mi dà gusto.
Dopo un paio di km mi tolgo la giacchetta e la lego elegantemente
alla vita. Sono caldo a sufficienza per sentire l’acqua fresca che
scorre sulla pelle senza congelarmi. Smetto anche di evitare le
pozzanghere che se anche arrivo a casa infangato il papà non mi
sgrida, perché il papà ora sono io.
Al bivio per la
non-competitiva, sono già un po’ stanco ma non abbastanza da
battere in ritirata e giro a destra seguendo il flusso principale.
Ultimi 2 km. Gli
atleti intorno a me spremono le ultime energie. Io le ultime energie
le devo tenere. Quel pezzetto di cuore che resta mi serve anche per
mangiare, dormire, cagare e tutto il resto. Sono non-competitivo per
necessità e quando mi superano, sento un clic nella testa ma spara a
salve e lascio passare senza reagire. Arrivo in poco più di 52
minuti, in una decentissima posizione media. La festa è ridotta ai
minimi termini, giusto il tempo di dissipare il calore accumulato e
cominciare a tremare. La birra fresca non attira e si torna in fretta
all’auto ma è comunque stata una “bellissima giornata di
pioggia, di sport, di festa …” che chi è rimasto in zona notte
non può neanche immaginare.
P.S. Purtroppo, a
causa dei 52 minuti di ammollo, si è cancellato quell’orlino nero
disegnato con la magica polvere nera di Macomer, che, da 3 settimane,
mi decorava le unghie dei piedi.
![]() |
| Foto di Silvio Figus |
venerdì 8 novembre 2019
Goccioline
![]() |
| Osservate bene: ogni goccia contiene un piccolo mondo al rovescio |
Viaggio col vetro
decorato a pallini. Non coprono la visuale e, anzi, la rendono più
pittorica. Qualcuna, fra le più grandi, approfitta della spinta
dell’aria per risalire verso il cielo da dove proveniva,
strisciando e lasciando una scia umida, come una lumaca. Le altre se
ne restano lì, a godersi il viaggio.
Ogni goccia è un
mondo rovesciato, col cielo sotto e sopra la strada. Ad osservarle
bene, si vedono anche passare gli alberi, le case, … ; sono tanti
piccoli pianeti meravigliosi, ognuno copia distorta di questo.
Sicuramente sono anche abitati ma gli alieni sono così piccoli che
non riesco a vederli. Man mano che vado avanti, l’evaporazione le
fa rimpicciolire e quando arrivo al lavoro, tutti quei mondi sono
svaniti, lasciando solo una macchiolina opaca sul vetro. Se anche i
minuscoli abitanti avessero lanciato un urlo disperato, ne sarebbe
uscito un suono così flebile che non lo avrei sentito, coperto dal
rumore del motore.
Scendo dall’auto,
con tante cose in testa ma tutte confuse. Sono sicuramente una
metafora di qualcosa, che ora mi sfugge; comunque, per sicurezza, non
userò mai più uno strumento crudele come il tergicristallo.
#salviamolegoccioline!
venerdì 1 novembre 2019
La cresta punk del monte Conchioru
![]() | |
| percorsi non lineari |
Seguire tracce del
passaggio di esseri umani consente di non finire incastrati fra rovi
e rocce instabili ma costringe a seguire le intenzioni di quelli che
hanno tracciato. Qui, più che gente di passaggio che segue percorsi
lineari per attraversarlo, sono “utenti” di quel territorio,
cacciatori, boscaioli e i loro percorsi servono per viverlo,
sfruttarlo e spesso girano su sé stessi. Sentieri di cacciatori che
muoiono in punti di appostamento, stradelli che al momento cruciale
girano nella direzione sbagliata. Mi inoltro nei boschi diverse
volte, seguendo tracce umane ma non incontrando nessuno se non
cinghiali e ne esco fuori sempre più stanco e inselvatichito e
sempre nel punto sbagliato. Mi nutro di corbezzoli ma non c’è
acqua. E quando, la borraccia ormai vuota, il cielo che s’inscurisce
e i piedi stanchi, avevo ormai deciso che sarei rientrato per la
strada facile e conosciuta, non ho resistito all’invito di un
sentiero sulla sinistra che mi ha fatto l’occhiolino. “Mi infilo
solo un attimo per vedere se è pulito e per registrare il punto
d’accesso sulla traccia gps”. Non ho finito di pensarlo che sono
già oltre, risalendo un crinale roccioso.
Su un roccione vedo il
fantasma di un segno completamente scolorito del “sentiero Italia”
e so che non tornerò indietro. Salendo, il bosco si dirada lasciando
spazio a emergenze granitiche. Qui il sentiero si frantuma in mille
tracce fra cui non è facile trovare il cammino più semplice. La
testa del monte conchioru ha un’acconciatura di rocce allineate che
formano un’inconfondibile linea di cresta punk che ne palesano il
carattere duro, secco, aggressivo ma che trova in questa durezza il
suo fascino unico. E dopo 5 ore di lento e faticoso vagare mi ritrovo
finalmente sul percorso che scende ad arcu mannu e che in un’ora mi
riporterà a casa, con in testa una strana idea: la 20km del 2020
sarà punk.mercoledì 16 ottobre 2019
TSS 2019 - Cammino di espiazione
Terribile bellezza come quella dei bassorilievi affilatissimi che, come lame micidiali, decorano il candido calcare o delle contorsioni dei ginepri, con la sofferenza del tronco e la gioia delle foglie testimoni di una lotta continua fra stenti ed esplosioni di vita. Sullo sfondo, il blu del mare fresco e morbido, d’una morbidezza incomparabile quando è calmo. E così lo trovo nel fiordo di porto quau; ci entro, i miei piedi si sollevano da questo mondo doloroso e, all’improvviso, mi trovo in paradiso.
![]() |
| Foto di Alex Basile |
![]() |
| Foto di Gigi Cambuli |
Iscriviti a:
Post (Atom)















