sabato 17 novembre 2018

Seconda edizione del terzo trail di Capoterra – Scorrerà birra a is cioffus.

Dopo una gara, sull'onda dell'entusiasmo, si comincia a pensare alla successiva. Come sa bene chi ha appena terminato una gara impegnativa, dopo qualche momento di saggezza in cui lo sfinimento fa pensare “mai più”, resta una sensazione di euforia che spinge l'immaginazione già alla prossima fatica. Lo stesso fenomeno succede anche quando si organizza. La fine di un impegno completo, totalizzante, lascia, insieme ad una rilassante forma di appagamento, anche un senso di vuoto. Si fatica a smettere di colpo e allora, sfruttando l'onda dell'euforia è un buon momento per mettere le basi per una prossima edizione, ancora più bella.
Si parte da un'idea. Al di là della bontà dell'organizzazione e della tipologia del percorso, il valore intrinseco di un trail è dato dal territorio. Un bel territorio è condizione necessaria per fare un bel trail e questo già l'avevamo ma se si trovasse un posto inconfondibile, caratterizzante, davvero unico in cui passare, il trail diventerebbe impagabile.
Nel basso sulcis, c'è la meravigliosa gola di is cioffus, un monumento che oltre ad essere affascinante e selvaggio, è anche inconfondibile. Dopo un lungo corridoio sempre più stretto ed inquietante, ci si trova davanti ad un maestoso portone di roccia che introduce ad un luogo incantato, sospeso fra paradiso ed inferno, dove il tempo si è fermato. L'impatto visivo è tale che forse è il posto che più di ogni altro in zona si può definire “unico”; è quindi da qui che, in un modo o nell'altro, dovremo passare. Non è di facilissimo accesso, per cui bisogna studiare bene per trovare un percorso adatto.

Trovata l'idea, si comincia a guardarla dall'alto. Comincia una delle fasi che mi piacciono di più: lo studio delle mappe, l'esplorazione virtuale del territorio che culmina con l'invenzione di percorsi teorici.
20 anni fa studiavo le cartine IGM, vagando con la mente fra curve di livello e seguendo sottili linee tratteggiate, colorando con la fantasia quel mondo simbolico in bianco e nero. Ora, invece, mi metto a cavalcioni di un satellite e, da lì su, osservo il territorio, le rocce, le strade; cerco tracce di sentiero, immagino passaggi. È una fase bellissima, piena di fantasia. La vista dall'alto è affascinante; zoom in e out per picchiate verso il suolo e veloci risalite …via via il desktop si riempie di finestre aperte su viste aeree piene di verde da cui entrano folate fresche di aspettative. Non vedo l'ora di atterrare lì, fra quelle file di roccia, per vedere se è magnifico come sembra.

Poi, ogni sabato, arriva il momento tanto atteso di scendere sulla terra, di toccare con mano, di bagnarsi i piedi nella realtà ... ma questa è tutta un'altra storia.

mercoledì 14 novembre 2018

Corri Molentargius

Foto di Gavino Sole
“Sarà una bellissima giornata di sole, di sport, di festa …”. Si cercano motivazioni. Provo a coinvolgere i bambini della squadra o, meglio, i loro genitori ma sono tutti impegnati. Poi provo a coinvolgere i vecchietti della squadra ma, a parte Fabio e Vitalia che avevano già deciso di partecipare, manco loro mi danno retta. Poi provo a coinvolgere me stesso. Almeno io dovrei ascoltarmi. Dopo una lunga trattativa, mi prometto di partecipare alla non competitiva di 7 km.
Domenica mattina però mi sento molto stanco. Non partecipo mai ad una competizione, anche se non-competitiva, senza adeguata preparazione. Questa l'avevo preparata molto meticolosamente martedì, con il classico allenamento “vediamo se riesco ancora a correre veloce” alternando un chilometro lento ad uno un po' tirato per 5 volte. Essendo più di un mese che non correvo a 4-4'15 al chilometro, mi si sono induriti i polpacci e oggi li sento ancora di legno. Le 5 ore di trail esplorativo di ieri, poi, mi hanno affaticato ulteriormente e per uscire dalla “zona notte” sono costretto ad aggrapparmi alla ringhiera delle scale. Ho anche mal di gola e mi cola il naso. Forse farei meglio a restare in zona notte ad aspettare il prossimo tramonto ma lì fuori, in zona giorno, ci sarà “una bellissima giornata di sole, di sport, di festa …”. Basta scuse, Molentargius, arrivo!
Salgo in auto e stacco il cervello; per una volta, mi fa piacere sentire la voce della signorina tom tom che interrompe la musica e mi guida con la sua voce dolce ma decisa. Poi, dopo il secondo giro intorno all'amsicora decido di riattaccare il cervello per interpretare in modo critico quel suo “svolta leggermente a destra per continuare su asse mediano” perché, altrimenti, continuerei a girare lì intorno fino ad esaurimento del carburante. In un modo o nell'altro, eccomi qui.
Doveva essere festa e festa è. Mi immaginavo di stare lì in un angolo di un divano a guardare gli altri ballare ma no, mi butto anch'io nella mischia e la stanchezza sparisce. Le chiacchiere si interrompono e parte la gara. Come da istruzioni aspetto dietro l'arco giallo che partano tutti i competitivi e poi via anch'io. Qui dietro c'è poco spazio per correre ma mi diverto a slalomare fra i più lenti, mi sembra di essere forte. Ho l'impressione che se avessi spazio sufficiente potrei correre come un fulmine ma quando, dopo il primo chilometro, lo spazio si libera ho già esaurito il meglio delle energie. Non importa. Continuo a superare fino al bivio che separa gli atleti agonisti dai non competitivi e, improvvisamente davanti non vedo più nessuno. Al ristoro mi fermo a bere con calma; mancano stimoli: vorrei qualcuno da inseguire, da superare ma sono solo. Riparto pensando a raggiungere dignitosamente il traguardo. Dovrei essere fra i primi della non competitiva, forse sul podio e sarebbe già una soddisfazione. Finalmente vedo uno davanti a me che cammina; è un ragazzo in crisi. Lo incito, ormai l'arrivo è vicino. Ecco il traguardo! Il pubblico mi applaude e lo ringrazio. Tre atleti sono già arrivati e sono tutti ragazzini!
I primi 5 della non competitiva, dalle foto di Arnaldo Aru
Mi sono ritrovato in mezzo alla gara dei cadetti ma ho mancato il podio ugualmente; ormai non vinco neanche coi quindicenni … Mi fa sorridere ma anche questo è sport. Luca mi offre un sorso di birra e anche questa è festa; si continua con le chiacchiere interrotte dalla partenza mentre lo speaker urla sottovoce per non spaventare i fenicotteri. Infine, anche il sole, indossando un abito estivo, dà il suo contributo ad una “bellissima giornata di sole, di sport, di festa …” che chi è rimasto in zona notte non può neanche immaginare.

giovedì 8 novembre 2018

è forse questa la “felicità”?

La mattina, dopo colazione,
per iniziare bene la giornata,
seguo una certa ispirazione
e mi faccio una bella cagata.
Non è che “mi scappa”, e dove va?
È che è una cosa bella, che mi va.

Chiudo a chiave che se mi vedon
con sta faccia non ho scampo
Bello e comodo mi siedo,
scaldino acceso, c'è pure campo
che se mai ciattare volessi
le idee migliori nascon sui cessi.

C'è campo ma non c'è tempo.
Già si muove un bel getto
sodo e morbido al contempo
che mi accarezza ileo e retto.
Scorre, scivola, va via,
con la dolcezza di un addio

Il primo non è pasta al sugo rosso
ma un preludio. Fuori il secondo!
Suona il gong e arriva il terzo, quello grosso
che si tuffa con un suono cupo e fondo;
è il gran finale, questo è certo,
di un bellissimo concerto.

Stacco un mezzo foglio
di carta, do una bella passata,
poi la osservo con orgoglio
ancora bianca e profumata,
col candore e la purezza
d'una cagata di gran bellezza.

Guardo in giù, son molto contento.
Non è solo senso di libertà
ma anche di vita e godimento;
è forse questa la “felicità”?
Boh. Resta aperta la questione
che è già partito lo sciacquone.

domenica 4 novembre 2018

40 centesimi al km - Bilancio gara del “trail di Capoterra”.

1 euro al chilometro o anche più. Ormai questo è il prezzo delle manifestazioni podistiche e spesso non include neanche il pranzo. 1 euro al chilometro; si fa così e il “mercato” lo accetta: i trail vendono bene. L'entusiasmo di alcuni podisti, però, comincia a scontrarsi con il peso del portafogli e la partecipazione allo sport più democratico del mondo rischia di diventare elitaria, riservata a chi ha disponibilità economica, lasciando fuori chi non se lo può permettere, con il divano pronto ad accoglierli con il suo abbraccio mortale.
Per noi, il trail non è merce da vendere un tanto al chilo. Il territorio non l'abbiamo fatto noi. L'abbiamo trovato così e ci piace condividerne la conoscenza con TUTTI. Allora, “si fa così” ma noi abbiamo fatto diversamente: 15 e 30 chilometri, tutti a 12 euro, pranzo e birra inclusi! La lunga costava la metà delle patate: 40 centesimi al chilo.

La scelta “politica” di organizzare una bella gara di trail con pochi soldi era una scommessa. Abbiamo scommesso sulla passione e sul volontariato come motori sociali alternativi al denaro.
L'Atletica Capoterra, il gruppo scout AGES, il GRUSAP, l'Assoraider, i colleghi del CRS4, la Società Cooperativa di Poggio dei Pini, la Protezione Civile, l'associazione Misericordia, gli sponsor, i “ragazzi di piazza Repubblica”, … hanno tutti, volontariamente, contribuito alla riuscita della manifestazione.
Se invece di un'agenzia pubblicitaria ti trovi Tore, che chiama uno ad uno i suoi amici per cercare di convincerli a venire;
se invece di un'azienda di catering ti trovi Priamo che regge sulle sue spalle da gigante buona parte del peso dell'organizzazione pratica, dalla logistica al lavoro manuale;
se invece di guide alpine, ti trovi i montanari di Capoterra a pulire e mettere in sicurezza il percorso come nella tradizione locale;
se invece di uno studio di design, ti trovi Gavino o Marco, disposti a passare ore della notte a fare disegnini al computer;
se invece di un medico di gara ti trovi Stefano che, oltre a curare corpi, dà un grande contributo d'idee;
se invece d'ingaggiare grandi atleti di richiamo, richiami atleti considerandoli, ognuno a suo modo, tutti “grandi” ...
se fai tutte queste cose, riesci a contenere i costi della manifestazione al minimo e ad andare in pari anche con costi d'iscrizione molto ridotti. A dimostrazione di ciò, ecco il bilancio:

Entrate:

Sponsor: 780
Tanti piccoli sponsor hanno dato un contributo finanziario alla manifestazione e tanti amici e collaboratori hanno contribuito a convincerli.

Iscrizione Atleti: 1344
112 atleti partenti per 12 euro di tassa d'iscrizione. Pagamento sul posto, senza contributi aggiuntivi da versare a gestori informatici.

Pranzo accompagnatori: 497
71 non-atleti hanno partecipato alla passeggiata e al pranzo pagando un contributo di 7 euro.

Contributi pubblici: Promesse …

Totale entrate 2621+Promesse …

Uscite

Tasse gara: 536
3 euro per ogni atleta + 200 euro di tassa gara. Tutto alla federazione che non fa sconti.

Iscrizione gara collaboratori: 120
Iscrizione offerta a 10 atleti che hanno collaborato all'organizzazione.

Pranzo: 656
200 pasti con malloreddus alla campidanese e salsiccia, acqua e bicchiere di vino. Quando la salsiccia è buona davvero e cucinata con perizia, si può offrire un pranzo di buona qualità e abbondanza (bis libero) spendendo poco. Sempre grazie al lavoro dei volontari del GRUSAP in cucina e ai “ragazzi di piazza Repubblica” per la preparazione della sala.

Birra: 284
100 litri per 112 atleti. Birra buona e a volontà per riempire le tazze ricevute come pacco gara all'arrivo. L'ultimo fusto ha dissetato anche volontari e accompagnatori ed è finito giusto giusto alla fine della manifestazione.

Pacchi gara e medaglie: 700
Nessuna maglietta tecnica ma una bella tazza magica, che si riempie di birra e non si svuota mai, preparata dai ragazzi del Raid Karalis su disegno di Gavino. Volontari e altri volontari per un bell'oggetto originale.

Premi: 217
Bottiglia di vino e barattolino di crema di pecorino. Un premio non ricco ma gradevole, rimpinguato da regali vari offerti dagli sponsor.

Varie: 106
Ristori, nastri ...
c
Totale uscite 2619

Bilancio netto: 2621-2619= 2

Ci sono avanzati 2 euro. Aspettiamo ora i soldi promessi dal Comune per distribuirli alle associazioni di volontari che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione per arrivare ad un bilancio finanziario perfettamente a zero.
Ma non è solo una questione economica. Le cose fatte con passione possono essere imperfette ma hanno una vitalità e un'anima che manca a molti lavori professionali. E le imperfezioni sono state davvero tante ma anche la vitalità credo che fosse percepibile in tutto, nei sentieri, puliti ma vivi, nel profumo del bosco, nel colore dei corbezzoli, nel sapore dei malloreddus, nelle tazze e nel loro contenuto, nel clima di festa.
L'altro bilancio, quello più importante, il bilancio sociale e sportivo che si calcola sottraendo la fatica e il lavoro fatto alla soddisfazione nostra e degli atleti, alla salute pubblica e alla promozione del territorio, è stato ampiamente positivo!

martedì 30 ottobre 2018

Terzo trail di Capoterra – Cronache dal coma.

A un certo punto, i neuroni finiscono; resta allora la speranza di essere arrivato ad un punto in cui tutto possa andare avanti anche senza di te. I miei sono finiti alle 22 della vigilia del giorno di gara.
La sveglia suona alle 6, proprio nel momento in cui sono seduto sul water. Non mi preoccupo che possa svegliare qualcuno perché è già da un'ora che sto facendo rumore, stampando fogli per la spunta e due zoom della mappa del percorso …mi sono svegliato con questi pensieri; penso al briefing per i volontari sul percorso e prendo qualche appunto per quello che dovrò dire agli atleti prima della partenza su un foglio che scomparirà nei grovigli del caos; ormai è da ieri sera che navigo a vista. Avrei potuto svegliarmi con pensieri diversi o non svegliarmi affatto. Il foglio delle “cose da fare domani” è fermo a quel fatidico momento in cui l'ultimo neurone mi ha lasciato e oggi è già domani.
Ricordo il momento in cui se n'è andato. Dopo che Corrado, ieri pomeriggio, aveva casualmente scoperto che qualcuno aveva spostato i segni dal percorso per indicare molto bene una strada sbagliata, il piccolo neurone ha trovato la soluzione per sistemarli e ha lasciato il campo disfatto. Ora tutto sembra un miracolo. La pretesa di avere tutto sotto controllo è un'illusione. Senza quella scoperta casuale, avrebbero tutti sbagliato strada e sarebbe finita come la prima edizione, nel caos assoluto. La mano che ha spostato il nastro potrebbe essere la stessa di 3 anni fa o forse è una coincidenza. Cosa importa? La fortuna è con noi, non resta che lei e la si segue ad occhi chiusi e con l'encefalogramma piatto.
Il tempo passa inesorabile e mi immergo, ebete, nel mare di atleti, amici, sorrisi e piacevoli chiacchiere. I piccoli problemi organizzativi mi passano attraverso e li cedo, irrisolti, al primo collaboratore che mi passa accanto.
Ecco anche i 3 “ragazzi di piazza Repubblica” che invece di trascorrere la giornata seduti sulle panchine della piazza a chiacchierare, si sono offerti di aiutare e li guardo lavorare senza sosta con l'occhio paterno quasi commosso.
Il briefing dei volontari sul percorso segue tracce di pensiero fossile, quello per gli atleti anche.
Sono partiti! Lo sparo dello starter non mi sveglia ma non importa.
A un certo punto i neuroni finiscono ma il motore ormai è avviato e lo guardo girare con aria ebete.
I controlli sul percorso funzionano bene. Sono tutti bravi e ben istruiti. Anche qui, nella zona di partenza e arrivo, sono tutti bravi. Manca la bombola, ci pensa Gavino. Mancano i buoni pasto, c'è Carlo. Loro hanno ancora qualche neurone in vita e sanno cosa fare. Un'atleta compare dal nulla. Un errore di percorso l'ha rimandata all'arrivo anzitempo. È solo una, per fortuna. Ricordo ancora la prima edizione quando 5 minuti dopo la partenza hanno cominciato a spuntare atleti da tutte le parti, ognuno col suo percorso personale. Oggi no, la fortuna ci sta guidando bene.
Mi chiama Checco. Qualcuno ha spostato dei nastri, invitando ad entrare nel vecchio percorso, distrutto dalle ultime piogge. Non credo ai complotti. Immagino che un atleta che aveva fatto la prova percorso sul vecchio tracciato abbia voluto, in buona fede, indicare bene quello che lui era convinto che fosse il percorso giusto. Ecco, nel foglio del briefing perso nei grovigli del caos c'era scritto di avvertire gli atleti che il percorso era stato modificato dopo l'ultima alluvione. Maledetti neuroni, perché siete scappati? Checco rimuove i nastri e col suo aiuto e qualche disagio si sistema anche questa.
L'unico momento di vero panico è arrivato quando, finito il primo fusto di birra, non si riusciva a svitarlo per attaccare il secondo. Ma è sempre Priamo che risolve. Intanto gli atleti continuano ad arrivare e la festa sale di tono; i fusti non oppongono più resistenza e si lasciano sfilare uno dopo l'altro. Sono tutti felici e io mi lascio cullare dai loro sorrisi.
Lascio in giro buste piene di soldi e Stefano, attento, me le recupera. Lascio in giro anche il bellissimo libro che mi aveva appena regalato Matteo e anche quello, dopo una breve latitanza, tornerà alla base. In auto, trovo i buoni regalo che avrei dovuto mettere nelle buste dei premi e a casa trovo lo striscione che avrei dovuto appendere sopra la linea dell'arrivo. Ma chi se ne importa? A un certo punto i neuroni finiscono ma il mondo va avanti benissimo da solo.

giovedì 18 ottobre 2018

Chiocciolina?

Perché la chiamate “chiocciolina”? Parliamone.
Quando, oltre vent'anni fa, un vecchio compagno di liceo mi aveva dettato il suo indirizzo di posta elettronica, avevo scritto, sull'agenda, “chiocciolina” tutto per esteso. Ricordo che mentre lo stavo scrivendo lui mi guardava in modo strano ma senza dire niente. Più tardi ho capito il motivo di quello sguardo e mi sono un po' vergognato anche se non ce n'era motivo. Per me quel simbolo era ed è “at” o, in italiano “su”, breve ed esatto.
Perché, mentre il mondo cerca di risparmiare tempo e neuroni riducendo al minimo parole e concetti, si dovrebbe usare quel termine smisurato? E perché proprio chiocciolina? Chi ha visto una chiocciolina in quello scarabocchio, secondo il test di Rorschach, potrebbe essere uno psicopatico. Facciamo, allora, che ognuno dà la sua interpretazione a quel simbolo e la usa come dicitura. Io, per esempio, in quel simbolo ci vedo uno stronzetto arrotolato o un uovo fritto. E voi, cosa ci vedete? Mandatemi un'e-mail con le vostre risposte all'indirizzo “pisanilorenzo65 stronzetto gmail brufolo com”

domenica 14 ottobre 2018

UTSS 2018 - Seconda parte: Le sofferenze degli altri

Alle 17:40 è chiaro che gli ultimi arrivati si sono ritirati lì, a cala luna, in gommone c'è posto e non ci sono dispersi. Sono la “scopa”; da ora all'arrivo sta a me assicurarmi che tutti i resti umani siano “ritirati” e non vengano “dispersi” nell'ambiente. Ma questa terminologia non mi piace. Mi sento piuttosto la mamma oca che scorta i suoi paperotti fino al traguardo o, se ciò fosse impossibile, li lascia in buone mani in un posto sicuro. L'ultimo è partito almeno 40 minuti prima e ho tempo per un bell'inseguimento in solitaria. Obiettivo? Arrivare. Possibilmente entro il tempo massimo, per quanto il mio ruolo di chiudi-pista me lo consenta. Mi piacerebbe raggiungere Agnese che mi aveva chiesto di accompagnarla ma è impossibile: è partita da oltre due ore e io ho il divieto di sorpasso. Fra me e lei ci sono una decina di atleti di cui 3 o 4 che all'ultimo ristoro sono rimasti fermi con lo sguardo nel vuoto per decine di minuti … ecco, non potendoli superare, mi piacerebbe capire cosa ci sia da vedere lì dentro, in quel vuoto oltre ogni muro, in quella notte infinita che ci aspetta.
Lungo la codula, il rio scorre ricco d'acqua costringendo in diversi punti a mettere i piedi in ammollo. Acqua, sabbia, pietre, scarpe lisce e fondo bagnato. Ci sono tutti gli ingredienti per massacrare i piedi. Guardando fisso il terreno, devo usare la coda degli occhi per ammirare le pareti della codula che si allontana sinuosamente dal mare. Cerco di tenere un ritmo allegro. Per poter scortare l'ultimo lo devo almeno raggiungere. Poco prima del ristoro ecco Fabrice. Cammina, soffre e medita. Mi chiede informazioni sui cancelli orari, sul percorso che manca. Cerco di incoraggiarlo ma senza mentire e la realtà è piena di pietre.
Al ristoro Fabrice decide di ritirarsi, si siede e comincia a tremare. Quando si rompe l'equilibrio fra l'interno e l'esterno, fra il nostro mondo interiore e il mondo esterno, la tensione accumulata si sfoga in brividi che scuotono la pelle accapponata. Impediscono di compiere qualsiasi azione che richieda movimento fine ma se ci si abbandona ad essi, diventano piacevoli; è la nostra stessa pelle che ci abbraccia per sfogare la tensione e riportare l'equilibrio. Bevo una birra e aspetto che rispondano con la radio per verificare che non si sia perso nessuno. Ho il via libera e lascio Fabrice ancora scosso da brividi avvolto dal telo termico davanti al fuoco. Non aveva mai fatto tanta strada, oggi ha superato i suoi limiti e al di là ha trovato brividi d'emozione e sofferenza. Sono un professionista e non mi devo affezionare. Avanti un altro! Sono di nuovo da solo, con una mezz'ora da recuperare, di nuovo a buon ritmo. Comincia a scurirsi poi continua a scurirsi e poi finisce di scurirsi. Arrivo al ristoro insieme alla notte. Ci trovo Michele da Bergamo, un altro di quelli con lo sguardo rivolto dentro, forse in fuga da tutte queste pietre. Mi offrono maialetto arrosto e accetto con entusiasmo tutti quegli amminoacidi essenziali arricchiti da altri meno essenziali dal punto di vista nutrizionale ma ancora più essenziali per il sapore. Michele non ha nessuna fretta di uscire dal suo viaggio interiore per ricominciare a soffrire nel viaggio esteriore e aspetta che io finisca di banchettare. Accendo la lampada frontale e partiamo. Quando raggiungiamo una strada in comoda discesa vedo che non riesce a correre per un dolore alla caviglia. Sarà una lunga notte. Taciturno, a torso nudo nonostante l'umidità notturna e qualche folata di vento freddo, cammina deciso verso il traguardo.
Ogni tanto spengo la lampada e il cielo si accende …. un cielo così non l'avevo mai visto. Tante stelle nuove bianche splendenti, ma anche macchiette di luce arancione, forse galassie lontane. Si sale e davanti a me, poco sopra gli alberi, c'è un grosso astro rossiccio. Lo conosco bene. La strada punta, diretta, su marte. È lì che stiamo andando. C'è un cammino pietroso che porta direttamente dal supramonte a marte. Pare che anche lì ci siano tante pietre; saremo i primi uomini, su marte, anche se arriveremo con le vesciche ai piedi. Coppie di punti luminosi appaiono impressionanti all'improvviso. Marziani? No, sono gli occhi spalancati di mucche dello Cheshire. Le querce e le rocce, illuminate dalla lampada, diventano giganti.
Due anni prima avevo percorso quelle stesse strade ma era giorno e la percezione ora è diversa. Qualche tratto lo riconosco anche se appare sempre più tardi di quando me lo aspettavo. Attendo con preoccupazione le difficoltà del finale ma intanto si va avanti a passo veloce. Veramente non così veloce ma veloce abbastanza per raggiungere Laurent, che cammina ancora più lentamente. “Ca va?” Gli chiedo “Pas trop, j'ai ampoules aux pieds.” Ecco che ho imparato una nuova parola in francese: “ampoules=vesciche”. Ogni passo è un lamento. I lamenti in francese somigliano molto ai nostri e capisco che sarà dura.
Michele ci lascia ma non va lontano. Vedo la sua lampada che si ferma o torna indietro, disorientato, ci aspetta per essere sicuro della strada e poi riparte. Ricominciano i guadi, i piedi a mollo, poi il passaggio fra i massi nel greto di un torrente. Laurent scivola su una pietra e rischia di cadere completamente in acqua e farsi ancora più male. Michele si ferma a vomitare. Che notte.
Finalmente strada. In salita Laurent soffre meno e va spedito. Resto con Michele sempre più in crisi. I chilometri non passano mai. Prima dell'ultimo ristoro incontriamo un fuoristrada del presidio. Dopo un breve scambio d'informazioni, ripartiamo. Dopo 20 metri, Michele decide di tornare da loro per non ripartire. Mancano solo 9 chilometri ma mancano anche ben 9000 passi, 9000 coltellate, tre ore di sofferenza. È troppo. Lo lascio in buone mani. Un “coraggio” e riparto. Un professionista non si affeziona, mai. Riparto di corsa per l'ultima volta. Ho bisogno di sfogarmi e corro per tutta la salita, fino al ristoro dove raggiungo Laurent. Almeno uno lo voglio portare all'arrivo! Laurent, ti tocca, dovrai soffrire come un cane per darmi questa soddisfazione. È sabato sera, l'una e mezza passata; in discoteca si balla. Anche noi continuiamo con il nostro “lento” ballando da pietra a pietra. È un ballo goffo, incerto, estenuante. Arriva la discesa. Gliela avevo descritta come “un peu technique” per non spaventarlo. Il lungo ghiaione ripidissimo lo mette in crisi. Fra la paura di cadere e il dolore ad ogni passo sembra una missione impossibile. Dopo i primi passi gli suggerisco di darmi i bastoncini e di scendere con il sedere. È rinato! Finalmente riesce ad avanzare senza soffrire ad ogni passo, tanto che, se fosse stato possibile, avrebbe continuato con il sedere fino a Baunei.
Di notte il tempo passa veloce e la nostra quasi immobilità non pesa eccessivamente. Siamo in una dimensione nuova, dilatata. Il tempo limite evapora ma noi andiamo avanti. “Je veux cette medaille pour ma fille”. Mi viene un brivido … Non gli chiedo per discrezione il motivo della dedica alla figlia. Immagino situazioni difficili o forse drammatiche e la sofferenza come via per la redenzione.
Sull'ultimo tratto di strada facile, prima dell'asfalto, raccolgo una pietra di calcare, la sfrego bene con la mano per togliere la terra e la metto in tasca.
Alle 4 chiama Matteo. Sul percorso restiamo solo noi. “Vi vengo a prendere?” “No, Matteo, se puoi aspettaci, fra 20 minuti saremo lì”. Il tempo è strano. La metà è diventata metà della metà. I tempi raddoppiano, anzi, alle 4h40 siamo ancora in strada. Neanche l'asfalto è una soluzione. Sul liscio, le vesciche fanno come un cuscinetto, tipo materassino, che Laurent sente come una serie di pieghe dolorose su tutta la pianta. Saremmo tutti curiosi di vedere cosa c'è sotto a quei piedi. Magari il materassino ha anche la paperetta. Ma nessuno ha il coraggio di guardare. Tantomeno lui.
Non mi pesa per niente di essere ancora per strada alle 4 e mezza del mattino ma mi sento in colpa per aver fatto aspettare Matteo così a lungo e sono impaziente ma man mano che il traguardo si avvicina, l'impazienza si trasforma in soddisfazione e orgoglio per Laurent e per la sua medaglia così sofferta. Ecco l'arrivo, più che l'entusiasmo del successo si festeggia il sollievo della fine della sofferenza, come quando si esce da un brutto mal di pancia e la vita sorride a bocca larga. Ma, dopo la fine della sofferenza, resterà qualcosa di molto più grande, ne sono sicuro. “Laurent, j'ai un souvenir pour toi”. Tiro fuori dalla tasca il sasso di calcare bianco e glielo porgo con un sorriso. “Merci, Lorenzo.” Sorride anche lui. Grazie a te.
Storie di eroi. L'eroismo di Laurent e quello di Matteo, Stefano, Alessandra che ci hanno aspettati svegli per accoglierci; e voi? Perché non eravate lì? Cosa c'era di meglio da fare a Baunei, alle 4:45 di domenica mattina, che festeggiare l'arrivo di un eroe?