sabato 17 gennaio 2015

I consigli della nonna – guarire dalla tosse.

Oggi ho inventato uno dei “rimedi della nonna” più geniali di sempre, che forse giusto giusto la nonna di Einstein avrebbe potuto ideare. Ho scoperto l'acqua calda, direbbe qualcuno. Ebbene sì. In fondo anche Archimede, quando saltò fuori nudo dalla vasca da bagno gridando “eureka!” aveva scoperto l'acqua calda (il rubinetto rosso!) che prima di lui tutti aprivano solo il rubinetto blu.
Come tutte le nonne, so bene che gli animaletti schifosi che ci fanno ammalare amano il freddo e odiano il caldo. Infatti ci si appiccicano dentro con cattiveria d'inverno, quando prendiamo freddo, e non d'estate. La nonna ci fa mettere la sciarpina per il mal di gola che ci evita raffreddamenti locali durante i quali quegli sporchi animaletti schifosi si riprodurrebbero come conigli. Ma non tutte le nonne sanno che con la sciarpina al massimo si mantiene il calore corporeo, che, finché non c'è la febbre, non supera i 37 gradi che bastano a non farli riprodurre come schifosissimi topi ma non ad ucciderli. È un po' come inseguire la gallina per tutta l'aia per tirarle il collo e poi farci il brodino con un sedano una carotina … scusate, sto divagando. La nonna sa anche che il nostro corpo reagisce con la febbre, che cuoce tutti quegli animaletti schifosi come la buona torta di mele che prepara per noi tutte le domeniche.
Ecco allora che ho fatto il collegamento geniale. Perché aspettare la febbre? Cuociamoli noi quegli animaletti, che siamo così brave a fare le torte.

Ecco la ricetta della “nonna velleitaria” per guarire dalla tosse.
Prendete una borsa dell'acqua calda. Fate in modo, con un rivestimento di spessore adeguato, che la temperatura esterna sia intorno ai 45 gradi. Applicate e tenete stretta (per esempio con una sciarpina) la borsa sulle vie respiratorie (gola bronchi). Controllate regolarmente la temperatura, cambiando il rivestimento o cambiando l'acqua, in modo da mantenerla pressoché costante. Dopo un paio d'ore tirate fuori un rospo di animaletti dalla gola e, con uno stecchino, verificate che siano ben cotti. Se sono ancora crudi, ripetete l'operazione. E poi ripetete l'operazione … e ripetete ancora …

Oggi sono alla quinta borsa calda. Ormai dovrebbe essere fatta; almeno spero, che comincio ad avere ustioni serie al torace e alla gola. Nonna, ti prego, posso smettere? Sei proprio sicura che funzioni?

giovedì 15 gennaio 2015

Una giornata particolare – il cross.

Non ho la febbre … almeno credo: per prudenza non l'ho misurata. La nonna direbbe: “con il raffreddore e il mal di gola non correre che ti ammali”. La mamma, che considera il movimento terapeutico, forse mi direbbe “corri che guarisci”. Io non so. Ho fatto prove, enunciato teorie strampalate a cui non credo neanche io. La testa mi dice “non farlo” ma, intanto, mi ritrovo ad appuntare il pettorale sulla maglietta. L'organizzazione della gara ormai va avanti da sola. Gavino ha rinunciato a correre e assiste i giudici: non ho scuse. Comincio allora a scaldarmi facendo un chilometro sul percorso di gara. Lungo la salita mi sento pesante e fiacco mentre in discesa mi sento rigido. Ormai però ho deciso di partecipare, se non altro per fare qualche punto per la classifica a squadre. Alla fine di questo breve riscaldamento, trovo quasi tutti gli atleti già ammassati dietro la linea di partenza. Mi avvicino un po' per non partire proprio dal fondo ma resto moscio moscio nella seconda metà, tanto non sono competitivo, tanto sono malato, tanto la faccio solo per finirla, tanto è meglio se parto piano. Lo sparo dello starter mi colpisce al cervello e spazza via tutti questi propositi di prudenza. Mi butto nel carnaio cercando di superare, infilandomi in spazi che poi si chiudono nelle curve portando a contatti di gomito. Dopo i primi 500 metri di leggera ma costante salita, mi ritrovo fra i primi 40 e finalmente riesco a correre bene. Dopo una breve discesa comincia la parte tecnica con variazioni continue di direzione e pendenza e salti del fosso. Non c'è che dire, mi sto divertendo e non sono poi così lento. Molti amici mi incitano. Il fiato a mia disposizione non è moltissimo e nelle salite qualcuno mi supera, in discesa invece vado bene e recupero fiato e posizioni.
I miei tifosi
Al passaggio alla fine del primo dei tre giri, i bambini della squadra, appostati in fila a margine della pista, mi lanciano un urlo di incoraggiamento incredibile. Altro che New York: qui a Capoterra abbiamo un pubblico fenomenale! Passato il momento di euforia, ricomincio, per la seconda volta, la salita e il fisico mi chiede di rallentare. Cerco comunque di resistere per i ragazzi, per gli amici, per la squadra ma perdo 4-5 posizioni che non riesco a recuperare in discesa. Finisco il secondo giro un po' spento ma al passaggio trovo di nuovo le urla dei bambini e un'altra botta di euforia. Questa volta, la consapevolezza di essere all'ultimo giro mi porta a spingere di più in salita e riesco a guadagnare diverse posizioni. Il respiro è affannato, sembra un rantolo, ma non importa, ormai ci siamo. Comincia la discesa, poi il saliscendi e da dietro non arriva nessuno anzi raggiungo e supero un altro paio di avversari. Sono guarito? Ultima discesa e punto un concorrente poco avanti ma non riesco a raggiungerlo.
E' finita, fra le urla dei bambini. Robertina mi dice che sono arrivato ventiduesimo; aveva contato tutti quelli che arrivavano e non si era sbagliata. Terzo di categoria, lo scoprirò dopo, e premio incassato. La testa è snebbiata, libera e solo la sera tornerà a farsi pesante. Correre mi ha fatto bene? Male? Non so, ma ne è valsa sicuramente la pena.

martedì 13 gennaio 2015

Una giornata particolare – piccoli miracoli.

È una splendida giornata di sole; il maestrale che la sera prima strappava rabbiosamente i nastri, si è fatto benevolmente da parte. Anche i virus che da due giorni mi percorrono correndo su e giù lungo l'alta via respiratoria N. 1, restano al riparo, limitandosi a sbuffare per il caldo.
Quando arrivo al campo di gara, nel parcheggio ci sono una trentina di macchine. I volontari dell'oratorio stanno montando il ristoro e preparando la brace; alcuni atleti sono già arrivati formando macchie tinte dei colori sociali. Poco dopo arrivano giudici e dirigenti della federazione.
I miei compagni di squadra stanno organizzando la zona di partenza – arrivo. “Dov'è la vernice per segnare la linea di partenza?” “Ce l'ho io in macchina, Nello, ora la prendo”.
Manca il gazebo per le iscrizioni. “Fausto, dov'è il gazebo che ci avevi promesso?” “È qui” e 10 minuti dopo il gazebo è montato.
Manca il tavolo per i giudici. “Gianni, il tavolo che dovevi portare?” Il tavolo spunta fuori.
Il medico, dov'è il medico! Poco dopo il medico arriva, mentre il dottor Salis, pre-allertato, era già disponibile a sostituirlo.
Sergio, il presidente federale, vorrebbe iniziare la presentazione, ma mancano i cavi per l'amplificazione: “Gavino, dove sei, non si trovano i cavi” “sto arrivando” e in 10 minuti l'amplificazione è pronta.
Un migliaio di persone, fra atleti di tutte le età e accompagnatori, brulicano festosi sul prato sotto gli ulivi, mentre altri continuano ad arrivare. Metto due fogli sul tavolo di Sergio con i dettagli del programma di gara e la lista degli sponsor; lui comincia a parlare e la manifestazione ha inizio.
Vento, virus, imprevisti e dimenticanze hanno minacciato il buon esito della manifestazione ma neanche lo zelo puntuto del funzionario di un comune limitrofo è riuscito a fermarla.

Niente panico, solo tanti, piccoli momenti di apprensione ma tutto era previsto e tutto è andato a posto. Sembra un miracolo ma forse è solo buona organizzazione, anche se qualcuno si ostina a chiamarlo “culo”.

domenica 11 gennaio 2015

Una giornata particolare – prime luci.

“Appuntamento al campo alle 8 in punto: mi raccomando, puntuali che c'è molto da fare!”
Mi sveglio al rumore di una scarica di starnuti di Maria. Sento tutto il peso di una notte di lotta fra il bene e il male – anticorpi e virus – ma riesco ugualmente ad aprire gli occhi; guardo l'ora al telefono e sono le 8.01. Mi consolo all'idea che gli altri sono migliori di me e staranno già lavorando. La testa è pesante, come se un'enorme colata di muco avesse riempito la scatola cranica. Mi alzo, scendo in cucina e porto il beccuccio della caffettiera alla bocca, sperando in un avanzo, ma ne esce solo un rigurgito polveroso. Sbrigo le pratiche igieniche alla veloce, curando, per quanto possibile, il lato esteriore, percepibile ai sensi e lasciando a tempi migliori l'igiene intima. Oggi sarò esposto all'occhio pubblico ed esco passandomi le dita a rastrello fra i capelli cercando di abbassarne un ciuffo. Se almeno ci fosse vento non si noterebbe, ma trovo calma piatta.

Mi servono soldi. Il primo bancomat non capisce bene cosa voglio, “ho detto SOLDI!” Non serve urlare, non accetta il mio codice e mi tratta come uno straniero. Maledizione sono già in ritardo e ne devo cercare un altro. Il secondo mi tratta come il primo. Allora, con una connessione neurale che, non so come, riesce a penetrare lo strato viscoso di muco cerebrale, capisco che sto usando la carta di credito invece del bancomat. Arrivo al campo di gara alle 8 e 40, gloriosamente in ritardo. È una splendida giornata di sole, l'attività ferve e ora mi è chiaro: andrà tutto bene, nonostante me.

venerdì 9 gennaio 2015

Canne al vento

La canna va tagliata in prossimità dei nodi, altrimenti rischia di rompersi. Una parte, quella che va a conficcarsi nel terreno, dev'essere tagliata di sbieco, l'altra diritta, così si può martellare per impiantarla. Fra i due estremi, circa un metro e mezzo. “Ecco, questa è pronta. Ne servono altre?” “Sì, altre mille!”
Per nastrare un percorso da 2 km da ambo i lati, con un palo ogni quattro metri, servono un migliaio di pali. Fabio con colpi netti di roncola ne prepara tre, mentre io e Gavino annaspiamo segando e lisciando il nostro unico esemplare. Questo a scuola non ce l'hanno insegnato. A scuola insegnavano a prepararle così: per preparare la canna, bisogna arrotolare la cartina premendo con i pollici dal centro verso le estremità.
Per piantare la canna si deve prima fare il buco con un punteruolo di metallo. Poi, con un martello si colpisce la parte superiore della canna finché non penetra nel buco. Infine, con il piede, facendo come per spegnerla, si compatta la terra tutt'intorno. Diamo il tocco finale leccando la striscia di colla e girandola tra le dita, in modo che il tabacco scorra uniformemente.
Arriva il perfezionista: “Cos'è questo schifo? Le canne vanno pareggiate, non si possono lasciare così, non è decoroso! Queste vanno bene ma guarda quell'altra come rovina l'estetica! È troppo più corta!” “Chissà chi se l'è fumata …”

Domenica venite al nostro cross: abbiamo preparato un percorso davvero stupefacente.  

venerdì 2 gennaio 2015

Buon complemasteranno.

Passa il tempo e girano le palle. Ogni 5 anni, la terra fa 5 giri intorno al sole, mentre la luna si aggira anch'essa rotonda e si compie un masteranno, passando di categoria atletica. 
A differenza dei compleanni ordinari, nei quali si tende ad invecchiare, il complemasteranno ti fa ringiovanire: fino al 31 dicembre eri il più vecchio della tua categoria e il primo gennaio diventi il più giovane. Se aspiri a premi di categoria o, addirittura a titoli di campione, conviene approfittare di queste occasioni particolari in cui i tuoi avversari sono tutti vecchietti. Quest'anno, dal primo gennaio, sono diventato master 50enne e, da giovane aitante come sono, mi ritroverò a gareggiare contro mosci 51enni, traballanti 52enni, vacillanti 53enni e, addirittura, cadenti 54enni. Non c'è storia. Li massacrerò tutti a pantofolate sulla testa.

giovedì 1 gennaio 2015

Almanacco del mese dopo – gennaio 2015

Gennaio: comincia l'anno e sono molto carico. Carico di quell'allegro e ottuso ottimismo che, pur senza alcuna strategia valida, mi convince di riuscire nel buon proposito di non ripetere gli errori dell'anno precedente. Carico di energia: con i 2 chili di grasso accumulato durante le feste potrò correre per 700 km! Ottimo! Domani comincio.
È anche il momento di buttarsi nel fango e di slalomare fra gli alberi sputando pezzi di polmone. Arrivano le campestri. Dividendo per 10 un ultratrail si ottiene una campestre. Per noi non-plus-ultra-top quindi le campestri sono come delle frazioni, dei pezzetti, degli avanzi da divorare a colazione. Con gusto. Al cioccolato.

Agenda

11 – Capoterra corre. Ecco la prima campestre e, soprattutto, la mia prima gara organizzata in qualità di presidente. Ho promesso a tutti una giornata di sole e, quant'è vero iddio, ce la metterò tutta per mantenere la promessa.

Best of the past

Gennaio 2014, nel blog si apre il secondo sondaggio, il terapeutico “clicca che ti passa”
Il piede è un appoggio. Si distingue dal sedere perché è più piccolo e inutilmente complicato.  Da “il piede” 
Altri clic:
Contemplo l'albero dei futuri adorno di tre nuove gemme Da: “clic!
Corse campestri:
Bella giornata. Io e mi, l'atleta, abbiamo aspettato me, l'organizzatore, che finisse di togliere i nastri dal circuito. Finalmente, stanchi e soddisfatti, siamo saliti in macchina. Io guidavo, gli altri due si sono addormentati prima che arrivassi a casa … shhhh. Da “io, mi e me al cross di Capoterra” 
Rivelazioni filosofiche
E' grazie alla forza di quest'ignoranza caparbiamente conquistata e conservata con ogni cura che sono riuscito a vederla chiaramente, perché lei è semplice e si esibisce nuda davanti a tutti ma per poterla cogliere bisogna avere il cervello perfettamente vuoto. L'avrete capito, sto parlando della “verità”. Da: Rivelazioni – prima puntata. 
Scolpito nel silicio come i castelli di sabbia fino al grande crash globale che, come un'onda, annullerà la memoria e le identità virtuali  Da: Rivelazioni – seconda puntata
Il primo vero trail in compagnia:

L'ecografia era corretta: una gobba mostruosa ha deformato la spina dorsale dei miei allenamenti. Un'equazione di terzo grado ha preso violentemente il posto di quella semplice linea retta – “la retta via era smarrita” – un viaggio stupefacente è iniziato. Da: San Gregorio – Castiadas