domenica 30 novembre 2014

Fiducia, bisogna avere ancora fiducia

Sono passate 3 settimane, due allerte meteo, una riunione improvvisa e tanti “richiamiamo noi”; noi siamo ancora lì, aspettando. Esco a prendere il caffè? Meglio aspettare, potrebbe chiamarmi l'ingegnere da un momento all'altro. Intanto la pioggia è passata ed è arrivata un'ondata di caldo fuori stagione. Le zanzare si moltiplicano e approfittano della nostra attesa per divorarci mentre lasciano tranquilli i piccoli calciatori che zompettano felici nel loro campo verdissimo. Vogliamo parlare anche di questo, delle zanzare che ci divorano. E poi ci sono i millepiedi, sempre più numerosi e la voglia di schiacciarli aumenta.
La settimana prossima incontrerò il sindaco e, fra le altre cose, gli dirò che l'ingegnere responsabile dell'ufficio tecnico ci aveva promesso un sopralluogo e non è ancora venuto; il sindaco ci dirà che ci penserà lui; noi gli stringeremo la mano con un sorriso riconoscente e ci metteremo lì, con rinnovata fiducia, ad aspettare il sindaco.

giovedì 27 novembre 2014

50 ragioni per comprare il mio seme – 4. Perché è un prodotto ultra-top.

Da qualche mese a questa parte, ogni due secondi, si sentiva il cigolio del perno. Cigolii in risalita dai toni bassi a quelli più alti si alternavano ad altri che dai toni alti scendevano ai bassi. Erano le quotazioni del mio seme che andavano su e giù in altalena: crisi-ripresa-altra crisi … . Finalmente, dopo un ultimo lunghissimo fischio, tutto tace. Ora ci sono le garanzie e il mercato ha risposto con grande fiducia. Le telecamere della stazione spaziale internazionale inquadrano spermatozoi sorridenti che ci salutano allegramente galleggiando in assenza di gravità. Eccesso di rialzo, qualcuno ha detto. Ma qual'è la notizia che ha scatenato questo putiferio?
Si è saputo in giro che il “seminatore velleitario” è stato selezionato per far parte del gruppo di atleti sardi “ultra-top”, che vanno a formare la bacinella della Nazionale.
“Ultra-top”! Sembrerebbe un doppio superlativo; in realtà, ma non ditelo in giro, non vuol dire “il meglio del meglio” ma solo “il meglio fra quei pazzi che corrono le ultramaratone”. Albanesi lo tradurrebbe con “il meglio del peggio” ma noi voliamo (o più spesso strisciamo lasciando una scia di bavetta) sopra il suo disprezzo.

Volete dei figli che siano geneticamente ultra-top? È semplice, basta acquistare il kit con il mio seme, completo di istruzioni; approfittate della grande offerta: 50 milioni di pezzi al prezzo di 2! Le quotazioni aggiornate (in euro al quintale) sono riportate nella pagina apposita.

martedì 25 novembre 2014

Strategia di gara per i triathlon lunghi.

Gli allenatori ti diranno che la gara ideale si fa tenendo la frequenza cardiaca più vicina possibile alla soglia aerobica per tutta la durata della gara, ma non è vero. È vero solo che così esprimi la potenza massima in quel lasso di tempo, ma non che vai più veloce possibile. Te lo dico io che sono un grande scienziato da bar: fidati.
Il problema è che la relazione fra battito cardiaco e potenza è lineare ma quella fra potenza e velocità non lo è. Più spingi, più vai veloce. È sempre vero. Ma se metti il 10% in più di potenza muscolare, vai il 10% più veloce? Nella corsa e nelle salite in bici, più o meno è così, ma in bici in pianura, acceleri poco più del 2%. Questo lo dice la fisica. Allora, se la tua soglia aerobica è, per esempio, 150 battiti al minuto, invece di andare sempre a 150, andando a 145 in bici in pianura e a 153 in salita e nella corsa ti stancheresti meno e ci metteresti, complessivamente, meno tempo.


Discorso a parte per il nuoto, in cui è difficilissimo raggiungere la soglia aerobica per via di quella maledettissima acqua che ti entra in bocca appena cerchi di affannarti un po'. Io al massimo, una volta nuotando ho raggiunto una sogliola aerobica, ma questa è un'altra storia.

domenica 23 novembre 2014

Maratonina di Uta – Corsa non competitiva.

Manifestazione podistica “non competitiva”: una specie di allenamento. Una settimana dopo la maratona, oggi volevo fare un allenamento non troppo lungo, provando l'andatura a cui vorrei correre, fra 2 settimane, la mezza di Cagliari. Per non correre da solo ho deciso allora di partecipare alla “non competitiva” di 7.4 km che si corre sullo stesso percorso e in contemporanea con la mezza maratona di Uta.
È non competitiva, solo un allenamento; il riscaldamento lo faccio per finta, tanto devo partire piano; poi, semmai, andrò in progressione. Un quarto d'ora prima della partenza mi lascio ingrigliare. Sono abbastanza avanti, vorrei andare più indietro per evitare di competere con i primi, ma mi distraggo chiacchierando con Chiara. Allo sparo i miei propositi di partenza tranquilla svaniscono e mi infilo fra gli spazi con cattiveria agonistica cercando di sopravanzare i più lenti. Nonostante il traffico mi districo benino e il primo chilometro lo passo in 3'49. Alla faccia del riscaldamento. Durante il secondo chilometro, finalmente libero, mi diverto a raggiungere e superare atleti che oggi sono più forti di me. A quelli della mia categoria faccio vedere il numero rosso della non competitiva per evitare che si mettano a gareggiare con me. Secondo chilometro in 3'30. Con atteggiamento poco “non competitivo”, controllo se intorno a me ci sia qualcun'altro col numero rosso. C'è un ragazzino di Villacidro che però è un po' in affanno e lo stacco. “Calma, Lorenzo, è una non competitiva!” Terzo chilometro in 3'38; quarto in 3'40. Anch'io comincio ad essere in affanno. Me ne rendo conto duramente quando vado a sbattere contro il vento contrario al rientro verso il centro del paese. Rallento vistosamente, non per scelta prudenziale ma perché non riesco più a reggere il ritmo di prima. Quinto chilometro in 4'07. Mi supera un bel gruppetto e, poco dopo, anche il ragazzo col numero rosso. Mi accodo e cerco di riprendere un ritmo decente. Sesto chilometro in 3'49: sto soffrendo quel ritmo ma fra poco è finita e non voglio perdere altre posizioni in questa “non competitiva”. Mi supera un altro ragazzino col numero rosso. Questo non me lo lascio scappare e, alla faccia della “non competizione”, agli ultimi cento metri piazzo uno sprint e lo supero.
7.4 km in 27'40 a una media di 3'44 minuti al chilometro, un ritmo che sicuramente non riuscirei a tenere per tutta una mezza. Non era quello che avevo preventivato ma mi sono divertito, ho sofferto, ho lottato, insomma ho competuto e mi sono anche piazzato fra i primi.

Erano previste premiazioni anche per i primi dieci della “non competitiva”. Una volta placato il demone agonistico e ripreso pieno possesso di me, con aria di serena superiorità ho dichiarato di rinunciare: “non mi metto certo a competere con i ragazzini”.

giovedì 20 novembre 2014

Ragionare con i lipidi.

Il cervello umano ha un dispendio energetico elevato, è il 2% del peso corporeo, ma utilizza il 50% dell'ossigeno e il 10% del glucosio contenuto nel sangue.
La maggior parte dell'energia è consumata dai neuroni soprat
tutto per il funzionamento della pompa sodio-potassio (50% dell'energia) indispensabile per l'attività del cervello (generare segnali elettrici).

Fino a ieri si riteneva che il cervello utilizzasse esclusivamente il glucosio come substrato energetico ma, osservando maratoneti oltre il trentesimo chilometro, quando le riserve di glicogeno sono ormai pressoché esaurite, ho ipotizzato l'esistenza di un meccanismo di ragionamento “lipidico”.

Il ragionamento lipidico è goffo e pesante. Terminato il glicogeno, astrociti obesi provano ad azionare la pompa sodio-potassio spalmandoci sopra un panetto di grasso. È un po' come cercare di far funzionare un computer con la batteria scarica annaffiandolo di benzina. Ci avete mai provato? Ecco perché le idee del nostro maratoneta appaiono confuse. Il ragionamento lipidico porta, per esempio, a scambiare il passaggio di una linea disegnata per terra, con un obiettivo da conquistare a prezzo di atroci sofferenze.
La pompa sodio-potassio straunta di grasso emette una serie di scintille in direzioni casuali che i neuroni cercano di catturare e interpretare spesso restando fulminati. Questa fulminazione traspare sul volto del maratoneta, dandogli quell'espressione tipica che tanto piace ai loro figli: “mamma! Guarda che faccia che ha papà!”
Il maratoneta, proprio per minimizzare il consumo glicidico, cerca di evitare ragionamenti complessi e non sto parlando di astrofisica. Sa che deve mettere un piede davanti all'altro ma se ci fosse una curva? Di solito segue quello davanti che si suppone ne abbia un altro davanti e così via. Ad aprire il gruppo qualcuno in moto che può permettersi di consumare glicogeno per seguire la segnaletica.

Se siete al trentacinquesimo chilometro di una maratona e state leggendo questo articolo sul vostro tablet, la risposta alla domanda che vi state facendo è no. Non servirebbe a niente spalmarsi il carbogel sulla testa.

martedì 18 novembre 2014

Maratona di Torino

Come ho già scritto, le mie condizioni fisiche e mentali erano precarie ma ho voluto ugualmente provare a puntare in alto o, per lo meno, a non spararmi direttamente sui piedi.
Prima della partenza piazza S. Carlo è piena, fa fresco, non piove e l'atmosfera è carica di allegra eccitazione. Faccio qualche saltello sul posto per simulare un riscaldamento. Si sta bene. L'attesa non pesa anzi, allo sparo dispiace quasi dover partire. Le griglie funzionano bene e noi privilegiati del club “sub3” riusciamo a correre bene quasi subito. Obiettivo di partenza 3 ore, da allungare a piacimento secondo le sensazioni: pugnalate nella coscia +10', cuore che scoppia +20' …
Un occhio allo scheletro di cronometro che ho tenuto in mano dal primo all'ultimo km, l'altro occhio ai palloncini dei pacemaker delle 3 ore. Decido, per cominciare, di tenermeli dietro in modo da correre fuori dal mucchio e avere un minimo di margine.
Non mi sento molto a mio agio. Al settimo km mi sento già affaticato; non è presto per il muro? Riesco comunque a correre a ritmo regolare qualche decina di metri avanti ai pacers e il percorso scivola via: Moncalieri e Nichelino, periferie operaie e accoglienza calorosa. Poi un lunghissimo viale di campagna. In fondo, immersa in un boschetto, riconosco la palazzina di caccia di Stupinigi. I chilometri passano relativamente veloci: non sto benissimo ma non faccio ancora troppa fatica. Un gruppone di podisti mi raggiunge e mi ingloba. Sono quelli delle 3 ore, gente ambiziosa. Qualcuno corre agevolmente ma forse sono solo i pacers, molti ansimano, uno corre piegato, un altro procede a scatti. Li vedo già condannati: so che pochi arriveranno a coronare il loro sogno.
Mi lascio trascinare fino alla palazzina e poi lungo la leggera discesa verso Torino. La mezza arriva una trentina di secondi prima dell'ora e trenta: margine risicato che però aumenta lungo la discesa. I pacers vanno veloci. Troppo veloci. Anche quando finisce la discesa continuano ad un ritmo superiore a quello per le 3 ore. Siamo quasi al trentesimo chilometro, ho quasi un minuto di margine per cui preferisco andare al mio passo e li lascio alla loro folle corsa con qualche povero malcapitato che li segue rischiando di scoppiare. Non resto comunque mai solo e mantengo pieno controllo sui tempi, anche troppo. Ogni chilometro calcolo i secondi di vantaggio rispetto all'andatura prevista per le 3 ore, li divido per i km mancanti e ottengo la nuova andatura per arrivare in 3 ore. A meno 6 km ho ancora un minuto di vantaggio, dieci secondi a km e invece di 4'16 posso andare a 4'26. Ci avviciniamo al centro, poi ci riallontaniamo. Riconosco le strade, stiamo percorrendo a zig zag i grandi viali di Torino. Il chilometro successivo lo corro in 4'21 e i 5 secondi risparmiati li posso dividere 1 per ogni chilometro che resta e andare a 4'27 … continuo con questi conti e l'andatura rallenta ma tende asintoticamente sempre alle 3 ore. Mi ci adagio sopra. Passo davanti a casa di mia madre ma lei non c'è. Supero molti atleti, qualcuno reagisce tenendo la mia andatura per un po'. I palloncini delle tre ore, dopo la corsa pazza si sono quasi fermati e si avvicinano a vista d'occhio. A 2 km dall'arrivo potrei permettermi un passo di 4'30 ma finalmente qualcuno mi supera. E' una ragazza olandese con un uomo dietro, probabilmente il compagno, che la sprona con urli fiamminghi. Le urla mi svegliano e provo a seguirla. Al quarantunesimo, appena entrati in via Roma, si sente il boato della folla; mi corre un brivido lungo la schiena e comincio a volare. Il traguardo è ancora lontano ma riesco ad intravederlo in fondo al lungo rettilineo, dietro al cavallo di bronzo. L'incitamento continuo della folla fa sparire la stanchezza. La sensazione è così bella che smetto di fare calcoli, voglio solo correre più veloce che posso. Non sembra molto sensato spremersi così per arrivare in 2h59'17 invece che in 2h59'59 ma è bellissimo e mi resterà in mente a lungo. Al traguardo, lo speaker fa il mio nome; io sono raggiante e mia madre si commuove: sapevamo che quello era il massimo a cui potessi aspirare.

Quando si riparte?

sabato 15 novembre 2014

Spostando l'asticella sempre più in alto – Torino preview

26 ottobre – 2h52. Avevo appena corso l'ultima frazione del triathlon medio in 1h26'01.
Era una mezza maratona corsa avendo sulle gambe 40 minuti di nuoto e poco meno di 3 ore di bici. Come tipo di sforzo potrebbe essere paragonato alla seconda metà di una maratona. Usando l'equazione mezza*2=una ho valutato di poter chiudere una maratona in 2h52.

27 ottobre – 2h55. Il giorno dopo stavo molto bene. I muscoli erano giustamente stanchi ma il cuore batteva forte e tranquillo. Ho cominciato a pensare seriamente di sfruttare questo stato di forma per correre, senza quasi ulteriori allenamenti, una maratona in un buon tempo. È da Roma 2012 che non corro una maratona veloce e dopo più di due anni, sto perdendo i privilegi offerti da un buon tempo di qualificazione. Torino potrebbe essere la mia scelta e 2h55 un buon tempo obiettivo da raggiungere senza troppa fatica.

31 ottobre – 3h00. Dopo 5 giorni i dolori muscolari si sono attenuati e ho ripreso a correre. Per cominciare, ho fatto un breve allenamento di una decina di km tranquilli con 7-8 accelerazioni da un minuto per sciogliere le gambe. I muscoli rispondevano benino all'aumento di ritmo, il fiato no. Accelerando andavo subito in affanno e rallentando faticavo a recuperare. Mi sono un po' preoccupato perché era lo stesso tipo di stanchezza che mi aveva preso a maggio durando poi per tutta l'estate. Ho subito deciso di rinunciare ad altri allenamenti duri e di badare solo al recupero. Con la forma da cui partivo, recuperando bene, anche senza “lavori” sarei riuscito a finirla in 3 ore.

9 novembre – 3h10. Dopo una decina di giorni passati fra brevi corsette e lunghi riposi non mi sentivo ancora in forma. Il cuore era stanco e i battiti salivano al minimo sforzo. Ormai però ero iscritto, avevo fatto il biglietto e dovevo provare il ritmo gara. Ho impostato un ritmo di 4'15 al chilometro per finire sotto le 3 ore. Sono partito leggermente più veloce ma dopo una decina di chilometri ero già stanco e affannato; per trovare un ritmo più naturale ho dovuto rallentare fino a 4'30 al chilometro che, in proiezione maratona, sono 3h10.

12 novembre – 3h25. Altro test di 13 chilometri, finito di nuovo troppo stanco con i muscoli doloranti. Devo trovare un obiettivo più facile, altrimenti difficilmente riuscirò a finirla. A Torino viene Nello, mio compagno di squadra che dichiara di voler fare il tempo minimo per potersi qualificare per Boston. Controllo il tempo per la mia fascia d'età: 3h25

13 novembre – 3h30. L'anno prossimo cambierò fascia d'età: ricontrollo i tempi per Boston per i cinquantenni: 3h30.


16 novembre – 5h30. Le jeux sont fait e il diavolo mi aspetta a Torino. Questa escalation vertiginosa di tempi sembra non aver limite. Dal punto di vista matematico si parlerebbe di asintoto verticale, di un tempo “tendente all'infinito”. Ma un limite c'è e l'ha imposto l'organizzazione: il tempo massimo.